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sabato, agosto 28, 2010

UNA STRAORDINARIA ED ANTICA FESTA NEL "SINIS DI CABRAS": SAN SALVATORE E LA CORSA DEGLI SCALZI.


ORISTANO SABATO 28 AGOSTO 2010


Cari amici ed amiche,


il caldo sole d'agosto è già un po' meno afoso e le giornate sono, ormai, diventate più corte. Sono i primi sintomi di un'estate che si avvia al termine, portandosi via bagni di sole e di mare, abbronzatura e vacanze.


Vivere queste belle sensazioni vacanziere nel Sinis di Cabras è non solo un piacere ma un grande privilegio, data la particolare bellezza dei luoghi.

Il Sinis è ricco di storia, anzi ricchissimo! Basti pensare che nel suo territorio si trova Tharros, la Chiesa paleocristiana di S.Giovanni, Sede vescovile precedente di quella di Oristano, oltre agli ormai famosi "Giganti di Mont'e Prama", ultima stupefacente scoperta, proprio in questi giorni agli onori della cronaca anche nazionale, per l'imminente fine dei restauri.


La chiusura della stagione estiva, in questo splendido luogo, è resa ancora più interessante da una stupenda festa che coinvolge da secoli gli abitanti di Cabras, capitale del Sinis: La festa di San Salvatore, da secoli arrichita da una spettacolare quanto suggestiva corsa a piedi nudi, la corsa degli scalzi.

La prima Domenica di Settembre è ormai alle porte, le novene sono già iniziate ed i cabraresi hanno riaperto e ripopolato l'antico borgo di San Salvatore. Anche quest'anno la cittadina lagunare è in grande fermento: ogni cabrarese aspetta da San Salvatore, il proprio miracolo, ognuno fiducioso grida a voce alta: " Santu Srabadoi s'aggiudidi! ( San Salvatore ci aiuti!).

Per gli amici che non conoscono l'antica storia della corsa degli scalzi ho il piacere di riportare quanto è stato scritto su questo importante avvenimento, tra mito e leggenda.

La storia dei luoghi.

L'antico villaggio campestre di San Salvatore (Santu Srabadoi in Sardo cabrarese), che sorge alle pendici delle colline del Sinis, nei pressi di Cabras, costituisce il più interessante esempio di centro religioso temporaneo in Sardegna. Il villaggio, disabitato per la gran parte dell'anno, si popola esclusivamente per la celebrazione della festa e dei riti in onore del Cristo Salvatore, tra la fine di agosto e la prima domenica di Settembre.


Al centro del villaggio sorge una piccola chiesa risalente al XVII secolo, intitolata a San Salvatore, costruita a sua volta su un più antico ipogeo di origine prenuragica, dedicato al culto delle acque e interamente scavato nella roccia, nel quale in epoca romana si adoravano Venere e Marte, e nel quale il semidio Ercole era venerato col titolo di “Sotèr”, cioè “Salvatore”.


Per tutta l'antichità il santuario ipogeico fu un luogo di culto importantissimo, al centro un'area ricca di villaggi e a pochi chilometri dalla città di Tharros. Qui si recavano gli abitanti di Tharros e dei villaggi vicini in occasione delle festività religiose, e per implorare agli dei la guarigione dalle malattie. E tale funzione religiosa mantenne anche in epoca cristiana, quando l'ipogeo venne consacrato al nuovo culto e trasformato in chiesa senza che ne fossero alterate le strutture fondamentali. L'antico pozzo sacro al centro dell'ipogeo venne adibito a fonte battesimale, e lo stesso Ercole venne visto come una mera “prefigurazione” del vero Salvatore, cioè Cristo, dal quale il villaggio ha preso il nome.
Il santuario era sicuramente molto frequentato ancora in epoca bizantina, quando la città di Tharros era la capitale del Giudicato di Arborea. La festa di S. Salvatore, di origine bizantina, era celebrata, allora, il 6 di Agosto: durante il Novenario si celebrava infatti il miracolo della Trasfigurazione del Signore, solennità tutt'oggi molto sentita nei paesi ortodossi. Fino all'inizio del '900 la festa dedicata dai cabraresi a S. Salvatore era celebrata il 6 agosto, in coincidenza con la ricorrenza liturgica della Trasfigurazione del Signore. Solo nel 1908, su pressione delle famiglie che prendevano parte alla Novena, l'allora pievano, il Canonico Sanna, spostò la festa alla prima domenica di settembre, al termine della stagione agricola, in modo consentire ai novenanti una più ampia partecipazione ai riti religiosi.
Fino a questo periodo inoltre, accanto al più famoso inno al Santissimo Salvatore, al termine della celebrazione liturgica conclusiva si cantavano ancora “Is Coggius de Sa Trasfigurazioni”, un antico inno sacro in lingua sarda nel quale veniva descritto il miracolo avvenuto sul Monte Tabor.
La novena in onore del Santissimo Salvatore.
La festa di San Salvatore assunse la forma del novenario solamente attorno alla metà del 1600, quando le gerarchie ecclesiastiche istituirono e propagandarono questa nuova forma di culto.
Per motivi ignoti, tuttavia, la pratica del Novenario di San Salvatore finì per assestarsi col tempo non su nove, bensì su soli sette giorni. All'inizio della Novena, il pomeriggio del sabato antecedente a quello della festa, le famiglie dei novenanti partivano da Cabras, e in tale occasione vi era la consuetudine che le donne portassero con se in processione “Su Santigheddu”, ovvero una piccola statua di San Salvatore che secondo la tradizione popolare sarebbe stata rinvenuta nell'ipogeo. Del tutto incerta, in realtà, è l'età di tale statua, sembra però che tale rito risalga ai primi secoli dell'era cristiana, quando non esistevano ancora né il villaggio né la chiesa, e coloro che si recavano a San Salvatore per la festa trovavano rifugio in piccole capanne costruite attorno all'ipogeo, nel quale veniva allora collocata la statua del Santo.
Una volta giunti al villaggio la statuetta veniva sistemata in una nicchia (“Su Niggiu”) dell'altare all'interno della chiesetta. La stessa sera del sabato i novenanti si davano appuntamento nella piazza centrale del villaggio, dove avevano inizio i balli, che si protraevano per tutta la notte. La domenica mattina si celebrava la messa, e poi riprendevano i festeggiamenti, interrotti definitivamente dall'inizio delle funzioni pomeridiane. Aveva così inizio “Sa Nuina”, che sarebbe continuata con lo stesso schema fino al giorno della festa, e prevedeva una messa e una Via Crucis al mattino, una seconda messa quotidiana al pomeriggio seguita dalla Via Crucis e dalla Novena vera e propria. La giornata si concludeva la sera con la recita del Rosario.
Da tale momento e fino alla sera del sabato tutti i festeggiamenti erano banditi dal piccolo villaggio, e i momenti di svago erano scanditi da gite a “Su Monti”, cioè a Su Pranu, e dai giochi dei bambini attorno a Is Predas de Cubas, le antiche terme romane appena fuori dal villaggio. La sera invece le donne si davano appuntamento sulla piazza per conversare tra loro e “prendere il fresco”, mentre gli uomini usavano fare il giro del villaggio andando di casa in casa con gli amici anche per assaggiare le migliori vernacce del paese. Nei giorni seguenti un numero sempre maggiore di “stazzus” (ovvero di capanne coperte da erbe palustri) andava sorgendo nella piazza del villaggio, per ospitare i pellegrini che, pur non avendo la casa, desideravano partecipare al Novenario senza dover viaggiare tutti i giorni da Cabras.
Il giovedì antecedente la festa era invece “sa dì de is istrangius”, ovvero “il giorno dei forestieri”. In tale giorno, infatti, una numerosa folla di pellegrini provenienti da Cabras e dai paesi circostanti confluiva a San Salvatore in piccole carovane, a piedi o su carri riccamente addobbati, e si accampava in capanne improvvisate attorno al perimetro esterno del villaggio in attesa del giorno della festa solenne, mentre nella piccola chiesa i sacerdoti delle varie comunità si alternavano nelle celebrazioni liturgiche per tutto il corso della giornata.
Durante il periodo della Novena, inoltre, la gente usava attingere l'acqua dal pozzo dell'ipogeo anche per gli usi più comuni, compreso lavarsi e cucinare. Accanto a quest'uso “normale”, però, l'acqua del tempio sotterraneo veniva utilizzata anche per altri scopi: quando si scendeva nell'ipogeo si era soliti lavarsi il volto con l'acqua di quel pozzo, perchè si diceva che fosse salutare soprattutto per la vista. Prima di entrare in chiesa, inoltre, soprattutto le donne usavano spruzzarsi l'acqua sul viso prima di farsi il segno della croce, perchè di buon augurio.Vi era infine la consuetudine di porsi sulla fronte della polvere presa da un punto particolare dell'ipogeo, perchè efficace contro il mal di testa e il malocchio. Questa polvere veniva poi usata anche in riti dal sapore magico-religioso, come “S'Affumentu” o “S'Imbruscinadura”, mentre secondo alcuni essa sarebbe stata un rimedio efficace anche contro la sterilità.
Il Novenario di San Salvatore ha mantenuto vive queste tradizioni arcaiche fino alla fine degli anni '50.
Al giorno d'oggi il Novenario in onore del Santissimo Salvatore ha inizio il venerdì mattina, nono giorno antecedente la prima domenica di settembre, quando una processione di donne di Cabras – spesso con indosso l'antico abito della tradizione sarda – trasporta, dalla Pieve di Santa Maria Assunta fino alla chiesetta di San Salvatore, la statua di “Santu Srabadoeddu”, ovvero la piccola immagine del Cristo Trasfigurato.
In tale giorno hanno inizio i riti religiosi, che vengono celebrati quotidianamente sino al sabato che precede la prima domenica di settembre, e prevedono una messa quotidiana al pomeriggio, seguita da una Via Crucis in lingua sarda che si svolge per le vie del villaggio, ed infine dalla Novena vera e propria, anch'essa in Sardo, al termine della quale vengono cantati “Is Coggius de Santu Srabadoi”, l'inno di benvenuto e di ringraziamento al Cristo Trasfigurato.
Un aspetto molto interessante della festa di San Salvatore riguarda,infine, il Sardo utilizzato sia nella Via Crucis, sia nella Novena che ne Is Coggius: non è Cabrarese come si potrebbe pensare, ma un dialetto sardo simile a quelli oggi parlati nella Marmilla, anche se più colto e più arcaico. Pare infatti che il testo della Novena sia stato messo per iscritto secoli fa da un parroco originario proprio di quella regione della Sardegna.
La corsa in onore di San Salvatore.
L'ultimo giorno del Novenario, la mattina del sabato che precede la prima di domenica settembre, la festa raggiunge il suo culmine.
Di prima mattina, dopo la celebrazione della messa nella Pieve di Santa Maria, una lunga processione di uomini di Cabras, con indosso solo un saio bianco cinto da una corda ai fianchi, e a piedi nudi, si snoda per le vie della cittadina lagunare e si dirige verso l'uscita del paese, dove la statua del Santo, dopo essere stata benedetta, viene affidata a “Is Curridoris”. Dopo l'invocazione del priore «Baxi, in nomin'e Deus» (“Andate, in nome di Dio”), alla quale tutti rispondono in coro «E de Santu Srabadoi» (“E di San Salvatore”), il simulacro, poggiato su una portantina coperta da un telo, viene trasportato a turno dalle centinaia di fedeli che corrono scalzi verso il piccolo villaggio. Una scia bianca di uomini, preceduti da un “curridori” che regge la bandiera con l'immagine di San Salvatore, corre in mezzo alla polvere portando con se il simulacro del Santo, per rinnovare ogni anno il voto fatto e rinngraziare il Santo per la liberazione dai Saraceni.
Pare infatti che le origini di questa particolare processione risalgano ad un periodo compreso tra il 1500 e il 1600, e siano legate ad una delle numerose incursioni barbaresche che atterrivano le popolazioni locali. Proprio durante uno di questi assalti i Cabraresi, riuniti per la festa attorno al santuario, avrebbero messo in salvo il simulacro di San Salvatore, correndo scalzi attraverso la campagna mentre alcuni di loro rimanevano ad affrontare gli invasori. La leggenda vuole inoltre che il polverone sollevato dalla corsa facesse credere ai Saraceni di trovarsi di fronte ad un potente esercito, tanto da indurli alla fuga. Da allora la corsa viene ripetuta ogni anno, in segno di devozione al Santo ed in ricordo dell'evento miracoloso. Recenti lavori di restauro sul simulacro di San Salvatore hanno inoltre permesso di datare la statua proprio in un arco di tempo corrispondente a quello al quale si fanno tradizionalmente risalire le origini della “corsa”.
Tale rito si mantenuto inalterato per secoli, benchè per alcuni anni all'inizio del '900 esso si sia svolto in una forma parzialmente diversa, sempre a piedi ma non di corsa. Si sa per certo, tuttavia, che a partire dal 1929 fino ad oggi non si è mai interrotto, nemmeno durante la Seconda Guerra Mondiale, quando il piccolo villaggio rischiò di essere bombardato nel corso di una esercitazione militare. Fino agli anni '60, poi, i novenanti e coloro che si erano recati a San Salvatore in occasione della festa usavano lasciare il villaggio al seguito del Santo, cosicchè la processione de is curridoris che correvano con il simulacro di San Salvatore era seguita da un lungo corteo di carri che abbandonano il villaggio facendo rientro a Cabras al termine della festa. Tale usanza si è, in un certo senso, conservata fino ai nostri giorni, anche se oggi a far rientro a Cabras dietro al Santo è solo un carrello agricolo che trasporta i membri del Comitato che si è occupato di organizzare i festeggiamenti civili.
Ancora nella metà prima degli anni '70, inoltre, il numero di coloro che andavano “a pottai Su Santu” – “a portare il Santo”, come si diceva – era estremamente limitato: dalle 10 alle 20 persone.
A partire da tale periodo, però, la popolarità della festa è enormemente cresciuta, tanto che al giorno d'oggi il numero dei partecipanti si è assestato attorno agli 800 curridoris rendendo perciò necessaria una forma di organizzazione dei corridori in più gruppi, a loro volta suddivisi in varie “mudas” formate da tre uomini, uno col compito di portare la bandiera che precede la processione e altri due ai quali viene affidata la portantina che custodisce il Santo. L'organizzazione della processione e il governo dei vari gruppi che si alternano nel portare di corsa l'immagine di San Salvatore è affidata oggi ai corridori più anziani detti “prioris”.
Il rito si ripete poi nel pomeriggio della prima domenica di settembre, giorno della festa solenne, quando, al termine delle funzioni religiose e dopo la aver ricevuto la benedizione, la statua del Santo viene di nuovo consegnata a Is Curridorise portata via di corsa da San Salvatore fino a fare il suo trionfale ingresso a Cabras. Una volta giunti a Cabras, Is Curridoris, stremati, placano la loro corsa e si snodano, insieme ai fedeli, in una composta processione per le vie del paese, che culmina nella chiesa di Santa Maria Assunta, dove il simulacro del Santo verrà custodito per un anno intero, in attesa di far ritorno per altri due giorni alla sua chiesa a San Salvatore. La mattina seguente sarà infine la statuetta di Santu Srabadoeddu – la piccola immagine di Cristo che era giunta nel villaggio il primo giorno della Novena – a far ritorno a Santa Maria, accompagnata dalla processione delle donne, lasciando di nuovo deserto per un altro anno il piccolo villaggio del Sinis.
Oltre ai riti religiosi durante tutto il periodo della festa hanno luogo nel piccolo villaggio anche numerosi festeggiamenti civili organizzati dal Comitato che presiede alle manifestazioni. Come da tradizione la notte del giovedì che precede l'inizio della Novena la piazza del villaggio si anima coi balli in piazza accompagnati dal suono dell'organetto, che coinvolgono sia i novenanti che i visitatori. Sempre i balli sardi segneranno poi la chiusura del Novenario, la notte della prima domenica di settembre. Ormai famosa, infine, è la Sagra del Muggine, che viene organizzata dal comitato la sera del sabato della festa.

Credo che almeno una volta sia interessante parteciparvi!

Grazie dell’attenzione.

Mario

L’ALOE, NOTA ANCHE COME PIANTA DEL MIRACOLO, CURA LA NOSTRA SALUTE DA OLTRE 4.OOO ANNI. ECCO LA SUA STORIA TRA MITO E REALTA’.







Oristano, Sabato 28 Agosto 2010


Cari Amici,


oggi voglio parlarVi dell'Aloe e della sua storia millenaria. Credo che sia interessante conoscere le sue virtù, ma anche il suo lungo percorso terapeutico che è lungo oltre 4.000 anni!

Ecco l'Aloe, tra storia e leggenda.

L'aloe è una pianta perenne della famiglia delle Aloeacee ( liliaceee ) a cui appartengono oltre 200 specie soprattutto africane (è anche la denominazione dell'agave americana che ha foglie molto simili a quelle delle piante di aloe). La pianta predilige i climi caldi e secchi. È una pianta carnosa perenne a portamento arbustivo, alta circa 1 m., anche se è possibile trovarne alcune oltre i 2 m.. Il suo habitat: Africa settentrionale, Arabia, Madagascar, regioni desertiche, Moldavia (Shishkani), Messico, Santo Domingo, Cuba.
Nel mondo l'aloe è coltivata in Africa, Australia, America settentrionale, America centrale, Russia, Giappone.
Nella pianta le foglie sono disposte a ciuffo, semplici, lunghe 40-60 cm, lungamente lanceolate, con apice acuto, presentano cuticole molto spessa e sono carnose a causa degli abbondanti parenchimi acquiferi presenti al loro interno. Presentano spine solo lungo i lati.
Lo scapo fiorifero che si innalza dal centro delle foglie è costituito da un'infiorescenza a racemo con asse ingrossato. I colori vanno dal giallo al rosso.
La moltiplicazione dell'aloe avviene per seme o per divisione dei polloni che si formano alla base della pianta. In Europa, le uniche coltivazioni di una certa estensione si trovano in Spagna. Ne stanno sorgendo anche in Italia meridionale, ma sono ancora di dimensioni limitate. Le coltivazioni spagnole, essendo la Spagna membro dell'Unione Europea, sono obbligate a rispettare norme di produzione molto più stringenti rispetto agli altri Paesi, garantendo così un prodotto di qualità migliore.
L'uso terapeutico dell'aloe è molto antico, come testimoniato dal testo cuneiforme di alcune tavolette d'argilla ritrovate sul finire dell'Ottocento da un gruppo di archeologi nella città mesopotamica di Nippur, nei pressi di Bagdad, in Iraq, e databili attorno al 2000 a.C. Nel testo si legge "... le foglie assomigliavano a foderi di coltelli". Da questa osservazione di archeo-botanica si evince la conoscenza da parte degli Assiri della pianta e di alcune sue proprietà.
Le sue virtù terapeutiche erano in passato cosi venerate ed apprezzate da attribuirgli una denominazione quasi sopranaturale: “ Pianta del miracolo”.
Dai Sumeri agli Egiziani, dai Cinesi agli Indiani, dai Greci ai Romani, da migliaia di anni non c’è popolo che non abbia celebrato le virtù salutari, medicamentose, curative e terapeutiche dell’Aloe. L’incendio dell’antica Babilonia, l’attuale Bagdad, ha cancellato la città ma non i manoscritti dell’epoca perché realizzati su tavolette di argilla che, ben cotte, si sono potute conservare integre fino a noi. La scrittura cuneiforme su queste terrecotte è stata decifrata e tra i tanti documenti, che ci rivelano la civiltà dell’epoca, ce ne sono alcuni con dettagliate ricette di Aloe per numerosi disturbi e patologie interne ed esterne. Anche il Papiro egizio Ebers, risalente al 1550 avanti Cristo, descrive l’utilizzo dell’Aloe per uso medico e cosmetico. E’ noto, infatti, che le regine d’Egitto Nefertiti e Cleopatra mantenevano la pelle del viso e del corpo fresca e giovane con l’Aloe. Gli Ebrei, fuggiti dall’Egitto, portarono con sé in Palestina i segreti dell’uso dell’Aloe tanto che il re Salomone ne diventò un grande estimatore delle sue proprietà aromatiche e terapeutiche. E’ citata in più punti persino nella Bibbia. I Templari si tenevano in buona salute bevendo l’ ”Elisir di Gerusalemme”, una miscela di vino di palma, polpa di Aloe e di canapa, convinti che garantisse anche una straordinaria longevità. Si narra che Alessandro Magno conquistò l’isola di Socotra perché ricca di queste piante che portava in vasi su carri nelle sue spedizioni militari per curare le ferite dei soldati. La pianta si diffuse anche in estremo oriente, in India, in Tibet, in Malesia ed in Cina dove i dottori cinesi la chiamarono “Rimedio Armonioso”, in India gli Indù “Guaritrice silenziosa”, in Russia “Elisir di Longevità”, gli indiani d’America Seminole “Fontana della Giovinezza”, invano cercata dall’esploratore Ponce de Leon. Ancora oggi i Beduini ed i Tuareg del deserto chiamano questa pianta “Giglio del Deserto”.
Bisogna però arrivare all’”Erbario Greco” di Dioscoride (41-68 d.C.) per trovare un vero trattato erboristico che sicuramente riprende ciò che fino ad allora si tramandava a voce di generazione in generazione. Dioscoride, al seguito dell’esercito romano, ci fa scoprire che l’Aloe non solo veniva utilizzata come cicatrizzante per le ferite, le scottature, le emorragie, le contusioni, ma anche per l’acne ed i foruncoli; con l’aloe trovano sollievo anche le emorroidi, le irritazioni del prepuzio, il prurito, le ulcere ai genitali, le irritazioni delle tonsille, della gola e delle gengive. La pelle secca ed asciutta ne trae gran giovamento, rigenerandosi. Più o meno contemporaneo di Dioscoride troviamo anche Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) che riprende ed amplia quanto affermava il famoso medico greco. Scopriamo così che l’Aloe veniva utilizzata per molti disturbi e persino per ridurre la traspirazione, forse il primo deodorante della storia. Il suo succo veniva miscelato con oli vari ed altre sostanze, perché non si credeva cha da sola potesse essere così potente. Nel medioevo e nel rinascimento la ritroviamo negli scritti dei Monaci, che gli aggiunsero il suffisso Vera, Aloe Vera, per distinguerla dalle numerose altre specie della famiglia. I Gesuiti ed ei Benedettini, poi, portarono l’Aloe, insieme ad altre piante officinali, nel nuovo mondo al seguito degli spagnoli e dei portoghesi. Proprio alle Barbados la pianta trovò un terreno ed un clima ideali a tal punto che il botanico Miller la volle chiamare Aloe Vera Barbadensis Miller. Quest’ultima rimane ancor oggi la più utilizzata nel mondo perché è quella che ha le maggiori proprietà riconosciute.
Anche in Oriente l’Aloe era conosciuta ed utilizzata, come racconta Marco Polo nel suo libro “Il Milione”, resoconto sul lungo viaggio in Cina. Cristoforo Colombo nei suoi scritti sulla scoperta dell’America racconta, invece, del suo insostituibile utilizzo nelle isole caraibiche per curare le vesciche e le punture d’insetti. In tempi più recenti l’Aloe è citata anche dal Mahatma Gandhi nei suoi digiuni.
Le sue straordinarie proprietà ne fanno oggetto di studi scientifici che, analizzando le sostanze che la compongono, vanno a confermare, anche scientificamente, le sue qualità. Gli studi di numerosi scienziati del secolo scorso, che possiamo conoscere esaminando le diverse pubblicazioni scientifiche, ci confermano che certamente l’Aloe è il vegetale più ricco di sostanze benefiche per l’organismo: ben 160 catalogate, che, anche se talvolta presenti in tracce, lavorano comunque in una straordinaria sinergia naturale. Questo incredibile vegetale è ricco soprattutto di minerali, vitamine, enzimi, aminoacidi e mono-polisaccaridi. Questi studi attestano che l’Aloe è uno dei più potenti agenti disintossicanti, uno dei più efficaci stimolanti del sistema immunitario, un forte agente antinfiammatorio, oltre che un analgesico, antibiotico, antisettico, antibatterico, anestetico, purgativo, uno stimolante della crescita, un acceleratore di recupero dei tessuti, un germicida, fungicida ed anche un tranquillante! Oltre ad essere una ricca fonte di sostanze nutrienti ed un valido aiuto per la digestione. Pochi altri prodotti naturali possono vantare, come l’Aloe, un cosi grande campionario di sostanze medicinali!
Uno dei grandi esperti dei nostri giorni, il Prof. Garattini dell’Istituto Negri di Milano, ha recentemente sostenuto in una trasmissione televisiva che l’Aloe ha grandi effetti benefici in tutto il tratto intestinale, dove è in grado di fare miracoli!
Insomma l’antica attribuzione di “Pianta dei Miracoli” sembra proprio appropriata. Un ultimo utilizzo che, pur essendolo in apparenza, non è assolutamente cosi secondario: l’Aloe, anche semplicemente come pianta ornamentale della nostra casa, produce non pochi benefici in quanto ci da un mano assorbendo l’anidride carbonica e liberando ossigeno. Caspita, mica poco!
Gli studi sistematici moderni su questa pianta iniziarono nel 1959, grazie a un farmacista texano, Bill Coats, che mise a punto un processo per stabilizzare la polpa aprendo la strada alla commercializzazione dell'aloe senza più problemi di ossidazione e fermentazione. Parallelamente il governo americano dichiarò ufficialmente le proprietà curative di questa pianta per il trattamento delle ustioni. Da allora gli studi sull'Aloe sono diventati molto attivi in tutto il mondo.

Da un punto di vista chimico, si possono distinguere tre grandi classi di componenti nell'aloe: gli zuccheri complessi - in particolare glucomannani tra cui spicca l'acemanano - nel gel trasparente interno, con proprietà immuno-stimolanti; gli antrachinoni nella parte verde coriacea della foglia, ad azione fortemente lassativa, e svariate altre sostanze di grande valore nutritivo, antinfiammatorio, antimicotico, analgesico, come sali minerali, vitamine, aminoacidi, acidi organici, fosfolipidi, enzimi, lignine e saponine.
Anche gli utilizzi nell’attuale mondo della globalizzazione, pur discostandosi da quelli antichi, sono sempre di grande valore, nonostante la attuale grande disponibilità di farmaci di sintesi.
La pelle è il campo dove l'aloe vera ha dimostrato un'efficacia reale e notevole. Il suo impiego risale al 1942 quando un ingegnere chimico americano, Rodney Stockton curò una grave ustione dovuta al sole della Florida con una polpa gelatinosa estratta dall'aloe vera. Proseguì le ricerche e riuscì a stabilizzare il gel (per evitarne l'ossidazione). Dagli anni '50 sono moltissime le ricerche sull'impiego dell'aloe in dermatologia, in particolare nella cura delle ustioni dove i risultati sono eccellenti (da citare nel 1995 la cura delle vittime dell'attentato di Oklahoma City da parte del dott. T. Moore che aveva all'attivo già 4.000 casi di ustioni trattati in tal modo). Attualmente l'aloe vera è utilizzata per curare:
§ ustioni
§ escoriazioni
§ cicatrici
§ scottature ed eritemi solari
§ pelli secche, arrossate e screpolate (come idratante)
§ ragadi (anali e non).
I benefici dell’Aloe vengono riscontrati anche campo tumorale. Esistono alcune ricerche (fra le ultime quella dell'università di Padova del 2000) che avrebbero rilevato l'utilità dell'aloe vera (o meglio, di alcuni derivati, l'aloe-emodina) in alcuni tipi di tumori (per esempio quelli infantili). Pur astenendoci da facili entusiasmi è possibile pensare che potrà essere una nuova via da percorrere. Proprietà terapeutiche a parte, la “Pianta del miracolo” resta, comunque uno straordinario prodotto della natura.
Ecco, ora forse, i tanti amici che hanno piante di Aloe nel giardino di casa o in quello al mare ( come…me, che ne ho di altezze...ragguardevoli. Quella sulla foto è di circa 1,70m! ) potranno guardarla con altri occhi: sarà come avere…la farmacia in casa!!

Grazie a tutti dell’attenzione.

A presto!
Mario




lunedì, agosto 23, 2010

L’ARDIA DI SEDILO: L’ANTICA CORSA IN ONORE DI S. COSTANTINO, DOVE CORAGGIO, BALENTIA, FEDE E DEVOZIONE SI RINNOVANO OGNI ANNO A LUGLIO.


Oristano Lunedi 23 Agosto 2010
Cari amici,
oggi voglio proporVi una rilettura di una festa estiva a cavallo, celebrata lo scorso Luglio, nel nostro territorio, a Sedilo: L'Ardia.
Questa corsa a cavallo è una competizione molto sentita, con i cavalli lanciati in una corsa sfrenata fatta in onore di San Costantino, che si svolge ogni anno a Sedilo la sera del 6 luglio e si ripete la mattina del 7 e ricorda la battaglia di Ponte Milvio tra Costantino e Massenzio.

La competizione è guidata da un capocorsa, Sa Prima Pandela,

seguito da altri due cavalieri, Sa Secunda e Sa Terza, e da tre Scorte, che rappresentano Costantino e il suo esercito. Vi partecipano, ogni anno, circa 100 cavalieri che, invece, rappresentano i pagani guidati da Massenzio.

Ma, rispolverando le nostre reminiscenze scolastiche, ricordiamo veramente chi era, Costantino? Ecco, per chi non ricorda …bene, la storia di questo grande Imperatore.


Costantino I, il Grande Imperatore Romano, nasce a Naisso, oggi Niš, in Serbia nel 280 circa e muore a Nicomedia nel 337. Figlio di Costanzo Cloro, il tetrarca divenuto Augusto nel 305, e di Elena, un'ostessa poi divenuta santa, fu allevato alla corte di Diocleziano. Morto Costanzo Cloro le truppe acclamarono Costantino (306), sconvolgendo così lo schema tetrarchico che prevedeva l'elezione del cesare Flavio Severo. La nomina di Costantino provocò la reazione di Massenzio, figlio di Massimiano, che era stato augusto sino al 305, e cognato di Costatino, che aveva sposato una sorella di Massenzio. L'elezione ad Augusto di Massimiano scatenò le ire di Flavio Severo che venne fatto uccidere nel 307. A questo punto si scatenò una lotta tra Massimiano e il figlio Massenzio: Costantino si alleò con il suocero. Poco dopo però, scoperto un complotto di Massimiano, Costantino lo costrinse a darsi la morte nel 310. Si contesero così il titolo di Augusto Licinio e Massimino Daia in Oriente, e Costantino e Massenzio in Occidente. Costantino attaccò il rivale Massenzio nel 312, battendolo a Ponte Milvio.
Si racconta che, la notte prima della battaglia, Costantino ebbe in un sogno premonitore, gli apparve una croce con su scritto "in hoc signo vinces" (con questo segno vincerai), che lo convinse a mettere sullo stemma della truppa, affiancato al simbolo pagano del sole, il simbolo di Cristo, la S. Croce.
I due Augusti emanarono nel 313 un editto, di cui Costantino pare fosse il promotore, che considerava la religione cristiana lecita, accanto alla pagana e disponeva la restituzione dei beni alla comunità ecclesiastica. Nel 314 i due augusti, Costantino e Licinio, entrarono in lotta per il potere assoluto e, Costantino, battè il rivale in Pannonia e ottenne il controllo dei Balcani.
Costantino continuò in occidente una politica sempre più favorevole ai cristiani mentre, Licinio, si orientava a favore dei pagani. Lo scontro finale si ebbe ad Adrianopoli, Crisopoli e nell'Ellesponto nel 324. Rimasto l'unico imperatore, Costantino, cominciò la ricostruzione di Bisanzio ribattezzandola Costantinopoli e inaugurandola sede imperiale nel 330, spostando il fulcro dell'impero che, sino ad allora, era sempre stato Roma.
In campo religioso Costantino intervenne sempre direttamente nelle dispute teologiche, partecipando tra l'altro al concilio di Nicea nel 325, dove contribuì al prevalere della linea antiariana. L'imperatore era mosso dall'esigenza di mantenere l'unità della Chiesa. Contribuì alla repressione del movimento donastico in Africa, primo esempio di lotta contro un'eresia. Costantino promulgò molte leggi che, per esempio, davano alla Chiesa compiti di assistenza ai poveri.
In campo sociale accentuò la tendenza all'umanizzazione degli schiavi e si preoccupò della legislazione matrimoniale. Costantino, sovrano illuminato, abolì anche l’attribuzione “divina”, prima concessa all’Imperatore, dandogli, nella logica della religione cristiana, non più quella di “imperatore divinizzato” ma quella di “imperatore per volontà di Dio”.
Un ruolo decisivo nella sua conversione lo ebbe la madre, Sant'Elena, che dedicò l'ultima parte della sua vita a far costruire chiese (come Santa Croce in Gerusalemme a Roma o la Natività a Betlemme) e a cercare le reliquie di Cristo, inaugurando la tradizione dell'influenza delle donne cristiane alla corte imperiale. Costantino morì di malattia presso Nicomedia, ricevendo il battesimo in punto di morte dall'ariano Eusebio di Nicomedia.
Costantino non è mai stato proclamato santo dalla Chiesa Cattolica ma, come tale, è venerato in oriente e in occidente. In Sardegna, e in particolare a Sedilo, questo culto è molto sentito, probabilmente residuo dell'invasione araba dell'isola.
Ma come nasce questo antico rito dell’Ardia, cosi vissuto, cosi sentito, non solo dalla popolazione sedilese ma da una gran parte della Sardegna? Ecco le sue origini tra storia e leggenda.
L'origine dell'Ardia si perde nella notte dei tempi e, con essa, la verità sul suo inizio.Molte leggende si sovrappongono alla memoria, storie che si tramandano di generazione in generazione mantenendo intatta la fede, la devozione e la riconoscenza per il santo guerriero.
Anticamente l’Ardia, fino al 1806, era organizzata, ad anni alterni, tra la comunità di Scanu Montiferro e quella di Sedilo. Così è tramandato da un antico documento, ancora a mani di una famiglia scanese, che riporta la storia di questa antica corsa in onore di San Costantino. Questi antichi fatti sono ben presenti anche nella memoria dei sedilesi e parte integrante della storia di Sedilo dove, il 1806, anno della disputa con la popolazione scanese, è considerato un anno importante in quanto, da quell'anno, la festa in onore di San Costantino, divenne a tutti gli effetti la festa gestita in esclusiva dai sedilesi.
Ecco quanto contenuto nell’antico documento, il cui originale è ancora oggi conservato da una famiglia scanese che, pare, possegga ancora sia la bandiera che l'anello ed il portamonete, citati nel documento.

Scopriamo insieme questa storia.

Il documento riporta la storia di un ricco possidente di Scano Montiferro, Don Giommaria Ledda, che era stato fatto schiavo dai Mori; un giorno ebbe in sogno una visione: gli apparve un giovane di bell'aspetto vestito da guerriero romano il quale dopo essersi palesato per San Costantino Imperatore, gli raccomandò caldamente di edificare, nel colle "Monte Isei", in territorio di Sedilo, una Chiesa, promettendogli quale ricompensa, che avrebbe riavuto la libertà. Il povero schiavo disse piangendo di non poterlo fare perché non aveva un soldo e il Santo scomparve. Il giorno dopo, però, lo schiavo venne liberato. Dopo qualche tempo Don Giomaria si recò a Ghilarza per la vendita in fiera di alcuni capi di bestiame e, durante il viaggio, incontrò un giovane di bell'aspetto che palesatosi per San Costantino gli ricordò dell'impegno preso ma, Don Giommaria, gli ribadì la sua impossibilità, a causa della mancanza di danaro. Il giovane, allora, sorridendogli, gli regalò un sacchetto contenente 20 monete d'oro.
Don Giomaria, ancorché incredulo, si recò, qualche giorno dopo a Sedilo dove, non pratico di quei luoghi, iniziò a domandare dove fosse Monte Isei. Dopo ripetute richieste solo un vecchio quasi centenario gli disse di sapere dov’era "Monte Isei" perché da ragazzo, dopo avervi fatto una marachella vi era stato bastonato dal babbo che alla fine gli disse: da oggi ti ricorderai di "Monte Isei".Ringraziato il vecchio dell’informazione Don Giommaria si recò nel luogo indicato e, poco tempo dopo, con le venti monete d'oro, cominciò i lavori.
I soldi finirono in fretta. Una volta finiti i soldi, disperato perché non sapeva dove trovare il resto del denaro, tornò a Scano dove, miracolosamente, il portamonete era di nuovo pieno.Don Giomaria riparti subito per Sedilo e continuò i lavori che poté portare a termine grazie al portamonete che, per diverse volte, dopo essersi vuotato, si riempiva nuovamente fino alla fine dell’opera.
A lavori ultimati Don Giommaria acquistò pure un simulacro di San Costantino ed a pochi passi dalla Chiesa fece costruire una casa per alloggio agli scanesi che si sarebbero recati in pellegrinaggio, per devozione al Santo. Fu fissata anche la data della festa: il 7 luglio, giorno in cui gli apparve il Santo e in cui Don Giommaria fu liberato dalla schiavitù dei Mori.
Appagato dalla straordinaria realizzazione Don Giommaria amministrò la Chiesa finché visse e lui stesso ogni anno, in compagnia del clero scanese e della confraternita di Santa Croce, portò una bandiera in cui aveva fatto cucire al centro l'anello-sigillo datogli dal santo.In quei primi anni la festa veniva organizzata, ad anni alternati, dagli scanesi e dai sedilesi sino al 6 luglio 1806, anno ricordato come "s'annu de sa briga" (anno della lite), che si concluse in danno degli scanesi: l’alternanza era finita ed il rettore di Sedilo dott. Pietro Paolo Massidda proibì Loro di ingerirsi nell'organizzazione dell'Ardia di San Costantino.
Oggi, dirà il nostro lettore, come si svolge questa grande corsa a cavallo in onore di San Costantino? Ecco tutte le modalità di preparazione e realizzazione.
Abbiamo già detto che è guidata da un capocorsa, Sa Prima Pandela, seguito da altri due cavalieri, Sa Secunda e Sa Terza, e da tre Scorte, che rappresentano Costantino e il suo esercito e che vi partecipano, ogni anno, circa 100 cavalieri che, invece, rappresentano i pagani guidati da Massenzio.
Tutto ha inizio con l'iscrizione dei partecipanti in un apposito registro, il cui contenuto è noto solo al parroco, in cui, i ragazzi che vogliono fare da capocorsa, si iscrivono. L'iscrizione avviene in giovane età sia per la passione per i cavalli che per una promessa fatta al santo, passano degli anni prima di essere scelti e, la scelta, viene fatta dal parroco seguendo l'ordine cronologico di iscrizione.

E’ il parroco a scegliere il capocorsa, sa prima pandela, e glielo comunica nel periodo della festa di Sant'Antonio, il 16 gennaio. Il prescelto sceglie, a sua volta, altre due persone, la seconda e la terza pandela, due persone stimate e fidate che lo accompagneranno (è quasi come scegliere i testimoni per il matrimonio!). Ognuno dei tre dovrà scegliere poi una scorta, altri tre fidi cavalieri, che avranno l'arduo compito di tenere a bada gli altri cavalieri affinché, al momento della partenza, non superino i capicorsa. I nomi rimarranno segreti sino al 15 maggio, giorno di Sant'Isidoro, quando, durante la S. Messa, il parrocco dà l'annuncio solenne e i tre cavalieri fanno la loro prima uscita ufficiale per la processione.
Il 29 giugno, giorno dedicato ai Santi Pietro e Paolo, i tre capicorsa, provano in via ufficiale i loro cavalli per testare la loro preparazione. Dal giorno dopo anche gli altri cavalieri possono provare ufficialmente il percorso dell'Ardia con i loro cavalli.
La domenica prima della festa ci sarà la preparazione delle cartucce, caricate a salve, che verranno utilizzate dai fucilieri dell'Ardia durante la corsa e che avranno il duplice compito di avvisare i fedeli che si trovano nel santuario dell'arrivo dell'Ardia e anche quello di guidare i cavalli durante il percorso. I fucilieri vengono invitati ad uno ad uno dal capocorsa.
La Festa inizia il 5 luglio con la Messa celebrata nel santuario al pomeriggio. La mattina del 6, le tre pandelas, i cavalieri che parteciperanno alla corsa e centinaia di fedeli, partecipano alla Messa solenne. I capicorsa scenderanno al santuario a cavallo avendo cura di prendere dei cavalli diversi rispetto a quelli che useranno la sera per l'Ardia, questo è fatto per evitare che gli animali si agitino o che si facciano male. Durante la Messa, il sacerdote, invoca il Santo affinché protegga i cavalieri durante la corsa e dà la solenne benedizione.
La sera del 6, tutti quanti i cavalieri si recano a casa della prima pandela per andare, poi, tutti insieme in piazza di Chiesa dove verranno consegnate le bandiere e dove verrà data la benedizione. Inizia così la processione verso il santuario, aperta dalla banda musicale e guidata dal parroco e dal sindaco a cavallo che saranno affiancati da due carabinieri in alta uniforme.Arrivati all'inizio della strada che porterà giù sino alla Chiesa, su "fronte mannu", il parroco impartisce una seconda benedizione.

I cavalieri continuano la loro discesa sino ad arrivare a "su frontigheddu" dove riceveranno una terza benedizione.
A questo punto, il parroco, il sindaco e i carabinieri si recheranno alla chiesa e nel mentre i cavalli attendono, frementi, il momento della partenza. I fucilieri spareranno a salve per indicare al capocorsa l'arrivo del parroco e del sindaco alla chiesa e, questo, sarà il segno che l'Ardia può partire. Da questo momento gli occhi di tutti saranno fissi sulla prima pandela che, da un momento all'altro, può decidere di partire.Il momento della partenza è emozionante sia per chi corre l'Ardia che per chi la guarda perché darà inizio ad una corsa sfrenata che lascerà tutti col fiato sospeso.
La prima Pandela decide di partire e, dato un segnale alle altre due, sprona il cavallo giù per la ripida discesa. Entrerà poi nell'arco per arrivare alla chiesa. Dietro di lui i 100 cavalli che, tra la polvere e il rumore degli zoccoli, cercheranno di stargli dietro il più vicino possibile.Arrivati alla chiesa verranno fatti dei giri a passo, di solito 5 o 7, comunque in numero dispari, e ad ogni giro le tre pandelas si fermeranno davanti alla Chiesa per farsi il segno di croce, segno che aveva guidato Costantino nella lotta contro Massenzio, portandolo alla vittoria.Quando la prima pandela deciderà i cavalli continueranno la loro corsa giù dalla Chiesa verso "sa muredda" dove verranno fatti dei giri in senso orario e gli altri in senso antiorario per tornare su alla Chiesa concludendo così l'Ardia.
Alla fine le pandelas parteciperanno alla S. Messa di ringraziamento. Torneranno poi in paese annunciati dai fucileri dove la gente li aspetta quasi come i vincitori di una battaglia.Il 7 mattina tutto si ripete, con un'atmosfera più serena e familiare. La sera del 7 viene fatta poi la processione in onore del Santo.
Chi non sa o no può andare a cavallo parteciperà all'Ardia a piedi. Questa ha i suoi capicorsa e le sue scorte, una in più rispetto a quelle a cavallo,scelti con le stesse procedure dette sopra.La corsa ha lo stesso svolgimento di quella a cavallo ma sarà una festa per tutti i ragazzi e le ragazze, bambini e bambine, adulti ed anziani che si cimenteranno nella corsa. L'atmosfera è senz'altro più serena ma altrettanto emozionante, soprattutto per chi guiderà la corsa. L'Ardia a piedi si svolge due domeniche dopo di quella a cavallo.

Ecco ora sappiamo tutti un po’ di più di questa antica testimonianza che, pur nel segno più importante della Fede, mette in mostra l’impegno di una Comunità Sarda, attiva e laboriosa, fatta non solo di religiosità, di fede, ma anche di abilità, coraggio, orgoglio ed impegno, tutte caratteristiche importanti e positive del Popolo Sardo!

Grazie dell’attenzione.
Mario Virdis


















lunedì, agosto 16, 2010

LA SARTIGLIETTA ESTIVA 2010: UN MODO INTELLIGENTE DI FESTEGGIARE IL FERRAGOSTO ORISTANESE.











Oristano 16 Agosto 2010
Cari amici,
ieri, domenica 15 Agosto ho accompagnato mio figlio Santino a fare un servizio fotografico alla manifestazione estiva, organizzata dalla Pro Loco di Oristano, chiamata “ Sartiglietta estiva”.
La manifestazione consente di propagandare la Sartiglia ( il notissimo Carnevale Oristanese ), ai numerosi turisti che in questo periodo affollano le nostre spiagge, in particolare Torregrande.
E’ proprio sul lungomare di Torregrande che, ormai da oltre 30 anni, si svolge con l’utilizzo dei giovani mini cavalieri del Giara Club, preparati da Antonio Casu, questa Sartiglietta estiva.
Pur conoscendo bene la Sartiglia, per averla vista ripetutamente per oltre quarant’anni, compresa quella del Lunedi riservata ai ragazzi, non avevo mai partecipato a questa edizione estiva. Non che la considerassi, come fanno molti, una dissacrazione dello spettacolo carnevalesco, ma, come spesso succede, non avevo mai voluto abbandonare il mio riposo estivo al mare di Funtana Meiga per andare a Torregrande a vederla.
Quest’anno, invece, per accontentare Santino, l’ho fatto e Vi posso assicurare che ne è valsa davvero la pena!
La Sartiglia, l’ho sempre sostenuto, è una manifestazione meravigliosa, vissuta dai protagonisti con grande passione, direi quasi con dedizione e trasporto, tutto l’anno. Pensavo, però, che questo spirito, questo amore per una antica tradizione che si ripete da oltre 500 anni, fosse una prerogativa degli adulti, non anche dei bambini. Mi sono, però, dovuto ricredere!
Ecco a Voi la cronaca di una giornata davvero speciale.
Sono arrivato presto a Torregrande, oltre un’ora prima della manifestazione, e mi sono fermato nel piccolo Anfiteatro di fronte alla Chiesa Sella Maris, la Parrochia del borgo, dove i partecipanti si erano dati appuntamento; da dove sarebbe partito il corteo verso il lungomare dove si sarebbe svolta la Sartiglia.
Qualcuno era già arrivato, tra i quali Pacifico Tratzi, mio ex collega bancario che da anni allena i giovani tamburini della Pro Loco di Oristano. Mentre conversavo piacevolmente con lui iniziano ad arrivare, accompagnati dai loro genitori, i giovani tamburini, già vestiti di tutto punto per la manifestazione e con tamburo e bacchette impugnate da manine nervose. A seguire i giovani cavalieri con i loro piccoli destrieri, i trombettieri ed infine la giovane “ Componidori” Valentina Rais, di 12 anni, accompagnata dai suoi due aiutanti: Chiara Aru, su Segundu e Antonio Deidda, su Terzu, entrambi di 11 anni. A farle compagnia, tutte intorno, le sue damigelle d’onore: sa massaia manna e is massaieddas, che portavano con Loro tutto il materiale necessario alla trasformazione del Cavaliere in Componidori, ovvero da uomo in semidio, figura androgina che per un giorno, attraverso la Vestizione, diventa il sovrano assoluto del Torneo.
Seguivo questo andirivieni con attenzione. Non mi sfuggiva la grande tensione che permeava tutti questi partecipanti. Nessuno di Loro, protagonisti o comprimari, si muoveva con superficialità: in tutti vi era una tensione ed un profondo senso del ruolo. Ho scambiato qualche parola con Valentina che si preparava al Suo ruolo di Capocorsa: era talmente conscia dell’importanza della Sua prestazione che sembrava non avere i suoi 12 anni ma molti di più! Era, la Sua, la tensione di una persona matura, che si preparava a compiere un Rito Sacro!
La stessa forte tensione attanagliava tutti. Il Presidente della Pro Loco Giorgio Colombino, accompagnato dalla moglie Bastianina, sovraintendeva a tutti i particolari, coadiuvato dai vari componenti del Consiglio, a partire dalla Vice Presidente Bianca Muscas. Nessuno sembrava essere solo spettatore.
Con l’arrivo di tutti i partecipanti, verso le 19,30, il corteo inizia a muoversi, con un bel seguito di pubblico, in gran parte turisti.
Accompagnato dal rullare dei tamburi e dagli squilli delle trombe il corteo imbocca il lungomare tra due ali di folla. Il sole è ancora alto nel cielo e la gente, assiepata dietro le transenne, applaude i giovani partecipanti, mentre i lampi delle macchine fotografiche scattano in continuazione.
Alla fine del viale, in prossimità di Villa Baldino, era stato predisposto il palco per la vestizione, i sostegni del nastro che regge la stella e le varie tribune per le Autorità e gli spettatori paganti.
La cerimonia della vestizione è stata per me una cosa davvero straordinaria! La tensione di tutti i partecipanti al rito si toccava con mano. Valentina siede nello scranno a Lei riservato al centro del palco: serissima, con gli occhi lucidi e le mani sulle ginocchia, sembra attendere quasi un evento ultraterreno. Intorno a Lei “ Sa Massaia manna” e "is Massaieddas" con i cesti di vimini contenenti tutti i capi che avrebbe dovuto indossare: la camicia bianca, il colletto, i panni che preparano il viso a sostenere la maschiera, il velo, su Coiettu ( il corpetto di cuoio con lunghe falde al ginocchio), i nastri, rigorosamente verdi, la maschera, il velo, il cappello ed i guanti.
Il rituale inizia con la vestizione della camicia bianca a cui segue la sistemazione del colletto legato con il nastro verde ( colore scelto dalla Pro Loco per la Sartiglia dei ragazzi ); la vestizione continua facendo indossare su Coiettu , fermato in vita dal grosso cinturone di cuoio. Sempre a sedere sullo scranno su Componidori viene ora “bardato” con una serie di nastri verdi che gli chiudono le ampie maniche della veste bianca ai polsi e stringono in alto le braccia. Inizia subito dopo la posa dei fazzoletti ai lati del viso e sul capo che vengono cuciti con cura: hanno il compito di reggere perfettamente la maschera ed evitare qualsiasi spostamento inopportuno durante il torneo. Prima della posa della maschera sul viso, il Presidente porge al Capocorsa un vassoio con i bicchieri per un brindisi augurale: in questo caso, però, pur nel rispetto del rituale del brindisi, si è proceduto ad alzare i calici non con la famosa Vernaccia ma con una più adatta bibita analcolica!
La posa sul viso della maschera è il vero momento della trasformazione dell’umano in divino: su Componidori, ora, non è più uno di noi ma ha assunto un’altra dimensione, una dimensione che incarna quella forza superiore, quel divino tanto misterioso e invisibile.
Sembra strano, credo che lo faccia a tutti, ma un attimo dopo la posa della maschera sul viso de su Componidori, non pensiamo più alla carnale figura che c’è dietro, giovane o adulto che sia, maschio o femmina, ma da quel momento quella maschera racchiude un personaggio unico, che non è uno di noi, è semplicemente il divino su Componidori, il Capo indiscusso del Torneo.
La vestizione viene portata a compimento con la posa del velo che viene strettamente cucito intorno alla maschera ed a seguire il cappello, chiuso sotto il mento sempre da un bel nastro verde, dalla camelia appuntata sul petto a sinistra, e dai guanti sempre rigorosamente bianchi.
La vestizione ora è completata: su Componidori è pronto a guidare la corsa. Il suo cavallo è pronto: viene portato davanti al palco ed Egli dovrà salirci sopra senza mettere i piedi per terra. La tradizione vuole che lui, ora non più uomo terreno, possa toccare la nuda terra, sarebbe di cattivo auspicio per Oristano e le sue campagne ed il futuro raccolto. Egli resterà per tutta la durata del torneo, sia durante la corsa alla stella che durante le pariglie, sopra il suo cavallo, da cui dirige, giudice unico, lo svolgersi della competizione, assegnando a suo insindacabile giudizio la spada e su stoccu ai cavalieri che si cimenteranno alla corsa alla stella e stabilendo l’ordine e le modalità di partecipazione delle pariglie.
Valentina è stata bravissima. Salita sul suo bel cavallino della Giara e scortata dai suoi fedelissimi, su seguntu e su terzu, ha prima benedetto la folla con il bel mazzo di viole e pervinche, noto come sa Pippia de Maju, i componenti del suo Gremio, la Pro Loco, poi il pubblico che ha risposto con un grande applauso. Poco dopo ha dato inizio al torneo.
Ricevute le spade dal Presidente Colombino ne ha consegnato una al suo secondo, Chiara, e con lei ha incrociato, in segno ben augurante, tre volte le spade sotto la stella, chiedendo con quel rito l’aiuto divino.
Poi ha per prima tentato la sorte alla stella con la spada: non è stata baciata dalla sorte, ha solo colpito ma non infilzato la stella. Poco importa, su segundi e su terzu, invece, hanno colto il bersaglio infilzando perfettamente la stella e portato a casa entrambi il premio riservato, la stella d’argento, consegnata a su segundu dal Presidente Giorgio Colombino e a su terzu dall’Assessore alla cultura della Provincia Serafino Corrias.
A seguire tutta una serie di stelle colte, accompagnate con grande entusiasmo del grande pubblico assiepato dietro le transenne e nelle tribune. Hanno colto la stella Francesco Salis, Stefano Casu, Salvatore Carrus, Nanni Cabitza e Antonio Deidda. A premiare i cavalieri vincenti La Vice Presidente Bianca Muscas, il Questore Dr. Pinto, il Presidente del Coni Gabriele Schintu ed altre Autorità. Lo spettacolo dato dai mini cavalieri è stato,davvero, fantastico!
Terminata la gara con la spada su Componidori le ha riconsegnate al Presidente ed ha ricevuto su Stoccu per un ulteriore tentativo, che è riservato, come tradizione, solo al Capocorsa ed eventualmente ai suoi aiutanti.
Anche la prova con su stoccu non è stata favorevole a Valentina, che ha comunque diretto in modo magistrale la Corsa, ma ha premiato, ancora una volta su terzu, Antonio Deidda, che a 11 anni ha dimostrato di essere già un cavaliere bravissimo! Con quel secondo centro ha ottenuto la stella d’oro. Complimenti Antonio, diventerai un grande sartigliante e sicuramente farai Su componidori!
Valentina ha affascinato tutti con una splendida "Arremada", la benedizione finale che viene eseguita da su Componidori completamente supino sul cavallo.
Le bellissime e spericolate pariglie hanno chiuso una splendida manifestazione.
Posso dirvi, in tutta franchezza, che mai avrei pensato che una Sartiglia estiva, quasi giocosa e per alcuni solo una parodia di quella vera, fosse, invece, un interessante spettacolo vero, pieno di entusiasmo partecipativo e sicuramente vera palestra per i giovanissimi che l’hanno vissuta con una intensità ed un impegno non comuni.
Con questi presupposti, grazie all’impegno della Pro Loco e del suo Presidente Colombino che l’ha inventata oltre 30 anni fa, di Antonio Casu e del suo ormai famoso Giara Club, e di tutti gli amici che la propagandano, la Sartiglia avrà sempre un grande vivaio a cui attingere e, soprattutto vedrà il perpetuarsi di una tradizione che dura da oltre 500 anni e che è fatta di amore per Oristano e le sue nobili tradizioni.
Senza dimenticare che è un veicolo speciale per la promozione turistica della nostra Provincia, che può calamitare quel flusso turistico che da sempre desideriamo. Grazie a tutti quelli che la sostengono.
Grazie dell’attenzione.
Mario

martedì, agosto 03, 2010

LA " FESTHA MANNA " DI SASSARI: LA SFILATA DEI CANDELIERI ( FARADDA DI LI CANDARERI ).

Oristano 3 Agosto 2010

Cari amici,
tra pochi giorni Sassari sarà in festa!
Da molti secoli nella città turritana si svolge il 14 di Agosto una processione in onore della Vergine Assunta , capace di unire tutti i sassaresi in modo unico.
Ho voluto ricordare agli amici del mio blog la storia di questa interessantissima manifestazione.
Eccola.















La Sfilata dei Candelieri (Faradda di li candareri) è la grande festa della città di Sassari, una spettacolare e suggestiva processione che si svolge, ogni anno, da oltre 500 anni, il 14 agosto.

La manifestazione è cosi "particolare" che si è sentito il bisogno di tramandarla e perpetuarla, chiedendo all' UNESCO di includerla nel grande patrimonio dell'Umanità.
Ebbene, dopo il Canto a tenore anche la Faradda di li candareri entrerà a far parte del Patrimonio immateriale dell’Unesco.

La "Festa Grande" di Sassari, la cosi detta Festha Manna, potrebbe essere inclusa entro breve tempo nell’elenco delle manifestazioni culturali considerate patrimonio dell’umanità.
La notizia che il riconoscimento è in corso è stata data dal primo cittadino, il sindaco di Sassari Gianfranco Ganau, durante una conferenza stampa per la presentazione della manifestazione. L’iter è iniziato con l’arrivo a Sassari del responsabile del settore Beni immateriali dell’Unesco, Sergio Vassari: nei giorni scorsi una troupe specializzata ha raccolto dati, documenti e interviste con storici, studiosi e organizzatori della festa più importante del capoluogo sassarese. La vasta documentazione sarà analizzata dalla commissione Unesco che dovrà decidere se la la storica discesa dei Candelieri in onore della Madonna dell’Assunta, merita di essere iscritta nel Grande Libro, diventando Patrimonio dell’Umanità, vero patrimonio culturale di tutti, quindi immortale.


I grandi ceri di legno che il 14 agosto, da secoli, sfilano al ritmo dei tamburi per le vie della città, diventerebbero, quindi, patrimonio dell’umanità. I sassaresi ne saranno ancora più fieri!


Ma come è nata questa grande festa popolare che ogni anno calamita un numero impressionante di persone, non solo di Sassari e della Sardegna, ma anche provenienti da ogni parte del mondo?
Ecco una sua breve storia.


La "Festha Manna", come affermano con orgoglio i sassaresi, trae le sue origini dalle tradizioni pisane: La città di Sassari, infatti, fin dal secolo XI intratteneva con la città toscana dei rapporti economici molto stretti e ospitava entro le sue mura una cospicua colonia di pisani, che vi restarono fino al 1284 (anno nel quale, in seguito alla disfatta della Meloria, i pisani furono costretti da Genova ad abbandonare la città). Il quartiere ancora oggi denominato Santa Maria di Pisa, lo dimostra in modo concreto. Questo legame con le tradizioni pisane è confermato anche dall’analogia con un'altra processione sarda, quella dei Candelieri di Iglesias, che è testimoniata da documenti trecenteschi. In effetti, feste simili, caratterizzate dall'offerta di ceri alla "Madonna di mezzo agosto", sono attestate durante il Medioevo in numerose città della Toscana.
Questa festa a Pisa, per esempio, come si rileva da dagli Statuti della Repubblica, era dettagliatamente regolamentata e l’oblazione dei candeli prevedeva un disciplinare su come le offerte della cera in onore dell’Assunta di Mezzo Agosto dovevano essere effettuate. Questa festa divenne nel tempo, a pieno titolo, una tradizione anche sassarese, che fu conservata anche dopo l’esodo dei toscani.

Originariamente la festa prevedeva l’offerta alla chiesa madre di Santa Maria di Pisa di un certo quantitativo di cera vergine destinata alle funzioni liturgiche. Questo obbligo successivamente si estese anche alle colonie pisane insediate in Sardegna.


Erano le corporazioni cittadine delle arti e dei mestieri a prendere su di sé questo compito in nome del popolo. La cera veniva trasportata verso la Cattedrale per mezzo di un corteo religioso. Nelle città toscane essa veniva modellata artisticamente fino a formare costruzioni particolari (a Lucca), oppure veniva utilizzata per abbellire delle imponenti colonne di legno e di carta (così per la festa di San Giovanni Battista a Firenze). A Pisa la cera offerta veniva mostrata al pubblico sotto forma di immagini di santi e altri ornamenti posti su un’impalcatura di legno a forma di tabernacolo e condotta in spalla da alcuni portatori per mezzo di alcune stanghe. Tali macchine, oltre a costituire un omaggio alla Vergine, miravano a suscitare l’ammirazione del pubblico.

Il tabernacolo aveva un peso prescritto minuziosamente dagli Statuti cittadini e veniva addobbato con stendardi e bandiere; esso inoltre doveva essere accompagnato col suono di alcuni musicanti. In un secondo tempo, le macchine a forma di tabernacolo furono sostituite dalle colonne di legno munite di capitello, il cui trasporto era più pratico e facile. In questo caso si deve immaginare che i ceri venissero fissati al di sopra del capitello, come scrive lo storico Vittorio Angius. Questa innovazione inoltre consentiva ai portatori di sollevare verso l’alto la colonna e di muoverla danzando al ritmo della musica.


La cerimonia dunque si trapiantò saldamente anche a Sassari, e sebbene non sia stato tramandato nessun documento scritto sulla disciplina dei Candelieri sassaresi, la festa della città turritana sembra ricalcare fedelmente ancora oggi le norme degli Statuti di Pisa scritti ben sette secoli fa. L’unico grande cambiamento riguarda proprio la cera, che ormai da qualche secolo non abbellisce più le colonne ed è scomparsa anche dalla memoria popolare. Peraltro la carenza di documentazione (l’archivio pubblico della città fu bruciato dai francesi nel 1527) non consente di affermare nulla di preciso. La festa, forse, nel tempo perse smalto e fu anche sospesa o abbandonata.


Il primo cenno storico delle ripresa della processione dei Candelieri si trova in un documento del 1504. Secondo le indagini compiute dallo storico sassarese Enrico Costa, però, l’istituzione della festa avvenne nel 1528, come voto alla Madonna per ottenere la cessazione di una pestilenza. L’epidemia cessò esattamente la vigilia di ferragosto. E fu così che, da allora, la popolazione sciolse il suo voto alla Madonna, ripristinando con grande partecipazione di popolo l’antica tradizione pisana. Un’ordinanza del 1531 disciplinava dettagliatamente lo svolgimento della festa e l’ingresso nella chiesa degli otto Candelieri appartenenti alle principali corporazioni cittadine:

Agricoltori (Massai), Mercanti, Sarti, Calzolai, Muratori e Falegnami, Pastori, Ortolani e Carrettieri.

Il voto alla Madonna venne rinnovato solennemente in diverse occasioni, durante nuove ondate di peste, tanto che lo storico Pasquale Tola collocava l’istituzione della festa nel 1580 e “la rinnovazione del voto nel 1652”.

Oggi, come ieri, protagonisti assoluti del rito religioso sono i Gremi, i rappresentanti delle antiche corporazioni di arti e mestieri della città. Sono loro che, a ritmo di tamburo e piffero, portano in spalla i pesanti candelieri, percorrendo le principali strade del centro storico, tra due ali di folla. Terminata la discesa, nel cuore della città vecchia, il corteo raggiunge la chiesa di Santa Maria di Betlem dove si volge il rito religioso, seguito da musiche e spettacoli fino a notte fonda.
Gli otto ceri, che avevano un peso di 40 libbre ciascuno, venivano collocati alla vigilia della festa dell’Assunzione attorno al catafalco della Vergine dormiente, come a formare una corona. La spesa per la fabbricazione dei candaleros era a carico della città; questo impegno era assolto dagli obreros, che venivano nominati ogni anno.
La processione venne a perdere col tempo l’austerità della originaria processione religiosa. Nel 1694 il Viceré spagnolo, particolarmente attento a contenere le spese pubbliche, cercò di sopprimere la festa, che riteneva troppo costosa per le finanze del Comune, ma la cittadinanza sassarese conservò la sua manifestazione con la motivazione che non si doveva rompere il voto stretto con la Madonna.
Nel XVII secolo l’offerta votiva comprendeva ancora il cero e il Candeliere; all’inizio del secolo successivo, però, le corporazioni sassaresi portavano in processione soltanto i fusti, privi di cera. L’offerta diventava così soltanto simbolica.
Nel 1718 il Consiglio Comunale impose di sostituire le colonne con un cero di cinque libbre, ma l’ordinanza non fu accolta dal popolo e quindi non fu rispettata neppure dai Gremi. A metà dell’Ottocento il Consiglio Comunale di Sassari, insieme all’Arcivescovo Varesini, fecero un nuovo tentativo per sopprimere la sfilata dei Candelieri di legno, considerandola una festa chiassosa e ormai troppo laica, e imposero di sostituire le colonne con dei ceri portati a mano e con le croci parrocchiali. Questa innovazione non fu tollerata e per quattro anni il rito non venne più celebrato. Nel 1856, in seguito ad una nuova epidemia di colera, fu ristabilita la vecchia tradizione.

Dall’epoca della colonia pisana fino ad oggi, la festa dei Candelieri ha conservato molta parte del suo aspetto antico, ma si è anche arricchita di nuovi elementi, fastosità, libertà e spirito goliardico che ne hanno fatto evolvere la fisionomia.


Alcuni Gremi, come quello dei Mercanti, perso il loro interesse per la manifestazione, vennero sciolti. Il Gremio dei Pastori scomparve in seguito al venir meno della sua importanza economica e del suo prestigio sociale; ai carrettieri fu pignorato il Candeliere a causa di un debito insoluto. Nella manifestazione subentrarono, per contro, altre corporazioni, come quella dei Contadini (1937), dei Viandanti (1941) dei Piccapietre (1955), dei Fabbri (2007).

Nel 1979 è nato l’Intergremio, associazione che riunisce i Gremi di Candeliere e che si impegna a tutelare e custodire la tradizione della grande festa cittadina.


Tra pochi giorni l’antico voto all’Assunta verrà rinnovato. Il 14 di Agosto gran parte dei sardi ed una miriade di turisti, provenienti da tutto il mondo, raggiungeranno Sassari, dove per un giorno tutto si ferma: è FESTHA MANNA !
Ecco alcune foto che testimoniano la bellezza della manifestazione e la grande partecipazione popolare.

Mario.