E' sempre l'ora...dI dare e ricevere...amicizia!

venerdì, dicembre 18, 2009

BUON ANNO 2010 !!












FELICE ANNO 2010 ! !

MARIO, GIOVANNA E SANTINO VIRDIS

porgono a tutti gli amici i migliori auguri di

BUONE FESTE ! ! !

lunedì, dicembre 07, 2009

La prima donna Presidente del Rotary Club di Oristano: Maura Falchi guiderà il Club nell’anno Rotariano 2011.12.



Cari amici,
l'altra sera si sono svolte le votazioni nel mio Club ( il Rotary Club di Oristano ) per eleggere il nuovo Consiglio Direttivo per il prossimo anno e designare il successivo Presidente che guiderà il Club nell'anno 2011.2012.
Non Vi nascondo che avevo un grande desiderio: far eleggere, come Presidente, una donna. E' da un pezzo che non pochi Club hanno sperimentato felicemente questo cambiamento e volevo che anche il nostro arrivasse a questo risultato. Oggi anche noi ci siamo riusciti, evviva!

Il mio pensiero dopo l'elezione è ritornato indietro, a qualche anno fa , quando dopo aver superato le ultime resistenze di quei rotariani che continuavano a vedere il Rotary come Associazione solo al maschile, anche il nostro Club riuscì a cooptare come socie le prime esponenti del gentil sesso. Era il coronamento di un lungo percorso ed il Governatore di quell'’anno, Giorgio di Raimondo, volle essere presente all’evento.
Scrissi allora, era il 2006, sulla rivista del nostro Distretto un articolo dal titolo “ Le prime rotariane del Giudicato d’Arborea”, ripercorrendo i sentieri storici del nostro Territorio, che in passato ebbe fulgidi esempi di donne alla guida della Comunità, a partire da Eleonora d’Arborea.
Ebbene oggi con grande gioia posso affermare che il nostro Club, continuando il suo percorso al passo coi tempi, ha non solo superato le remore del passato, accettando una necessaria ed indifferibile parità, ma ha deciso con grande unità d’intenti di affidare la guida del Club ad una socia: Maura Falchi. L'elezione di Maura è stata quasi plebiscitaria: non una semplice votazione a maggioranza, come spesso avviene nelle votazioni ordinarie, ma praticamente all’unanimità, avendo ottenuto la quasi totalità dei voti.
Maura se li merita tutti questi consensi. Non solo per la sua capacità professionale ma, soprattutto, perché ha sempre conosciuto ed amato il Rotary fin da piccola, avendo avuto il padre socio fondatore del nostro Club, dove ha rivestito non pochi incarichi tra cui quello di Presidente.
Sono convinto che guiderà il nostro Club con mano forte e capace, in un anno, tra l’altro particolare per il nostro Distretto che per la prima volta avrà come Governatore una donna: Daniela Tranquilli.
Sarà un sodalizio certamente fruttuoso per il Club ed il Distretto, dove sia Maura che Daniela daranno prova delle Loro grandi capacità, maturate in anni di impegno e dedizione alla nostra Associazione. Anche Daniela ha conosciuto il Rotary in famiglia fin da piccola: Suo padre Antonio, molti rotariani lo ricorderanno, è stato un indimenticato Governatore del nostro Distretto.
Auguri a Maura e Daniela! Il Rotary avrà tanto bisogno del Vostro impegno.



domenica, dicembre 06, 2009

L'ADDIO AD UN GRANDE AMICO: GIOVANNI PUSCEDDU.


GIOVANNI PUSCEDDU: UOMO DI CULTURA, POLITICO ILLUMINATO, SAGGIO AMMINISTRATORE, IN SINTESI UN VERO ROTARIANO.

E’ andato via in silenzio, come era sua abitudine. Non era amante dei riflettori, delle luci della ribalta, ma amava immensamente la sua terra, la Sardegna, ed in particolare il suo Territorio, la Marmilla, terra povera e trascurata. L’essere mite non gli ha impedito di combattere una lunga battaglia per il riscatto di una delle zone più povere dell’Isola. Sindaco di Villanovaforru per oltre trent’anni ha trasformato un territorio dimenticato in un’oasi culturale, turistica e ricettiva mai prima sognata. Inventore del Consorzio “ Sa Corona Arrubia” ne è stato alla sua guida per circa 25 anni, vincendo una scommessa che a molti sembrava impossibile. Ora, a 81 anni, ha perduto l’ultima battaglia, quella con la morte, che lo ha portato via in un grigio pomeriggio di Dicembre. Si è spento nella sua casa di Sanluri tra le braccia dell’adorata moglie Angela, lasciando in tutti noi un gran vuoto.
Io l’ho conosciuto personalmente nel 2000 quando ero presidente del Rotary Club di Oristano. In quell’anno era obiettivo del nostro Club costituirne uno nuovo nel Medio Campidano, che garantisse continuità tra i Club del Cagliaritano e quelli del Centro Sardegna, a partire da quello di Oristano. Giovanni conosceva già il Rotary in quanto era già socio onorario del Club di Cagliari. Proprio per la sua conoscenza dell’Associazione andai a trovarlo con l’amico Vincenzo Falqui-Cao, rotariano del mio club, che aveva l’incarico di Rappresentante speciale del Governatore del Distretto, Antonio Lico, per l’avvio e la costituzione del nuovo Club. Pur oberato da non pochi impegni non ci fu difficile convincerlo ad accettare l’ipotesi della Presidenza del nascente Rotary Club di Sanluri Medio Campidano. Il club nacque sotto i migliori auspici ed oggi è sicuramente uno dei nuovi club più attivi e vivaci del nostro Distretto. Anche di questo fatto andava molto orgoglioso: il suo territorio, che aveva conosciuto negletto e dimenticato, stava recuperando terreno, allineandosi ai territori ben più sviluppati e curati, e la costituzione di un Rotary Club ne era ulteriore conferma.
Diventammo amici. Amicizia non formale, apparente, ma solida, concreta, reale. Il suo sorriso, anche di fronte alle difficoltà, era di una semplicità disarmante: sapeva, col magnetismo dei suoi occhi, dominare, convincere, invogliare; sapeva trovare sempre la soluzione appropriata. La notizia della sua morte lascia in me, ma credo in tutti quelli che lo hanno conosciuto ed amato, un vuoto incolmabile. Il suo ricordo resterà, però, sempre vivo in me ed il suo sorriso continuerà ad illuminare i miei momenti bui, quei momenti quando sembra che tutto sia perduto, che non vi sia soluzione al problema.
Grazie caro Giovanni della Tua splendida amicizia. Ad Angela che oggi piange la Tua assenza dico solo una cosa: sii serena, sei stata molto fortunata ad essere la compagna di un uomo che nessuno dimenticherà mai. La luce del suo sorriso riscalderà sempre il Tuo ed i nostri cuori; le sue opere, tutto quello che ci ha insegnato, continueranno a vivere per sempre.

Mario
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L’Unione Sarda riporta oggi (6 Dicembre 2009) nella pagina della Cultura un bell’articolo di Antonio Pintori che riepiloga la bella ed avvincente avventura di Giovanni Pusceddu.
Ecco il testo completo.

Il Patriarca della Marmilla
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Giovanni Pusceddu: addio a un pioniere del turismo culturale.

Ieri pomeriggio la Marmilla ha perso il suo padre della cultura, Giovanni Pusceddu. Sindaco di Villanovaforru per trent’anni e per ventitré presidente del Consorzio turistico Sa Corona Arrubia, è stato il pioniere del turismo culturale nelle zone interne. Si è spento alle 18, nella casa di Sanluri dove viveva con la moglie Angela. Aveva 81 anni.
Nell’ultimo periodo i problemi respiratori che si trascinava da tempo si erano fatti più seri. Alla fine lo hanno portato via dalla sua Marmilla, terra per la quale aveva investito una vita. Negli ultimi mesi non lo si vedeva più in giro. Ma le tracce della sua opera sono sotto gli occhi di tutti nel territorio dei nuraghi e delle Giare. Il museo di Sa Corona Arrubia, quello dei record con i dinosauri, egizi e adesso con i mammut. Ma anche un sistema viario che unisce siti archeologici e una rete di altri musei. Per ultimo, l’attenzione di imprenditori irlandesi sulle brulle colline per un progetto di 580 milioni di euro legato al golf che non trascurerà la valorizzazione dei beni culturali.
Tutto questo e molto di più è stato Giovanni Pusceddu. Per anni insegnante elementare e corrispondente de L’Unione Sarda, ha poi messo la sua esperienza e professionalità a servizio del suo paese e del Territorio. Nel 1975 è diventato sindaco di Villanovaforru per la prima volta. E ha voluto rendere fruibile il villaggio nuragico di Genna Maria. Da quegli scavi è partito il risveglio culturale della Marmilla. Poi il museo con lo stesso nome del sito, inaugurato nel 1982, il primo in un piccolo paese dell’interno. Quello stesso anno è nato il Consorzio, primo esempio nell’Isola di associazionismo fra Comuni. Allora erano quattro: Villanovaforru, Collinas, Lunamatrona e Siddi. Oggi sono diventati venti.
E nei suoi 25 anni alla guida de Sa Corona Arrubia, Pusceddu di scommesse ne ha vinte altre, sempre con il fine di sviluppare il turismo culturale. La prima mostra nel museo del Territorio nel 2001 con i Dinosauri e 150 mila biglietti staccati ha fatto subito il botto. Poi sono arrivati i pittori spagnoli, Leonardo, gli Egizi, i Precolombiani, gli Etruschi e i Mammut. Il papà il suo Consorzio lo ha lasciato nel 2005, cosi come il suo Comune.
Un amministratore capace di affrontare momenti difficili con la stessa determinazione e voglia con le quali con gli altri Sindaci metteva in campo tanti progetti. Uno per tutti l’ippoterapia per disabili che ha regalato il sorriso sui cavalli a tanti ragazzi. Ha saputo alzare la voce quando Sa Corona Arrubia veniva trascurata dalla Regione ma anche quando il Territorio veniva penalizzato nel servizi.
“ Faceva tutto con lo stesso entusiasmo di un bambino”, ha detto Giovanni Battista Orrù, ex Sindaco di Lunamatrona, al fianco di Giovanni dal 1982, “ il territorio ha perso il suo Patriarca, un esploratore d’altri tempi”. “Ancora ricordo quando ci convinse ad andare a Genova per vedere la mostra dei dinosauri promettendoci una cabina di prima classe sulla Tirrenia”, ha aggiunto l’attuale presidente de Sa Corona Arrubia Alessandro Merici. “ Un grande, sono onorata di aver partecipato al suo progetto”, ha concluso Teresa Guerriero, segretaria del Consorzio. Oggi la Marmilla piange Giovanni Pusceddu, ma soprattutto lo ringrazia.

Antonio Pintori.












giovedì, dicembre 03, 2009

I MIEI PRIMI GIORNI DI SCUOLA ( Il mio primo Maestro )


















Oristano 3 Dicembre 2009

Cari amici,
quella che riporto è una storia vera.

E' la storia della mia prima esperienza scolastica, quella delle elementari che ho frequentato al mio paese natio: Bauladu.

Fa parte delle "mie memorie", una sequenza di flash, relativi agli anni giovanili, che sto portando avanti da qualche tempo. Spero di completare questo mio lavoro facendone un piccolo libro.

Ecco in anteprima questo primo racconto.

Buona lettura.

Su Maistu Pisu
( Il Maestro Pisu,il mio primo maestro)

Nell’anno scolastico 1950/51 andai per la prima volta a scuola.
Non vi erano allora scuole materne, asili nido o strutture di tal genere per le famiglie. La scuola iniziava con le elementari e, ovviamente, c’era il maestro unico. Oggi si parla tanto e si critica il ritorno a questa forma didattica, ma io credo, invece, che nei primi anni il bambino all’inizio del percorso formativo debba avere un punto di riferimento fisso, un unico gestore del suo “computer” che si appresta a ricevere i primi programmi, le prime tecniche per acquisire il sapere.
Il passaggio dal mondo infantile, quello dei giochi e della mancanza di impegno, a quello delle prime responsabilità dei primi impegni programmati, credo debba avvenire attraverso una figura unica, forte, carismatica. Penso che la presenza di più figure di riferimento non faccia altro che aumentare le difficoltà del passaggio dall’età infantile all’età scolare. Questa, però, è solo la mia opinione. Torniamo, dunque, alla mia prima esperienza scolastica.
L’edificio che ospitava la scuola era, come del resto tutti gli edifici pubblici dell’epoca, formato da larghi corridoi, aule grandi con i soffitti alti ( le classi erano numerose con oltre 30 alunni), grandi finestre, muri imbiancati a calce e pavimenti in marmette di graniglia. In ogni aula una grande cattedra, su un piedistallo ben rialzato, troneggiava di fronte alle due file dei banchi (una fila per i maschi e l’altra per le femmine), con a destra una grande carta geografica ed a sinistra una lavagna incorniciata in legno, un po’ staccata dal muro e collocata su un supporto in parte girevole. Una piccola mensola raccoglieva i gessetti bianchi ed il cancellino di feltro.
Le famiglie preparavano con impegno i bambini per il primo giorno di scuola. D’obbligo il grembiule nero con il colletto bianco, l’abbecedario e la penna con i pennini. Il calamaio in vetro contenente l’inchiostro era già predisposto, incassato nel banco di legno.
Il primo giorno di scuola era una festa. Tutti ripuliti, pettinati, trasformati dal grembiule nero e colletto bianco in tanti piccoli pinguini vocianti. Nel corridoio il bidello, con aria severa, sorvegliava che tutti si avviassero in silenzio ed in fila alle rispettive aule. Le due lunghe file di banchi in legno, a due posti ciascuno, attendevano l’arrivo dei nuovi occupanti. Il vociare ininterrotto e le prime schermaglie sull’occupazione dei posti si interrompevano all’improvviso all’arrivo del maestro: tutti in piedi, allineati nei banchi, per l’obbligatorio saluto in coro “buongiorno signor maestro”.
Ci si metteva a sedere, allora, solo dopo aver ricevuto l’invito dell’insegnante. Le classiche due bancate, come dicevo prima, avevano uno scopo ben preciso: dividere, come in Chiesa, i bambini in due gruppi: a destra le femmine ed a sinistra i maschi.
Io iniziai la mia carriera scolastica con il maestro Ilario Pisu. Costui era già un uomo di una certa età. Sposato con un’ insegnante, signora Stefanina, aveva tre o quattro figli tutti un po’ più grandi di me. Era un uomo apparentemente burbero, poco incline alla risata, che pretendeva da tutti obbedienza e rispetto. A scuola lo sapevamo bene che ridere e scherzare sarebbe stato alquanto temerario! Per me, poi, vi era un’ulteriore penalizzazione: la casa del maestro Pisu e quella della mia famiglia avevano i cortili confinanti. La sera, spesso, mio padre e lui dialogavano mentre si occupavano entrambi dell’orto. Sarebbe stato impossibile per me comportarmi male a scuola senza che i miei genitori lo sapessero immediatamente!
Non nego di aver avuto sempre un carattere esuberante. Per me rimanere fermo per lungo tempo sul banco è sempre stata una grande tortura. Questa mia iper-attività era mal digerita dal maestro. Egli cercò in tutti i modi di smorzare, annullare, questo mio comportamento per lui anomalo. Provò a cambiarmi di posto portandomi ai primi banchi. Avendo ottenuto scarsi risultati mi costrinse a sedermi al primo banco, proprio di fronte a Lui, convinto di riuscire nell’impresa. La riuscita, però, fu solo parziale e temporanea: i richiami erano una costante ed il risultato sempre scarso. Fece allora un ultimo tentativo: mise a fianco a me, sempre al primo banco, una bambina. Questo fatto, allora del tutto inusuale, fu da lui concepito nella convinzione che questo artifizio potesse riuscire a moderare la mia elettricità. Fu tutto inutile. Restai al primo banco e lui si rassegnò ad accettarmi com’ero.
Un altro mio difetto infastidiva non poco il maestro Pisu: il fatto che io fossi mancino. Non bastava il fatto che ero esuberante! In quei tempi, contrariamente alla logica di oggi, il mancino era un “diverso”, uno che doveva essere corretto e portato alla “normalità” degli altri. Ero l’unico mancino della classe e lui provò in tutti i modi a porvi rimedio. Anche i programmi scolastici erano ben diversi da quelli di oggi. Nei primi due anni si imparava a scrivere facendo una sequenza infinita di segni uguali ( le aste di varia lunghezza e inclinazione ) per passare, poi, negli anni successivi alle materie come storia geografia, aritmetica e cosi via. La teoria degli insiemi era ancora da venire! Lunghe file di aste allineate nelle pagine di lugubri quaderni con la copertina nera ed il bordo rosso erano un po’ l’incubo degli scolari di allora.
Nei giorni dedicati al dettato quando il maestro chiedeva di prendere la penna, allora un lungo bastoncino di legno con il supporto per infilarvi uno dei pennini in dotazione, e iniziare a ricopiare le “aste” da lui disegnate alla lavagna, iniziava per me un vero e proprio tormento. La mano pronta a scattare per prendere la penna, infilare il pennino ed intingerla nell’inchiostro, non era per me la destra, quella che tutti gli altri usavano, ma la mano sinistra.
Durante questi preparativi che precedevano lo svolgimento degli esercizi il maestro passeggiava lentamente tra le due bancate, osservando minuziosamente ciascuno di noi. Lasciando la cattedra portava sempre con se una lunga bacchetta. Lo strumento, ausilio del maestro per spiegare, evidenziare i diversi punti nella carta geografica o indicare quanto scritto alla lavagna era un semplice ramo di olivo o lentischio, ripulito e levigato, abbastanza robusto ma flessibile; oltre che per gli scopi prima ricordati era atto anche ( allora si poteva…) a richiamare, in maniera forte, gli allievi poco attenti alle lezioni. Questa bacchetta io la conoscevo bene: era diventata la mia ossessione.
Come ho detto prima, essendo seduto al primo banco, molto vicino quindi alla portata della sua “arma letale”, gli era facile ricordarmi, con questo strumento, come dovevo comportarmi. Torniamo al dettato.
Al suo comando di prendere il quaderno e la penna, la mia mano sinistra, prima a muoversi per cercare la penna, incontrava inesorabilmente la sua bacchetta che, con colpo secco, piombava sul dorso della mano o sulle dita, costringendomi a fare velocemente marcia indietro. Con grande fatica mentale costringevo, allora, la mano destra a prendere la penna, intingerla con difficoltà nel calamaio ed iniziare, poi, la lunga e difficile serie di aste sul quaderno. Le frequenti macchie d’inchiostro tra un’asta e l’altra dimostravano, se mai ce ne fosse stato bisogno, le difficoltà che trovavo a cambiare abitudini. Sul mio essere mancino e sulla necessità di essere corretto, non mollò mai; sulla mia esuberanza, a malincuore, si rassegnò a sopportarmi, considerato anche che seguivo con grande facilità ed apprendevo molto velocemente.
Imparai faticosamente e malvolentieri a scrivere con la mano destra. Credo che la mia pessima grafia, che non sono mai riuscito a migliorare, sia frutto di questa costrizione, del mio perenne rifiuto mentale a scrivere con “l’altra mano”. Ancora oggi, a parte l’uso della penna con la mano destra, per tutte le altre necessità, continuo ad usare la mano sinistra, compreso l’utilizzo “mancino” delle posate a tavola.
Pur non condividendo i metodi didattici applicati ho avuto nei confronti del mio primo maestro, un concetto molto positivo. Non esagero se dico francamente che per me fu un grande maestro di vita. Fu lui, per primo, a capire che, nonostante la mia esuberanza, ero portato per gli studi. Apprezzando le mie capacità si era fatto la convinzione che io dovessi continuare gli studi e non fermarmi alla licenza elementare. Sarei dovuto andare, secondo lui, prima alla Scuola Media e poi alle Superiori e diplomarmi, nonostante le dichiarate difficoltà economiche della mia famiglia. Le sue quotidiane chiacchierate con mio padre, la sera, mentre ciascuno seguiva il suo orto ( i nostri cortili, come dicevo prima erano confinanti ), ottennero il risultato di convincer i miei a fare qualsiasi sforzo, qualsiasi sacrificio perché sia io che mio fratello continuassimo gli studi. E fu cosi. Arrivammo entrambi, al diploma, con un’ottima votazione.
Conservo gelosamente il libro ( allora i libri erano davvero preziosi) che volle regalarmi alla chiusura del quinto anno, al termine delle scuole elementari. Il libro ha una sua dedica che, oltre alla lode per il mio impegno, contiene un forte invito a continuare con impegno nello studio, a non rassegnarmi a vivere nell’ignoranza, che costringe poi nella vita a fare i lavori più umili; era un invito a stringere i denti e lottare per raggiungere posizioni e traguardi più alti ed appaganti.

Non dimenticherò mai il suo sguardo burbero e severo, ma fondamentalmente buono, che mi ha accompagnato per tutti i cinque anni delle Elementari. Ho ancora impressa nella mente la sua imprecazione urlata con la quale in aula, con voce alterata, ci ordinava il silenzio e ci calmava: “ Basta, Porca boia”! Era cosi efficace che riusciva a zittirci tutti in un solo istante.
Chissà poi perché il boia, nel suo sfogo urlato, era femmina e non maschio!

Mario Virdis












sabato, novembre 21, 2009

GLI STRANI GENI MODERNI DELLE LAMPADE ( QUELLA DI ALADINO E' SOLO UN RICORDO...)!





Oristano 21 Novembre 2009

Percorrere i sentieri della rete è sempre stato per me un modo per rilassarmi ed allo stesso tempo soddisfare la mia inestinguibile curiosità.

Oggi mi sono imbattuto in una bellissima riflessione di Michela Murgia, sarda, appassionata, innamorata da sempre della Sua terra, la Sardegna.

La riflessione di Michela è riferita ad un luogo antico e sempre bellissimo: San Salvatore del Sinis. Un luogo che conosco bene, che adoro e che mi consente di fermarmi a pensare, riflettere.

Non aggiungo nulla alle Sue riflessioni. Grazie Michela!
Il Suo sito è sempre molto interessante ( http://www.michelamurgia.com/ ) e lo consiglio a tutti gli amici.
Ecco il "pezzo" di Michela.


Geni della lampada (ho visto la luce a San Salvatore)

di Michela Murgia.

(Attenzione: contiene specifiche riflessioni sulla luce, ombelicalismi sullo spirito dei luoghi dove sono nata e rabbia per l'incapacità dichiarata di troppi sardi di passare sulla loro terra leggeri).
C'è un posto vicino a casa mia che si chiama San Salvatore. E' un classico paese novenariale campestre, cioè un agglomerato di case molto piccole (cumbessias) sorte per essere abitate dai cabraresi solo per 9 giorni all'anno, in corrispondenza della festa del santo a cui è dedicata la chiesetta che fa da baricentro alla località. E' un luogo di natura spirituale, dove il sacro ha radici visibili che si piantano nei millenni.

Per gli increduli ci sono anche le prove: sotto il pavimento della chiesetta attuale c'è infatti un ipogeo di presunta matrice pre-nuragica, a cui si è poi sovrapposto il culto nuragico delle acque, quello punico di Sid, probabilmente quello romano di Asclepio e infine la devozione al Cristo Salvatore che oggi dà il nome al paesino. Tutte le culture che ci sono entrate hanno riconosciuto la sacralità del luogo e l'hanno a loro modo rispettata, ricalcandola.

La magia del novenario di San Salvatore ha i tempi ritmati dalla preghiera: la messa, la via crucis e la novena al pomeriggio sono gli unici impegni comuni del giorno, il resto del tempo è riposo e amicizia, in una convivialità fatta di lente chiaccherate, di giochi di bambini sulla terra battuta, di penombre serali e di piccole case in piccolissime vie. Non ci sono negozi, non ci sono altre piazze che quella che fa da perno alle case, in cerchio come per un ballo. E' un paese sacro anche per questo, San Salvatore, perché è separato, distinto dal tempo e dai luoghi del lavoro e della vita più impegnata della quotidianità di Cabras; è un posto per permettersi anche il non far niente, il relax del silenzio e della socialità spontanea, non rituale, favorita dall'intimità forzata delle casette tenute in piedi l'una dall'altra. Chiamarle casette è relativo, in fondo metà degli appartamenti di Milano - compreso il mio - ha cubatura uguale o inferiore alle cumbessias di San Salvatore, ma è significativo che in questo microcosmo la dimensione angusta delle case sia la scusa per stare sempre sulla soglia, anzichè rintanati dentro come in un alveare. San Salvatore ha poi una sua luce, e questa luce è parte integrante della sua atmosfera. E' sempre stata fioca, discreta, affidata alle porte aperte e all'illuminazione interna delle case, costantemente accesa al servizio di un via vai continuo che da una soglia all'altra porta le persone a riprendersi il tempo per scambiare due parole, bere un bicchiere di vernaccia, condividere un dolcetto o un cucchiaio di gelato.

Il fatto che negli anni il carattere spirituale della permanenza nel paese si fosse via via sbilanciato in favore di una ben più laica voglia di festa aveva cambiato molte cose, ma non ancora quella: San Salvatore restava un paese in penombra, smorzato e pacifico, tutelato architettonicamente dalla Soprintendenza e vigilato nel resto delle cose dai suoi stessi fruitori tradizionali, gli orgogliosi padroni delle cumbessias. Poi domenica scorsa ci faccio una passeggiata, e trovo l'assurdo: dal terreno adesso spuntano decine di pali della luce a raggio intenso, alti più delle case, con tubi imponenti come tronchi e lampade a forma di cappello di gnomo che fanno una luce da stadio. E' il nuovo intervento di illuminazione del paese, mi dicono al bar centrale di Cabras con aria perplessa. Forse un po' fuori misura, azzarda qualcuno, per un paese abitato solo per una settimana. Quella luce è troppa, non serviva, aggiunge qualcun altro. Certo, belli di certo non sono, conclude uno che si sta pagando distrattamente il caffè. Pare che il sindaco Cristiano Carrus, interpellato in merito da un comitato spontaneo di cittadini sbalorditi, abbia risposto che l'intervento è la realizzazione di un progetto della giunta precedente - centrodestra l'una e l'altra - per di più approvato dalla Soprintendenza. Ora, io non so a chi dare la colpa di questo scempio spacciato per azione di servizio, ma mi sembra esemplare di un certo modo di stare al mondo, superficiale nel cogliere i significati delle cose e invasivo nel manipolare le forme in cui questi significati si esprimono, fino a soffocarli e renderli un sussurro distorto e deformato. Buon senso imporrebbe di levare subito quei cosi e porli a rimedio della penosa illuminazione cittadina di Cabras, lasciata scarsa probabilmente per celare la condizione ancora disastrosa del manto stradale urbano di tutte le vie principali. Per San Salvatore il rispetto del genius loci imporrebbe il ripristino delle tradizionali lampade col piatto di ferrosmalto, o ci resteranno da dire solo le parole de is coggius: Dulche Jesu Salvadore, sas offesas perdonade.

Michela Murgia
http://michelamurgia.altervista.org Realizzata con Joomla! Generata: 21 November, 2009, 16:36






venerdì, novembre 06, 2009

MAL DI SARDEGNA !


Oristano 6 Novembre 2009
Cari amici,
giorni fa a casa di un amico ho rivisto una bellissima poesia di Marcello Serra. Non è solo una poesia: è un inno d'amore verso l'amata Sardegna, isola splendida, capace di catturare tutti!
Rileggiamola insieme!!
Eccola.

SORTILEGIO

Quando ti staccherai per ripartire
dall’Isola dei Sardi
con la memoria densa
di favolosi incontri, di paesaggi
senza tempo e di antiche creature
pazienti, allora il cuore,
fratello d’oltremare,
ti peserà come un frutto maturo.
I tuoi occhi e i pensieri stenteranno
in quel commiato a sciogliersi
dalla terra, che quanto più dirada
tremula all’orizzonte,
sommessa più nell’anima s’addentra
con il suo sortilegio. Con un filtro
che ha il profumo del timo del Limbara
e del vino d’Oliena,
l’alito dei lentischi,
delle macchie di cisto,
il fiato delle umide scogliere,
il sapore del miele di Barbagia,
la dolcezza dei lidi e dei tramonti
lungo il Golfo degli Angeli,
il colore d’Alghero stemperato
con le sue torri bionde e le sue guglie
tra rive di corallo,
la forza millenaria
dei tòneri d’Ogliastra
e dei graniti azzurri di Gallura.
Questo filtro spremuto alle brughiere
e dal seno dei toschi,
dai vertici dei monti e dal respiro
degli abissi marini
ti correrà le vene in un languore
dolce ed amaro di malinconia
che forse chiamerai mal di Sardegna.

Marcello Serra 1982

Eccolo, lo stesso inno d'amore, come fa sognare me!!
Ciao a tutti.
Mario.
























mercoledì, ottobre 14, 2009

GIORGIO CANNAS, L’autista di pullman con la passione per il Neolitico. Dalle strade in asfalto alle”strade” dell’ossidiana.













GIORGIO CANNAS
L’autista di pullman con la passione per il Neolitico.
Dalle strade in asfalto alle”strade” dell’ossidiana.

Il percorso di ognuno di noi è davvero lungo e tortuoso. Quello di Giorgio Cannas addirittura fantastico. Ho rivisto Giorgio pochi giorni fa in "Via Dritta" ad Oristano. Mi ha riconosciuto Lui, vispo come sempre e ci siamo abbracciati.
Avevo conosciuto Giorgio Cannas molti anni fa. Io dirigevo la filiale del Banco di Sardegna a Terralba e lui era ancora un giovane di belle speranze. Il suo estro, le sue capacità erano, però, già in buona evidenza. Il lavoro lo trova come autista dei pullman dell’Azienda Regionale Sarda Trasporti. E’ l’inizio di un lungo viaggio.
Una vita intera passata a guidare i pullman, stranamente ed inesorabilmente cambiata da due grandi sogni, due grandi amori: Il tiro con l'arco e le ricerche sulle frecce preistoriche. Per fare questo ha dovuto lottare, molto; a partire dalla sua voglia di tornare a scuole per completare un percorso culturale non avvenuto a tempo e luogo.














Ecco la Sua storia che ha interessato anche i giornali.
“ Torna a scuola a cinquant'anni ma l'Arst gli nega l'autorizzazione. Un autista scrive al presidente Ciampi: voglio la maturità classica “.

Titola cosi, Mercoledì 24 novembre 2004, l’Unione Sarda, che, con un articolo di Nanni Di Cesare, riporta la curiosa storia di Giorgio. Ecco una sintesi.
Giorgio Cannas abita a Terralba e all'inizio dell'anno scolastico in corso, così come prevede il decreto presidenziale che garantisce il diritto allo studio dei lavoratori nel caso che questo non rechi danni all'azienda, ha deciso di iscriversi e frequentare i corsi di studio al Ginnasio De Castro di Oristano. «La mia iniziativa è stata accolta con entusiasmo dal preside dell'istituto, dai giovani colleghi di studio,” racconta con amarezza Giorgio Cannas, “ e anche dai miei familiari. Devo dire, a onor del vero, che anche alcuni dirigenti della sede Arst di Oristano, hanno avuto parole d'elogio».
Con queste premesse il conducente di autobus ha avviato la sua pratica di iscrizione ai corsi. Ma i problemi sono arrivati al momento di ottenere l'autorizzazione dalla direzione dell'Azienda regionale dei trasporti. «Come previsto dai regolamenti “, prosegue Cannas, “ ho inviato la richiesta per ottenere l'approvazione da parte dell'azienda. L'ho fatto circa tre mesi fa, ma a tutt'oggi non ho ottenuto ancora nessuna risposta. E questo mi preoccupa non poco». Silenzio assenso? Non proprio. Ripetute volte Giorgio Cannas ha provato a contattare telefonicamente i responsabili della società di trasporti con sede a Cagliari, ma in tutte le occasioni ha ottenuto solo risposte vaghe, che terminavano con la solita frase: «Le faremo sapere quanto prima». Quanto? Chissà. Il rispetto dei diritti sanciti dalle leggi italiane ha animato lo spirito del lavoratore, che stufo di attendere una risposta che non arrivava mai, ha deciso di intraprendere la via legale. «Mi sono rivolto a un avvocato “, conferma, “ e così è partita una lettera ufficiale nella quale esprimo all'Arst la mia ferma intenzione di procedere nel progetto scolastico». Ma Giorgio Cannas non si è limitato a questo e anzi ha rincarato la dose, ha scritto di proprio pugno una lettera indirizzata al Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, nella quale spiega la situazione in cui si trova da ormai tre lunghi mesi. «Non capisco il perché dell'atteggiamento assunto dai dirigenti dell'azienda “, precisa ancora Giorgio Cannas, “ visto che la mia richiesta, di fatto non implica alcun disservizio ai danni dell'azienda. Nelle ore che dovrei frequentare le lezioni ”, aggiunge, “ nessuno mi deve sostituire, visto che una volta conclusa la corsa che deposita gli studenti nelle scuole, rimango inoperoso sino all'ora di uscita dei ragazzi». Adesso il conducente con il sogno di ottenere un diploma di scuola superiore, spera che qualcuno si interessi al suo caso e che i suoi diritti vengano tutelati. Intanto non abbandona i libri: sta seguendo il programma alla lettera. Il suo impegno scolastico continua, comunque.
La cultura, lo sappiamo è contagiosa. Per Giorgio quasi una seria malattia, ma necessaria per concretizzare il suo grande sogno.
Il suo sogno globale è chiaro anche nei particolari: ricostruire un villaggio neolitico com'era migliaia di anni fa. Nei minimi dettagli. Per realizzarlo Giorgio Cannas, over 50, dopo i lunghi anni di guida ai pullman di mezza Sardegna, ha messo a disposizione un suo terreno a Sa Cora,alla periferia di Terralba.
"Da piccolo ho sempre lavorato in campagna, provengo da una famiglia di agricoltori"; “ ho sempre amato la campagna “ dice, raccontando il suo sogno agli amici. Ma le sue campagne non erano come quelle che vediamo normalmente in giro, erano diverse; "La maggior parte dei nostri terreni traboccava di ossidiana", ricorda Giorgio. Facile per un ragazzo incuriosirsi con una pietra più simile al vetro che ai normali sassi che in Sardegna abbondano. "Noi la chiamiamo pedra de pistoni, pietra di bottiglione, pietra di vetro. Su pistoni è il bottiglione da due litri che si usa per il vino. Altrove la chiamano pedra corbina, pietra corvina, per la sua colorazione nera come il piumaggio dei corvi “.
La vita lavorativa ti porta lontano dai sogni, però questi non muoiono, restano dentro di Te. “Quando iniziai a praticare il tiro con l’arco, leggendo una rivista della federazione che si occupava di ricerche storiche sugli archi di tutto il mondo, pensai a come potevano essere stati concepiti gli archi degli antichi sardi. Speravo di trovare notizie su questo aspetto ma invano: forse uno studio sulla nostra Isola non era stato mai realizzato".
Giorgio Cannas, però, non si arrende. Inizia a studiare nelle fotografie dei bronzetti la tipologia degli archi rappresentati e quella delle punte di freccia. All'Università non c'era nulla di specifico ma attraverso le foto dei bronzetti pubblicate dal professor Lilliu e da altri inizia a capire qualcosa di più. Non si accontenta delle foto. Raggiunge Torino dove riesce ad incontrare l'archeologo autore degli articoli della rivista prima citata. Apprende i sistemi di lavorazione dell’ossidiana: gli attrezzi neolitici usati per lavorare l'ossidiana erano di legno, pietra e osso. Una pietra per scheggiare, oppure un osso di bue o un corno di cervo o un punteruolo d'osso. Grande difficoltà quella di lavorarla, ma l’uomo non si è mai arreso. Le difficoltà, però, aguzzano l’ingegno. “ Per me ormai era diventata una specie di malattia “, continua Giorgio, “ L'ossidiana ti affascina forse proprio per la grande difficoltà a lavorarla. L'oro nero della preistoria è una magia “. Continua, poi, durante la lunga chiacchierata . ” Me l'hanno trasmessa due grandi spiriti della nostra civiltà: Giovanni Lilliu e Costantino Nivola".
Con questa passione, con questo fuoco interiore comincia, così, a lavorarla. Inizia ricreando oggettini della cultura neolitica e nuragica, attingendo anche dalle rielaborazioni artistiche di Nivola. Realizza, poi, oggetti di sua invenzione come la pintadera o il falcetto, per scoprire appieno i segreti della lavorazione di questa pietra di origine vulcanica. “ Mi sono munito di attrezzi diamantati: dischetti e punte di trapano", dice, “ per superare le prime difficoltà” . Subito dopo cerca di “tornare al passato “ usando gli stessi strumenti del Neolitico: ovvero fare prove di “Archeologia sperimentale “. Cosa significa, Giorgio, questo termine?, chiedo. “ Rifare gli oggetti che i nostri antenati costruivano migliaia di anni fa utilizzando gli stessi, identici loro attrezzi", risponde. Come può il legno spezzare una pietra dura?, continuo io. " L'ossidiana è durissima ma nello stesso tempo fragile, essendo un vetro. Quando riceve un colpo si scheggia, proprio come il vetro. Puoi realizzare un coltellino, un raschiatoio o una punta di freccia, la cosa più difficile". Altre sperimentazioni?, chiedo ancora. " Per sperimentare l'effetto delle frecce nella caccia ai volatili compravamo polli in macelleria e li mettevamo come bersaglio per verificare che cosa succedeva quando venivano colpiti da punte di ossidiana. Teniamo presente che alla mummia di Bolzano hanno trovato addosso l'attrezzatura per scheggiare la selce e ritoccarla, con un pugnale e un arco fatto con un legno che abbiamo anche noi: il tasso". A che punto siamo nell'archeologia sperimentale?, domando. " In Sardegna e nel resto d'Italia siamo solo agli inizi, ma in Francia è una disciplina coltivata anche a livello di divulgazione dei risultati raggiunti negli esperimenti. Loro parlano di archeologia cognitiva ". L'uomo neolitico aveva già molte cognizioni, si dice. Tu personalmente cosa ne pensi? " Ho preso parte a un convegno a Montale, zona di Modena, sulle palafitte dell'età del bronzo. Hanno ricostruito il villaggio. Noi siamo pieni di testimonianze neolitiche, questa bellissima disciplina potrebbe essere coltivata con profitto anche in Sardegna. Il nucleo più bello di ossidiana l'ho visto al museo Sanna di Sassari. Nel museo di Perfugas ci sono due lame di selce di una trentina di centimetri l'una, bellissime".
Il grande sogno di Giorgio Cannas è quello di ricreare, ricostruire, un villaggio neolitico com'era migliaia di anni fa. Nei minimi dettagli. Credo che la Sardegna meriti questa attenzione di un suo figlio, cresciuto nella modernità, tra pullman, asfalto e smog, ma mai dimentico, da sardo autentico, delle Sue, delle nostre origini.

Mario Virdis




















martedì, ottobre 13, 2009

INTERCLUB ROTARIANO A S.M. DI NEAPOLIS: UNA DELLE TRE CITTA' DEL GOLFO DEI FENICI, L'ODIERNO GOLFO DI ORISTANO.


Organizzata dal Club di Sassari e rivolta ai Club del Nord Sardegna si è svolta ieri una interessante "gita culturale" alle rovine della antica città di Neapolis.
Il presidente del club, il prof. Mario Atzori non ha avuto difficoltà a coinvolgere uno dei maggiori conoscitori del sito, il prof. Raimondo Zucca, suo collega all'Università di Sassari e notissimo studioso di archeologia.Con un relatore di questo calibro il successo era assicurato! A chiudere la giornata una breve visita all'Antiquarium Arborense, il museo della nostra città, diretto proprio dal prof. Zucca.
Ecco il resoconto della giornata ed una breve storia delle origini del sito.

Complice una calda giornata d'inizio d'autunno l'itinerario archeologico si è snodato lentamente tra le rovine dell'antica città, calpestando una infinità di cocci millenari risalenti alle epoche più disparate. Affascinanante e coinvolgente la descrizione dei siti da parte del prof. Zucca, capace di trascinare per ore anche i più riottosi. Grazie prof. Zucca della sua cultura e della sua grande capacità oratoria!
Il pubblico presente era numeroso. Oltre ai club di Sassari erano presenti il club di Alghero, di Ozieri, di Tempio ed, ovviamente, il nostro ( con undici presenze ) che fungeva da "padrone di casa".
Quanto raccontava il professore era cosi interessante che neanche l'afa di una domenica velata di nuvole riusciva a distrarre i presenti. Ecco una sintesi della storia di Neapolis, ricavata dai testi del prof. Zucca.
Nella provincia di Oristano l’uomo arrivò circa 6.000 anni prima di Cristo per cercarvi l’ossidiana nelle viscere del Monte Arci. Lungo le rive degli stagni sorsero allora i primi villaggi di capanne.Il golfo di Oristano si prestava bene alla costruzione di luoghi di approdo e per questa ragione sorsero successivamente tre importanti porti: Tharros, Othoca e Neapolis .Intorno al 725 a.C. i Fenici fondarono le città di Tharros e di Othoca (Santa Giusta), mentre i Cartaginesi, dopo aver conquistato la Sardegna alla fine del VI secolo a.C., edificarono le città di Neapolis (a sud dello stagno di Marceddì) e di Cornus (presso Santa Caterina di Pittinuri). Questi centri divennero prosperi per i commerci e le attività agricole e dell’allevamento e si dotarono durante l’epoca romana (238 a.C.- 450/460 d.C.) di infrastrutture quali terme, acquedotti e templi che ancora oggi dominano il panorama di queste città morte.Della città di Neapolis e del suo porto poco o nulla è visibile oggi. L’oblio del tempo ha coperto di polvere un’antica ed importantissima città.

“ Delle antiche città sarde distrutte la meno conosciuta è questa di Neapolis”, scriveva Giovanni Spano, il fondatore della moderna archeologia sarda, nel 1859.

I primi scavi importanti a Neapolis furono realizzati nel periodo maggio-luglio 1951 e si concentrarono su un edificio termale medio-imperiale e su un’area cimiteriale dell’Alto Medioevo. I successivi scavi del 1967 portarono alla scoperta di ceramiche puniche a Neapolis. I recenti scavi del 2000, invece, consentirono altre scoperte molto importanti. La campagna, iniziata il 4 settembre si concluse il 7 dicembre di quell'anno. Tre mesi di scavi che hanno permesso di recuperare reperti che i direttori scientifici, i proff. Raimondo Zucca e Paolo Bernardini, ritengono eccezionali.

Il risultato di queste scoperte dimostra che la città di Neapolis è una fondazione urbana dei cartaginesi che ebbe notevoli rapporti con i Greci. Il porto della città si trovava nelle acque dell’attuale stagno di San Giovanni, sulle cui sponde meridionali sorgeva l’agglomerato urbano." A prescindere da un breve scavo condotto mezzo secolo fa dall’accademico dei Licei Giovanni Lilliu - afferma l’archeologo Raimondo Zucca - la città è sostanzialmente vergine e in questa prima fase degli scavi sono stati acquisiti risultati importantissimi ".I reperti ritrovati non solo hanno confermato che Neapolis ebbe stretti rapporti con Cartagine, Atene e Roma, ma anche con Bisanzio. Sono stati trovati dei resti con scritte risalenti al periodo bizantino, quindi Neapolis fu abitata anche dopo la caduta dell’impero romano.

L'importanza delle scoperte è stata tale che è stato concesso un ulteriore finanziamento per la ripresa degli scavi tuttora in atto. Il lavoro di ricerca, condotto dalla Soprintendenza archeologica di Cagliari e dall’università di Sassari, vede ancora protagonista il prof. Zucca che presto darà certamente a tutti noi altre interessantissime novità!

Per completezza ecco alcune immagini della bellissima gita culturale.Un grazie particolare a Mario Atzori e Momo Zucca per il loro grande contributo.

Non dimentichiamo la nostra bella ed antica storia!
M.Virdis

giovedì, ottobre 01, 2009

CAVALLI E CAVALIERI SULLE ORME DEL PASSATO





Il Panathlon Club “ Penisola del Sinis”, proseguendo orgogliosamente una manifestazione ideata e fortemente voluta dal suo primo Presidente, l’Ing. Beniamino Bagnolo, ha realizzato nei mesi scorsi la settima edizione dell’escursione a cavallo denominata “ Cavalli e Cavalieri sulle orme del passato”, che da quest’anno assume anche il nome di “ Memorial Ing. Beniamino Bagnolo”.
Faticoso certamente ma anche entusiasmante organizzare un percorso di 54 miglia, circa ottanta chilometri, che viene ripartito in tre tappe.
Il percorso, studiato in chiave storica e con la partecipazione della sezione sarda dei Cavalieri di Malta, riporta in vita un antico itinerario che, partendo da Tharros, allora importante porto del Mediterraneo, dove i Crociati provenienti da Gerusalemme attraccavano le loro navi cariche di feriti, proseguiva, poi, a cavallo verso il borgo di S. Leonardo dove l’Ordine di S.Giovanni di Gerusalemme (oggi Ordine di Malta) possedeva un ospedale annesso alla Chiesa tutt’ora esistente. Ecco il percorso con le relative tappe.

Il primo giorno partenza da S.Giovanni di Sinis, breve sosta a Is Aruttas ed arrivo a Su Pallosu per la cena ed il pernottamento.

Il secondo giorno partenza da Su Pallosu, breve sosta a S.Vero Milis per proseguire, poi, alla volta della Chiesa di S.Perdu de Milis Pizzinnu (tra Milis e Narbolia) dove viene ricordata la figura dell’Ing. Bagnolo durante la S.Messa di suggragio. I cavalieri proseguono poi per Milis, dove presso il Palazzo Boyl si è tenuto un seminario su “ La presenza dei Cavalieri di Malta nel territorio”.

Il terzo giorno partenza da Milis per raggiungere la località di S.Leonardo, tappa finale con pranzo organizzato nella corte esterna della Chiesa dei Cavalieri di Malta intitolata a S.Leonardo.
La manifestazione ha rivitalizzato nel territorio, già dalla sua prima edizione, l’interesse per l’utilizzo del cavallo in percorsi medio-lunghi, capaci di avvicinare alla disciplina anche i giovani.

La manifestazione, sponsorizzata dalla Provincia di Oristano, dai Comuni interessati alla manifestazione, dalla Camera di Commercio e dalle varie associazioni ippiche, ha avuto un gran bel risultato. Tutto questo grazie alla iniziale brillante idea del nostro primo Presidente Mino Bagnolo. Grazie da tutti noi!

Panathlon Club “ Penisola del Sinis”
Dr. Mario Virdis, addetto PP.RR.







martedì, settembre 29, 2009

ORISTANO: LA CITTA' RECUPERA UNO DEI SUOI PIU' IMPORTANTI TESORI CUSTODITO NELLA CHIESA DI S. CHIARA.


















COMPLETATO IL RECUPERO DI UN TESORO MEDIOEVALE.


La Chiesa annessa al Monastero S. Chiara è stata sapientemente restaurata in contemporanea al recupero del prezioso affresco medioevale recentemente ritrovato.

La bella giornata di ieri ha fatto da cornice alla presentazione al pubblico dello splendido restauro della Chiesa di Santa Chiara, una delle più antiche di Oristano. A breve, dopo il ripristino dell’Altare Maggiore, sarà riaperta ufficialmente al culto questa antica Chiesa, parte integrante dell’omonimo Monastero delle Clarisse, ubicato in pieno centro storico ad Oristano. Per il completamento dei difficili e costosi lavori di restauro è stato bandito un “concorso di idee progetto” atte a studiare il nuovo altare che dovrà trovare la giusta soluzione e collocazione, dovendo integrarsi con gli splendidi manufatti trecenteschi, riportati all’antico splendore.
Il Convento di Santa Chiara (con l’annessa Chiesa) in Oristano, secondo alcuni storici, è il più antico monastero di Clarisse sorto in Sardegna e risalirebbe a circa dieci anni dopo la morte di Santa Chiara. La presenza delle Clarisse ad Oristano risalirebbe alla seconda metà del 1200, anche se non ci sono documenti che possano provarlo con certezza. Certa è invece la data di "rifondazione": 22 settembre 1343, come si rileva dalla lettera apostolica inviata dal papa Clemente VI al giudice Pietro III.
Il monastero già nel 1345 era abitato da tredici suore provenienti in parte da Pisa. Dati certi questi, in quanto i nomi delle suore compaiono in lettere papali del 1371 e 1373, ma anche in atto pubblico del giudice Mariano IV del 1368.
Il giudice Pietro III, che donò vita a questo monastero, morì nel 1347 e sua moglie donna Costanza, figlia di Filippo Aleramici marchese di Saluzzo, si ritirò in monastero trascorrendo qui gli ultimi mesi della sua vedovanza e vita. Una lapide ritrovata nel secolo scorso, scritta in caratteri gotici ci ha lasciato la data della sua morte, 18 febbraio 1348. Di donna Costanza di Saluzzo resta pure il testamento col quale donò al monastero di Santa Chiara la Villa di Molins de Rey, in Catalogna, che aveva ricevuto in dono dal marito, e che le suore per la lontananza e la difficoltà di amministrarla, rivendettero alla regina Eleonora d'Aragona, come attestano diverse lettere indirizzate dal pontefice Urbano V ai vescovi di Bosa e di Barcellona ed alla stessa regina d'Aragona per la riuscita della vendita.
Veramente ricco di storia, dunque, questo antico e ancora splendido gioiello architettonico, grande orgoglio della nostra città, e che meritava certamente gli impegnativi lavori eseguiti con grande perizia e maestria.


Unico nel suo genere in Sardegna l’affresco recentemente venuto alla luce: un tesoro di inestimabile valore. Il dipinto, di circa sei metri quadri, è rimasto ignoto per secoli, in quanto ubicato nel “Coretto” a lato alla navata centrale della Chiesa. La casuale recente scoperta, anche se alcuni ben informati sostengono che la prima ad accorgersi dell’esistenza di quel tesoro è stata suor Celina Pau, suora del convento, talmente affezionata alla storia della Sua Chiesa da diventare un’appassionata studiosa di storia dell’arte, ha mobilitato studiosi ed esperti. Difficile il recupero dell’antico affresco, in quanto ubicato in uno spazio più volte modificato: l’ultima destinazione l’adibizione a “ Coretto “, per la cui realizzazione l’affresco venne tagliato a metà per l’inserimento dei travi di sostegno alla scala di accesso; danni, quelli subiti in quei punti, irrecuperabili. Le difficoltà incontrate sono state sapientemente descritte dalla D.ssa OLIVO, funzionario della Sovrintendenza di Cagliari e Oristano, alla quale era stato affidato il progetto di restauro della preziosa opera. Pur con gli irreversibili danni subiti il dipinto è ora in grado di mostrare ai visitatori le grandi capacità pittoriche dei maestri dell’epoca. Roberto Coroneo, docente di Storia medioevale e direttore del Dipartimento di Scienze archeologiche e storico-artistiche dell’Università di Cagliari, affermava all’epoca del ritrovamento:
“…dalle prime indagini che siamo riusciti a svolgere sul posto è possibile intravedere un crocefisso, una figura inginocchiata e degli angeli… ma per avere qualche informazione più precisa è necessario svolgere studi particolari, utilizzando non soltanto metodi tradizionali ma anche scientifici e di diagnostica con strumenti tecnologici. La scoperta, comunque, è importante perché non esistono testimonianze medioevali paragonabili a questa in Sardegna…”.

Il restauro del dipinto ha, dunque, iniziato il suo iter, unitamente al restauro della Chiesa, resosi oltremodo necessario per le numerose infiltrazioni d’acqua provenienti dalla vetusta copertura. Un pool di esperti di valore, gli architetti Rossella Sanna e Federica Pinna, con gli storici dell’arte Andrea Pala e Nicoletta Usai, hanno messo in piedi un sapiente lavoro di recupero e di ricerca storica. Il faticoso lavoro che li ha impegnati è stato raccontato all’attento pubblico presente: ognuno ha elencato le difficoltà incontrate e le soluzioni trovate. Ora, a lavoro praticamente ultimato, la gran bella soddisfazione del risultato: Oristano avrà presto, di nuovo fruibile, la splendida ed antica Chiesa degli Arborea.
Oristano, città pur ricca di storia, ha perso con il tempo non poche testimonianze del proprio glorioso passato: la città, patria di Eleonora D’Arborea, cerca oggi di ritrovare e valorizzare quanto si è salvato dall’incuria del tempo e degli uomini. Questo ritrovamento è per Oristano molto importante, come è stato sostenuto anche ieri durante la presentazione dalla D.ssa Olivo, in quanto pochi sono in Sardegna gli esempi di pittura medioevale ritrovati. Le poche tracce visibili sono a Sant’Andrea Priu a Bonorva, nella cripta di S.Lussorio a Fordongianus e, come arte romanica, a Saccargia, S.Nicola di Trullas, a Semestene e a Galtellì.

Il Rotary Club di Oristano, unitamente agli altri due club di servizio cittadini, Lions e Soroptimist, ha messo a disposizione un proprio contributo per completare l’opera, cosi che la Città possa presto esibire nuovamente uno dei suoi più importanti tesori.

I vividi raggi di sole che ieri pomeriggio illuminavano la navata dell’antica Chiesa sembravano anch’essi felici di far risplendere il ritrovato gioiello.
Dr.Mario Virdis
-Responsabile Comunicazione del Club di Oristano

Allegate foto del dipinto e del complesso ristrutturato.