E' sempre l'ora...dI dare e ricevere...amicizia!

venerdì, dicembre 18, 2009

BUON ANNO 2010 !!












FELICE ANNO 2010 ! !

MARIO, GIOVANNA E SANTINO VIRDIS

porgono a tutti gli amici i migliori auguri di

BUONE FESTE ! ! !

lunedì, dicembre 07, 2009

La prima donna Presidente del Rotary Club di Oristano: Maura Falchi guiderà il Club nell’anno Rotariano 2011.12.



Cari amici,
l'altra sera si sono svolte le votazioni nel mio Club ( il Rotary Club di Oristano ) per eleggere il nuovo Consiglio Direttivo per il prossimo anno e designare il successivo Presidente che guiderà il Club nell'anno 2011.2012.
Non Vi nascondo che avevo un grande desiderio: far eleggere, come Presidente, una donna. E' da un pezzo che non pochi Club hanno sperimentato felicemente questo cambiamento e volevo che anche il nostro arrivasse a questo risultato. Oggi anche noi ci siamo riusciti, evviva!

Il mio pensiero dopo l'elezione è ritornato indietro, a qualche anno fa , quando dopo aver superato le ultime resistenze di quei rotariani che continuavano a vedere il Rotary come Associazione solo al maschile, anche il nostro Club riuscì a cooptare come socie le prime esponenti del gentil sesso. Era il coronamento di un lungo percorso ed il Governatore di quell'’anno, Giorgio di Raimondo, volle essere presente all’evento.
Scrissi allora, era il 2006, sulla rivista del nostro Distretto un articolo dal titolo “ Le prime rotariane del Giudicato d’Arborea”, ripercorrendo i sentieri storici del nostro Territorio, che in passato ebbe fulgidi esempi di donne alla guida della Comunità, a partire da Eleonora d’Arborea.
Ebbene oggi con grande gioia posso affermare che il nostro Club, continuando il suo percorso al passo coi tempi, ha non solo superato le remore del passato, accettando una necessaria ed indifferibile parità, ma ha deciso con grande unità d’intenti di affidare la guida del Club ad una socia: Maura Falchi. L'elezione di Maura è stata quasi plebiscitaria: non una semplice votazione a maggioranza, come spesso avviene nelle votazioni ordinarie, ma praticamente all’unanimità, avendo ottenuto la quasi totalità dei voti.
Maura se li merita tutti questi consensi. Non solo per la sua capacità professionale ma, soprattutto, perché ha sempre conosciuto ed amato il Rotary fin da piccola, avendo avuto il padre socio fondatore del nostro Club, dove ha rivestito non pochi incarichi tra cui quello di Presidente.
Sono convinto che guiderà il nostro Club con mano forte e capace, in un anno, tra l’altro particolare per il nostro Distretto che per la prima volta avrà come Governatore una donna: Daniela Tranquilli.
Sarà un sodalizio certamente fruttuoso per il Club ed il Distretto, dove sia Maura che Daniela daranno prova delle Loro grandi capacità, maturate in anni di impegno e dedizione alla nostra Associazione. Anche Daniela ha conosciuto il Rotary in famiglia fin da piccola: Suo padre Antonio, molti rotariani lo ricorderanno, è stato un indimenticato Governatore del nostro Distretto.
Auguri a Maura e Daniela! Il Rotary avrà tanto bisogno del Vostro impegno.



domenica, dicembre 06, 2009

L'ADDIO AD UN GRANDE AMICO: GIOVANNI PUSCEDDU.


GIOVANNI PUSCEDDU: UOMO DI CULTURA, POLITICO ILLUMINATO, SAGGIO AMMINISTRATORE, IN SINTESI UN VERO ROTARIANO.

E’ andato via in silenzio, come era sua abitudine. Non era amante dei riflettori, delle luci della ribalta, ma amava immensamente la sua terra, la Sardegna, ed in particolare il suo Territorio, la Marmilla, terra povera e trascurata. L’essere mite non gli ha impedito di combattere una lunga battaglia per il riscatto di una delle zone più povere dell’Isola. Sindaco di Villanovaforru per oltre trent’anni ha trasformato un territorio dimenticato in un’oasi culturale, turistica e ricettiva mai prima sognata. Inventore del Consorzio “ Sa Corona Arrubia” ne è stato alla sua guida per circa 25 anni, vincendo una scommessa che a molti sembrava impossibile. Ora, a 81 anni, ha perduto l’ultima battaglia, quella con la morte, che lo ha portato via in un grigio pomeriggio di Dicembre. Si è spento nella sua casa di Sanluri tra le braccia dell’adorata moglie Angela, lasciando in tutti noi un gran vuoto.
Io l’ho conosciuto personalmente nel 2000 quando ero presidente del Rotary Club di Oristano. In quell’anno era obiettivo del nostro Club costituirne uno nuovo nel Medio Campidano, che garantisse continuità tra i Club del Cagliaritano e quelli del Centro Sardegna, a partire da quello di Oristano. Giovanni conosceva già il Rotary in quanto era già socio onorario del Club di Cagliari. Proprio per la sua conoscenza dell’Associazione andai a trovarlo con l’amico Vincenzo Falqui-Cao, rotariano del mio club, che aveva l’incarico di Rappresentante speciale del Governatore del Distretto, Antonio Lico, per l’avvio e la costituzione del nuovo Club. Pur oberato da non pochi impegni non ci fu difficile convincerlo ad accettare l’ipotesi della Presidenza del nascente Rotary Club di Sanluri Medio Campidano. Il club nacque sotto i migliori auspici ed oggi è sicuramente uno dei nuovi club più attivi e vivaci del nostro Distretto. Anche di questo fatto andava molto orgoglioso: il suo territorio, che aveva conosciuto negletto e dimenticato, stava recuperando terreno, allineandosi ai territori ben più sviluppati e curati, e la costituzione di un Rotary Club ne era ulteriore conferma.
Diventammo amici. Amicizia non formale, apparente, ma solida, concreta, reale. Il suo sorriso, anche di fronte alle difficoltà, era di una semplicità disarmante: sapeva, col magnetismo dei suoi occhi, dominare, convincere, invogliare; sapeva trovare sempre la soluzione appropriata. La notizia della sua morte lascia in me, ma credo in tutti quelli che lo hanno conosciuto ed amato, un vuoto incolmabile. Il suo ricordo resterà, però, sempre vivo in me ed il suo sorriso continuerà ad illuminare i miei momenti bui, quei momenti quando sembra che tutto sia perduto, che non vi sia soluzione al problema.
Grazie caro Giovanni della Tua splendida amicizia. Ad Angela che oggi piange la Tua assenza dico solo una cosa: sii serena, sei stata molto fortunata ad essere la compagna di un uomo che nessuno dimenticherà mai. La luce del suo sorriso riscalderà sempre il Tuo ed i nostri cuori; le sue opere, tutto quello che ci ha insegnato, continueranno a vivere per sempre.

Mario
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L’Unione Sarda riporta oggi (6 Dicembre 2009) nella pagina della Cultura un bell’articolo di Antonio Pintori che riepiloga la bella ed avvincente avventura di Giovanni Pusceddu.
Ecco il testo completo.

Il Patriarca della Marmilla
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Giovanni Pusceddu: addio a un pioniere del turismo culturale.

Ieri pomeriggio la Marmilla ha perso il suo padre della cultura, Giovanni Pusceddu. Sindaco di Villanovaforru per trent’anni e per ventitré presidente del Consorzio turistico Sa Corona Arrubia, è stato il pioniere del turismo culturale nelle zone interne. Si è spento alle 18, nella casa di Sanluri dove viveva con la moglie Angela. Aveva 81 anni.
Nell’ultimo periodo i problemi respiratori che si trascinava da tempo si erano fatti più seri. Alla fine lo hanno portato via dalla sua Marmilla, terra per la quale aveva investito una vita. Negli ultimi mesi non lo si vedeva più in giro. Ma le tracce della sua opera sono sotto gli occhi di tutti nel territorio dei nuraghi e delle Giare. Il museo di Sa Corona Arrubia, quello dei record con i dinosauri, egizi e adesso con i mammut. Ma anche un sistema viario che unisce siti archeologici e una rete di altri musei. Per ultimo, l’attenzione di imprenditori irlandesi sulle brulle colline per un progetto di 580 milioni di euro legato al golf che non trascurerà la valorizzazione dei beni culturali.
Tutto questo e molto di più è stato Giovanni Pusceddu. Per anni insegnante elementare e corrispondente de L’Unione Sarda, ha poi messo la sua esperienza e professionalità a servizio del suo paese e del Territorio. Nel 1975 è diventato sindaco di Villanovaforru per la prima volta. E ha voluto rendere fruibile il villaggio nuragico di Genna Maria. Da quegli scavi è partito il risveglio culturale della Marmilla. Poi il museo con lo stesso nome del sito, inaugurato nel 1982, il primo in un piccolo paese dell’interno. Quello stesso anno è nato il Consorzio, primo esempio nell’Isola di associazionismo fra Comuni. Allora erano quattro: Villanovaforru, Collinas, Lunamatrona e Siddi. Oggi sono diventati venti.
E nei suoi 25 anni alla guida de Sa Corona Arrubia, Pusceddu di scommesse ne ha vinte altre, sempre con il fine di sviluppare il turismo culturale. La prima mostra nel museo del Territorio nel 2001 con i Dinosauri e 150 mila biglietti staccati ha fatto subito il botto. Poi sono arrivati i pittori spagnoli, Leonardo, gli Egizi, i Precolombiani, gli Etruschi e i Mammut. Il papà il suo Consorzio lo ha lasciato nel 2005, cosi come il suo Comune.
Un amministratore capace di affrontare momenti difficili con la stessa determinazione e voglia con le quali con gli altri Sindaci metteva in campo tanti progetti. Uno per tutti l’ippoterapia per disabili che ha regalato il sorriso sui cavalli a tanti ragazzi. Ha saputo alzare la voce quando Sa Corona Arrubia veniva trascurata dalla Regione ma anche quando il Territorio veniva penalizzato nel servizi.
“ Faceva tutto con lo stesso entusiasmo di un bambino”, ha detto Giovanni Battista Orrù, ex Sindaco di Lunamatrona, al fianco di Giovanni dal 1982, “ il territorio ha perso il suo Patriarca, un esploratore d’altri tempi”. “Ancora ricordo quando ci convinse ad andare a Genova per vedere la mostra dei dinosauri promettendoci una cabina di prima classe sulla Tirrenia”, ha aggiunto l’attuale presidente de Sa Corona Arrubia Alessandro Merici. “ Un grande, sono onorata di aver partecipato al suo progetto”, ha concluso Teresa Guerriero, segretaria del Consorzio. Oggi la Marmilla piange Giovanni Pusceddu, ma soprattutto lo ringrazia.

Antonio Pintori.












giovedì, dicembre 03, 2009

I MIEI PRIMI GIORNI DI SCUOLA ( Il mio primo Maestro )


















Oristano 3 Dicembre 2009

Cari amici,
quella che riporto è una storia vera.

E' la storia della mia prima esperienza scolastica, quella delle elementari che ho frequentato al mio paese natio: Bauladu.

Fa parte delle "mie memorie", una sequenza di flash, relativi agli anni giovanili, che sto portando avanti da qualche tempo. Spero di completare questo mio lavoro facendone un piccolo libro.

Ecco in anteprima questo primo racconto.

Buona lettura.

Su Maistu Pisu
( Il Maestro Pisu,il mio primo maestro)

Nell’anno scolastico 1950/51 andai per la prima volta a scuola.
Non vi erano allora scuole materne, asili nido o strutture di tal genere per le famiglie. La scuola iniziava con le elementari e, ovviamente, c’era il maestro unico. Oggi si parla tanto e si critica il ritorno a questa forma didattica, ma io credo, invece, che nei primi anni il bambino all’inizio del percorso formativo debba avere un punto di riferimento fisso, un unico gestore del suo “computer” che si appresta a ricevere i primi programmi, le prime tecniche per acquisire il sapere.
Il passaggio dal mondo infantile, quello dei giochi e della mancanza di impegno, a quello delle prime responsabilità dei primi impegni programmati, credo debba avvenire attraverso una figura unica, forte, carismatica. Penso che la presenza di più figure di riferimento non faccia altro che aumentare le difficoltà del passaggio dall’età infantile all’età scolare. Questa, però, è solo la mia opinione. Torniamo, dunque, alla mia prima esperienza scolastica.
L’edificio che ospitava la scuola era, come del resto tutti gli edifici pubblici dell’epoca, formato da larghi corridoi, aule grandi con i soffitti alti ( le classi erano numerose con oltre 30 alunni), grandi finestre, muri imbiancati a calce e pavimenti in marmette di graniglia. In ogni aula una grande cattedra, su un piedistallo ben rialzato, troneggiava di fronte alle due file dei banchi (una fila per i maschi e l’altra per le femmine), con a destra una grande carta geografica ed a sinistra una lavagna incorniciata in legno, un po’ staccata dal muro e collocata su un supporto in parte girevole. Una piccola mensola raccoglieva i gessetti bianchi ed il cancellino di feltro.
Le famiglie preparavano con impegno i bambini per il primo giorno di scuola. D’obbligo il grembiule nero con il colletto bianco, l’abbecedario e la penna con i pennini. Il calamaio in vetro contenente l’inchiostro era già predisposto, incassato nel banco di legno.
Il primo giorno di scuola era una festa. Tutti ripuliti, pettinati, trasformati dal grembiule nero e colletto bianco in tanti piccoli pinguini vocianti. Nel corridoio il bidello, con aria severa, sorvegliava che tutti si avviassero in silenzio ed in fila alle rispettive aule. Le due lunghe file di banchi in legno, a due posti ciascuno, attendevano l’arrivo dei nuovi occupanti. Il vociare ininterrotto e le prime schermaglie sull’occupazione dei posti si interrompevano all’improvviso all’arrivo del maestro: tutti in piedi, allineati nei banchi, per l’obbligatorio saluto in coro “buongiorno signor maestro”.
Ci si metteva a sedere, allora, solo dopo aver ricevuto l’invito dell’insegnante. Le classiche due bancate, come dicevo prima, avevano uno scopo ben preciso: dividere, come in Chiesa, i bambini in due gruppi: a destra le femmine ed a sinistra i maschi.
Io iniziai la mia carriera scolastica con il maestro Ilario Pisu. Costui era già un uomo di una certa età. Sposato con un’ insegnante, signora Stefanina, aveva tre o quattro figli tutti un po’ più grandi di me. Era un uomo apparentemente burbero, poco incline alla risata, che pretendeva da tutti obbedienza e rispetto. A scuola lo sapevamo bene che ridere e scherzare sarebbe stato alquanto temerario! Per me, poi, vi era un’ulteriore penalizzazione: la casa del maestro Pisu e quella della mia famiglia avevano i cortili confinanti. La sera, spesso, mio padre e lui dialogavano mentre si occupavano entrambi dell’orto. Sarebbe stato impossibile per me comportarmi male a scuola senza che i miei genitori lo sapessero immediatamente!
Non nego di aver avuto sempre un carattere esuberante. Per me rimanere fermo per lungo tempo sul banco è sempre stata una grande tortura. Questa mia iper-attività era mal digerita dal maestro. Egli cercò in tutti i modi di smorzare, annullare, questo mio comportamento per lui anomalo. Provò a cambiarmi di posto portandomi ai primi banchi. Avendo ottenuto scarsi risultati mi costrinse a sedermi al primo banco, proprio di fronte a Lui, convinto di riuscire nell’impresa. La riuscita, però, fu solo parziale e temporanea: i richiami erano una costante ed il risultato sempre scarso. Fece allora un ultimo tentativo: mise a fianco a me, sempre al primo banco, una bambina. Questo fatto, allora del tutto inusuale, fu da lui concepito nella convinzione che questo artifizio potesse riuscire a moderare la mia elettricità. Fu tutto inutile. Restai al primo banco e lui si rassegnò ad accettarmi com’ero.
Un altro mio difetto infastidiva non poco il maestro Pisu: il fatto che io fossi mancino. Non bastava il fatto che ero esuberante! In quei tempi, contrariamente alla logica di oggi, il mancino era un “diverso”, uno che doveva essere corretto e portato alla “normalità” degli altri. Ero l’unico mancino della classe e lui provò in tutti i modi a porvi rimedio. Anche i programmi scolastici erano ben diversi da quelli di oggi. Nei primi due anni si imparava a scrivere facendo una sequenza infinita di segni uguali ( le aste di varia lunghezza e inclinazione ) per passare, poi, negli anni successivi alle materie come storia geografia, aritmetica e cosi via. La teoria degli insiemi era ancora da venire! Lunghe file di aste allineate nelle pagine di lugubri quaderni con la copertina nera ed il bordo rosso erano un po’ l’incubo degli scolari di allora.
Nei giorni dedicati al dettato quando il maestro chiedeva di prendere la penna, allora un lungo bastoncino di legno con il supporto per infilarvi uno dei pennini in dotazione, e iniziare a ricopiare le “aste” da lui disegnate alla lavagna, iniziava per me un vero e proprio tormento. La mano pronta a scattare per prendere la penna, infilare il pennino ed intingerla nell’inchiostro, non era per me la destra, quella che tutti gli altri usavano, ma la mano sinistra.
Durante questi preparativi che precedevano lo svolgimento degli esercizi il maestro passeggiava lentamente tra le due bancate, osservando minuziosamente ciascuno di noi. Lasciando la cattedra portava sempre con se una lunga bacchetta. Lo strumento, ausilio del maestro per spiegare, evidenziare i diversi punti nella carta geografica o indicare quanto scritto alla lavagna era un semplice ramo di olivo o lentischio, ripulito e levigato, abbastanza robusto ma flessibile; oltre che per gli scopi prima ricordati era atto anche ( allora si poteva…) a richiamare, in maniera forte, gli allievi poco attenti alle lezioni. Questa bacchetta io la conoscevo bene: era diventata la mia ossessione.
Come ho detto prima, essendo seduto al primo banco, molto vicino quindi alla portata della sua “arma letale”, gli era facile ricordarmi, con questo strumento, come dovevo comportarmi. Torniamo al dettato.
Al suo comando di prendere il quaderno e la penna, la mia mano sinistra, prima a muoversi per cercare la penna, incontrava inesorabilmente la sua bacchetta che, con colpo secco, piombava sul dorso della mano o sulle dita, costringendomi a fare velocemente marcia indietro. Con grande fatica mentale costringevo, allora, la mano destra a prendere la penna, intingerla con difficoltà nel calamaio ed iniziare, poi, la lunga e difficile serie di aste sul quaderno. Le frequenti macchie d’inchiostro tra un’asta e l’altra dimostravano, se mai ce ne fosse stato bisogno, le difficoltà che trovavo a cambiare abitudini. Sul mio essere mancino e sulla necessità di essere corretto, non mollò mai; sulla mia esuberanza, a malincuore, si rassegnò a sopportarmi, considerato anche che seguivo con grande facilità ed apprendevo molto velocemente.
Imparai faticosamente e malvolentieri a scrivere con la mano destra. Credo che la mia pessima grafia, che non sono mai riuscito a migliorare, sia frutto di questa costrizione, del mio perenne rifiuto mentale a scrivere con “l’altra mano”. Ancora oggi, a parte l’uso della penna con la mano destra, per tutte le altre necessità, continuo ad usare la mano sinistra, compreso l’utilizzo “mancino” delle posate a tavola.
Pur non condividendo i metodi didattici applicati ho avuto nei confronti del mio primo maestro, un concetto molto positivo. Non esagero se dico francamente che per me fu un grande maestro di vita. Fu lui, per primo, a capire che, nonostante la mia esuberanza, ero portato per gli studi. Apprezzando le mie capacità si era fatto la convinzione che io dovessi continuare gli studi e non fermarmi alla licenza elementare. Sarei dovuto andare, secondo lui, prima alla Scuola Media e poi alle Superiori e diplomarmi, nonostante le dichiarate difficoltà economiche della mia famiglia. Le sue quotidiane chiacchierate con mio padre, la sera, mentre ciascuno seguiva il suo orto ( i nostri cortili, come dicevo prima erano confinanti ), ottennero il risultato di convincer i miei a fare qualsiasi sforzo, qualsiasi sacrificio perché sia io che mio fratello continuassimo gli studi. E fu cosi. Arrivammo entrambi, al diploma, con un’ottima votazione.
Conservo gelosamente il libro ( allora i libri erano davvero preziosi) che volle regalarmi alla chiusura del quinto anno, al termine delle scuole elementari. Il libro ha una sua dedica che, oltre alla lode per il mio impegno, contiene un forte invito a continuare con impegno nello studio, a non rassegnarmi a vivere nell’ignoranza, che costringe poi nella vita a fare i lavori più umili; era un invito a stringere i denti e lottare per raggiungere posizioni e traguardi più alti ed appaganti.

Non dimenticherò mai il suo sguardo burbero e severo, ma fondamentalmente buono, che mi ha accompagnato per tutti i cinque anni delle Elementari. Ho ancora impressa nella mente la sua imprecazione urlata con la quale in aula, con voce alterata, ci ordinava il silenzio e ci calmava: “ Basta, Porca boia”! Era cosi efficace che riusciva a zittirci tutti in un solo istante.
Chissà poi perché il boia, nel suo sfogo urlato, era femmina e non maschio!

Mario Virdis