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mercoledì, gennaio 18, 2017

CATERINA MUREDDU: IL LUNGO VIAGGIO DA MAMOIADA A PARIGI. UNA STORIA DI TRISTE EMIGRAZIONE CHE FA RIFLETTERE.



Oristano 18 Gennaio 2017
Cari amici,
La storia che voglio raccontarvi oggi è una delle numerose, oltre che tristi storie d’emigrazione, di quelle badate bene che non si riferiscono al secolo scorso ma a questo attuale primo secolo del terzo millennio, che vedono ancora la Sardegna ed il Sud, teatro di quei viaggi “di sola andata”, a cui siamo da tempo abituati. 
La protagonista, in questo caso, non solo è giovane ma appartiene al 'gentil sesso', genere considerato di secondo livello, a cui il lavoro è maggiormente negato. Un particolare, però, la differenzia: essendo barbaricina, figlia di quella zona della Sardegna da sempre regno di un forte e combattivo matriarcato, Caterina (questo il nome della protagonista) non si rassegna al destino di restare inoperosa in casa e inizia la sua battaglia. Ecco la sua storia.
Caterina Mureddu è nata 29 anni fa a Mamoiada, in provincia di Nuoro. Dopo aver conseguito le necessarie abilitazioni per la guida dei mezzi pubblici inizia a cercare, come molti altri giovani, lavoro come autista. Dopo un anno di lavoro ‘precario’ svolto guidando i pullman dell'ARST, l’Azienda di trasporti regionale, partecipa alla selezione pubblica indetta per le assunzioni definitive ma viene scartata. La delusione è forte (si sfoga sostenendo "eppure avevo studiato"), ma tant’è: mastica amaro ma non si abbandona alla sconfitta. Niente rassegnazione per Caterina: Lei ora, da circa un anno e due mesi, è uno dei 45mila dipendenti della RATP (RÉGIE AUTONOME TRANSPORTS PARISIENS) della capitale francese. Rivediamo come ha realizzato il suo sogno.
Sono venuto a conoscenza della sua storia durante le mie giornaliere scorribande su Internet; dopo averla appresa, mi è venuta voglia di raccontarla ai miei lettori, perchè Lei caparbiamente non ha voluto subire un destino che per molte poteva essere considerato segnato, accettato con rassegnazione, ma ha combattuto e vinto.  
Ho vissuto per 3 anni in Barbagia (a Fonni) e ho avuto modo di conosscere e apprezzare la caparbietà delle donne barbaricine, mai propense ad essere succubi o rassegnate, pronte sempre a combattere fino alla vittoria. Proprio per far conoscere ad altri la sua grande forza ho voluto chiedere direttamente a Caterina di raccontarmi tutta la storia (facendo una ricerca nel web ho rintracciato il suo profilo su Facebook); Lei ha accettato e, senza nascondimenti, ha ripercorso la dolorosa strada dell'emigrazione. Credo che sia giusto diffonderla la sua storia, perché sono certo che l'ampia conoscenza della poco edificante vicenda che ha portato Caterina fuori dalla sua Sardegna può risultare utile, in particolare ai giovani: che non debbono mai arrendersi, ma combattere sempre a viso aperto, la loro battaglia per poter svolgere un lavoro dignitoso, che spetterebbe loro di diritto in patria.  Ecco dunque, direttamente dalle parole di Caterina, il suo viaggio, la sua corsa “da Mamoiada a Parigi”.
“Dopo aver svolto per 1 anno di buon operato all'ARST nel deposito di Nuoro, mi sono vista "cacciare via", per il semplice motivo che vi fu un concorso aperto a tutti per riuscire a entrare definitivamente, ma ahimè non ci riuscii, e non perché non diedi il massimo di me stessa o non studiai ma perché, checché se ne dica, uno (in Italia ndr) riesce nel suo intento solo ed esclusivamente se ha un "calcio nel sedere, al pistone, all'accozzo" e chi più ne ha più ne metta; purtroppo la meritocrazia non è mai esistita in tali concorsi e mai esisterà! Ho visto persone essere state assunte senza neanche mai aver messo piede su un autobus, cose che mi disgustarono oltre ogni limite; il mio bellissimo anno e percorso svolto all’ARST finiva così...
Io, con tutta l'esperienza del mondo messa da parte, però, non mi rassegnai all’esperienza di Nuoro; mandai la mia candidatura al servizio urbano di Sassari, ma senza ricevere mai risposta. Decisi anche di parlare di persona con il direttore del servizio urbano di Nuoro, che però mi disse: "purtroppo non assumiamo più nessuno, ma le faremo sapere nell'eventualità avessimo bisogno di lei", ovviamente non arrivò nessuna chiamata, anche se qualche tempo dopo scoprii che ne furono assunti altri 2, e io portai un altro picche a casa.
Decisa a non mollare tentai anche il concorso al servizio urbano di Cagliari, dove riuscii a passare gli scritti e la prima prova di slalom alla guida senza problemi; poi quando fu la volta della prova di guida vera e propria, rasentai la perfezione per non dire di essere stata perfetta e sembrare troppo presuntuosa, ma anche con una prova di guida così impeccabile, non successe niente di positivo. Qualche tempo, quando uscì la graduatoria io non ero nella lista! Un'altra delusione, un'altra perdita...di tempo e di denaro. A quel punto capii che il mio Paese, la mia terra, aveva deciso di chiudermi le porte in tutto e per tutto, ma io non mi persi d'animo e, smaltita la rabbia, cominciò a frullarmi nella testa l'idea di andare via, lontana, in una nuova terra dove tutto sicuramente era diverso...Feci un biglietto di sola andata per Parigi e qui cominciai la nuova avventura. Certo, pensare una giovane sarda a Parigi in cerca di un lavoro come il mio, appare come pura follia: guidare i mezzi pubblici per le vie della città più romantica del mondo…!
Si, tutto inizia nel mese di maggio 2012 quando decisi di partire alla volta di Parigi; arrivata nella Ville Lumière trovai lavoro come ragazza alla pari a Versailles per un bimbo di 1 anno, e, in contemporanea, cominciai a prendere lezioni di francese. Trascorso un mese inviai la mia candidatura alla RATP (RÉGIE AUTONOME TRANSPORTS PARISIENS), l’azienda per la quale lavoro ormai da quasi 5 anni, dove senza nessun tipo di compromesso, intrapresi quello che era il mio sogno negato in terra sarda: il mestiere di AUTISTA DI AUTOBUS. Pur non perfettamente padrona della lingua (ero a Parigi da poco più di un mese e mezzo) feci un concorso per l’accertamento della conoscenza del francese e, forse per la grinta e il coraggio, oltre che per la bravura nella guida, il miracolo avvenne e il mio sogno fu coronato: il 15 di settembre del 2012, finalmente, firmai ufficialmente il mio primo vero contratto a tempo indeterminato...”.
Cari amici, cosa ci può insegnare il bell’esempio di Caterina Mureddu che caparbiamente ha coronato il suo sogno, fuori però dalla sua terra natia? Certamente molto. Intanto che stupidamente l'Italia continua a perdere il miglior patrimonio di capacità e conoscenza che ha: i nostri giovani, costringendoli a guadagnarsi il pane in terra straniera, all’estero. In questo modo l'Italia ‘regala’ la grande professionalità dei nostri giovani ad altri, con la sicura risultante che 'si gioca il futuro', essendo in questo modo destinata a soccombere. Io credo che i nostri giovani, così bistrattati e vilipesi, dovrebbero reagire con maggior forza, perché solo loro potranno dare alla classe politica attuale quella giusta scossa che potrebbe davvero cambiare il Paese, riportandolo nel giusto binario.
Grazie Caterina del Tuo splendido esempio di “combattente”, della Tua forza interiore, della ferrea volontà dimostrata, che può essere di vero esempio ai tanti giovani che si trovano nelle stesse condizioni…
A domani.
Mario





martedì, gennaio 17, 2017

STORYTELLING: COME UTILIZZARE LE TECNOLOGIE INNOVATIVE PER TRASMETTERE AI BAMBINI LA STORIA E COMBATTERE RAZZISMO ED ESCLUSIONE.



Oristano 17 Gennaio 2017
Cari amici,
Quand’ero bambino era affascinante (parlo del periodo a cavallo tra la prima e la seconda metà del secolo scorso) stare sul piccolo scanno d legno impagliato posto vicino al fuoco per ascoltare i racconti dei nonni che tanto mi attiravano: erano storie capaci di portarmi in un mondo sconosciuto, fatto di guerre, di trincee, di emigrazione con la valigia di cartone in mano diretti verso le fabbriche del Nord Italia oppure all’estero, nelle miniere del Belgio o in Svizzera; emigrazione dura, che costringeva a lasciare moglie e figli a casa. Allora i computer non c’erano, i libri erano ben pochi e tutto quello che succedeva veniva registrato e immagazzinato nella mente, trasmesso poi, al rientro in tarda età, oralmente alle nuove generazioni, sul modello del “c’era un volta…”
Il mondo una settantina d’anni fa era molto diverso da quello di oggi: si era appena usciti dalla guerra e c'era 'fame vera', non c’erano telefonini, computer, iPod, TV HD, play station e quant’altro! Pensate che al mio paese vi era un unico telefono pubblico, dove in caso di urgenza l'interessato veniva convocato per ricevere, o eventualmente fare, una telefonata. Di tutto questo oggi nulla è rimasto: è scomparsa la civiltà contadina del focolare, del duro lavoro nei campi, della vita trascorsa in campagna a seguire il gregge, così come sono scomparse le serate del dopo cena trascorse in piazza con gli amici o nella bettola (“su zilleri”) a bere un bicchiere di vino e raccontarsi i fatti e le vicende del giorno.
Oggi, con che cosa abbiamo sostituito tutto questo? Stranamente con la creazione di un mondo virtuale, frutto della nuova tecnologia, che ci ha fatto abbandonare la piazza reale per quella dei Social, isolandoci però fisicamente; ora dialoghiamo sempre di più e in modo veloce e nervoso, attraverso il computer con messaggi digitati in un linguaggio particolare, quasi stenografico, oppure scambiando in continuazione selfie di ogni genere e qualità! 
Ormai la socialità è vista e vissuta solo attraverso l’utilizzo delle “Piazze Virtuali”, ovvero dei social come Facebook, Twitter, Skype e così via. Non lamentiamoci, allora, se crescono le problematiche giovanili, se si arriva al rifiuto di una vita con scarse relazioni sociali vere, che appare loro inutile e che porta, spesso, anche a gesti estremi.
Si, con l’avvento delle moderne tecnologie se da un lato si è aperto un mondo molto più vasto ed immediato, la gioventù di oggi, definita generazione digitale, ha perso qualcosa di molto importante: la socialità vera, quella reale, quella cstotuita da incontri personali, di scambi d’opinione fatti anche in modo forte, di abbracci, strette di mano e discussioni ‘de visu’, non al computer o al telefonino. Insomma, con l’avvento di questa modernità siamo passati di una società che vive il reale ad un’altra che vive molto di più il virtuale! Una società, quella che viviamo, che è giustamente definita società dell’immagine: conta infatti più l’apparire dell’essere. Eppure credo che in molti possiamo sostenere che questa strada è davvero sbagliata!
Penso che tutti dovremmo riflettere non poco! Credo che senza rinnegare il nuovo sia necessario miscelare il vecchio con il nuovo, in un melting pot che non rottami il passato, non perda le radici, ma costruisca sopra di esse il presente ed il futuro. Questo consentirebbe di riscoprire almeno in parte i valori perduti, che anche con le nuove tecnologie risulterebbero molto utili. Questa inversione di rotta, però, dovrebbe, per avere effetto reale, partire dall’infanzia, dalla scuola primaria, per poter “ri-educare” dalle origini i nativi digitali; solo così potrebbero essere assorbiti (nelle menti dove avviene la formazione) i veri valori che tanti giovani ormai considerano obsoleti.
Qualche timido tentativo su questa strada ha già iniziato a farsi strada. Un progetto ambizioso, per esempio, viene portato avanti dall’Istituto Comprensivo Perugia IV (sede Scuola Primaria G. Cena), dal titolo “Digital Storytelling per l’integrazione intergenerazionale e la cittadinanza attiva”. In questo progetto, che ha coinvolto quattro classi della scuola primaria, si sperimentano delle nuove metodologie che, attraverso l’utilizzo delle tecnologie innovative di cui i ragazzi sono in possesso, sono in grado di far conoscere e di conseguenza far assimilare loro la storia passata, quella dei loro genitori e dei loro nonni, che parlano della civiltà precedente, di emigrazione e di sofferenza derivata dalla guerra.
In questo modo i nativi digitali, conoscendo meglio il passato, possono essere messi in grado prima di capire e successivamente di affrontare e combattere l’esclusione sociale oggi in atto, radiografando meglio l’attuale fenomeno dell’immigrazione.  Credetemi, è questo un progetto che trovo serio, anche se abbastanza ambizioso, capace di colmare il digital divide esistente tra genitori, nonni e figli, favorendo in tutti l’inclusione digitale e quindi sociale. Insomma, un vero e proprio laboratorio sperimentale di digital storytelling, capace di recuperare ai giovani le loro radici storiche, analizzate in veste di moderna funzione sociale. Come accennato in premessa, sarebbe una moderna “rivisitazione” della storia, che passerebbe da quella orale, prima tramandata dai nonni-genitori a figli e nipoti, oggi trasformata in un racconto contemporaneo, mediante l’utilizzo dei moderni strumenti digitali.
L’esperimento in atto appare ai più molto positivo. Nell’arco di diciotto mesi, i ragazzi, supportati da famiglie e docenti hanno animato le attività, focalizzando il lavoro principalmente sulla tecnica della Stop-Motion (una tecnica di animazione che crea una sequenza di immagini che danno l’illusione del movimento come in un film), su cui è stata fatta una apposita formazione a cura dell’Associazione ON, partecipante al progetto. Anche altri soggetti pubblici e privati hanno aderito e supportato l’iniziativa. L’Associazione ON, che ha affiancato le classi nell’elaborazione di una storia che avesse come tema la ricostruzione del viaggio fatto dagli immigrati, ha èredisposto per ogni classe una micro-narrazione, non solo reale ma anche fantasiosa: dalla storia di un’invasione aliena a quella di una Perugia del futuro, passando dalle storie dei ricercatori che rincorrono una cura all’estero, a quelle dei brasiliani giunti in città e che raccontano le loro difficoltà ai nipoti.
Cari amici, perseguire lo sviluppo di modelli educativi innovativi, promuovendo la formazione e la valorizzazione dei giovani fin dalla più tenera età, è certamente un progetto apprezzabile e di grande impatto, che darà sicuri risultati. In questo modo essi possono raggiungere importanti traguardi, quali la fiducia nelle proprie capacità, la cura e la gestione della crescita personale, l’inclusione e la relazione con l’altro. Tutti fini in perfetta linea con i principi della nostra Costituzione. Sta a noi, non più giovani e, purtroppo, non nativi digitali, cercare senza indugio di integrarci con il loro mondo, perché solo così saremo capaci di parlare loro – nel loro linguaggio – della storia precedente, quella dei loro avi, perché il passato, il presente e il futuro sono legati indissolubilmente da un grande ponte che li unisce. Costruiamo insieme a loro il futuro!
A domani.
Mario