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lunedì, dicembre 24, 2007

I CEROTTI PER L'INFELICITA'



Mario Virdis



L’INFELICITA’ NELL’EPOCA DELLA GLOBALIZZAZIONE:

" I CEROTTI PER L’INFELICITA’ " .

METABOLIZZAZIONE, IN CHIAVE IRONICA, DEL LIBRO DI P. WATZLAWICK
“ISTRUZIONI PER RENDERSI INFELICI”.

L’infelicità è dietro l’angolo. To turn the corner, in inglese, significa non solo svoltare l’angolo, scoprire cosa c’è dietro, dove la visuale non arriva, ma anche uscire da una crisi, da una situazione, lasciare il sicuro per il venturo.
L’ansia di scoprire, di sapere, ha sempre affascinato l’uomo. La pietra angolare, citata dalla Bibbia, la pietra perfetta, usata per la costruzione di edifici che debbono sfidare il tempo, è normalmente visibile solo da un lato: l’altro, quello dietro l’angolo, No. Cosa si nasconde, cosa c’è, dunque, dietro l’angolo?
L’uomo è alla continua ricerca della felicità. Il più grande affanno umano è il continuo rincorrere quella parte non visibile, per scoprire quello che non si conosce, per arrivare alla meta. Il risultato, la scoperta, il passaggio dal sogno alla realtà, spesso, però, è una grande delusione: l’infrangersi del sogno, sullo scoglio della realtà. Anche la moglie di Lot (per tornare alle mie antiche letture) diventò una statua di Sale per appagare la sua curiosità, sfidando il terribile ordine divino. Questo desiderio di conoscere l’ignoto ci porta, dunque, ad immaginare, a sognare, a costruire, a nostro piacere, una realtà sconosciuta, e per questo maggiormente stimolante, per poi, togliendo il velo, scoprire che era meglio il sogno della realtà.
“…Viaggiare pieni di speranze è meglio dell’arrivare”, ha scritto P.Watzlawick, nel libro che prima ho citato, confermando che quasi sempre i sogni…muoiono all’alba!
Cosa c’entra tutto questo con la felicità o l’infelicità dell’uomo? C’entra eccome!
Tutti gli uomini vogliono essere felici scriveva Aristotele. Tutti, in ogni tempo, hanno cercato di dettare ricette per raggiungere la felicità: una lunga serie di “istruzioni per essere felici”, una serie ininterrotta di “cerotti” di forme e misure diverse, per rattoppare le ferite, più o meno aperte, causate dall’infelicità. Ma siamo sicuri che il rimedio non sia peggiore del male? Siamo sicuri che al termine del “viaggio” la delusione non ci farà rimpiangere il lungo sogno coltivato durante il percorso?
La lettura del libro di Watzlawick mi ha riportato indietro nel tempo. Ho, fortunatamente, una memoria fotografica: i ricordi per me sono una miriade di fotogrammi, dove suoni, luci, colori sono presenti, come in una pellicola. Tornare indietro nel tempo, per me, è come rivedere un film.
Il Suo libro ha riaperto non pochi “file” del mio passato. Ho rivisto i lunghi corteggiamenti, le ansie e le gioie della “scalata”, come ho rivissuto le delusioni del “dopo”. Le emozioni dell’attesa avevano i colori brillanti e le pulsazioni a mille, mentre quelle del “dopo” i colori piatti e sfumati del viaggio ormai terminato.
Crescere significa non solo diventare “grandi”, avere più anni, iniziare un’attività lavorativa, ma anche imparare a gestire il proprio stato di infelicità alla ricerca continua, inarrestabile, della felicità.
Terminate le fatiche scolastiche delle scuole superiori, pur iscritto all’Università, iniziai subito la ricerca di un lavoro. Cosa non facile ieri, come non lo è oggi. Tanti i sogni pulsanti che martellavano il mio cervello, numerose le speranze, come tante furono le cocenti delusioni al primo impatto con la realtà. L’infelicità ( come la ricerca del suo opposto) in un giovane (allora avevo i miei freschissimi vent’anni) è la regola, non certo l’eccezione. Vincere un concorso importante, come era successo a me, entrare a far parte di una Banca, allora pubblica, era il raggiungimento di un traguardo stratosferico. L’illusione della felicità, però, durò poco. L’infelicità era dietro l’angolo. L’effetto della “sbornia di felicità” per il lavoro conquistato, purtroppo, durò solo un istante: molto presto mi resi conto di aver venduto la mia libertà. Mi accorsi subito che la mia vita risultava terribilmente condizionata dagli altri: orari, metodi di lavoro, abbigliamento, amicizie, tutto era catastroficamente diverso dai miei sogni.
La meta reale, questo è un dato di fatto purtroppo, è sempre terribilmente diversa da quella sognata!
Questa ritrovata infelicità non spense in me, comunque, l’ardore della ricerca dell’agognata felicità. Per oltre sette lustri ho continuato filosoficamente a tormentarmi: dovevo trovare anch’io la mia pietra filosofale, dovevo, anch’io, poter dire di aver trovato, finalmente, quella felicità che mi continuava a sfuggire di mano come sabbia sottile che fuoriesce dal sacco apparentemente integro.
Cinque anni fa, dopo oltre 36 anni trascorsi a “realizzare i progetti degli altri”, ho riacquistato la mia libertà. Avevo sciolto il collare che, come quello del cane da pastore, mi aveva per anni reso prigioniero, anche se in un castello dorato.
L’euforia della ritrovata libertà credo assomigli a quella che, un tempo, provava un liberto, uno schiavo liberato, che improvvisamente si ritrovava senza vincoli, senza catene. Cosa farsene di una libertà sognata, desiderata, maledettamente difficile da raggiungere, dopo averla riconquistata?
Il primo giorno da “pensionato” fu strano e terribile. Mi svegliai, comunque, alla stessa ora anche senza la sveglia. Ormai ero un automa. I miei dormivano ancora ed io mi guardavo intorno, intontito, come in preda ai postumi di una sbornia colossale. Eppure ero finalmente libero, anche se ancora non riuscivo a comprenderne appieno il significato!
Ero un uomo che non aveva più il terrore di arrivare in ritardo, recuperare i minuti scanditi inesorabilmente dal suo badge magnetico e che mi controllava come un Grande Fratello. Il mio pensiero mise a fuoco il momento in cui, con un sottile piacere, consegnai, con gli altri “attrezzi del mestiere”, anche il badge, il mio “controllore”, quel “collare” di cui parlavo prima.
Trovarsi improvvisamente in una situazione “nuova”, di libertà totale, è scioccante ed angosciante. Il primo pensiero che viene in mente è come occupare il tempo: Cosa farò oggi? Mi chiesi con un misto di curiosità e paura. Più paura che curiosità. Si vedrà, pensai, nessuno, ormai, può impormi nulla!
Il mio cervello, però, era come un computer in tilt: forse necessitava di un reset! Cercando una nuova dimensione mi venne in mente un’immagine paradossale: quella dell’asinello che, dopo anni di lavoro passati a girare in tondo alla “mola”, la vecchia macina in pietra per il grano, viene liberato e portato in campagna: reso libero, soppiantato, dalla tecnologia.
L’animale, senza i paraocchi e senza il peso del giogo di legno, fatica a mettere a fuoco il sole, la campagna, l’erba verde: è tutto cosi nuovo, diverso; quello intorno a lui è un paesaggio di cui, ormai, aveva perso conoscenza. In cuor suo avrebbe, forse, voluto correre, saltare, giocare, ma non sapeva come; sapeva fare bene solo una cosa: girare intorno ad un’asse.
Mi sentii avvolto da una grande tristezza. Ero spaventato e confuso. Avevo sognato la libertà come il raggiungimento di un traguardo apicale, ma forse, non era cosi. Avevo sognato per anni una felicità che ora mi sfuggiva, che anziché raggiungermi si allontanava.
Impiegai del tempo a interrogarmi, a guardarmi allo specchio, per capire il motivo di tanta infelicità. Alla fine giunsi alla conclusione che dovevo riprendere il viaggio, che non ero ancora arrivato a destinazione. Mi convinsi che ogni punto d’arrivo era solo la tappa, la stazione, di un lungo percorso. Il “viaggio” doveva durare ancora a lungo; stazione dietro stazione bisognava trovare altri traguardi, altre mete: altri sogni avrebbero dovuto conquistarmi per darmi, strada facendo, la gioia di raggiungerli. Questa riflessione durò fino all’estate: trascorsi, per la prima volta, tre mesi nella casa al mare.
Questa prima vacanza, non condizionata da complicatissimi calcoli di raccordo con le ferie degli altri colleghi, fece maturare in me un’importante decisione: riprendere gli studi, tornare sui banchi dell’Università, cancellando quasi 40 anni di assenza e, ovviamente, anche 40 anni di...età! Volevo riprendere a vivere ed a soffrire, volevo rimettermi in gioco, volevo dimostrare a me stesso che ero capace di competere e, possibilmente, vincere.
Il resto, i cinque anni che ho già trascorso con gran parte dei miei attuali colleghi della Specialistica, è noto, quindi non necessita di commenti.
Sono convinto della scelta fatta; contento di essere risalito sul “treno dei desideri”, di soffrire come quando avevo i miei vent’anni, di partecipare alle ansie ed alle preoccupazioni (apparentemente uguali, anche se molto diverse dalle mie) dei ragazzi che hanno gli anni di mio figlio.
In sintesi posso dire di aver orgogliosamente trovato la mia pietra filosofale: sono felice di essere infelice.

Mario (noto anche… GattoMario)




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martedì, dicembre 18, 2007

BUON NATALE E BUON 2008 ! A TUTTI GLI AMICI






BUON NATALE ..... e..........BUON 2 0 0 8 !




domenica, dicembre 16, 2007

BUON NATALE E BUON 2008 !



da:
Mario, Giovanna e Santino Virdis

BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO .......................... 2008 !
MERRY CHRISTMAS AND HAPPY NEW YEAR...........
BON NADAL I FELIC ANY NOU...............
FELIZ NAVIDAD Y PRÓSPERO AÑO NUEVO...........
JOYEUX NOËL ET BONNE ANNÉE............




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Dr. Mario Virdis
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sabato, dicembre 08, 2007

LA CASA: IL SOGNO PIU' GRANDE!


CASA: PER TANTI E’ SOLO UN SOGNO

Ho riflettuto su quanto riportato da " Repubblica" circa il rifinanziamento dell'edilizia pubblica agevolata. La novità importante è che, finalmente, dopo anni di oblio, l’edilizia residenziale pubblica può ripartire. Certo 500 milioni di euro non sono molti, solo una goccia, per la fame di case che angoscia soprattutto le giovani coppie unite, tra l’altro, solo da lavori precari e non stabili. Come utilizzare, nella maniera più consona questo investimento senza sconfinare, come in passato, nella costruzione di ghetti che ancora squalificano vaste zone delle nostre città? La soluzione non sarà facile.
Personalmente sono contrario ad ulteriori allargamenti del perimetro urbano, stante i sempre maggiori vuoti esistenti in gran parte delle nostre città. I centro storici, non solo quelli delle grandi città della penisola ma anche quelli dei centri medi e piccoli, sono desolatamente vuoti. Gli unici abitanti che animano questi quartieri fantasma sono gli extracomunitari, gli irregolari, quelli che ufficialmente non fanno parte della vita regolare, alla luce del sole. Questi spazi centrali, oggi off limits, andrebbero recuperati. Altro problema. In non poche città i vecchi Piani regolatori lasciarono ampie aree vincolate ( credo che esistano praticamente dappertutto se solo ad Oristano ce ne sono decine) per la costruzione dei servizi alla città: scuole, asili, spazi ricreativi, etc.; queste aree, oggi in belle zone centrali, non solo deturpano il quartiere con spazi incolti, ricchi solo di erbacce, ma potrebbero essere recuperate variando la destinazione iniziale, oggi non più perseguibile ( il calo della natalità ha vanificato l’utilizzo di nuovi spazi da destinare a scuole o asili) e destinate ad edilizia pubblica. Perché ho pensato al recupero delle aree vuote o degradate, anziché pensare alla creazione di nuovi quartieri, allargando di conseguenza gli spazi esistenti? Per una serie di ragioni.
La prima ragione è quella dell’inutilità di nuove spese per urbanizzare altre aree oggi agricole. Le città sono sufficientemente estese: evitiamo altri chilometri di strade, altri chilometri di rete fognaria, idrica, telefonica ed elettrica. L’allargare ulteriormente il perimetro urbano aggrava tutti i costi, a partire da quello della raccolta dei rifiuti ed a seguire da quelli dello spostamento urbano. Inoltre, il recupero degli spazi interni esistenti nelle città, a partire dal centro storico, eviterebbe l’esodo, ormai senza fine, della restante popolazione residente. Quest’ultimo sarebbe un vantaggio di non poco conto: eviterebbe, almeno in parte, di snaturare l’amalgama, prima esistente, la varietas, il collaudato mix dei diversi ceti sociali componenti queste zone. I pochi centro storici oggi recuperati, pur esteticamente validi hanno creato più di un problema, ma quello più drammatico è certamente il “cambio d’uso” : nei centri ristrutturati sono cambiate le attività che si svolgevano al loro interno, ma soprattutto è cambiata la popolazione residente: l’espulsione dei ceti meno abbienti ne ha cambiato l’anima.
L’acquisizione, da parte pubblica, di quote importanti del vecchio patrimonio edilizio dei centri storici e delle aree non costruite, all’interno di tante città, consentirebbe di ripopolare queste aree non con “nuovi abitatori”, ma riportando i vecchi, ripristinando gli equilibri, prima esistenti. Operazioni come queste potrebbero avere un duplice vantaggio: estetico ed umano.
Forse il mio è solo un sogno. Per molti anni, a partire da quelli della ricostruzione post bellica, si è portata avanti la politica dell’allargamento delle città, con la costruzione di aridi e orribili nuovi quartieri di periferia, dove non solo era inesistente la qualità dei materiali utilizzati, ma soprattutto la qualità della vita: la mancanza di spazi collettivi, la mancanza di servizi, di verde e di altre attrattive hanno fatto crescere generazioni di alienati e deviati. Colpe ne abbiamo tutti e porre rimedio non sarà facile.
Cerchiamo, allora, di evitare altri errori.

Mario Virdis

virdismario@tiscali.it http://www.amicomario.blogspot.com/

venerdì, dicembre 07, 2007

..SE IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI

LA SARDEGNA IN UNA ANTICA INCISIONE.
Inserisco nel blog un mio intervento relativo all'interessante Convegno che la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Sassari ha recentemente realizzato:
Le Risorse Paesaggistiche della Sardegna:un problema di
governo,una questione culturale.



IL FINE GIUSTIFICA SEMPRE I MEZZI ?

Il detto machiavellico del fine che giustifica i mezzi è sembrato trasparire dall’intenso ed interessante dibattito che l’altra sera ha animato l’aula rossa della nostra facoltà.
Importanti i personaggi presenti e, soprattutto interessante e coinvolgente l’oggetto della discussione.
Partendo dalla lucida analisi del recente libro dell’Arch. Sandro Roggio, “ C’è di mezzo il mare”, variamente commentato sia nell’introduzione dalla Prof. Antonietta Mazzette, che dai successivi relatori, la conversazione ha avuto un brillante seguito con la appropriata lettura della parte più ironica del libro (il Paese di Diamante) da parte dell’attore Sante Maurizi.
Lasciando da parte la scenografia ed entrando nei contenuti è apparso subito chiaro che il libro era la “testa di ponte” di un importante quanto difficile problema che tiene banco oggi in Sardegna: la salvaguardia e la protezione del nostro territorio.
La discussione ha messo in luce non poche problematiche. Diverse le interpretazioni, come diverse mi sono sembrate le vie, i percorsi, seguiti ed ancora da seguire per raggiungere il comune scopo condiviso: proteggere nella maniera più appropriata quanto ancora rimane di integro, di naturale, nella nostra terra sarda, per poterlo, poi, trasmettere alle future generazioni e consentire anche a loro di usufruirne.
Perché mi sono riferito, introducendo questo scritto, al detto machiavellico “ Il fine giustifica i mezzi” ? Cerco di spiegarlo.
La Sardegna nei secoli ha avuto, quasi sempre, dominatori. Il suo popolo, il Popolo sardo (per me i Sardi sono un Popolo), sempre dominato. L'isola, forse per la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo, è stata quindi perenne terra di conquista. I dominatori nelle varie epoche ne hanno devastato il territorio, sfruttando il sottosuolo o cancellando, in passato, le foreste, o introducendo una industrializzazione fuori luogo nel presente, anziché assecondarne ed incentivarne le risorse naturali.
Ci interroghiamo, oggi, cosa possiamo ancora fare per salvare quanto ancora salvabile e preparare, nella maniera migliore, il nostro futuro.
La riflessione ed il confronto sull’uso-consumo del territorio sardo deve riguardare tutti non solo gli addetti ai lavori. A questi ultimi il compito di stabilire le regole per la salvaguardia e la tutela di tutto il territorio, non solo delle coste ma anche dell’interno, ma partendo dalla “condivisione”, non dalla logica della norma calata dall’alto, a cui i sardi sono da secoli abituati. Non continuiamo con la vecchia logica del Principe, di machiavellica memoria.
Nel riepilogare gli interessanti interventi, prima del dibattito, voglio commentarne alcuni.
Il giornalista Costantino Cossu ha messo a fuoco un punto cruciale, quando ha detto che un passaggio del PPR non lo convinceva: quello che prevedeva, nelle future urbanizzazioni del territorio, l’imprimatur “unico” dei vertici regionali. Credo che sia un modo per spogliare i Comuni, espressione vera, concreta, degli abitanti di quel territorio, del potere residuo, solo formale. Se una legge è chiara e prevede delle regole precise, la sua applicazione non può essere delegata? Quella del giudice unico è un modo per dire che i Comuni non sono in grado neanche di applicare le norme. Ecco perché esiste il concreto pericolo che l’imminente Referendum veda rigettato un Piano, condivisibile nella sostanza ma errato nelle procedure formali: è mancato, nella fase di preparazione, come ho detto nel dibattito, il coinvolgimento forte dei Sardi.
Sandro Roggio, sostenitore convinto del Piano, non ha mancato di mettere più di una volta il dito nella piaga. Mi è sembrato di vedere nel suo libro della amarezza nel constatare la “pochezza” della nostra classe politica (che condivido) quando afferma che solo la forza , spesso non condivisa, del Presidente Soru ha consentito il via libera al PPR. Senza questa forza, nulla sarebbe mutato. Ma Sandro Roggio scrive anche del pericolo che un Presidente con i superpoteri può causare: domani un uomo solo può anche approvare un pessimo Piano.
Lo scrittore Giorgio Todde mi è sembrato troppo “di parte”. E’ pur vero che è stato protagonista e parte attiva e determinante nell’iter di formazione del Piano, ma la sua convinzione che non vi sono stati errori, neanche procedurali, mi è sembrata come minimo eccessiva.
Il successivo dibattito ha messo in luce dubbi, perplessità, incertezze. Gli studenti intervenuti hanno dimostrato non solo interesse ma anche preoccupazione e ansia per il futuro.
La nostra Prof. Mazzette ha cercato, come padrona di casa, di mettere tutti a proprio agio. Ha anche detto che è stata accusata di “mediare troppo”, accusa che non condivido. Credo, invece, che abbia voluto, soprattutto dialogare, confrontare, ascoltare. E’ sentendo le voci più diverse, anche le più distanti, che possiamo, che dobbiamo, metterci in gioco: confrontiamoci in continuazione.
Se tutto il nostro sistema politico e di governo usasse di più il dialogo ed il confronto anzichè l’imposizione, se si passasse dalla logica di Government a quella di Governance, potremo, davvero, sostenere di essere tutti coinvolti e protagonisti delle nostre scelte future, ma, soprattutto, potremo essere orgogliosi del nostro insostituibile ruolo di Cittadini e non di Sudditi.

Mario Virdis

virdismario@tiscali.it - http://www.amicomario.blogspot.com/

mercoledì, dicembre 05, 2007

SPES ULTIMA DEA !






Sassari 5 dicembre 2007
Questo articolo è scritto dal caro amico Prof. Gianpiero Gamaleri, Ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università degli Studi Roma tre, (rotariano, Past-President del Rotary Club di Roma, responsabile distrettuale della Comunicazione).

“IL PUNTO” di Gianpiero, tratta un argomento importante: l’apparente tiepida accoglienza alla nuova Enciclica “ SPE SALVI”, del nostro Papa Benedetto XVI, sulla “speranza cristiana”.



IL PUNTO di Gianpiero Gamaleri
(articolo pubblicato per E POLIS, IN Sardegna da “IL SARDEGNA” del 4 dic.2007)

L’enciclica del Papa e i suoi lati positivi.

Cadrà anche questa enciclica di Benedetto XVI nel dimenticatoio, senza neppure essere sfogliata? Rimarrà confinata negli scaffali delle librerie cattoliche di Via Conciliazione a Roma o di Piazza del Duomo a Milano? Molto probabilmente sarà proprio cosi, ma sarà un peccato: non un peccato in senso religioso, ma un peccato in senso laico: un’occasione perduta. Perché il tema stesso dovrebbe richiamare l‘attenzione di milioni di fedeli e non fedeli, in tutte le parti del mondo. Oggi c’ una colossale domanda di speranza, collettiva e individuale.
Spes ultima dea dicevano gli antichi. Un uomo, un anziano, un giovane, senza speranza è già morto. E, il Papa, nella sua lettera scava proprio dentro questa esigenza. E lo fa con grande delicatezza, con una prosa che sfocia inaspettatamente nel racconto di una ragazza africana Giuseppina Bakhita, nata nel Darfur, in Sudan, nel 1869, anche allora come oggi terra travagliatissima. Rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta 5 volte, con 144 cicatrici sul corpo martoriato dalle frustate. Fino a essere comprata da un mercante italiano e ad avviarsi non solo sulla via della libertà, ma anche su quella della santità, con la canonizzazione, disposta da Giovanni Paolo II.
La sua parola-chiave fu “la speranza”. Come fa a scrivere Eugenio Scalfari su La Repubblica di domenica che questa è un’enciclica europea, quando l’esempio più lampante portato dal Papa viene dal centro Africa? E come fa a dire che è un documento solo per i credenti di fronte alla sofferta problematica proposta da Benedetto, quando scrive – interpretando un sentimento che travaglia il pensiero contemporaneo: “ continuare a vivere in eterno appare più una condanna che un dono. La morte la si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine, può essere solo noioso e alla fine insopportabile”.
Quindi nessuna facile propaganda fideistica, ma la sottolineatura del comune denominatore di ogni esperienza, posizione, ideologia: il bisogno di speranza. All’inizio del suo pontificato questo Papa, schiacciato dalla statura del predecessore, disse press’a poco: accettatemi per quel che sono, vogliatemi bene senza pregiudizi.
Sta camminando lungo questa strada del farsi conoscere uomo tra gli uomini. Troppi ancora lo ignorano, ma soprattutto alcuni lo inchiodano in un’immagine che non gli appartiene.
Gianpiero Gamaleri

martedì, dicembre 04, 2007

SAGGEZZA SENILE..

Accompagno l'articolo che segue con un ritratto che identifica il tempo...che trascorre e invecchia tutto, a partire dagli uomini.
L'autore è la Prof. Antonietta Mazzette, ben nota agli studenti di Scienze Politiche dell'Università di Sassari.
Lo pubblico nel blog per far riflettere i giovani: io non lo sono più da un pezzo!
Eccolo.

SAGGEZZA E…FRAGILITA’

“Il Vecchio è fragile e le sue ossa sono di vetro, basta una distrazione che una costola si rompe in un baleno. Per questo è sempre attorniato dai familiari che non gli danno tregua. Tutti a raccomandargli di usare cautela e a ripetergli ‘non fare questo’, ‘non fare quest’altro’, ‘non mangiare questo cibo che ti fa male’, ‘cammina piano’, e via discorrendo, perché, si sa, i vecchi devono stare sempre attenti.
La vita del vecchio ormai è diventata una continua ansia per tutte queste sagge raccomandazioni, anche perché frasi del genere il Vecchio se le sente ripetere almeno dieci volte al giorno. Ma più costoro gli ricordano la sua vecchiezza e più lui la dimentica. O per meglio dire, fa finta di perderne per strada il ricordo. Per questa ragione ogni giorno cammina a perdifiato infischiandosene allegramente di tutte le raccomandazioni, perchè la sua testa, ignorando l’età, continua ad essere piena di progetti così come gli batte forte il cuore davanti ad ogni donna che gli ricorda un volto amato. Lui che ad ogni donna ripeteva ‘ho avuto cento amori e tu sei l’ultimo’.
Ma i familiari non gli danno tregua, raccolgono il ricordo della sua vecchiezza e glielo rendono con stucchevole gentilezza, pensando così di dominare i suoi impeti.
Il Vecchio è un uomo intelligente e sa essere furbo. Così un giorno escogita un piano per imbrogliarli ben benino. Incarta il ricordo della vecchiezza e lo nasconde mescolato tra i tanti ricordi, tanti quanti può contenerne la memoria di uno che ha vissuto a lungo e che dalla vita ha preso a piene mani.
Per un po' di tempo se ne sta quieto quieto per distrarre parenti, amici e conoscenti che, rassicurati della saggezza ritrovata, finalmente allentano la presa.
Una mattina il Vecchio decide di fare una passeggiata dalla vetta della collina fino al mare. Cammina lentamente per non allarmare i parenti che lo osservano dall’alto. Apparentemente è assorto nei suoi pensieri, in realtà è deciso a mettere in pratica il piano escogitato: regalare i suoi ricordi a chiunque incontri lungo la strada, sconosciuti o persone a lui note poco importa. Saluta tutti, a volte con calore, talaltra con indifferenza, si indispettisce con chi mal sopporta. Ma ai vecchi è perdonato tutto, anche le piccole cattiverie.

A ognuno dà in dono un suo ricordo: del primo amore all’uomo curvo, della sfida vinta al bambino grassottello che ansima per la fatica del camminare, delle mille ricchezze sperperate con allegra insensatezza al barbone seduto vicino all’edicola, dell’odore della terra bagnata alla donna scombinata che non sa conciliare famiglia e lavoro, e così via.
Cammina a lungo distribuendo con generosità a destra e a manca. La sorpresa iniziale si trasforma in gratitudine, nessuno aveva mai ricevuto un regalo più prezioso, neppure quella coppia di amanti che piangono perché in dono hanno avuto il ricordo di un amore finito.
Ora può tornare a casa, ha ormai regalato tutti i suoi ricordi.
In cima alla via vede una ragazza dalla grazia indefinibile, come quella di Gurù, lui si sente un Giovancarlo ma non ha più ricordi da regalarle. Il Vecchio la guarda e invano fruga nella sua memoria, perché l'unico rimastogli è il ricordo della sua vecchiezza. Lo aveva celato così bene che se l’era dimenticato. Rimane interdetto sul da farsi, non vorrebbe darle proprio quel ricordo a neppure vorrebbe lasciarla senza, ora lo sa è lei il suo ultimo amore.
Seppur rammaricato le dona proprio il ricordo da lui meno amato, ma ora sa che…”
a.m.

TRA SOGNO...E REALTA' : MAMMA HO PERSO IL "LUOGO..." !


Ho voluto titolare "in modo scherzoso" un serio articolo della Prof. Antonietta Mazzette ( apparso su http://www.eddyburg.it/ )sulle recenti trasformazioni dei luoghi del nostro vivere quotidiano, il cui titolo reale è:

LUOGHI, NON LUOGHI E SUPERLUOGHI.


La prof. Mazzette è docente di Sociologia Urbana nella Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Sassari. Tra i lavori più recenti "La città che cambia", "La vulnerabilità urbana", "Effervescenze urbane", "L'Urbanità delle donne" e l'ultimo "La Metropoli consumata".

ecco l'articolo.
Luoghi, non-luoghi e super-luoghi

Dai non-luoghi ai super-luoghi. Su questo ipotetico passaggio si è concentrata recentemente anche l’attenzione mediatica italiana. Le espressioni non-luoghi e super-luoghi, seppure appaiano straordinariamente efficaci, sono artificiose e vanno utilizzate con grande cautela perché un loro uso semplificato può diventare fuorviante e distorcente. Mi sottraggo perciò a questo uso ed entro nel merito dei contenuti del dibattito che si è sollevato sulle pagine di Repubblica e di Eddyburg.
Sinteticamente si possono individuare due percorsi riflessivi che non sempre, però, rimangono distinti e opposti: quello che porta a definire i cosiddetti super-luoghi una nuova forma urbana; quello che li considera invece una forma rinnovata di anti-città.
Sono pienamente convinta che i nuovi ‘contenitori’, deputati al consumo come svago e forma di socializzazione che si collocano lungo i sistemi viari e di collegamento, seppure non siano percepiti come appartenenti alla città anche dai suoi diretti fruitori, sono a tutti gli effetti una esplicita manifestazione del vissuto metropolitano ed urbano. Ciò perché, come ha scritto Sgroi nel nostro volume La metropoli consumata: “Nella urbanizzazione neometropolitana le funzioni urbane … sono rimescolate e disperse nel territorio in modo che siano fruibili da tutte le popolazioni che vivono occasionalmente o continuativamente l’esperienza metropolitana”; dagli spazi dell’abitare (continuativa o instabile) a quelli del produrre; dagli spazi del consumare a quelli dell’agire collettivo. Si badi - avverte Sgroi - “che questa classificazione è nella sua esemplificazione assolutamente fluida: i luoghi sempre di più perdono il loro carattere di stock per assumere quello di flusso; non soltanto: i luoghi sempre meno sono e sempre di più sono creati”, compresi quelli che abbiamo ereditato dal passato.
E se l’urbanistica e la politica continuano ad ignorare la proliferazione ‘spontanea’ di questi contenitori, l’architettura fa del déjà-vu urbano occasione di business economico: dalle mura medievali ai capitelli, dalla piazza alla fontana, e così via. Appaiono lontani, dunque, i contenitori grigi rivolti verso l’interno (perché la centralità era data dalle merci esposte) ideati da Gruen e dai suoi successori, e ciò non perché è intervenuta l’architettura a dare ‘dignità’ urbana a questi luoghi del consumo, bensì perché il consumo è diventato un’azione sociale ben complessa e potenzialmente infinita. Come scrive Cini nel suo bel libro Il supermarket di Prometeo le nuove forme di consumo sono infinite perché è “senza limiti la nuova informazione che la mente umana può creare”. In altre parole, il consumo (materiale o immateriale che sia) è diventato l’elemento trainante e unificante che sta permeando di sé luoghi fisici e luoghi virtuali, conoscenze e culture, socialità e bisogni individuali.

Si tratta di un processo inevitabile? In parte sì, se lo leghiamo ai nuovi caratteri della modernità, ai mutamenti della produzione materiale ed alla sua de-localizzazione nello spazio-mondo, al fatto che l’informazione e la rivoluzione microelettrica sono l’input e la sostanza di questi mutamenti. In parte no, se pensiamo alle politiche urbane di questi ultimi anni che, più che ‘regolatrici’ del consumo (in senso di contenimento), sono diventate esse stesse politiche orientate al e produttrici di consumo, a partire dal consumo del suolo. Ciò riguarda in special modo l’Italia. Condivido l’affermazione di Salzano secondo cui oggi nel nostro Paese si è creato un grande squilibrio tra la forza dell’impresa commerciale e la debolezza dell’amministrazione pubblica. Anche perché questa forza è concentrata nelle mani di soggetti extra-urbani e (extra)sovra-nazionali che con le loro scelte di investimento e di localizzazione delle attività, per lo più prese al di fuori della ‘cinta urbana’, oltre che della singola nazione, incidono sul mutamento territoriale ed economico, senza per questo avere il bisogno di stare dentro i processi decisionali tradizionali e di governo pubblico della città. Ovvero non hanno bisogno del consenso democratico, eppure giocano un ruolo pesantissimo nella dis-articolazione territoriale e nella trasformazione economica e sociale della città. Mi riferisco alle multinazionali proprietarie di catene d’alberghi, di centri della grande distribuzione, di convenience store, di factory outlet ed altro ancora.
Il tutto però avviene in sintonia con la proliferazione di politiche urbane orientate quasi esclusivamente ad attrarre visitatori/consumatori, perché questa è apparsa alle amministrazioni locali la modalità centrale, se non l’unica, per rilanciare e rendere competitive le città o parti di esse. Da questo punto di vista appare poco significativo entrare nel merito dei tipi di consumo che si formano in un centro storico o in uno shopping mall, in un centro commerciale di vecchia o nuova generazione oppure in un open air center. Così come poco importa la tipologia dei mezzi di consumo, perché in fondo la città di lunga durata sta sempre più assomigliando ai nuovi contenitori, non tanto per la sua conformazione fisica ed architettonica quanto per le azioni sociali di cui si sta riempiendo, azioni dense di uno stare insieme sociale finalizzato quasi esclusivamente al consumo.
Il consumo è democratico? Formalmente sì. Nel senso che ogni singolo individuo ha il diritto di accedere a questi spazi. Naturalmente l’esercizio di questo diritto particolare varia con il variare della concreta capacità economica e culturale che ha ogni singolo individuo. In pratica significa che se si accetta l’equivalenza città=consumo, facendo di quest’ultimo l’indicatore di misurazione della cittadinanza, l’esito finale non potrà che essere quello di produrre una città sempre più duale in termini di inclusione ed esclusione sociale, prima ancora che in termini territoriali.

La città è storicamente luogo e prodotto del conflitto, dove, come scrive Salzano nel suo Ma dove vivi?, le contraddizioni sono “momenti di dialettica”, ossia momenti di formazione dello “spirito cittadino”. Ma quel che manca oggi sono per l’appunto le sedi dove sviluppare questo spirito cittadino. E mi appare difficilmente sostenibile l’idea che il mercato (in qualunque forma si presenti) possa assumere anche la veste di luogo di decisione democratica.
(a.m.)

giovedì, novembre 22, 2007

IL NOSTRO FUTURO...URBANO: SONO QUESTI I NUOVI GIARDINI DELL'EDEN DELLA GLOBALIZZAZIONE?

Alessandro Giorgi: Architettura avanzata.
Le Dubai Towers: 4 torri dai 54 ai 97 piani, con sviluppo e "movimento a lume di candela".


Oristano 20 Novembre 2007



LE NUOVE METROPOLI TRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO.
( Rif. all’art. del Manifesto del 3 ott.2007 di Rem Koolhaas)


Le città sono un libro aperto.
Chi ama viaggiare, scoprire, confrontarsi con altri popoli, con altre civiltà, passeggiando anche per la prima volta in una città sconosciuta, può scoprire molte cose dei suoi abitanti. La città-libro rispecchia, certamente un percorso oltre che storico, culturale e sociale di rilevanza notevole.
Come scrive Rem Koolhaas i nostri antenati ( il riferimento è alla civiltà greca) costruivano i monumenti pubblici, destinati alla fruizione della Comunità, con un forte senso di responsabilità nei confronti della “Cosa Pubblica”, nettamente differente ed al disopra della “Cosa Privata”. Lo “Spazio” pubblico, l’architettura pubblica, dovevano essere necessariamente in un piano “sovrastante”, dominante, rispetto agli spazi ed ai luoghi destinati al consumo privato.
Questa logica, questo concetto di supremazia, del Pubblico sul Privato, pur nel lungo percorso dei secoli, e nelle sue innumerevoli variabili, ha mantenuto la sua valenza sino agli ultimi anno del secolo scorso.
Complice, forse, una intricata catena di fattori, prevalentemente di natura economica, da poco meno di un ventennio, il sistema consolidato di supremazia del pubblico sul privato è stato spazzato via.
Il fenomeno ormai noto come Globalizzazione, anche se con sfaccettature da Idra a sette teste, ha minato alla radice i preesistenti rapporti di forza, svilendo ed impoverendo il potere pubblico, oramai in costante declino, ed alimentando impropriamente il potere privato, con conseguenze la cui portata, forse, è ancora tutta da scoprire.
La nuova lotta per la supremazia, tra la resistenza dei pubblici poteri che non vogliono abdicare e la forza e l’arroganza dei nuovi poteri economici privati, fatta di negoziazioni intense, è nettamente visibile anche nell’architettura, nella costante trasformazione degli spazi urbani.
I concetti per anni imperanti di Neutralità, Dignità, Rispetto, Ambiente, riferiti al contesto urbano ed alla sua fruibilità, ormai non trovano più ragione di esistere. Le Città non sono più “Luoghi”, con spazi da vivere, socializzare, dialogare, crescere. La Città non è più al servizio dei suoi abitanti ma “Catena di montaggio” al servizio della Globalizzazione, al servizio del “Dio Danaro”, dove poche multinazionali, per realizzare profitti enormi, utilizzano l’alveare umano per produrre il miele a loro uso e consumo. Generando, come dice Koolhaas “..due condizioni completamente diverse: la città che esplode e la città che si contrae, con quasi nulla nel mezzo…”.
Città non più funzionali alla crescita ed allo sviluppo sociale, ma solo subordinate al profitto economico di “pochi”, quindi non condiviso. Città che si sviluppano in assenza di troppe regole, dove i grattacieli convivono con i campi di riso, come in Cina, o con immensi alberghi galleggianti davanti a coste desertiche, come a Dubai, sempre e solo in funzione del Dio-profitto. Per dirla con Koolhaas, “..del vasto repertorio di tipologie rimangono il grattacielo e la baracca, sistemati all’interno di un impianto urbano apparentemente caotico…”.
Città, quelle di oggi, che hanno perso la loro funzione originaria. L’Agora della civiltà greca, la piazza centrale della Polis greca, dove si svolgeva la vita politica, sociale e commerciale della città , luogo principe di incontro e confronto quotidiano, si è brutalmente estinta, sostituita dai nuovi “Luoghi non Luoghi”, spazi più virtuali che reali, dove una anonima schiera di api operaie lavorano costantemente al servizio di un potentato economico “Privato” sempre più imperante.
Le nuove città sono città senz’anima. Città nuove dove gli spazi anche puliti, di grande perfezione tecnologica, sono privi di emozioni. Città amorfe; dove le manifestazioni umane come la gioia o la sofferenza, stentato a trovare collocazione; città dove anche la gioia del sano divertimento è “finta”: una gioia virtuale, una gioia drogata, che diventa follia collettiva, dove la finzione sostituisce la realtà. Città dove non trova spazio chi è “out of group”, chi chiede l’elemosina o chi, abbrutito dall’alienazione, muore o si ubriaca. Città aliene, dove l’apparire ha sostituito l’essere.
Non credo che questo abbrutimento continuerà a lungo. La storia dimostra che è fatta di “Epoche”, di cicli, in parte positivi ed in parte negativi.
Ci vorrà del tempo, ma credo che, col concorso di tutti, potremo sperare in un “ Nuovo Rinascimento”.

(Mario Virdis)
-corso di laurea specialistica EDC , matr. 30019800

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venerdì, novembre 09, 2007

SALVIAMO UN TESORO DEL MEDIOEVO !

La grata che separa il Convento dalla Chiesa.
Chiostro di Santa Chiara

Archivio segreto


Interno della Chiesa




Bifora della Chiesa




L'affresco appena ritrovato, in fase di studio e recupero.




Antico libbro delle Professe.






Facciata della Chiesa







Chiesa e Convento delle Clarisse










Oristano, 5 Novembre 2007

- ARTICOLO PER “VOCE DEL ROTARY”





INTERESSANTE INIZIATIVA CULTURALE DEL CLUB DI ORISTANO

SALVIAMO UN TESORO DEL MEDIOEVO

Nell’antica Chiesa di S. Chiara affiora, dopo secoli di oblio, un interessante dipinto medioevale.


Il Convento di Santa Chiara (con l’annessa Chiesa) in Oristano, secondo alcuni storici, è il più antico monastero di Clarisse sorto in Sardegna e risalirebbe a circa dieci anni dopo la morte di santa Chiara. La presenza delle Clarisse ad Oristano risalirebbe alla seconda metà del 1200, anche se non ci sono documenti che possano provarlo con certezza. Certa è invece la data di "rifondazione": 22 settembre 1343, come si rileva dalla lettera apostolica inviata dal papa Clemente VI al giudice Pietro III. Si legge nella lettera:
“… Al diletto figlio, nobiluomo Pietro, giudice di Arborea, in Sardegna della Diocesi Arborense... La tua lettera a noi presentata diceva che tu, a lode di Dio e per la salvezza tua e dei tuoi genitori, disponi di fondare di nuovo e dotare un certo monastero di suore di Santa Chiara nel luogo e città di Oristano... Con la presente, te lo concediamo per grazia speciale con la (nostra) autorità apostolica. Dato in Villanova, Diocesi di Avignone, il 22 settembre 1343, anno secondo (del nostro pontificato)".
Il giudice Pietro III, poi, per la sua magnanimità otteneva il permesso di accedere al monastero e con lui la madre, la sorella Maria ed altre persone, questo è quanto concedeva papa Clemente VI in una lettera datata 30 giugno 1345. La lettera precisa che il monastero includeva la preesistente chiesa di san Vincenzo martire:
" perché il luogo e il monastero delle monache recluse, San Vincenzo in Oristano, dell'ordine di Santa Chiara…".
Il monastero già nel 1345 era abitato da tredici suore provenienti in parte da Pisa. I nomi delle suore compaiono in lettere papali del 1371 e 1373, ma anche in atto pubblico del giudice Mariano IV del 1368:
“…suor Ceccha de li Stroci badessa, Nicolita Exeo, suor Nicolina d'Arezzo, suor Catherina Doria, suor Clara Passegi, suor Margherita Caton, suor Benedetta de Serra, (appartenente forse alla famiglia giudicale), badessa nel 1371…”.
Oltre alle precedenti lettere apostoliche, quella del papa Clemente VI, concedente indulgenze:
" Desiderando inoltre che la Chiesa del monastero delle suore di Santa Chiara, nella diocesi di Arborea dell'ordine della medesima Santa venga frequentata con i dovuti onori e perché i fedeli vi affluiscano volentieri per devozione, concediamo un anno e quaranta giorni di indulgenze ogni volta che nelle seguenti festività... visiteranno la Chiesa. Dato in Avignone il 12 luglio 1351".
Il giudice Pietro III, che donò vita a questo monastero, morì nel 1347 e sua moglie donna Costanza, figlia di Filippo Aleramici marchese di Saluzzo, si ritirò in monastero trascorrendo qui gli ultimi mesi della sua vedovanza e vita. Una lapide ritrovata nel secolo scorso, scritta in caratteri gotici ci ha lasciato la data della sua morte, 18 febbraio 1348:
" Hic lacet egregia domina Constancla de Saluciis olim Iudicissa arboree quae obiit die XVIII mensis februarii anno domini milleccc quadragesimo octavo".
Di donna Costanza di Saluzzo resta pure il testamento col quale donò al monastero di Santa Chiara la Villa di Molins de Rey, città situata nel basso Llobregat in Catalogna, che aveva ricevuto in dono dal marito, e che le suore per la lontananza e la difficoltà di amministrarla, rivendettero alla regina Eleonora d'Aragona, come attestano diverse lettere indirizzate dal pontefice Urbano V ai vescovi di Bosa e di Barcellona ed alla stessa regina d'Aragona per la riuscita della vendita.
Circa questa vendita resta anche l'atto di un bando pubblico, conservato nell'Archivio della Corona d'Aragona, ripetuto ad alta voce in Oristano per ben cinquanta giorni dal banditore cittadino per ordine del "potente signore Mariano IV" (padre di Eleonora D’Arborea) e del podestà della città, don Aquano de Tola:
"…Ascoltate: Da parte del signor Giudice di Arborea si rende noto che se qualche persona di qualsiasi stato, legge, onore o condizione abbia o creda avere qualche diritto sulla città dei Mulini Reali del fiume Llobregat (Molins de Rey), che l'Abbadessa e il Monastero di Santa Chiara di questa città di Oristano ha e possiede in franco diritto in Catalogna, nel viscontato di Barcellona, presso il fiume Llobregat, da rilascio fatto dall'egregia donna Costanza di Saluzzo, di buona memoria, che comparisca entro i trenta prossimi giorni innanzi al podestà e alleghi le ragioni che ha, poiché, trascorso questo periodo non potrà più reclamare. Dato nella città di Oristano, capoluogo della giudicatura di Arborea, ai ventitré giorni di Luglio dell'anno del Signore milletrecentosessantasette. Giovanni Serra, notaio".
L’Oristanese nel Medioevo fu teatro di tante guerre. Il Giudicato d’Arborea fu tra i più resistenti regni indipendenti della Sardegna. Cadde dopo una sconfitta dell’esercito nella zona in cui oggi si trova Sanluri; il combattimento è ancora oggi ricordato come Sa Battalla, una ricostruzione, con i costumi dell’epoca, dell’epico scontro. Il Giudicato, dopo l’arrivo degli aragonesi, divenne, poi, un marchesato.
Il Monastero di S.Chiara e la sua Chiesa ricchissima di storia sono, dunque, fra i gioielli più preziosi della nostra città di Oristano. E’ proprio in questo antico complesso medioevale che ora è venuto alla luce un tesoro di inestimabile valore: un dipinto di circa sei metri quadri, rimasto per secoli nascosto da un “ …palchetto, impiegato come affaccio, che lo ha protetto dagli attacchi del tempo e dall’invecchiamento…”, come ha scritto recentemente, nella pagina culturale de “ L’Unione Sarda”, il giornalista Nikolaj Frigo.
La scoperta è recente, anche se alcuni ben informati sostengono che la prima ad accorgersi dell’esistenza di quel tesoro è stata suor Celina Pau, suora del convento, talmente affezionata alla storia della Sua Chiesa da diventare un’appassionata studiosa di storia dell’arte e che con le Clarisse del suo convento ha dato alle stampe una bella pubblicazione “ Chiesa e Monastero di S. Chiara in Oristano”, recentemente uscito sulla rivista Biblioteca Francescana sarda.
L’interesse per l’eccezionale ritrovamento ha mobilitato studiosi ed esperti. Roberto Coroneo, docente di Storia medioevale e direttore del Dipartimento di Scienze archeologiche e storico-artistiche dell’Università di Cagliari, afferma:
“…dalle prime indagini che siamo riusciti a svolgere sul posto è possibile intravedere un crocefisso, una figura inginocchiata e degli angeli… ma per avere qualche informazione più precisa è necessario svolgere studi particolari, utilizzando non soltanto metodi tradizionali ma anche scientifici e di diagnostica con strumenti tecnologici. La scoperta, comunque, è importante perché non esistono testimonianze medioevali paragonabili a questa in Sardegna…”.
Un pool di esperti di valore, gli architetti Rossella Sanna e Federica Pinna, con gli storici dell’arte Andrea Pala e Nicoletta Pinna, è già all’opera per definire un piano di ricerca e recupero.
Oristano, pur ricca di storia, ha perso con il tempo non poche testimonianze del proprio glorioso passato: la città, patria di Eleonora D’Arborea, cerca oggi di ritrovare e valorizzare quanto si è salvato dall’incuria del tempo e degli uomini. Sostiene, ancora, il docente e studioso Roberto Coroneo:

“…in Sardegna con il trascorrere del tempo queste opere si sono perse per tante ragioni; trovare quindi una parete dipinta in una città come Oristano, un riferimento per l’architettura, ha una grande importanza…”. Conclude, poi, dicendo: “…Purtroppo (il dipinto) non è in buono stato di conservazione, quindi è necessario utilizzare nuove tecnologie e nuovi sistemi d’avanguardia, prima di tutto per ricostruire il dipinto al computer e poi recuperarlo…”.
Gli esempi di pittura medioevale non sono tanti in Sardegna. Le poche tracce visibili sono a Sant’Andrea Priu a Bonorva, nella cripta di S.Lussorio a Fordongianus e, come arte romanica, a Saccargia, S.Nicola di Trullas, a Semestene e a Galtellì.
Il problema più importante ora è recuperare i fondi necessari a salvare l’opera.
Il nostro club, unitamente agli altri due club di servizio cittadini, Lions e Soroptimist, ha deciso di intervenire finanziariamente per restituire alla città uno dei suoi tesori. L’iniziativa, definita nello scorso anno rotariano, prosegue quest’anno con la speranza di vedere completata l’opera proprio nell’anno del nostro quarantennale. Chissà!

Mario Virdis
virdismario@tiscali.it

all.foto del dipinto e del complesso medioevale.

Abitazione ed Ufficio:- Viale San Martino n. 17 - 09170 ORISTANO -
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giovedì, novembre 08, 2007

I CAVALIERI CON IL PENTACROCE NELLA NOBILE TERRA DEGLI ARBOREA








Oristano, 5 Novembre 2007






ISTITUITA IN CITTA’ LA DELEGAZIONE DEI CAVALIERI DEL S. SEPOLCRO DI GERUSALEMME

I CAVALIERI CON LA CROCE GEROSOLIMITANA NELLA NOBILE TERRA DEGLI ARBOREA




Complice l’inattesa giornata di sole gli oristanesi che sabato 27 Ottobre affollavano la Piazza della Cattedrale e le vie del centro storico della città hanno assistito ad una cerimonia quantomeno insolita. Un corteo di Cavalieri e di Dame che, rivestiti dai mantelli e preceduti dai vessilli ornati con la rossa croce gerosolimitana, si recava in Cattedrale per festeggiare la Beata Vergine Maria, Regina della Palestina, Patrona celeste dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, e per ufficializzare l’istituzione della nuova Delegazione di Oristano.

La celebrazione della ricorrenza è stata presieduta, nella Cattedrale di S. Maria, dall’Arcivescovo Metropolita di Oristano, S.E. Rev.ma Mons. Ignazio Sanna, Grand’Ufficiale dell’Ordine e Priore della nuova Delegazione.

Alla presenza del Luogotenente per l’Italia Centrale e Sardegna dell’Ordine, S.E. il Cavaliere di Gran Croce Alberto Consoli Palermo Navarra, del Preside della Sezione Sardegna, il Grand’Ufficiale Renato Picci, dei Delegati di Sassari, il Cavaliere Vincenzo Picci e di Nuoro, il Cavaliere Salvatore Cambosu, una folta rappresentanza di Cavalieri e di Dame provenienti da tutta la Sardegna, si è raccolta in preghiera per onorare la Vergine Maria e per assistere alla cerimonia di istituzione della Delegazione di Oristano, affidata alla guida del neo-Delegato, il Cavaliere Mario Virdis. Numeroso anche il pubblico che ha voluto unirsi in preghiera con i Cavalieri e le Dame del Santo Sepolcro. Tra le Autorità locali presenti, il Sindaco di Oristano d.ssa Angela Nonnis ed il V.Prefetto vicario Dr. Ledda.

L'Ordine del Santo Sepolcro trae le sue origini storiche nel sodalizio cristiano costituitosi presso la Chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme subito dopo la conquista della Città Santa da parte dei Crociati.
Ma cosa significa oggi per un cristiano diventare Cavaliere del Santo Sepolcro di Gerusalemme? Cosa spinge un cristiano, già impegnato nella vita sociale ad accettare di indossare il mantello dei vecchi crociati? La risposta la troviamo ripercorrendo insieme la storia recente dell’Ordine.

Nel 1847, ripristinato il Patriarcato Latino di Gerusalemme, il Beato Pio IX, con la Bolla "Nulla Celebrior" diede nuova vita all'Ordine, affidandogli il compito precipuo di provvedere al mantenimento delle attività del Patriarcato stesso. Lo Statuto, più volte modificato (fino all'ultimo aggiornamento approvato nel 1996), ne mantenne immutata la finalità caritativa di assicurare un regolare appoggio di preghiere e di opere alle comunità cristiane in Terra Santa. Finalità che si é rivelata essenziale negli ultimi decenni, anche come mezzo per arginare la forte tendenza all’emigrazione.

Alcuni dati diffusi in questi ultimi anni dall’Università di Betlemme forniscono uno scenario quanto mai drammatico. Dal 1948, hanno lasciato la Terra Santa 230 mila cristiani. La popolazione cristiana di Gerusalemme, che conta oggi 14 mila persone, è scesa, tra il 1840 e il 2002, dal 25% al 2%. Nello stesso periodo, gli ebrei sono passati da 4 mila a 400 mila unità, mentre i 4.600 mussulmani sono diventati 143 mila.

Oggi, con i contributi dei circa 24.000 Cavalieri e Dame, raggruppati in 52 Luogotenenze (di cui 5 in Italia), l'Ordine del Santo Sepolcro, oltre alle 68 parrocchie, finanzia circa 45 scuole frequentate da oltre 19 mila ragazzi appartenenti ad ogni razza e religione.

I ragazzi cristiani che frequentano queste scuole e le cui rette scolastiche sono interamente sostenute dai Membri dell’Ordine, sono circa 10 mila. Attraverso tali aiuti, l’Ordine del Santo Sepolcro si prefigge di dare ai giovani cristiani una istruzione adeguata per inserirsi in un contesto sociale e politico, come è quello attuale della Terra Santa, che non lascia spazi alla minoranza cristiana, se non a livelli culturali e professionali di eccellenza.

Attraverso il potenziamento delle iniziative mirate alle scuole, l’impegno dell’Ordine del Santo Sepolcro, però, vuole essere prevalentemente una missione di pace. I Cavalieri e le Dame del Santo Sepolcro, dunque, impegnati a concorrere, come “operatori di pace”, al raggiungimento di quella pace che, in Terra Santa, purtroppo, appare ancora molto lontana.

Bambini e ragazzi cristiani, ebrei e mussulmani, sedendo sugli stessi banchi, imparando a convivere e a fraternizzare, avendo avuto oggi l’occasione di vivere uniti la loro formazione scolastica e culturale, liberi da pregiudizi ed antichi rancori, forse domani, potranno essere finalmente in grado di costruire insieme quella pace da tutti tanto auspicata.

“Per giungere alla pace bisogna educare alla pace”, esortava il compianto Sommo Pontefice Giovanni Paolo II nel suo messaggio, in occasione della giornata mondiale di alcuni anni fa. In sintonia con tale esortazione, l’Ordine del Santo Sepolcro ha iniziato ad impegnare le singole Luogotenenze ad assumere, in via esclusiva, il mantenimento di una o più scuole. La Luogotenenza per l’Italia Centrale e Sardegna, fin dall’anno 2004, si è fatta carico e provvede al pagamento delle rette dei 1.000 studenti cristiani, fra i 1.900 giovani circa, che frequentano la scuola di Madaba, in Giordania. Dall’anno 2006, inoltre, partecipa al finanziamento dei lavori e delle opere di ammodernamento del Centro Scolastico Comunitario di Jenin, in Samaria e, da quest’anno, anche di quello di Aboud, nei Territori Palestinesi a nord ovest di Gerusalemme.

Sono punti di riferimento e di esempio, nella vita spirituale dei Cavalieri e delle Dame, le figure dei Santi che hanno fatto parte dell’Ordine: San Pio X, (che ne fu Gran Maestro), i Beati Cardinali Giuseppe Benedetto Dusmet, Andrea Ferrari e Ildefonso Schuster, nonché Bartolo Longo (fondatore del Santuario di Pompei).

La guida ed il coordinamento delle attività dell'Ordine, che ha personalità giuridica vaticana, sono affidati ad un Cardinale Gran Maestro (attualmente il cardinale John Patrick Foley, di recentissima nomina), assistito da un Gran Magistero a composizione internazionale.

La Luogotenenza per l’Italia Centrale e Sardegna, posta sotto la responsabilità di un Luogotenente (attualmente S.E. Alberto Consoli Palermo Navarra) e la guida spirituale di un ecclesiastico (attualmente S.E. Rev.ma Mons. Giovanni De Andrea, Arcivescovo titolare di Acquaviva, Nunzio Apostolico), ha competenza territoriale nelle regioni Abruzzo, Lazio, Marche, Molise, Sardegna, Toscana ed Umbria ed amministra circa 2.500 persone, tra Cavalieri (laici ed ecclesiastici) e Dame.

La Sardegna è una Sezione della Luogotenenza per l’Italia Centrale e Sardegna, mentre Oristano, dopo Sassari e Nuoro, è la terza Delegazione, in ordine di tempo, ad essere istituita nell’ambito di questa Sezione. A breve, seguirà l’istituzione della Delegazione di Cagliari.

Ciò premesso, torniamo alla cronaca della manifestazione.

Alle 10.30, nella chiesa del Carmine, i Cavalieri e le Dame, indossati i mantelli e le insegne dell’Ordine, hanno dato inizio alla lunga processione introitale per fare, unitamente all’Arcivescovo di Oristano, che si è unito al corteo dall’episcopio, l’ingresso solenne in Cattedrale.

La Cattedrale, addobbata di fiori bianchi e rossi (i colori dell’Ordine) e con i drappi bianchi sui quali era la croce potenziata rossa (o croce gerosolimitana) emblema dei Cavalieri del Santo Sepolcro.

Dopo il saluto del Luogotenente, è iniziata la Celebrazione Eucaristica presieduta dall’Arcivescovo, che nella Sua omelia non ha mancato di apprezzare l’impegno di preghiera e di carità svolto dai Cavalieri e dalle Dame del Santo Sepolcro in favore delle popolazioni cristiane della Terra Santa. Al termine del Rito, dopo brevi parole augurali del Preside della Sezione Sardegna, si è svolta la cerimonia di consegna del vessillo alla nuova Delegazione. Dopo la benedizione da parte dell’Arcivescovo, il Luogotenente ha consegnato l’insegna al Preside che, a sua volta, l’ha affidata al nuovo Delegato.

Quest’ultimo, visibilmente commosso, ha rivolto ai presenti un caloroso indirizzo di saluto, ringraziando il Luogotenente per il prestigioso incarico conferitogli e l’Arcivescovo e Priore della Delegazione per la preziosa assistenza che non mancherà di fornirgli nell’espletamento della sua nuova funzione. Il nuovo Delegato ha concluso il suo intervento invocando, prima di guidare la recita corale della preghiera alla Patrona dell’Ordine, la sua celeste benedizione.

Oristano, terra di antiche tradizioni, ora, oltre ai Cavalieri della Sartiglia, che hanno lo scopo di cogliere la stella, sinonimo di buon auspicio e di augurio per un anno fortunato, è orgogliosa di avere anche i Cavalieri del Santo Sepolcro, il cui scopo, anche per loro, è quello di cogliere la stella, centrare un obiettivo: sostenere ed aiutare con sempre maggior impegno e costanza le opere e le istituzioni della Chiesa Cattolica in Terra Santa.

Mario Virdis
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venerdì, novembre 02, 2007

SARDEGNA QUASI UN CONTINENTE: I GIGANTI DI " MONTE PRAMA"
























“SARDEGNA QUASI UN CONTINENTE”

I GIGANTI DI “MONTE PRAMA”

I giganti di arenaria, appartenenti alla civiltà nuragica, scoperti nel 1974 nel Sinis di Cabras e caduti nell’oblio da oltre trent’anni, fanno nuovamente parlare gli studiosi e aprono nuove interessanti ipotesi storiche.


“Sardegna quasi un Continente” scriveva Marcello Serra titolando una sua opera del 1958, dove esponeva per primo la teoria del Continente in embrione, ripresa poi da altri in epoca più recente. La Sardegna, al centro del Mediterraneo, è stata sempre considerata strategica dai tanti dominatori che a lungo hanno calpestato il suo suolo fin da epoca remota.
Le recenti, animate discussioni di studiosi e politici sul lento procedere del restauro delle gigantesche statue, note come “ I giganti di Monte Prama”, hanno finalmente riportato all’attenzione generale una scoperta che pur sensazionale è rimasta ignorata, facendo continuare, alle statue, nei sotterranei della Soprintendenza, quel lungo sonno iniziato migliaia di anni fa tra le sabbie del Sinis di Cabras. Ecco la storia.
Nel 1974, in località Monte Prama nel comune di Cabras, al contadino Sissinio Poddi finisce sotto la lama dell'aratro la testa di pietra gigantesca di un arciere. Nel 1979 iniziano gli scavi. Racconta Giovanni Lilliu: “…C’è un episodio che mi mette ancora i brividi. Fu quando con Enrico Atzeni scoprimmo a Monte Prama le grandiose statue nuragiche in arenaria ai bordi dello stagno di Cabras. C’era un sole bellissimo, poi il cielo improvvisamente si oscurò, venne la tempesta mentre le statue tornavano alla luce. Dio mio, gli dei nuragici si stanno risvegliando, pensai. Non lo dimenticherò mai…”. Nonostante l’entusiasmo iniziale gli anni passano e, a parte pochi saggi pubblicati per gli addetti ai lavori, solo nel giugno del 2005 la scoperta arriva all'attenzione del grande pubblico portata da un articolo del “Giornale di Sardegna”, nel quale viene descritto il ritrovamento delle 30 statue alte 2 metri, a cui viene provvisoriamente attribuita una datazione tra l'VIII ed il VII secolo a.C. Le statue, in arenaria gessosa, vennero ritrovate dentro un recinto sacro, ritte sopra grosse basi che segnavano delle tombe a pozzetto. Sono arcieri e pugilatori, hanno occhi come dischi solari, la bocca è inesistente, il piede è di taglia 52. Le statue riprendono, in dimensioni sovrumane, i modelli di alcuni bronzetti dell'ultimo periodo: sono identiche nell'abbigliamento, nei lineamenti e nell'acconciatura ai bronzetti di Serri, risalenti alla civiltà nuragica degli Shardana. Si tratta di uno dei più grandi ritrovamenti dell'intero Mediterraneo, che ne riscrive la storia archeologica: vuol dire che le città finora ritenute fenicio-puniche erano abitate precedentemente dalla stessa popolazione che aveva realizzato i bronzetti, gli Shardana, appunto. I sardi “Shardana”, che avevano realizzato in un primo tempo i bronzetti di Uta, e che avevano lasciato l’isola nel 1200 a.C. a seguito di una grande catastrofe, erano, dunque, rientrati nell'isola e realizzato queste gigantesche statue, in tutto simili e con le stesse caratteristiche dei precedenti loro bronzetti.
I Fenici, quindi, non fondarono città ex novo, ma si insediarono in abitati preesistenti dove le popolazioni conservarono il loro sapere e le loro tradizioni, affiancando la loro cultura a quella dei conquistatori.
Le gigantesche statue furono trasferite al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari dove, le più integre, furono esposte al pubblico, mentre le altre furono portate e Sassari per essere restaurate e ricomposte. A distanza di oltre trent’anni nulla è cambiato ed i guerrieri continuano il loro lunghissimo sonno nei depositi della Soprintendenza.
Scrive Nicola Pinna sull’Unione Sarda del 29 luglio scorso: “…Al caso delle statue di Mont’e Prama il “Venerdì” ha dedicato un servizio di due pagine, intervistando l’archeologa, responsabile del restauro, Antonietta Boninu, il sindaco di Cabras Efisio Trincas e il sovrintendente archeologico di Cagliari e Oristano Vincenzo Santoni. Proprio Lui il principale accusato per i ritardi del restauro delle sculture che nel 2005 aveva detto: "...non si trattava di un ritrovamento cosi importante...", ora ammette qualche colpa: confessa di aver "...forse sbagliato a non valorizzare il settore della produzione scultorea..." e precisa che "...alcuni pezzi dei guerrieri sono stati esposti, ma per gli altri mancano spazi e soldi...". In attesa che la sistemazione dei giganti inizi e finisca, almeno su una cosa gli storici sembrano tutti d’accordo: se fosse confermata la datazione dell’XI secolo i guerrieri di Mont’e Prama sarebbero stati realizzati tre secoli prima delle famose sculture greche…”!.

La Sardegna, come sostiene Marcello Serra è proprio “ un continente”.


Mario Virdis


giovedì, settembre 27, 2007

LA CHIRURGIA IN SARDEGNA ALL'EPOCA ROMANA







CONFERENZA DEL PROF. RAIMONDO ZUCCA AL ROTARY CLUB DI ORISTANO

LA CHIRURGIA IN SARDEGNA IN EPOCA ROMANA

I bronzi chirurgici recentemente ritrovati ed appartenenti ad un valetudinarium (ospedale) di Forum Traiani (Fordongianus) dimostrano l’importanza dell’Isola in epoca romana e, in particolare, del centro terapeutico di Fordongianus le cui acque termali erano note nell’antichità come Acquae Ypsitanae.


La Sardegna, collocata al centro del Mediterraneo, è stata sempre considerata terra strategica dai tanti popoli naviganti che fin dall’antichità hanno in lungo e in largo non solo utilizzato i suoi approdi ma anche colonizzato sia le coste che ampie zone dell’interno introducendo nuova cultura. Tra i tanti popoli dominatori i Romani hanno recitato il ruolo certamente più importante.
Il club di Oristano ha voluto dare inizio al nuovo anno rotariano, nella prima conviviale di Luglio, con un’interessante conferenza del prof. Raimondo Zucca, docente universitario, archeologo, scrittore e direttore del museo di Oristano “Antiquarium Arborense”, sul recente straordinario ritrovamento di alcuni strumenti chirurgici di epoca romana, ora custoditi nel museo da lui diretto. Il prof. Zucca, con la sua brillante capacità oratoria, ha prima introdotto l’argomento, parlando dell’importanza dell’isola nel periodo romano, e, in particolare, della rilevanza attribuita al centro termale di “Forum Traiani”, oggi Fordongianus, nell’epoca imperiale.
Narra il prof. Zucca che non pochi importanti uomini politici transitarono in questa località, ubicata a 27 chilometri a nord-est di Oristano, per godere dei benefici delle calde Acquae Ypsitanae, non escluso, addirittura, l’imperatore. La fama del luogo convogliava alle Thermae personaggi ai vertici della vita politica, giudiziaria e civile, che raggiungevano Forum Traiani accompagnati, cosa non comune per l’epoca, anche dalle loro mogli. Le acque della stazione termale dovevano essere di grande validità curativa, se importanti personaggi della capitale affrontavano i rischi e le difficoltà del viaggio per goderne i benefici. In questa città sarda, dal contesto eccezionalmente mondano per l’epoca, paragonabile a quello di una grande città della penisola, operava un grande ospedale, allora detto Valetudinarium di cui sono rimasti pochi resti. In questo splendido angolo di Sardegna operava certamente il chirurgo proprietario degli attrezzi in bronzo ora felicemente ritrovati.
“I bronzi, esaminati preliminarmente dall’archeologo Dottor Sebastiano Demurtas, costituiscono uno dei più straordinari complessi di attrezzatura chirurgica della Sardinia, benché singoli strumenti chirurgici provengano da Tharros e da Turris Libissonis (oggi Porto Torres)...”, ha dichiarato il prof. Zucca.
Collezioni ben più importanti (costituite anche da 150 strumenti) sono state ritrovate a Pompei ed Ercolano, continua il prof. Zucca, ma la perfezione degli strumenti e lo splendido stato di conservazione dei dieci strumenti recentemente ritrovati in Sardegna fanno di questi uno straordinario documento che testimonia, tra l’altro, l’importanza rivestita dalla Sardegna nella medicina dell’epoca, in particolare nella chirurgia, dove la precisione degli strumenti e la capacità del chirurgo erano essenziali per la sopravvivenza del malato che, in assenza di antibiotici, era spesso preda delle infezioni che si sviluppavano nei tessuti incisi o tagliati dal chirurgo, con esito in molti casi letale.
La conferenza, tenuta in una delle sale dell’Hotel “Mistral 2”, sede del club, è stata seguita ed apprezzata da un pubblico numeroso di soci, familiari ed ospiti.
Nella sala, attrezzata per la proiezione su schermo, scorrevano le immagini degli strumenti, mentre il prof. Zucca commentava, man mano che le diapositive avanzavano, illustrando le caratteristiche dei singoli bronzi chirurgici, decantandone, oltre che la perfezione la bellezza ed evidenziando, infine, per alcuni la straordinaria somiglianza con gli attuali strumenti in uso.
Anche la Sardegna, dunque, recitava migliaia di anni fa un ruolo importante nel campo della medicina dell’epoca ed, in particolare, la città di Forum Traiani, dove la classe medica, nelle sue varie specializzazioni, era certamente di alto livello.
La conferenza ha avuto l’apprezzamento generale ed, in particolare, quello dei numerosi medici presenti che hanno, poi, avviato un interessante dibattito.
Le conversazioni scaturite dall’argomento hanno ribadito, per quanto non ce ne fosse bisogno, che l’isola, per le sue caratteristiche di centralità nel mediterraneo è sempre stata una terra ricca di civiltà ben prima della dominazione romana, a partire dalla civiltà nuragica e dalla successiva fenicio-punica.
Alla conferenza è seguita la conviviale, dove non sono mancate ulteriori interessanti domande poste al relatore, non ultima la richiesta di un possibile nuovo incontro sui recenti ritrovamenti ( romani e fenicio-punici) a Tharros, di cui il prof. Zucca è profondo conoscitore.

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Mario Virdis
Presidente Rotary club di Oristano

giovedì, luglio 26, 2007

I LIMITI ALLA LIBERA MANIFESTAZIONE DEL PENSIERO: DALLA CENSURA CINEMATOGRAFICA AL MONDO DI INTERNET









UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI SASSARI
FACOLTA’ DI SCIENZE POLITICHE

CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN EDITORIA, COMUNICAZIONE MULTIMEDIALE E GIORNALISMO



I LIMITI ALLA LIBERA MANIFESTAZIONE DEL PENSIERO :
DALLA CENSURA CINEMATOGRAFICA AL MONDO DI INTERNET







SAGGIO DI MARIO VIRDIS, matricola 30019800
Esame di: DIRITTO PUBBLICO DELL’ INFORMAZIONE
DOCENTE PROF. STEFANIA PARISI



INTRODUZIONE


“Pietra angolare di tutti gli ordinamenti di matrice liberale, a partire dalla Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, è la libertà di manifestazione del pensiero…”[1], senza la quale il valore della democrazia risulterebbe privo di contenuto. A nulla vale, infatti, permettere la partecipazione attiva della comunità alla vita politica, ampiamente intesa, se non è contemporaneamente riconosciuto il diritto di esprimere le proprie idee. Recepito anche nell’ordinamento internazionale e in quello comunitario, il principio della libertà di espressione trova in ogni regime democratico limiti distinti, ma accomunati da un’intenzione quanto più permissiva di garantire ad ognuno tale libertà.
Nella convivenza con altri valori giuridici, anche il diritto in questione subisce delle compressioni e degli adattamenti. Tuttavia, dato il suo carattere primario, nel concreto bilanciamento tra principi supremi dell’ordinamento spesso risulta gerarchicamente superiore ad altri.
In Italia l’art. 21 Cost. prevede, quale suo unico limite espresso, il buon costume, oltre a vincoli esterni posti soprattutto a tutela dell’onore e della riservatezza altrui. La definizione di buon costume, essendo una clausola generale, ha subito nel tempo modifiche rilevanti, che potrebbero riassumersi nel passaggio da espressione della morale corrente, intesa nello specifico come morale sessuale, a espressione della tutela dei minori e del loro sviluppo psichico.
Scopo di questa relazione è di effettuare una breve analisi sull’attuale regolamentazione della censura cinematografica, che necessita di indifferibili modifiche da tempo proposte, confrontandola e rapportandola al nuovo strumento di comunicazione: Internet e la rete.
Nel ripercorrere la storia giuridica della censura cinematografica si rileva che le forme di controllo preventivo, previste dal nostro ordinamento, sono retaggio dell’epoca precostituzionale. Qui, infatti, più che altrove, si può percepire il peso dei limiti alla manifestazione del pensiero, considerate le libertà allora vigenti, che impedivano o cercavano di impedire la diffusione delle idee prima ancora della loro divulgazione. La censura preventiva, retaggio quindi di quell’epoca, è tutt’ora prevista nella legge attualmente in vigore.
La Legge 21 aprile 1962, n. 161 – revisione dei film e dei lavori teatrali - prevede, per la proiezione in pubblico dei film, il nulla-osta del Ministero del Turismo e Spettacolo[2]. Il nulla-osta è rilasciato dal Ministero, su parere conforme, previo esame del film, di speciali Commissioni di primo grado e di appello, la cui composizione e competenze sono dettagliate nella legge.
Le Commissioni sia di primo che di secondo grado, nel dare parere per il rilascio del nulla osta, stabiliscono anche se alla proiezione del film possono assistere minori di anni 14 o minori di anni 18, in relazione alla particolare sensibilità dell’età evolutiva ed alle esigenze della tutela morale del minore.
Le Commissioni, pertanto, esaminano in via preventiva se quel film violi l’ultimo comma dell’art. 21 della Costituzione, ove recita “ sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume…” . L’analisi preventiva e di revisione dei film dovrebbe sottolineare, pertanto, tempo per tempo, l’evoluzione dell’interpretazione circa il buon costume, che sta via via modificandosi soprattutto in relazione alla tutela dei minori.
La costante della “protezione dei minori” è presente non solo nelle commissioni di censura, ma anche presso il legislatore, atteso che, da anni, si sta tentando, con scarso successo, una riforma della legge sulla revisione cinematografica che abbia come unica ratio la tutela della sensibilità e della crescita dei più giovani.
La cinematografia, insofferente ad una concezione superata di buon costume e ad un sistema di controllo corporativo che sembra poco adatto ad una società evoluta che non reputa più il cinema “scuola di vizio e crimine”, sembra ormai esigere con forza una modifica sostanziale della Legge n. 161/1962, semplicemente aggiornata nel tempo con pochi accorgimenti.
Pur in presenza di modifiche che hanno abrogato la revisione degli spettacoli teatrali e mutato la composizione delle commissioni censorie, il passo più importante per una definitiva abrogazione del nulla osta generale alla proiezione dei film ancora non è stato fatto. Nonostante siano state formulate diverse proposte di legge che mantengano in vita solo il diniego alla visione per i minori, queste non sono mai riuscite a diventare legge. Il Governo, tuttavia, sembra ormai deciso a portare in Parlamento una serie di modiche sull'istituto della censura cinematografica.
L’ultimo disegno di legge di iniziativa governativa, in corso di presentazione al Consiglio dei Ministri, si propone di tutelare i minori in varie fasce di età, con l’obiettivo di “ aiutare le famiglie ed i minori a una fruizione corretta e appropriata dello spettacolo cinematografico…” ma anche “fornire un sistema semplice e chiaro d’individuazione e di corretta informazione dei contenuti dei film…”.
Un primo risultato, in caso di approvazione della proposta di legge, la fine della Commissione introdotta nel 1962, alla quale è subordinata la concessione del “Nulla Osta preventivo”, sostituita dalla “Commissione per la classificazione dei film per la tutela dei minori”, che, invece dovrebbe operare a livello di “controllo”, a posteriori. Toccherà, infatti, alle imprese di produzione e distribuzione cinematografica provvedere alla classificazione delle pellicole da inviare nelle sale. Senza classificazione il film non potrà essere proiettato e le imprese avranno la facoltà, non l’obbligo, di chiedere alla Commissione ministeriale di convalidare la classificazione effettuata. La nuova classificazione dei film risulta articolata nelle seguenti fasce di età:
- film la cui visione è consentita a tutti;
- film vietati ai minori di 18 anni;
- film vietati ai minori di 14 anni;
- film vietati ai minori di 10 anni.
Il disegno di legge dell’Esecutivo con la nuova proposta prevede una particolare focalizzazione del contesto narrativo generale, in relazione alla possibilità di creare possibili comportamenti emulativi, in rapporto all’età degli spettatori. Gli elementi oggetto di verifica: linguaggio, violenza, pornografia, uso di sostanze stupefacenti, condotte criminali, discriminazioni, disabilità, maltrattamenti, etc., non dissimili dagli indicatori precedenti.
Esaminiamo brevemente, ora, il caso PULP FICTION, esempio inequivocabile di decisioni contrastanti relative alla censura cinematografica..



CAPITOLO PRIMO


CASO “PULP FICTION”, DI QUENTIN TARANTINO
DUE SENTENZE DI OPPOSTO TENORE A CONFRONTO
TAR LAZIO, SEZ. I, 21 APRILE 1995, N.709
CONSIGLIO DI STATO, SEZ.IV, 30 GENNAIO 1996, N.139


Sintesi dei fatti.

La Cecchi Gori Group, di fronte al diniego di visione del film ai minori di anni 18, stabilito dalle Commissioni di primo e secondo grado, impugna il provvedimento di fronte al T.A.R. del Lazio. Diversi i motivi di impugnazione: dall'interpretazione dell'art. 5 della L.161/1962 e dell'art.9 del D.P.R. 2029/1963, ad asserite omissioni procedurali nel lavoro delle Commissioni, all'eccessiva genericità dei provvedimenti impugnati, alla mancanza di considerazione della proposta della società di effettuare dei tagli alla pellicola. La società richiede, inoltre, di abbassare il divieto di ammissione alla proiezione del film ai minori degli anni 14, anche in relazione al valore artistico del film e alla sua natura tanto grottesca e paradossale quanto evidente.
Il TAR del Lazio sostanzialmente conferma quanto già deciso dalle Commissioni di revisione e rigetta tutte le argomentazioni della Cecchi Gori Group, con le seguenti motivazioni.
Gli art. 5 della L.161/1962 e 9 del D.P.R. 2029/1963, regolamento esecutivo della L.161/1962, devono essere interpretati in modo sistematico; le omissioni procedurali nel lavoro delle Commissioni non sussistono. Sostiene, inoltre, il TAR che la natura ironica e paradossale dell'opera è sottile, "talmente evanescente" da non essere percepibile con chiarezza dallo spettatore non adulto. In sintesi il film "finisce per proporre allo spettatore minore personaggi che ben potrebbero assurgere a modelli negativi di comportamento" e potrebbe "insinuare nella sua psicologia un'idea di normalità rispetto ad atti, comportamenti e filosofie di vita, oggettivamente del tutto anormali perché propriamente delinquenziali".
La Cecchi Gori Group appella la sentenza del Tar di fronte al Consiglio di Stato, riproponendo per la maggior parte le considerazioni già svolte. In più, richiama l'attenzione sui giudizi critici, anche di esperti della psicologia, estremamente favorevoli al film. Sottolinea, inoltre, come il concetto di pregiudizio dell'età evolutiva dei minori sia storicamente condizionato, con un significato e una portata che cambiano col mutare del contesto storico e sociale di riferimento.
Il Consiglio di Stato, si può dire, ribalta la sentenza di primo grado.
Pur confermando le motivazioni in diritto sulla corretta interpretazione sistematica dell'art. 5, L.161/1962 e dell'art. 9, del D. P. R. 2029/1963 e ribadendo la possibilità di giudizio dei soli magistrati senza necessità di ricorrere a perizia tecnica, valuta che la pellicola in questione " pur nella crudezza delle immagini non costituisce, in massima parte, un attentato alla tutela morale del minore e un motivo di superamento della sensibilità dell'età evolutiva. Infatti non difettano nel film stesso messaggi che rappresentano possibilità di riscatto da parte delle persone dedite al male…", per cui non risulta un pericolo per il minore, ma anzi può essere addirittura utile.
A conferma di questa tesi evidenzia come in alcune scene, tra le più forti contenute nel film, sia possibile ravvisare messaggi positivi e di riscatto dei personaggi, o di repulsione verso, ad esempio, le sostanze stupefacenti. Nella sentenza, ogni singola scena presa in considerazione per sostenere la tesi dei giudici è spiegata e commentata. Unica “riduzione” accolta quella del taglio delle sequenza rappresentativa della sodomizzazione, che “ potrebbe essere interpretata dal pubblico dei minori in modo inappropriato”.
Il Consiglio dunque accoglie l'appello della Cecchi Gori Group, permettendo la visione di Pulp Fiction anche ai minori, purché però non minori di anni 14. La sentenza favorevole, inoltre, consente anche la trasmissione televisiva del film, seppure solo nelle ore notturne.
Le due sentenze, antitetiche, sono motivo di riflessione. La diversa valutazione dei due Collegi giudicanti mette a nudo quanto sia difficile, esaminando lo stesso problema, raggiungere un’unanimità di giudizio. Le difficoltà risiedono proprio nella difficile valutazione degli equilibri, nel bilanciamento tra opposti diritti: libera manifestazione del pensiero, concetto di buon costume, di comune senso del pudore, della tutela morale dei minori e della particolare sensibilità dell’età evolutiva. Il compito del legislatore che si accinge ad effettuare le modifiche alla legge attuale, non sarà facile.


CAPITOLO SECONDO

Il mondo di INTERNET
I minori di fronte alla Società globale dell’Informazione.

Lo studio sui mutamenti della censura cinematografica sarebbe potuto divenire, ad ogni modo, un mero excursus da relegare negli scaffali della storia del diritto, se non si fosse tenuto conto anche dei nuovi mezzi di comunicazione.
Il passaggio dalla prima alla seconda modernità ha evidenziato la nascita e la veloce diffusione di uno straordinario mezzo di informazione globale: Internet. Questo strumento bello e terribile, ambito e temuto, è oggi ancora poco regolamentato. Tante le problematiche, infatti, che sono venute alla luce anche ad una prima sommaria analisi di Internet, a partire da uno scopo primario, quello della tutela dei minori.
I controlli della manifestazione del pensiero, già ampiamente discussi prima dell’avvento del nuovo mezzo, si affacciano ora, in maniera ben più drammatica e urgente. Nel vasto panorama della libertà d’espressione il rivoluzionario mezzo di comunicazione “Internet e la Rete”, che ha dato vita alla nuova era chiamata “Società dell’informazione” ed anche più propriamente “Società del rischio”, ha un altissimo potere deflagrante, capace di distruggere millenni di certezze. Pretendere un riadattamento della legislazione già in vigore o un’elaborazione ex novo di regole per ogni settore del diritto sembra non solo giusto ma anche indifferibile. Nella “Società globale del rischio” nuove regole giuridiche sono attese: dalla riforma del diritto commerciale al diritto d’autore, dal diritto bancario al diritto d’immagine; ogni ambito giuridico è stato investito da problematiche nuove che necessitano di soluzioni appropriate per la rete.
Questo significa che anche il settore della libertà d’espressione dovrà trovare nuove regole, compatibili con i nuovi strumenti della società globale. Il fenomeno di Internet, però, è ancora giovane e occorrerà del tempo, prima che si riesca ad inquadrare, anche normativamente, la nuova realtà virtuale: controllare e regolamentare Internet, per quanto indispensabile, sarà un processo difficile e di non breve durata. Sarà necessario, però, accelerare i processi di costruzione delle nuove norme, perchè nella materia della libera manifestazione del pensiero, lo scenario risulta essere estremamente magmatico. Internet non si presta ai classici sistemi di disciplina, anzi, riesce a scavalcarli ed eluderli senza difficoltà, rendendo poco efficaci i controlli verso gli altri mezzi. Per ora, tribunali, dottrina e legislatori stanno cercando di mettere delle toppe ai problemi che mano a mano, nella prassi, sorgono.
Nel mondo gli Stati Uniti sono stati i primi a tentare una regolamentazione dei contenuti del Web, con la legge nota come “Telecommunication Act” del 1996, la cui sezione quinta, il “Communication Decency Act”, è stata dichiarata incostituzionale per contrarietà al Primo emendamento, che garantisce la più ampia libertà d’espressione.
L’Unione Europea inizia ad occuparsi del problema intorno agli stessi anni, con una serie di attività di tipo consultivo e comunque non vincolante, tra le quali si sottolineano, per importanza, la risoluzione del Consiglio sulle informazioni di contenuto illegale e nocivo su Internet, il “Libro verde” sulla protezione dei minori e della dignità umana nei servizi audiovisivi e di Internet della Commissione, il Piano pluriennale d’azione comunitario per l’uso sicuro di Internet.
Poiché Internet è uno spazio fittizio che supera i confini statali, gli eventuali interventi normativi, per risultare efficaci, debbono essere presi a livello possibilmente internazionale. E’ stata così adottata, negli ultimi mesi, una Convenzione sul “Cybercrime”, a cui è allegato un protocollo addizionale sulla lotta al razzismo e alla xenofobia, che ha suscitato ampie polemiche per il carattere censorio delle previsioni.
Se a livello internazionale e comunitario il dibattito sulle forme di controllo dei contenuti immessi in Internet è vivace, benché privo ancora di un quadro normativo comune di riferimento, da noi sembra regnare ancora il silenzio, interrotto di tanto in tanto da qualche proposta di legge, che tradisce ansie e timori di chi ancora non si è abituato al web.
In Italia, infatti, mentre l’attenzione continua ad essere concentrata sulla tutela dell’infanzia e dei minori, riguardo alle trasmissioni televisive o sulla lotta alla pornografia e alla pedofilia in Internet, l’unica effettiva regolamentazione dei contenuti della rete è data dalla legge n. 62/2001, che equipara alla stampa le testate on line, con conseguente obbligo di registrazione e organizzazione editoriale, legge che ha acceso un intenso dibattito per la sua formulazione ambigua e sibillina. Le altre proposte di regolamentazione prevedono l’adozione di sistemi di controllo tecnologici per tutelare i minori non solo da pedofilia e pornografia in rete, ma anche da messaggi razzisti, indecenti, blasfemi o xenofobi.
L’analisi di questi meccanismi mostra che non solo è cambiato il significato di tutela del buon costume, ma anche che sono mutate le modalità di controllo preventivo. Se fino ad oggi, infatti, hanno operato, prima di interventi repressivi, interventi censori di carattere centralizzato, con l’avvento di Internet l’unico controllo efficace e già realizzabile potrebbe essere di natura solo decentralizzata. Un controllo, cioè, parentale, affidato esclusivamente ai genitori e agli istituti educativi che possono autonomamente, con il supporto di software appositi, rendere Internet un contenitore variabile, secondo la sensibilità e la cultura di ciascuna comunità.
La risultante è che in Italia, permane un duplice sistema censorio: quello classico, di cui è chiaro esempio la censura cinematografica ancorata agli obsoleti criteri e sistemi di controllo, con scarsi tentativi di adeguamento per restringere i divieti di proiezione solo per i minori e quello nuovo, riguardante la rete, non regolato da leggi nazionali né da vincolanti atti comunitari o internazionali, ancora in via di definizione. Un punto soltanto sembra essere fermo ed accomunare i due sistemi: come nel cinema, anche in Internet pare ormai pacifico che l’unico bene da difendere, che il legislatore deve considerare nel comprimere la libertà di espressione, è la tutela dei più piccoli.
La premura dell’ordinamento giuridico sembra aver cambiato definitivamente l’oggetto di protezione: dal buon costume, interpretato in maniera differente a seconda dell’evoluzione dei tempi, alla sana crescita intellettiva dei minori.
Così, da un lato si studia come modificare la vecchia disciplina di revisione degli spettacoli cinematografici, dal momento che, nella attuale formulazione, si dimostra più un peso alla libertà di espressione artistica che un supporto alla protezione di valori costituzionali confliggenti, come il buon costume o la tutela della gioventù; dall’altro si studia come affrontare la rete, verificando se sia più opportuno lasciarla libera da vincoli o regolamentarla, magari in partnership con gli altri Stati. I due problemi esposti evidenziano,però, un’esigenza nuova: tempi rapidi. Le innovazioni, i nuovi strumenti della attuale Società globale dell’Informazione viaggiano in “tempo reale” quindi necessitano di regole e di continui aggiornamenti normativi che operino alla stessa velocità.
Quanto detto fin’ora mette in evidenza come sia difficile trovare il giusto equilibrio, applicare il necessario bilanciamento tra diritti spesso contrastanti. La flessibilità e la continua variazione dei concetti e delle regole che costituiscono i fondamenti del vivere civile richiedono continui sforzi e profonda saggezza. Compito costante di chi amministra il potere costituito (Parlamento, Governo, Magistratura) è quello di controllare, vigilare, osservare, prima di decidere rispettando i giusti equilibri. Nel nostro caso specifico l’osservare ed il verificare significano stabilire se i mutamenti subiti dal concetto di buon costume e le nuove forme di controllo limitative della libertà d’espressione, siano davvero in grado, e con quali particolari efficaci mezzi, di garantire un corretto equilibrio dei valori costituzionali coinvolti, soprattutto nell’attuale, difficile, mondo della Società globale dell’informazione del rischio.




CONCLUSIONI


Una teoria della libertà come assenza di costrizione, per quanto ciò possa apparire paradossale, non predica l’assenza di costrizione in tutti i casi. A volte le persone devono essere costrette per proteggere la libertà degli altri. Ciò è fin troppo evidente, quando le persone devono essere difese da assassini e rapinatori, mentre non lo è, quando la protezione si riferisce a vincoli e libertà che non sono altrettanto facili da definire.
Così, ad esempio, la costrizione può apparire ingiusta o inopportuna nel caso della libertà di espressione, dove i legacci derivano da concetti indeterminabili in modo esaustivo, quali il buon costume o gli altri valori in conflitto con essa. L’ordinamento giuridico non è altro che un insieme sistematico di principi, che vivono al di fuori della legge come valori. E, come i valori umani e civili fluttuano in un equilibrio mutevole e mai fisso, così i principi fondamentali del diritto non conoscono una gerarchia rigida e predefinita, ma, nella concretezza della vita civile, si sacrificano e si comprimono reciprocamente, nel tentativo di rispettare il sistema generale dei valori della società.
La libertà in senso generale e le libertà specifiche non possono trovare la più ampia attuazione senza collidere l’una con l’altra: riprendendo una teoria dell’antica Grecia, la teoria eraclitea, secondo cui ogni elemento vive grazie al suo contrario, si può sostenere che il buono esiste in quanto esiste il cattivo, o che la luce ha valore solo perché esiste il buio.
Se, dunque, nello specifico, la libertà di espressione può dirsi realizzata, quando si permette agli individui di esternare e diffondere le proprie idee in un contesto civile dove ci sono regole, sembra naturale che essa conviva con altre libertà che ne riducono la portata assolutista.
Tuttavia, affermare che il concetto di libertà, che l’ordinamento ha fatto proprio, è inestricabilmente intrecciato con il concetto di restrizione non significa considerare adeguati, tout court, gli strumenti che l’ordinamento impiega per attuare il bilanciamento dei valori costituzionali.
Nel presente studio si sono analizzati due settori dove l’intervento statale sembra non trovare un giusto equilibrio tra la protezione della libertà di espressione garantita dall’art.21 Cost. e gli altri diritti inviolabili garantiti dagli artt. 2, 3 e seguenti della nostra Costituzione: la cinematografia e Internet. Nel primo caso perché vige ancora una legge inattuale e insensibile ai cambiamenti della società, nel secondo perché l’originalità, la natura e l’ampiezza del nuovo mezzo, capace di muoversi senza limiti, in tempo reale, in tutto il mondo, hanno colto alla sprovvista le autorità, che non riescono ad afferrare e gestire il fenomeno della rete.
Di qualunque tipo saranno gli strumenti giuridici nuovi non potranno che confermare che in una società civile, dove i diritti dell’uno finiscono dove iniziano quelli dell’altro, sarà sempre e comunque necessario il bilanciamento tra opposti diritti, tra opposte esigenze. Uno degli strumenti più antichi dell’uomo, la bilancia, sarà sempre in grado di “pesare” diritti e doveri, anche quelli dell’uomo moderno.

Mario Virdis, matricola 30019800


BIBLIOGRAFIA

- P.Caretti, Diritto dell’informazione e della comunicazione – Il Mulino, 2005
- P.Caretti, Le fonti della Comunicazione – “
- La Costituzione Italiana e Lo Statuto Speciale della Sardegna – Ediz. R.A.S. 1998
- A. Di Majo, I cinque codici con le principali norme complementari – Ed. Giuffrè –MI
- BARILE P., La libertà d'espressione del pensiero e le notizie false, esagerate e tendenziose , in Scritti di diritto costituzionale , Padova, 1967, 466;
- Bagnasco, Barbagli, Cavalli, Sociologia I – Milano Il Mulino 1997
- Bagnasco, Barbagli, Cavalli, Sociologia II – Milano Il Mulino 1997
- Sciolla Loredana, Sociologia dei processi culturali – Ed. Il Mulino 2002
- A. Giddens, Le conseguenze della modernità – Ed. Il Mulino 1990
- A. Giddens, Identità e società moderna – Il Mulino 1990
- N. Luhmann, La fiducia – Ed.Il Mulino 1990
- M. Castells, la nascita della società in rete – Università Bocconi
- S. Sileoni, Cinematografia e Internet a confronto – “
- D.Held, Governare la globalizzazione – Ed. Il Mulino Bo, 2005



SITI CONSULTATI IN RETE:

- http://www.dirittodellainformazione.it/
- http://www.digital-sat.it/
- http://www.cortecostituzionale.it/
- http://www.sdco.it/
- http://www.uniss.it/
- http://www.google.it/
- http://www.wikipedia.org/


[1] P.Barile, vedi bibliografia.
[2] Ora “Ministero dei Beni Culturali e Ambientali”.