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giovedì, novembre 22, 2007

IL NOSTRO FUTURO...URBANO: SONO QUESTI I NUOVI GIARDINI DELL'EDEN DELLA GLOBALIZZAZIONE?

Alessandro Giorgi: Architettura avanzata.
Le Dubai Towers: 4 torri dai 54 ai 97 piani, con sviluppo e "movimento a lume di candela".


Oristano 20 Novembre 2007



LE NUOVE METROPOLI TRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO.
( Rif. all’art. del Manifesto del 3 ott.2007 di Rem Koolhaas)


Le città sono un libro aperto.
Chi ama viaggiare, scoprire, confrontarsi con altri popoli, con altre civiltà, passeggiando anche per la prima volta in una città sconosciuta, può scoprire molte cose dei suoi abitanti. La città-libro rispecchia, certamente un percorso oltre che storico, culturale e sociale di rilevanza notevole.
Come scrive Rem Koolhaas i nostri antenati ( il riferimento è alla civiltà greca) costruivano i monumenti pubblici, destinati alla fruizione della Comunità, con un forte senso di responsabilità nei confronti della “Cosa Pubblica”, nettamente differente ed al disopra della “Cosa Privata”. Lo “Spazio” pubblico, l’architettura pubblica, dovevano essere necessariamente in un piano “sovrastante”, dominante, rispetto agli spazi ed ai luoghi destinati al consumo privato.
Questa logica, questo concetto di supremazia, del Pubblico sul Privato, pur nel lungo percorso dei secoli, e nelle sue innumerevoli variabili, ha mantenuto la sua valenza sino agli ultimi anno del secolo scorso.
Complice, forse, una intricata catena di fattori, prevalentemente di natura economica, da poco meno di un ventennio, il sistema consolidato di supremazia del pubblico sul privato è stato spazzato via.
Il fenomeno ormai noto come Globalizzazione, anche se con sfaccettature da Idra a sette teste, ha minato alla radice i preesistenti rapporti di forza, svilendo ed impoverendo il potere pubblico, oramai in costante declino, ed alimentando impropriamente il potere privato, con conseguenze la cui portata, forse, è ancora tutta da scoprire.
La nuova lotta per la supremazia, tra la resistenza dei pubblici poteri che non vogliono abdicare e la forza e l’arroganza dei nuovi poteri economici privati, fatta di negoziazioni intense, è nettamente visibile anche nell’architettura, nella costante trasformazione degli spazi urbani.
I concetti per anni imperanti di Neutralità, Dignità, Rispetto, Ambiente, riferiti al contesto urbano ed alla sua fruibilità, ormai non trovano più ragione di esistere. Le Città non sono più “Luoghi”, con spazi da vivere, socializzare, dialogare, crescere. La Città non è più al servizio dei suoi abitanti ma “Catena di montaggio” al servizio della Globalizzazione, al servizio del “Dio Danaro”, dove poche multinazionali, per realizzare profitti enormi, utilizzano l’alveare umano per produrre il miele a loro uso e consumo. Generando, come dice Koolhaas “..due condizioni completamente diverse: la città che esplode e la città che si contrae, con quasi nulla nel mezzo…”.
Città non più funzionali alla crescita ed allo sviluppo sociale, ma solo subordinate al profitto economico di “pochi”, quindi non condiviso. Città che si sviluppano in assenza di troppe regole, dove i grattacieli convivono con i campi di riso, come in Cina, o con immensi alberghi galleggianti davanti a coste desertiche, come a Dubai, sempre e solo in funzione del Dio-profitto. Per dirla con Koolhaas, “..del vasto repertorio di tipologie rimangono il grattacielo e la baracca, sistemati all’interno di un impianto urbano apparentemente caotico…”.
Città, quelle di oggi, che hanno perso la loro funzione originaria. L’Agora della civiltà greca, la piazza centrale della Polis greca, dove si svolgeva la vita politica, sociale e commerciale della città , luogo principe di incontro e confronto quotidiano, si è brutalmente estinta, sostituita dai nuovi “Luoghi non Luoghi”, spazi più virtuali che reali, dove una anonima schiera di api operaie lavorano costantemente al servizio di un potentato economico “Privato” sempre più imperante.
Le nuove città sono città senz’anima. Città nuove dove gli spazi anche puliti, di grande perfezione tecnologica, sono privi di emozioni. Città amorfe; dove le manifestazioni umane come la gioia o la sofferenza, stentato a trovare collocazione; città dove anche la gioia del sano divertimento è “finta”: una gioia virtuale, una gioia drogata, che diventa follia collettiva, dove la finzione sostituisce la realtà. Città dove non trova spazio chi è “out of group”, chi chiede l’elemosina o chi, abbrutito dall’alienazione, muore o si ubriaca. Città aliene, dove l’apparire ha sostituito l’essere.
Non credo che questo abbrutimento continuerà a lungo. La storia dimostra che è fatta di “Epoche”, di cicli, in parte positivi ed in parte negativi.
Ci vorrà del tempo, ma credo che, col concorso di tutti, potremo sperare in un “ Nuovo Rinascimento”.

(Mario Virdis)
-corso di laurea specialistica EDC , matr. 30019800

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venerdì, novembre 09, 2007

SALVIAMO UN TESORO DEL MEDIOEVO !

La grata che separa il Convento dalla Chiesa.
Chiostro di Santa Chiara

Archivio segreto


Interno della Chiesa




Bifora della Chiesa




L'affresco appena ritrovato, in fase di studio e recupero.




Antico libbro delle Professe.






Facciata della Chiesa







Chiesa e Convento delle Clarisse










Oristano, 5 Novembre 2007

- ARTICOLO PER “VOCE DEL ROTARY”





INTERESSANTE INIZIATIVA CULTURALE DEL CLUB DI ORISTANO

SALVIAMO UN TESORO DEL MEDIOEVO

Nell’antica Chiesa di S. Chiara affiora, dopo secoli di oblio, un interessante dipinto medioevale.


Il Convento di Santa Chiara (con l’annessa Chiesa) in Oristano, secondo alcuni storici, è il più antico monastero di Clarisse sorto in Sardegna e risalirebbe a circa dieci anni dopo la morte di santa Chiara. La presenza delle Clarisse ad Oristano risalirebbe alla seconda metà del 1200, anche se non ci sono documenti che possano provarlo con certezza. Certa è invece la data di "rifondazione": 22 settembre 1343, come si rileva dalla lettera apostolica inviata dal papa Clemente VI al giudice Pietro III. Si legge nella lettera:
“… Al diletto figlio, nobiluomo Pietro, giudice di Arborea, in Sardegna della Diocesi Arborense... La tua lettera a noi presentata diceva che tu, a lode di Dio e per la salvezza tua e dei tuoi genitori, disponi di fondare di nuovo e dotare un certo monastero di suore di Santa Chiara nel luogo e città di Oristano... Con la presente, te lo concediamo per grazia speciale con la (nostra) autorità apostolica. Dato in Villanova, Diocesi di Avignone, il 22 settembre 1343, anno secondo (del nostro pontificato)".
Il giudice Pietro III, poi, per la sua magnanimità otteneva il permesso di accedere al monastero e con lui la madre, la sorella Maria ed altre persone, questo è quanto concedeva papa Clemente VI in una lettera datata 30 giugno 1345. La lettera precisa che il monastero includeva la preesistente chiesa di san Vincenzo martire:
" perché il luogo e il monastero delle monache recluse, San Vincenzo in Oristano, dell'ordine di Santa Chiara…".
Il monastero già nel 1345 era abitato da tredici suore provenienti in parte da Pisa. I nomi delle suore compaiono in lettere papali del 1371 e 1373, ma anche in atto pubblico del giudice Mariano IV del 1368:
“…suor Ceccha de li Stroci badessa, Nicolita Exeo, suor Nicolina d'Arezzo, suor Catherina Doria, suor Clara Passegi, suor Margherita Caton, suor Benedetta de Serra, (appartenente forse alla famiglia giudicale), badessa nel 1371…”.
Oltre alle precedenti lettere apostoliche, quella del papa Clemente VI, concedente indulgenze:
" Desiderando inoltre che la Chiesa del monastero delle suore di Santa Chiara, nella diocesi di Arborea dell'ordine della medesima Santa venga frequentata con i dovuti onori e perché i fedeli vi affluiscano volentieri per devozione, concediamo un anno e quaranta giorni di indulgenze ogni volta che nelle seguenti festività... visiteranno la Chiesa. Dato in Avignone il 12 luglio 1351".
Il giudice Pietro III, che donò vita a questo monastero, morì nel 1347 e sua moglie donna Costanza, figlia di Filippo Aleramici marchese di Saluzzo, si ritirò in monastero trascorrendo qui gli ultimi mesi della sua vedovanza e vita. Una lapide ritrovata nel secolo scorso, scritta in caratteri gotici ci ha lasciato la data della sua morte, 18 febbraio 1348:
" Hic lacet egregia domina Constancla de Saluciis olim Iudicissa arboree quae obiit die XVIII mensis februarii anno domini milleccc quadragesimo octavo".
Di donna Costanza di Saluzzo resta pure il testamento col quale donò al monastero di Santa Chiara la Villa di Molins de Rey, città situata nel basso Llobregat in Catalogna, che aveva ricevuto in dono dal marito, e che le suore per la lontananza e la difficoltà di amministrarla, rivendettero alla regina Eleonora d'Aragona, come attestano diverse lettere indirizzate dal pontefice Urbano V ai vescovi di Bosa e di Barcellona ed alla stessa regina d'Aragona per la riuscita della vendita.
Circa questa vendita resta anche l'atto di un bando pubblico, conservato nell'Archivio della Corona d'Aragona, ripetuto ad alta voce in Oristano per ben cinquanta giorni dal banditore cittadino per ordine del "potente signore Mariano IV" (padre di Eleonora D’Arborea) e del podestà della città, don Aquano de Tola:
"…Ascoltate: Da parte del signor Giudice di Arborea si rende noto che se qualche persona di qualsiasi stato, legge, onore o condizione abbia o creda avere qualche diritto sulla città dei Mulini Reali del fiume Llobregat (Molins de Rey), che l'Abbadessa e il Monastero di Santa Chiara di questa città di Oristano ha e possiede in franco diritto in Catalogna, nel viscontato di Barcellona, presso il fiume Llobregat, da rilascio fatto dall'egregia donna Costanza di Saluzzo, di buona memoria, che comparisca entro i trenta prossimi giorni innanzi al podestà e alleghi le ragioni che ha, poiché, trascorso questo periodo non potrà più reclamare. Dato nella città di Oristano, capoluogo della giudicatura di Arborea, ai ventitré giorni di Luglio dell'anno del Signore milletrecentosessantasette. Giovanni Serra, notaio".
L’Oristanese nel Medioevo fu teatro di tante guerre. Il Giudicato d’Arborea fu tra i più resistenti regni indipendenti della Sardegna. Cadde dopo una sconfitta dell’esercito nella zona in cui oggi si trova Sanluri; il combattimento è ancora oggi ricordato come Sa Battalla, una ricostruzione, con i costumi dell’epoca, dell’epico scontro. Il Giudicato, dopo l’arrivo degli aragonesi, divenne, poi, un marchesato.
Il Monastero di S.Chiara e la sua Chiesa ricchissima di storia sono, dunque, fra i gioielli più preziosi della nostra città di Oristano. E’ proprio in questo antico complesso medioevale che ora è venuto alla luce un tesoro di inestimabile valore: un dipinto di circa sei metri quadri, rimasto per secoli nascosto da un “ …palchetto, impiegato come affaccio, che lo ha protetto dagli attacchi del tempo e dall’invecchiamento…”, come ha scritto recentemente, nella pagina culturale de “ L’Unione Sarda”, il giornalista Nikolaj Frigo.
La scoperta è recente, anche se alcuni ben informati sostengono che la prima ad accorgersi dell’esistenza di quel tesoro è stata suor Celina Pau, suora del convento, talmente affezionata alla storia della Sua Chiesa da diventare un’appassionata studiosa di storia dell’arte e che con le Clarisse del suo convento ha dato alle stampe una bella pubblicazione “ Chiesa e Monastero di S. Chiara in Oristano”, recentemente uscito sulla rivista Biblioteca Francescana sarda.
L’interesse per l’eccezionale ritrovamento ha mobilitato studiosi ed esperti. Roberto Coroneo, docente di Storia medioevale e direttore del Dipartimento di Scienze archeologiche e storico-artistiche dell’Università di Cagliari, afferma:
“…dalle prime indagini che siamo riusciti a svolgere sul posto è possibile intravedere un crocefisso, una figura inginocchiata e degli angeli… ma per avere qualche informazione più precisa è necessario svolgere studi particolari, utilizzando non soltanto metodi tradizionali ma anche scientifici e di diagnostica con strumenti tecnologici. La scoperta, comunque, è importante perché non esistono testimonianze medioevali paragonabili a questa in Sardegna…”.
Un pool di esperti di valore, gli architetti Rossella Sanna e Federica Pinna, con gli storici dell’arte Andrea Pala e Nicoletta Pinna, è già all’opera per definire un piano di ricerca e recupero.
Oristano, pur ricca di storia, ha perso con il tempo non poche testimonianze del proprio glorioso passato: la città, patria di Eleonora D’Arborea, cerca oggi di ritrovare e valorizzare quanto si è salvato dall’incuria del tempo e degli uomini. Sostiene, ancora, il docente e studioso Roberto Coroneo:

“…in Sardegna con il trascorrere del tempo queste opere si sono perse per tante ragioni; trovare quindi una parete dipinta in una città come Oristano, un riferimento per l’architettura, ha una grande importanza…”. Conclude, poi, dicendo: “…Purtroppo (il dipinto) non è in buono stato di conservazione, quindi è necessario utilizzare nuove tecnologie e nuovi sistemi d’avanguardia, prima di tutto per ricostruire il dipinto al computer e poi recuperarlo…”.
Gli esempi di pittura medioevale non sono tanti in Sardegna. Le poche tracce visibili sono a Sant’Andrea Priu a Bonorva, nella cripta di S.Lussorio a Fordongianus e, come arte romanica, a Saccargia, S.Nicola di Trullas, a Semestene e a Galtellì.
Il problema più importante ora è recuperare i fondi necessari a salvare l’opera.
Il nostro club, unitamente agli altri due club di servizio cittadini, Lions e Soroptimist, ha deciso di intervenire finanziariamente per restituire alla città uno dei suoi tesori. L’iniziativa, definita nello scorso anno rotariano, prosegue quest’anno con la speranza di vedere completata l’opera proprio nell’anno del nostro quarantennale. Chissà!

Mario Virdis
virdismario@tiscali.it

all.foto del dipinto e del complesso medioevale.

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giovedì, novembre 08, 2007

I CAVALIERI CON IL PENTACROCE NELLA NOBILE TERRA DEGLI ARBOREA








Oristano, 5 Novembre 2007






ISTITUITA IN CITTA’ LA DELEGAZIONE DEI CAVALIERI DEL S. SEPOLCRO DI GERUSALEMME

I CAVALIERI CON LA CROCE GEROSOLIMITANA NELLA NOBILE TERRA DEGLI ARBOREA




Complice l’inattesa giornata di sole gli oristanesi che sabato 27 Ottobre affollavano la Piazza della Cattedrale e le vie del centro storico della città hanno assistito ad una cerimonia quantomeno insolita. Un corteo di Cavalieri e di Dame che, rivestiti dai mantelli e preceduti dai vessilli ornati con la rossa croce gerosolimitana, si recava in Cattedrale per festeggiare la Beata Vergine Maria, Regina della Palestina, Patrona celeste dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, e per ufficializzare l’istituzione della nuova Delegazione di Oristano.

La celebrazione della ricorrenza è stata presieduta, nella Cattedrale di S. Maria, dall’Arcivescovo Metropolita di Oristano, S.E. Rev.ma Mons. Ignazio Sanna, Grand’Ufficiale dell’Ordine e Priore della nuova Delegazione.

Alla presenza del Luogotenente per l’Italia Centrale e Sardegna dell’Ordine, S.E. il Cavaliere di Gran Croce Alberto Consoli Palermo Navarra, del Preside della Sezione Sardegna, il Grand’Ufficiale Renato Picci, dei Delegati di Sassari, il Cavaliere Vincenzo Picci e di Nuoro, il Cavaliere Salvatore Cambosu, una folta rappresentanza di Cavalieri e di Dame provenienti da tutta la Sardegna, si è raccolta in preghiera per onorare la Vergine Maria e per assistere alla cerimonia di istituzione della Delegazione di Oristano, affidata alla guida del neo-Delegato, il Cavaliere Mario Virdis. Numeroso anche il pubblico che ha voluto unirsi in preghiera con i Cavalieri e le Dame del Santo Sepolcro. Tra le Autorità locali presenti, il Sindaco di Oristano d.ssa Angela Nonnis ed il V.Prefetto vicario Dr. Ledda.

L'Ordine del Santo Sepolcro trae le sue origini storiche nel sodalizio cristiano costituitosi presso la Chiesa del Santo Sepolcro in Gerusalemme subito dopo la conquista della Città Santa da parte dei Crociati.
Ma cosa significa oggi per un cristiano diventare Cavaliere del Santo Sepolcro di Gerusalemme? Cosa spinge un cristiano, già impegnato nella vita sociale ad accettare di indossare il mantello dei vecchi crociati? La risposta la troviamo ripercorrendo insieme la storia recente dell’Ordine.

Nel 1847, ripristinato il Patriarcato Latino di Gerusalemme, il Beato Pio IX, con la Bolla "Nulla Celebrior" diede nuova vita all'Ordine, affidandogli il compito precipuo di provvedere al mantenimento delle attività del Patriarcato stesso. Lo Statuto, più volte modificato (fino all'ultimo aggiornamento approvato nel 1996), ne mantenne immutata la finalità caritativa di assicurare un regolare appoggio di preghiere e di opere alle comunità cristiane in Terra Santa. Finalità che si é rivelata essenziale negli ultimi decenni, anche come mezzo per arginare la forte tendenza all’emigrazione.

Alcuni dati diffusi in questi ultimi anni dall’Università di Betlemme forniscono uno scenario quanto mai drammatico. Dal 1948, hanno lasciato la Terra Santa 230 mila cristiani. La popolazione cristiana di Gerusalemme, che conta oggi 14 mila persone, è scesa, tra il 1840 e il 2002, dal 25% al 2%. Nello stesso periodo, gli ebrei sono passati da 4 mila a 400 mila unità, mentre i 4.600 mussulmani sono diventati 143 mila.

Oggi, con i contributi dei circa 24.000 Cavalieri e Dame, raggruppati in 52 Luogotenenze (di cui 5 in Italia), l'Ordine del Santo Sepolcro, oltre alle 68 parrocchie, finanzia circa 45 scuole frequentate da oltre 19 mila ragazzi appartenenti ad ogni razza e religione.

I ragazzi cristiani che frequentano queste scuole e le cui rette scolastiche sono interamente sostenute dai Membri dell’Ordine, sono circa 10 mila. Attraverso tali aiuti, l’Ordine del Santo Sepolcro si prefigge di dare ai giovani cristiani una istruzione adeguata per inserirsi in un contesto sociale e politico, come è quello attuale della Terra Santa, che non lascia spazi alla minoranza cristiana, se non a livelli culturali e professionali di eccellenza.

Attraverso il potenziamento delle iniziative mirate alle scuole, l’impegno dell’Ordine del Santo Sepolcro, però, vuole essere prevalentemente una missione di pace. I Cavalieri e le Dame del Santo Sepolcro, dunque, impegnati a concorrere, come “operatori di pace”, al raggiungimento di quella pace che, in Terra Santa, purtroppo, appare ancora molto lontana.

Bambini e ragazzi cristiani, ebrei e mussulmani, sedendo sugli stessi banchi, imparando a convivere e a fraternizzare, avendo avuto oggi l’occasione di vivere uniti la loro formazione scolastica e culturale, liberi da pregiudizi ed antichi rancori, forse domani, potranno essere finalmente in grado di costruire insieme quella pace da tutti tanto auspicata.

“Per giungere alla pace bisogna educare alla pace”, esortava il compianto Sommo Pontefice Giovanni Paolo II nel suo messaggio, in occasione della giornata mondiale di alcuni anni fa. In sintonia con tale esortazione, l’Ordine del Santo Sepolcro ha iniziato ad impegnare le singole Luogotenenze ad assumere, in via esclusiva, il mantenimento di una o più scuole. La Luogotenenza per l’Italia Centrale e Sardegna, fin dall’anno 2004, si è fatta carico e provvede al pagamento delle rette dei 1.000 studenti cristiani, fra i 1.900 giovani circa, che frequentano la scuola di Madaba, in Giordania. Dall’anno 2006, inoltre, partecipa al finanziamento dei lavori e delle opere di ammodernamento del Centro Scolastico Comunitario di Jenin, in Samaria e, da quest’anno, anche di quello di Aboud, nei Territori Palestinesi a nord ovest di Gerusalemme.

Sono punti di riferimento e di esempio, nella vita spirituale dei Cavalieri e delle Dame, le figure dei Santi che hanno fatto parte dell’Ordine: San Pio X, (che ne fu Gran Maestro), i Beati Cardinali Giuseppe Benedetto Dusmet, Andrea Ferrari e Ildefonso Schuster, nonché Bartolo Longo (fondatore del Santuario di Pompei).

La guida ed il coordinamento delle attività dell'Ordine, che ha personalità giuridica vaticana, sono affidati ad un Cardinale Gran Maestro (attualmente il cardinale John Patrick Foley, di recentissima nomina), assistito da un Gran Magistero a composizione internazionale.

La Luogotenenza per l’Italia Centrale e Sardegna, posta sotto la responsabilità di un Luogotenente (attualmente S.E. Alberto Consoli Palermo Navarra) e la guida spirituale di un ecclesiastico (attualmente S.E. Rev.ma Mons. Giovanni De Andrea, Arcivescovo titolare di Acquaviva, Nunzio Apostolico), ha competenza territoriale nelle regioni Abruzzo, Lazio, Marche, Molise, Sardegna, Toscana ed Umbria ed amministra circa 2.500 persone, tra Cavalieri (laici ed ecclesiastici) e Dame.

La Sardegna è una Sezione della Luogotenenza per l’Italia Centrale e Sardegna, mentre Oristano, dopo Sassari e Nuoro, è la terza Delegazione, in ordine di tempo, ad essere istituita nell’ambito di questa Sezione. A breve, seguirà l’istituzione della Delegazione di Cagliari.

Ciò premesso, torniamo alla cronaca della manifestazione.

Alle 10.30, nella chiesa del Carmine, i Cavalieri e le Dame, indossati i mantelli e le insegne dell’Ordine, hanno dato inizio alla lunga processione introitale per fare, unitamente all’Arcivescovo di Oristano, che si è unito al corteo dall’episcopio, l’ingresso solenne in Cattedrale.

La Cattedrale, addobbata di fiori bianchi e rossi (i colori dell’Ordine) e con i drappi bianchi sui quali era la croce potenziata rossa (o croce gerosolimitana) emblema dei Cavalieri del Santo Sepolcro.

Dopo il saluto del Luogotenente, è iniziata la Celebrazione Eucaristica presieduta dall’Arcivescovo, che nella Sua omelia non ha mancato di apprezzare l’impegno di preghiera e di carità svolto dai Cavalieri e dalle Dame del Santo Sepolcro in favore delle popolazioni cristiane della Terra Santa. Al termine del Rito, dopo brevi parole augurali del Preside della Sezione Sardegna, si è svolta la cerimonia di consegna del vessillo alla nuova Delegazione. Dopo la benedizione da parte dell’Arcivescovo, il Luogotenente ha consegnato l’insegna al Preside che, a sua volta, l’ha affidata al nuovo Delegato.

Quest’ultimo, visibilmente commosso, ha rivolto ai presenti un caloroso indirizzo di saluto, ringraziando il Luogotenente per il prestigioso incarico conferitogli e l’Arcivescovo e Priore della Delegazione per la preziosa assistenza che non mancherà di fornirgli nell’espletamento della sua nuova funzione. Il nuovo Delegato ha concluso il suo intervento invocando, prima di guidare la recita corale della preghiera alla Patrona dell’Ordine, la sua celeste benedizione.

Oristano, terra di antiche tradizioni, ora, oltre ai Cavalieri della Sartiglia, che hanno lo scopo di cogliere la stella, sinonimo di buon auspicio e di augurio per un anno fortunato, è orgogliosa di avere anche i Cavalieri del Santo Sepolcro, il cui scopo, anche per loro, è quello di cogliere la stella, centrare un obiettivo: sostenere ed aiutare con sempre maggior impegno e costanza le opere e le istituzioni della Chiesa Cattolica in Terra Santa.

Mario Virdis
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venerdì, novembre 02, 2007

SARDEGNA QUASI UN CONTINENTE: I GIGANTI DI " MONTE PRAMA"
























“SARDEGNA QUASI UN CONTINENTE”

I GIGANTI DI “MONTE PRAMA”

I giganti di arenaria, appartenenti alla civiltà nuragica, scoperti nel 1974 nel Sinis di Cabras e caduti nell’oblio da oltre trent’anni, fanno nuovamente parlare gli studiosi e aprono nuove interessanti ipotesi storiche.


“Sardegna quasi un Continente” scriveva Marcello Serra titolando una sua opera del 1958, dove esponeva per primo la teoria del Continente in embrione, ripresa poi da altri in epoca più recente. La Sardegna, al centro del Mediterraneo, è stata sempre considerata strategica dai tanti dominatori che a lungo hanno calpestato il suo suolo fin da epoca remota.
Le recenti, animate discussioni di studiosi e politici sul lento procedere del restauro delle gigantesche statue, note come “ I giganti di Monte Prama”, hanno finalmente riportato all’attenzione generale una scoperta che pur sensazionale è rimasta ignorata, facendo continuare, alle statue, nei sotterranei della Soprintendenza, quel lungo sonno iniziato migliaia di anni fa tra le sabbie del Sinis di Cabras. Ecco la storia.
Nel 1974, in località Monte Prama nel comune di Cabras, al contadino Sissinio Poddi finisce sotto la lama dell'aratro la testa di pietra gigantesca di un arciere. Nel 1979 iniziano gli scavi. Racconta Giovanni Lilliu: “…C’è un episodio che mi mette ancora i brividi. Fu quando con Enrico Atzeni scoprimmo a Monte Prama le grandiose statue nuragiche in arenaria ai bordi dello stagno di Cabras. C’era un sole bellissimo, poi il cielo improvvisamente si oscurò, venne la tempesta mentre le statue tornavano alla luce. Dio mio, gli dei nuragici si stanno risvegliando, pensai. Non lo dimenticherò mai…”. Nonostante l’entusiasmo iniziale gli anni passano e, a parte pochi saggi pubblicati per gli addetti ai lavori, solo nel giugno del 2005 la scoperta arriva all'attenzione del grande pubblico portata da un articolo del “Giornale di Sardegna”, nel quale viene descritto il ritrovamento delle 30 statue alte 2 metri, a cui viene provvisoriamente attribuita una datazione tra l'VIII ed il VII secolo a.C. Le statue, in arenaria gessosa, vennero ritrovate dentro un recinto sacro, ritte sopra grosse basi che segnavano delle tombe a pozzetto. Sono arcieri e pugilatori, hanno occhi come dischi solari, la bocca è inesistente, il piede è di taglia 52. Le statue riprendono, in dimensioni sovrumane, i modelli di alcuni bronzetti dell'ultimo periodo: sono identiche nell'abbigliamento, nei lineamenti e nell'acconciatura ai bronzetti di Serri, risalenti alla civiltà nuragica degli Shardana. Si tratta di uno dei più grandi ritrovamenti dell'intero Mediterraneo, che ne riscrive la storia archeologica: vuol dire che le città finora ritenute fenicio-puniche erano abitate precedentemente dalla stessa popolazione che aveva realizzato i bronzetti, gli Shardana, appunto. I sardi “Shardana”, che avevano realizzato in un primo tempo i bronzetti di Uta, e che avevano lasciato l’isola nel 1200 a.C. a seguito di una grande catastrofe, erano, dunque, rientrati nell'isola e realizzato queste gigantesche statue, in tutto simili e con le stesse caratteristiche dei precedenti loro bronzetti.
I Fenici, quindi, non fondarono città ex novo, ma si insediarono in abitati preesistenti dove le popolazioni conservarono il loro sapere e le loro tradizioni, affiancando la loro cultura a quella dei conquistatori.
Le gigantesche statue furono trasferite al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari dove, le più integre, furono esposte al pubblico, mentre le altre furono portate e Sassari per essere restaurate e ricomposte. A distanza di oltre trent’anni nulla è cambiato ed i guerrieri continuano il loro lunghissimo sonno nei depositi della Soprintendenza.
Scrive Nicola Pinna sull’Unione Sarda del 29 luglio scorso: “…Al caso delle statue di Mont’e Prama il “Venerdì” ha dedicato un servizio di due pagine, intervistando l’archeologa, responsabile del restauro, Antonietta Boninu, il sindaco di Cabras Efisio Trincas e il sovrintendente archeologico di Cagliari e Oristano Vincenzo Santoni. Proprio Lui il principale accusato per i ritardi del restauro delle sculture che nel 2005 aveva detto: "...non si trattava di un ritrovamento cosi importante...", ora ammette qualche colpa: confessa di aver "...forse sbagliato a non valorizzare il settore della produzione scultorea..." e precisa che "...alcuni pezzi dei guerrieri sono stati esposti, ma per gli altri mancano spazi e soldi...". In attesa che la sistemazione dei giganti inizi e finisca, almeno su una cosa gli storici sembrano tutti d’accordo: se fosse confermata la datazione dell’XI secolo i guerrieri di Mont’e Prama sarebbero stati realizzati tre secoli prima delle famose sculture greche…”!.

La Sardegna, come sostiene Marcello Serra è proprio “ un continente”.


Mario Virdis