E' sempre l'ora...dI dare e ricevere...amicizia!

lunedì, dicembre 24, 2007

I CEROTTI PER L'INFELICITA'



Mario Virdis



L’INFELICITA’ NELL’EPOCA DELLA GLOBALIZZAZIONE:

" I CEROTTI PER L’INFELICITA’ " .

METABOLIZZAZIONE, IN CHIAVE IRONICA, DEL LIBRO DI P. WATZLAWICK
“ISTRUZIONI PER RENDERSI INFELICI”.

L’infelicità è dietro l’angolo. To turn the corner, in inglese, significa non solo svoltare l’angolo, scoprire cosa c’è dietro, dove la visuale non arriva, ma anche uscire da una crisi, da una situazione, lasciare il sicuro per il venturo.
L’ansia di scoprire, di sapere, ha sempre affascinato l’uomo. La pietra angolare, citata dalla Bibbia, la pietra perfetta, usata per la costruzione di edifici che debbono sfidare il tempo, è normalmente visibile solo da un lato: l’altro, quello dietro l’angolo, No. Cosa si nasconde, cosa c’è, dunque, dietro l’angolo?
L’uomo è alla continua ricerca della felicità. Il più grande affanno umano è il continuo rincorrere quella parte non visibile, per scoprire quello che non si conosce, per arrivare alla meta. Il risultato, la scoperta, il passaggio dal sogno alla realtà, spesso, però, è una grande delusione: l’infrangersi del sogno, sullo scoglio della realtà. Anche la moglie di Lot (per tornare alle mie antiche letture) diventò una statua di Sale per appagare la sua curiosità, sfidando il terribile ordine divino. Questo desiderio di conoscere l’ignoto ci porta, dunque, ad immaginare, a sognare, a costruire, a nostro piacere, una realtà sconosciuta, e per questo maggiormente stimolante, per poi, togliendo il velo, scoprire che era meglio il sogno della realtà.
“…Viaggiare pieni di speranze è meglio dell’arrivare”, ha scritto P.Watzlawick, nel libro che prima ho citato, confermando che quasi sempre i sogni…muoiono all’alba!
Cosa c’entra tutto questo con la felicità o l’infelicità dell’uomo? C’entra eccome!
Tutti gli uomini vogliono essere felici scriveva Aristotele. Tutti, in ogni tempo, hanno cercato di dettare ricette per raggiungere la felicità: una lunga serie di “istruzioni per essere felici”, una serie ininterrotta di “cerotti” di forme e misure diverse, per rattoppare le ferite, più o meno aperte, causate dall’infelicità. Ma siamo sicuri che il rimedio non sia peggiore del male? Siamo sicuri che al termine del “viaggio” la delusione non ci farà rimpiangere il lungo sogno coltivato durante il percorso?
La lettura del libro di Watzlawick mi ha riportato indietro nel tempo. Ho, fortunatamente, una memoria fotografica: i ricordi per me sono una miriade di fotogrammi, dove suoni, luci, colori sono presenti, come in una pellicola. Tornare indietro nel tempo, per me, è come rivedere un film.
Il Suo libro ha riaperto non pochi “file” del mio passato. Ho rivisto i lunghi corteggiamenti, le ansie e le gioie della “scalata”, come ho rivissuto le delusioni del “dopo”. Le emozioni dell’attesa avevano i colori brillanti e le pulsazioni a mille, mentre quelle del “dopo” i colori piatti e sfumati del viaggio ormai terminato.
Crescere significa non solo diventare “grandi”, avere più anni, iniziare un’attività lavorativa, ma anche imparare a gestire il proprio stato di infelicità alla ricerca continua, inarrestabile, della felicità.
Terminate le fatiche scolastiche delle scuole superiori, pur iscritto all’Università, iniziai subito la ricerca di un lavoro. Cosa non facile ieri, come non lo è oggi. Tanti i sogni pulsanti che martellavano il mio cervello, numerose le speranze, come tante furono le cocenti delusioni al primo impatto con la realtà. L’infelicità ( come la ricerca del suo opposto) in un giovane (allora avevo i miei freschissimi vent’anni) è la regola, non certo l’eccezione. Vincere un concorso importante, come era successo a me, entrare a far parte di una Banca, allora pubblica, era il raggiungimento di un traguardo stratosferico. L’illusione della felicità, però, durò poco. L’infelicità era dietro l’angolo. L’effetto della “sbornia di felicità” per il lavoro conquistato, purtroppo, durò solo un istante: molto presto mi resi conto di aver venduto la mia libertà. Mi accorsi subito che la mia vita risultava terribilmente condizionata dagli altri: orari, metodi di lavoro, abbigliamento, amicizie, tutto era catastroficamente diverso dai miei sogni.
La meta reale, questo è un dato di fatto purtroppo, è sempre terribilmente diversa da quella sognata!
Questa ritrovata infelicità non spense in me, comunque, l’ardore della ricerca dell’agognata felicità. Per oltre sette lustri ho continuato filosoficamente a tormentarmi: dovevo trovare anch’io la mia pietra filosofale, dovevo, anch’io, poter dire di aver trovato, finalmente, quella felicità che mi continuava a sfuggire di mano come sabbia sottile che fuoriesce dal sacco apparentemente integro.
Cinque anni fa, dopo oltre 36 anni trascorsi a “realizzare i progetti degli altri”, ho riacquistato la mia libertà. Avevo sciolto il collare che, come quello del cane da pastore, mi aveva per anni reso prigioniero, anche se in un castello dorato.
L’euforia della ritrovata libertà credo assomigli a quella che, un tempo, provava un liberto, uno schiavo liberato, che improvvisamente si ritrovava senza vincoli, senza catene. Cosa farsene di una libertà sognata, desiderata, maledettamente difficile da raggiungere, dopo averla riconquistata?
Il primo giorno da “pensionato” fu strano e terribile. Mi svegliai, comunque, alla stessa ora anche senza la sveglia. Ormai ero un automa. I miei dormivano ancora ed io mi guardavo intorno, intontito, come in preda ai postumi di una sbornia colossale. Eppure ero finalmente libero, anche se ancora non riuscivo a comprenderne appieno il significato!
Ero un uomo che non aveva più il terrore di arrivare in ritardo, recuperare i minuti scanditi inesorabilmente dal suo badge magnetico e che mi controllava come un Grande Fratello. Il mio pensiero mise a fuoco il momento in cui, con un sottile piacere, consegnai, con gli altri “attrezzi del mestiere”, anche il badge, il mio “controllore”, quel “collare” di cui parlavo prima.
Trovarsi improvvisamente in una situazione “nuova”, di libertà totale, è scioccante ed angosciante. Il primo pensiero che viene in mente è come occupare il tempo: Cosa farò oggi? Mi chiesi con un misto di curiosità e paura. Più paura che curiosità. Si vedrà, pensai, nessuno, ormai, può impormi nulla!
Il mio cervello, però, era come un computer in tilt: forse necessitava di un reset! Cercando una nuova dimensione mi venne in mente un’immagine paradossale: quella dell’asinello che, dopo anni di lavoro passati a girare in tondo alla “mola”, la vecchia macina in pietra per il grano, viene liberato e portato in campagna: reso libero, soppiantato, dalla tecnologia.
L’animale, senza i paraocchi e senza il peso del giogo di legno, fatica a mettere a fuoco il sole, la campagna, l’erba verde: è tutto cosi nuovo, diverso; quello intorno a lui è un paesaggio di cui, ormai, aveva perso conoscenza. In cuor suo avrebbe, forse, voluto correre, saltare, giocare, ma non sapeva come; sapeva fare bene solo una cosa: girare intorno ad un’asse.
Mi sentii avvolto da una grande tristezza. Ero spaventato e confuso. Avevo sognato la libertà come il raggiungimento di un traguardo apicale, ma forse, non era cosi. Avevo sognato per anni una felicità che ora mi sfuggiva, che anziché raggiungermi si allontanava.
Impiegai del tempo a interrogarmi, a guardarmi allo specchio, per capire il motivo di tanta infelicità. Alla fine giunsi alla conclusione che dovevo riprendere il viaggio, che non ero ancora arrivato a destinazione. Mi convinsi che ogni punto d’arrivo era solo la tappa, la stazione, di un lungo percorso. Il “viaggio” doveva durare ancora a lungo; stazione dietro stazione bisognava trovare altri traguardi, altre mete: altri sogni avrebbero dovuto conquistarmi per darmi, strada facendo, la gioia di raggiungerli. Questa riflessione durò fino all’estate: trascorsi, per la prima volta, tre mesi nella casa al mare.
Questa prima vacanza, non condizionata da complicatissimi calcoli di raccordo con le ferie degli altri colleghi, fece maturare in me un’importante decisione: riprendere gli studi, tornare sui banchi dell’Università, cancellando quasi 40 anni di assenza e, ovviamente, anche 40 anni di...età! Volevo riprendere a vivere ed a soffrire, volevo rimettermi in gioco, volevo dimostrare a me stesso che ero capace di competere e, possibilmente, vincere.
Il resto, i cinque anni che ho già trascorso con gran parte dei miei attuali colleghi della Specialistica, è noto, quindi non necessita di commenti.
Sono convinto della scelta fatta; contento di essere risalito sul “treno dei desideri”, di soffrire come quando avevo i miei vent’anni, di partecipare alle ansie ed alle preoccupazioni (apparentemente uguali, anche se molto diverse dalle mie) dei ragazzi che hanno gli anni di mio figlio.
In sintesi posso dire di aver orgogliosamente trovato la mia pietra filosofale: sono felice di essere infelice.

Mario (noto anche… GattoMario)




INDIRIZZO - Viale S. Martino n. 17 - 09170 ORISTANO -
Tel: Abit. 0783.303979 - Fax 1782231436 - Cell. 349.3559293
- E-mail : virdismario@tiscali.it - Sito Web : www.amicomario.blogspot.com

martedì, dicembre 18, 2007

BUON NATALE E BUON 2008 ! A TUTTI GLI AMICI






BUON NATALE ..... e..........BUON 2 0 0 8 !




domenica, dicembre 16, 2007

BUON NATALE E BUON 2008 !



da:
Mario, Giovanna e Santino Virdis

BUON NATALE E FELICE ANNO NUOVO .......................... 2008 !
MERRY CHRISTMAS AND HAPPY NEW YEAR...........
BON NADAL I FELIC ANY NOU...............
FELIZ NAVIDAD Y PRÓSPERO AÑO NUEVO...........
JOYEUX NOËL ET BONNE ANNÉE............




______________________________________________
INDIRIZZO:
Dr. Mario Virdis
Viale San Martino, 17
09170 ORISTANO (OR) - ITALY
tel. +39 0783303979 or + 39 3493559293 - fax online + 39 1782231436
E Mail: virdismario@tiscali.it - Sito Internet: http://www.amicomario.blogspot.com/
______________________________________________________________________________________

sabato, dicembre 08, 2007

LA CASA: IL SOGNO PIU' GRANDE!


CASA: PER TANTI E’ SOLO UN SOGNO

Ho riflettuto su quanto riportato da " Repubblica" circa il rifinanziamento dell'edilizia pubblica agevolata. La novità importante è che, finalmente, dopo anni di oblio, l’edilizia residenziale pubblica può ripartire. Certo 500 milioni di euro non sono molti, solo una goccia, per la fame di case che angoscia soprattutto le giovani coppie unite, tra l’altro, solo da lavori precari e non stabili. Come utilizzare, nella maniera più consona questo investimento senza sconfinare, come in passato, nella costruzione di ghetti che ancora squalificano vaste zone delle nostre città? La soluzione non sarà facile.
Personalmente sono contrario ad ulteriori allargamenti del perimetro urbano, stante i sempre maggiori vuoti esistenti in gran parte delle nostre città. I centro storici, non solo quelli delle grandi città della penisola ma anche quelli dei centri medi e piccoli, sono desolatamente vuoti. Gli unici abitanti che animano questi quartieri fantasma sono gli extracomunitari, gli irregolari, quelli che ufficialmente non fanno parte della vita regolare, alla luce del sole. Questi spazi centrali, oggi off limits, andrebbero recuperati. Altro problema. In non poche città i vecchi Piani regolatori lasciarono ampie aree vincolate ( credo che esistano praticamente dappertutto se solo ad Oristano ce ne sono decine) per la costruzione dei servizi alla città: scuole, asili, spazi ricreativi, etc.; queste aree, oggi in belle zone centrali, non solo deturpano il quartiere con spazi incolti, ricchi solo di erbacce, ma potrebbero essere recuperate variando la destinazione iniziale, oggi non più perseguibile ( il calo della natalità ha vanificato l’utilizzo di nuovi spazi da destinare a scuole o asili) e destinate ad edilizia pubblica. Perché ho pensato al recupero delle aree vuote o degradate, anziché pensare alla creazione di nuovi quartieri, allargando di conseguenza gli spazi esistenti? Per una serie di ragioni.
La prima ragione è quella dell’inutilità di nuove spese per urbanizzare altre aree oggi agricole. Le città sono sufficientemente estese: evitiamo altri chilometri di strade, altri chilometri di rete fognaria, idrica, telefonica ed elettrica. L’allargare ulteriormente il perimetro urbano aggrava tutti i costi, a partire da quello della raccolta dei rifiuti ed a seguire da quelli dello spostamento urbano. Inoltre, il recupero degli spazi interni esistenti nelle città, a partire dal centro storico, eviterebbe l’esodo, ormai senza fine, della restante popolazione residente. Quest’ultimo sarebbe un vantaggio di non poco conto: eviterebbe, almeno in parte, di snaturare l’amalgama, prima esistente, la varietas, il collaudato mix dei diversi ceti sociali componenti queste zone. I pochi centro storici oggi recuperati, pur esteticamente validi hanno creato più di un problema, ma quello più drammatico è certamente il “cambio d’uso” : nei centri ristrutturati sono cambiate le attività che si svolgevano al loro interno, ma soprattutto è cambiata la popolazione residente: l’espulsione dei ceti meno abbienti ne ha cambiato l’anima.
L’acquisizione, da parte pubblica, di quote importanti del vecchio patrimonio edilizio dei centri storici e delle aree non costruite, all’interno di tante città, consentirebbe di ripopolare queste aree non con “nuovi abitatori”, ma riportando i vecchi, ripristinando gli equilibri, prima esistenti. Operazioni come queste potrebbero avere un duplice vantaggio: estetico ed umano.
Forse il mio è solo un sogno. Per molti anni, a partire da quelli della ricostruzione post bellica, si è portata avanti la politica dell’allargamento delle città, con la costruzione di aridi e orribili nuovi quartieri di periferia, dove non solo era inesistente la qualità dei materiali utilizzati, ma soprattutto la qualità della vita: la mancanza di spazi collettivi, la mancanza di servizi, di verde e di altre attrattive hanno fatto crescere generazioni di alienati e deviati. Colpe ne abbiamo tutti e porre rimedio non sarà facile.
Cerchiamo, allora, di evitare altri errori.

Mario Virdis

virdismario@tiscali.it http://www.amicomario.blogspot.com/

venerdì, dicembre 07, 2007

..SE IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI

LA SARDEGNA IN UNA ANTICA INCISIONE.
Inserisco nel blog un mio intervento relativo all'interessante Convegno che la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Sassari ha recentemente realizzato:
Le Risorse Paesaggistiche della Sardegna:un problema di
governo,una questione culturale.



IL FINE GIUSTIFICA SEMPRE I MEZZI ?

Il detto machiavellico del fine che giustifica i mezzi è sembrato trasparire dall’intenso ed interessante dibattito che l’altra sera ha animato l’aula rossa della nostra facoltà.
Importanti i personaggi presenti e, soprattutto interessante e coinvolgente l’oggetto della discussione.
Partendo dalla lucida analisi del recente libro dell’Arch. Sandro Roggio, “ C’è di mezzo il mare”, variamente commentato sia nell’introduzione dalla Prof. Antonietta Mazzette, che dai successivi relatori, la conversazione ha avuto un brillante seguito con la appropriata lettura della parte più ironica del libro (il Paese di Diamante) da parte dell’attore Sante Maurizi.
Lasciando da parte la scenografia ed entrando nei contenuti è apparso subito chiaro che il libro era la “testa di ponte” di un importante quanto difficile problema che tiene banco oggi in Sardegna: la salvaguardia e la protezione del nostro territorio.
La discussione ha messo in luce non poche problematiche. Diverse le interpretazioni, come diverse mi sono sembrate le vie, i percorsi, seguiti ed ancora da seguire per raggiungere il comune scopo condiviso: proteggere nella maniera più appropriata quanto ancora rimane di integro, di naturale, nella nostra terra sarda, per poterlo, poi, trasmettere alle future generazioni e consentire anche a loro di usufruirne.
Perché mi sono riferito, introducendo questo scritto, al detto machiavellico “ Il fine giustifica i mezzi” ? Cerco di spiegarlo.
La Sardegna nei secoli ha avuto, quasi sempre, dominatori. Il suo popolo, il Popolo sardo (per me i Sardi sono un Popolo), sempre dominato. L'isola, forse per la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo, è stata quindi perenne terra di conquista. I dominatori nelle varie epoche ne hanno devastato il territorio, sfruttando il sottosuolo o cancellando, in passato, le foreste, o introducendo una industrializzazione fuori luogo nel presente, anziché assecondarne ed incentivarne le risorse naturali.
Ci interroghiamo, oggi, cosa possiamo ancora fare per salvare quanto ancora salvabile e preparare, nella maniera migliore, il nostro futuro.
La riflessione ed il confronto sull’uso-consumo del territorio sardo deve riguardare tutti non solo gli addetti ai lavori. A questi ultimi il compito di stabilire le regole per la salvaguardia e la tutela di tutto il territorio, non solo delle coste ma anche dell’interno, ma partendo dalla “condivisione”, non dalla logica della norma calata dall’alto, a cui i sardi sono da secoli abituati. Non continuiamo con la vecchia logica del Principe, di machiavellica memoria.
Nel riepilogare gli interessanti interventi, prima del dibattito, voglio commentarne alcuni.
Il giornalista Costantino Cossu ha messo a fuoco un punto cruciale, quando ha detto che un passaggio del PPR non lo convinceva: quello che prevedeva, nelle future urbanizzazioni del territorio, l’imprimatur “unico” dei vertici regionali. Credo che sia un modo per spogliare i Comuni, espressione vera, concreta, degli abitanti di quel territorio, del potere residuo, solo formale. Se una legge è chiara e prevede delle regole precise, la sua applicazione non può essere delegata? Quella del giudice unico è un modo per dire che i Comuni non sono in grado neanche di applicare le norme. Ecco perché esiste il concreto pericolo che l’imminente Referendum veda rigettato un Piano, condivisibile nella sostanza ma errato nelle procedure formali: è mancato, nella fase di preparazione, come ho detto nel dibattito, il coinvolgimento forte dei Sardi.
Sandro Roggio, sostenitore convinto del Piano, non ha mancato di mettere più di una volta il dito nella piaga. Mi è sembrato di vedere nel suo libro della amarezza nel constatare la “pochezza” della nostra classe politica (che condivido) quando afferma che solo la forza , spesso non condivisa, del Presidente Soru ha consentito il via libera al PPR. Senza questa forza, nulla sarebbe mutato. Ma Sandro Roggio scrive anche del pericolo che un Presidente con i superpoteri può causare: domani un uomo solo può anche approvare un pessimo Piano.
Lo scrittore Giorgio Todde mi è sembrato troppo “di parte”. E’ pur vero che è stato protagonista e parte attiva e determinante nell’iter di formazione del Piano, ma la sua convinzione che non vi sono stati errori, neanche procedurali, mi è sembrata come minimo eccessiva.
Il successivo dibattito ha messo in luce dubbi, perplessità, incertezze. Gli studenti intervenuti hanno dimostrato non solo interesse ma anche preoccupazione e ansia per il futuro.
La nostra Prof. Mazzette ha cercato, come padrona di casa, di mettere tutti a proprio agio. Ha anche detto che è stata accusata di “mediare troppo”, accusa che non condivido. Credo, invece, che abbia voluto, soprattutto dialogare, confrontare, ascoltare. E’ sentendo le voci più diverse, anche le più distanti, che possiamo, che dobbiamo, metterci in gioco: confrontiamoci in continuazione.
Se tutto il nostro sistema politico e di governo usasse di più il dialogo ed il confronto anzichè l’imposizione, se si passasse dalla logica di Government a quella di Governance, potremo, davvero, sostenere di essere tutti coinvolti e protagonisti delle nostre scelte future, ma, soprattutto, potremo essere orgogliosi del nostro insostituibile ruolo di Cittadini e non di Sudditi.

Mario Virdis

virdismario@tiscali.it - http://www.amicomario.blogspot.com/

mercoledì, dicembre 05, 2007

SPES ULTIMA DEA !






Sassari 5 dicembre 2007
Questo articolo è scritto dal caro amico Prof. Gianpiero Gamaleri, Ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università degli Studi Roma tre, (rotariano, Past-President del Rotary Club di Roma, responsabile distrettuale della Comunicazione).

“IL PUNTO” di Gianpiero, tratta un argomento importante: l’apparente tiepida accoglienza alla nuova Enciclica “ SPE SALVI”, del nostro Papa Benedetto XVI, sulla “speranza cristiana”.



IL PUNTO di Gianpiero Gamaleri
(articolo pubblicato per E POLIS, IN Sardegna da “IL SARDEGNA” del 4 dic.2007)

L’enciclica del Papa e i suoi lati positivi.

Cadrà anche questa enciclica di Benedetto XVI nel dimenticatoio, senza neppure essere sfogliata? Rimarrà confinata negli scaffali delle librerie cattoliche di Via Conciliazione a Roma o di Piazza del Duomo a Milano? Molto probabilmente sarà proprio cosi, ma sarà un peccato: non un peccato in senso religioso, ma un peccato in senso laico: un’occasione perduta. Perché il tema stesso dovrebbe richiamare l‘attenzione di milioni di fedeli e non fedeli, in tutte le parti del mondo. Oggi c’ una colossale domanda di speranza, collettiva e individuale.
Spes ultima dea dicevano gli antichi. Un uomo, un anziano, un giovane, senza speranza è già morto. E, il Papa, nella sua lettera scava proprio dentro questa esigenza. E lo fa con grande delicatezza, con una prosa che sfocia inaspettatamente nel racconto di una ragazza africana Giuseppina Bakhita, nata nel Darfur, in Sudan, nel 1869, anche allora come oggi terra travagliatissima. Rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta 5 volte, con 144 cicatrici sul corpo martoriato dalle frustate. Fino a essere comprata da un mercante italiano e ad avviarsi non solo sulla via della libertà, ma anche su quella della santità, con la canonizzazione, disposta da Giovanni Paolo II.
La sua parola-chiave fu “la speranza”. Come fa a scrivere Eugenio Scalfari su La Repubblica di domenica che questa è un’enciclica europea, quando l’esempio più lampante portato dal Papa viene dal centro Africa? E come fa a dire che è un documento solo per i credenti di fronte alla sofferta problematica proposta da Benedetto, quando scrive – interpretando un sentimento che travaglia il pensiero contemporaneo: “ continuare a vivere in eterno appare più una condanna che un dono. La morte la si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine, può essere solo noioso e alla fine insopportabile”.
Quindi nessuna facile propaganda fideistica, ma la sottolineatura del comune denominatore di ogni esperienza, posizione, ideologia: il bisogno di speranza. All’inizio del suo pontificato questo Papa, schiacciato dalla statura del predecessore, disse press’a poco: accettatemi per quel che sono, vogliatemi bene senza pregiudizi.
Sta camminando lungo questa strada del farsi conoscere uomo tra gli uomini. Troppi ancora lo ignorano, ma soprattutto alcuni lo inchiodano in un’immagine che non gli appartiene.
Gianpiero Gamaleri

martedì, dicembre 04, 2007

SAGGEZZA SENILE..

Accompagno l'articolo che segue con un ritratto che identifica il tempo...che trascorre e invecchia tutto, a partire dagli uomini.
L'autore è la Prof. Antonietta Mazzette, ben nota agli studenti di Scienze Politiche dell'Università di Sassari.
Lo pubblico nel blog per far riflettere i giovani: io non lo sono più da un pezzo!
Eccolo.

SAGGEZZA E…FRAGILITA’

“Il Vecchio è fragile e le sue ossa sono di vetro, basta una distrazione che una costola si rompe in un baleno. Per questo è sempre attorniato dai familiari che non gli danno tregua. Tutti a raccomandargli di usare cautela e a ripetergli ‘non fare questo’, ‘non fare quest’altro’, ‘non mangiare questo cibo che ti fa male’, ‘cammina piano’, e via discorrendo, perché, si sa, i vecchi devono stare sempre attenti.
La vita del vecchio ormai è diventata una continua ansia per tutte queste sagge raccomandazioni, anche perché frasi del genere il Vecchio se le sente ripetere almeno dieci volte al giorno. Ma più costoro gli ricordano la sua vecchiezza e più lui la dimentica. O per meglio dire, fa finta di perderne per strada il ricordo. Per questa ragione ogni giorno cammina a perdifiato infischiandosene allegramente di tutte le raccomandazioni, perchè la sua testa, ignorando l’età, continua ad essere piena di progetti così come gli batte forte il cuore davanti ad ogni donna che gli ricorda un volto amato. Lui che ad ogni donna ripeteva ‘ho avuto cento amori e tu sei l’ultimo’.
Ma i familiari non gli danno tregua, raccolgono il ricordo della sua vecchiezza e glielo rendono con stucchevole gentilezza, pensando così di dominare i suoi impeti.
Il Vecchio è un uomo intelligente e sa essere furbo. Così un giorno escogita un piano per imbrogliarli ben benino. Incarta il ricordo della vecchiezza e lo nasconde mescolato tra i tanti ricordi, tanti quanti può contenerne la memoria di uno che ha vissuto a lungo e che dalla vita ha preso a piene mani.
Per un po' di tempo se ne sta quieto quieto per distrarre parenti, amici e conoscenti che, rassicurati della saggezza ritrovata, finalmente allentano la presa.
Una mattina il Vecchio decide di fare una passeggiata dalla vetta della collina fino al mare. Cammina lentamente per non allarmare i parenti che lo osservano dall’alto. Apparentemente è assorto nei suoi pensieri, in realtà è deciso a mettere in pratica il piano escogitato: regalare i suoi ricordi a chiunque incontri lungo la strada, sconosciuti o persone a lui note poco importa. Saluta tutti, a volte con calore, talaltra con indifferenza, si indispettisce con chi mal sopporta. Ma ai vecchi è perdonato tutto, anche le piccole cattiverie.

A ognuno dà in dono un suo ricordo: del primo amore all’uomo curvo, della sfida vinta al bambino grassottello che ansima per la fatica del camminare, delle mille ricchezze sperperate con allegra insensatezza al barbone seduto vicino all’edicola, dell’odore della terra bagnata alla donna scombinata che non sa conciliare famiglia e lavoro, e così via.
Cammina a lungo distribuendo con generosità a destra e a manca. La sorpresa iniziale si trasforma in gratitudine, nessuno aveva mai ricevuto un regalo più prezioso, neppure quella coppia di amanti che piangono perché in dono hanno avuto il ricordo di un amore finito.
Ora può tornare a casa, ha ormai regalato tutti i suoi ricordi.
In cima alla via vede una ragazza dalla grazia indefinibile, come quella di Gurù, lui si sente un Giovancarlo ma non ha più ricordi da regalarle. Il Vecchio la guarda e invano fruga nella sua memoria, perché l'unico rimastogli è il ricordo della sua vecchiezza. Lo aveva celato così bene che se l’era dimenticato. Rimane interdetto sul da farsi, non vorrebbe darle proprio quel ricordo a neppure vorrebbe lasciarla senza, ora lo sa è lei il suo ultimo amore.
Seppur rammaricato le dona proprio il ricordo da lui meno amato, ma ora sa che…”
a.m.

TRA SOGNO...E REALTA' : MAMMA HO PERSO IL "LUOGO..." !


Ho voluto titolare "in modo scherzoso" un serio articolo della Prof. Antonietta Mazzette ( apparso su http://www.eddyburg.it/ )sulle recenti trasformazioni dei luoghi del nostro vivere quotidiano, il cui titolo reale è:

LUOGHI, NON LUOGHI E SUPERLUOGHI.


La prof. Mazzette è docente di Sociologia Urbana nella Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Sassari. Tra i lavori più recenti "La città che cambia", "La vulnerabilità urbana", "Effervescenze urbane", "L'Urbanità delle donne" e l'ultimo "La Metropoli consumata".

ecco l'articolo.
Luoghi, non-luoghi e super-luoghi

Dai non-luoghi ai super-luoghi. Su questo ipotetico passaggio si è concentrata recentemente anche l’attenzione mediatica italiana. Le espressioni non-luoghi e super-luoghi, seppure appaiano straordinariamente efficaci, sono artificiose e vanno utilizzate con grande cautela perché un loro uso semplificato può diventare fuorviante e distorcente. Mi sottraggo perciò a questo uso ed entro nel merito dei contenuti del dibattito che si è sollevato sulle pagine di Repubblica e di Eddyburg.
Sinteticamente si possono individuare due percorsi riflessivi che non sempre, però, rimangono distinti e opposti: quello che porta a definire i cosiddetti super-luoghi una nuova forma urbana; quello che li considera invece una forma rinnovata di anti-città.
Sono pienamente convinta che i nuovi ‘contenitori’, deputati al consumo come svago e forma di socializzazione che si collocano lungo i sistemi viari e di collegamento, seppure non siano percepiti come appartenenti alla città anche dai suoi diretti fruitori, sono a tutti gli effetti una esplicita manifestazione del vissuto metropolitano ed urbano. Ciò perché, come ha scritto Sgroi nel nostro volume La metropoli consumata: “Nella urbanizzazione neometropolitana le funzioni urbane … sono rimescolate e disperse nel territorio in modo che siano fruibili da tutte le popolazioni che vivono occasionalmente o continuativamente l’esperienza metropolitana”; dagli spazi dell’abitare (continuativa o instabile) a quelli del produrre; dagli spazi del consumare a quelli dell’agire collettivo. Si badi - avverte Sgroi - “che questa classificazione è nella sua esemplificazione assolutamente fluida: i luoghi sempre di più perdono il loro carattere di stock per assumere quello di flusso; non soltanto: i luoghi sempre meno sono e sempre di più sono creati”, compresi quelli che abbiamo ereditato dal passato.
E se l’urbanistica e la politica continuano ad ignorare la proliferazione ‘spontanea’ di questi contenitori, l’architettura fa del déjà-vu urbano occasione di business economico: dalle mura medievali ai capitelli, dalla piazza alla fontana, e così via. Appaiono lontani, dunque, i contenitori grigi rivolti verso l’interno (perché la centralità era data dalle merci esposte) ideati da Gruen e dai suoi successori, e ciò non perché è intervenuta l’architettura a dare ‘dignità’ urbana a questi luoghi del consumo, bensì perché il consumo è diventato un’azione sociale ben complessa e potenzialmente infinita. Come scrive Cini nel suo bel libro Il supermarket di Prometeo le nuove forme di consumo sono infinite perché è “senza limiti la nuova informazione che la mente umana può creare”. In altre parole, il consumo (materiale o immateriale che sia) è diventato l’elemento trainante e unificante che sta permeando di sé luoghi fisici e luoghi virtuali, conoscenze e culture, socialità e bisogni individuali.

Si tratta di un processo inevitabile? In parte sì, se lo leghiamo ai nuovi caratteri della modernità, ai mutamenti della produzione materiale ed alla sua de-localizzazione nello spazio-mondo, al fatto che l’informazione e la rivoluzione microelettrica sono l’input e la sostanza di questi mutamenti. In parte no, se pensiamo alle politiche urbane di questi ultimi anni che, più che ‘regolatrici’ del consumo (in senso di contenimento), sono diventate esse stesse politiche orientate al e produttrici di consumo, a partire dal consumo del suolo. Ciò riguarda in special modo l’Italia. Condivido l’affermazione di Salzano secondo cui oggi nel nostro Paese si è creato un grande squilibrio tra la forza dell’impresa commerciale e la debolezza dell’amministrazione pubblica. Anche perché questa forza è concentrata nelle mani di soggetti extra-urbani e (extra)sovra-nazionali che con le loro scelte di investimento e di localizzazione delle attività, per lo più prese al di fuori della ‘cinta urbana’, oltre che della singola nazione, incidono sul mutamento territoriale ed economico, senza per questo avere il bisogno di stare dentro i processi decisionali tradizionali e di governo pubblico della città. Ovvero non hanno bisogno del consenso democratico, eppure giocano un ruolo pesantissimo nella dis-articolazione territoriale e nella trasformazione economica e sociale della città. Mi riferisco alle multinazionali proprietarie di catene d’alberghi, di centri della grande distribuzione, di convenience store, di factory outlet ed altro ancora.
Il tutto però avviene in sintonia con la proliferazione di politiche urbane orientate quasi esclusivamente ad attrarre visitatori/consumatori, perché questa è apparsa alle amministrazioni locali la modalità centrale, se non l’unica, per rilanciare e rendere competitive le città o parti di esse. Da questo punto di vista appare poco significativo entrare nel merito dei tipi di consumo che si formano in un centro storico o in uno shopping mall, in un centro commerciale di vecchia o nuova generazione oppure in un open air center. Così come poco importa la tipologia dei mezzi di consumo, perché in fondo la città di lunga durata sta sempre più assomigliando ai nuovi contenitori, non tanto per la sua conformazione fisica ed architettonica quanto per le azioni sociali di cui si sta riempiendo, azioni dense di uno stare insieme sociale finalizzato quasi esclusivamente al consumo.
Il consumo è democratico? Formalmente sì. Nel senso che ogni singolo individuo ha il diritto di accedere a questi spazi. Naturalmente l’esercizio di questo diritto particolare varia con il variare della concreta capacità economica e culturale che ha ogni singolo individuo. In pratica significa che se si accetta l’equivalenza città=consumo, facendo di quest’ultimo l’indicatore di misurazione della cittadinanza, l’esito finale non potrà che essere quello di produrre una città sempre più duale in termini di inclusione ed esclusione sociale, prima ancora che in termini territoriali.

La città è storicamente luogo e prodotto del conflitto, dove, come scrive Salzano nel suo Ma dove vivi?, le contraddizioni sono “momenti di dialettica”, ossia momenti di formazione dello “spirito cittadino”. Ma quel che manca oggi sono per l’appunto le sedi dove sviluppare questo spirito cittadino. E mi appare difficilmente sostenibile l’idea che il mercato (in qualunque forma si presenti) possa assumere anche la veste di luogo di decisione democratica.
(a.m.)