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giovedì, novembre 25, 2010

CORBEZZOLO, L'ARBUSTO COLORATO CHE RALLEGRA L'AUTUNNO!

Oristano 25 Novembre 2010

Cari amici,
oggi torniamo a parlare della nostra stupenda "macchia mediterranea".
Uno dei suoi più colorati componenti è proprio il Corbezzolo.
Se volete, possiamo cercare di conoscerlo meglio.
Buona lettura!


Il Corbezzolo (Arbutus unedo) è in Sardegna una pianta arbustiva molto diffusa ed utilizzata.

L'origine del suo nome "arbutus unedo" deriverebbe probabilmente dal celtico. Infatti "ar" in celtico vuol dire "aspro” mentre “butus” significa “cespuglio”; "unedo", invece, è il nome che veniva usato nell'antichità, certamente derivato dalle tre parole latine "unu tantum edo", ovvero "ne mangio uno soltanto", per indicare che non bisognava esagerare e cedere in tentazione, data la gradevolezza dei suoi frutti che se mangiati in quantità eccessiva davano senso di nausea e stitichezza.
Questa pianta, appartenente alla famiglia delle Ericacee, diffusa sia in forma cespugliosa che allevata ad alberello, è presente in gran parte dei paesi Mediterranei e non solo: si ritrova infatti anche alle Canarie, in Marocco ed in Irlanda. In francese il suo nome è “Arbousier”, mentre in inglese è “Strawberry tree”.
Si tratta, come detto, di una pianta arbustiva sempreverde che può diventare un vero e proprio albero alto anche 10 m. I rami presentano la corteccia rossastra e le foglie sono ovali con i margini seghettati, di colore verde scuro e coriacee. Fiorisce in autunno avanzato producendo dei fiori bianchi riuniti in grappoli dai quali si orginano i frutti l'anno successivo. Infatti nella pianta sono presenti contemporaneamente i fiori dell'annata in corso con i frutti derivati dai fiori dell'anno precedente. I frutti che sono delle bacche globose, di colore rosso vivo a maturità, sono commestibili e contengono al loro interno un pacchetto di semi ovali lanceolati di colore scuro.
In Sardegna il Corbezzolo è un importante componente della macchia mediterranea; spesso l'arbusto è anche dominante al punto di diventare un protagonista di un tipico paesaggio sempreverde. Da noi la pianta raggiunge normalmente le dimensioni di un albero di media dimensione, anche se esistono esemplari eccezionali, come quello della foto. Proprio allevata ad alberello i pastori utilizzano la pianta per recintare gli spazi per il bestiame, sia quelli dedicati alla mungitura che quelli per il riposo degli animali (su meriagu). In questa veste essi rivestono un ruolo doppiamente utile, sia per l’ombreggiatura creata dalle foglie sempreverdi che per la bontà dei frutti. La pianta risulta, inoltre, di una bellezza straordinaria alla vista: osservata in qualsiasi periodo essa mostra in mezzo ai suoi rami sempre ornati di foglie color verde smeraldo, ricchi grappoli di fiori bianchi, di frutti verdi e di frutti rosseggianti, somiglianti alle fragole, che invitano l’osservatore a coglierli.

Sulla pianta, infatti coabitano, sia i fiori che i frutti che maturano circa un anno dopo la fioritura; questo fatto fa si che la pianta si sempre piena di colori, praticamente in tutte le stagioni. Le macchie di corbezzolo, più liete di aspetto rispetto alle più tipiche ed anonime macchie di leccio o di alloro, ospitano quindi una maggiore quantità di uccelli, che vi trovano costante riparo anche nei periodi più freddi dell'anno per la costante disponibilità di cibo.

In Sardegna le macchie a corbezzolo in alcune zone si estendono a perdita d'occhio, come sui contrafforti del Gennargentu. La pianta, molto resistente, può resistere a minime termiche fino a meno 15°C, anche se teme le gelate precoci o tardive, specialmente se accompagnate da vento. Pur preferendo le aree soleggiate e non vntose tollera molto bene anche una parziale ombra.
Della pianta, per uso alimentare, si usano sia i fiori che i frutti.

Dai fiori si ottiene il tipico miele amaro (prodotto molto importante in Sardegna e ben venduto fuori dall’Isola), conosciuto per le sue proprietà antisettiche. Il frutto si presta ad un moderato consumo fresco e, previa trasformazione, se ne ottengono marmellate, confetture, gelatine, sciroppi, canditi, aceto. Dalla fermentazione si ottiene un vino caratteristico, il "vino di Corbezzolo".
Se ne ottiene anche, per distillazione, una buonissima acquavite che, anche dopo il passaggio in alambicco, mantiene un particolare e gradevole colore rosato. Dal decotto della bacca, inoltre, si ottiene una bibita fermentata estiva, molto dissetante. La fronda recisa con i frutti immaturi è utilizzata per decorazioni floreali. Piante di dimensioni limitate, recanti i frutti, sono utilizzabili come piante in vaso; a livello vivaistico, il corbezzolo si inserisce nel vasto panorama della produzione di piante mediterranee. Trova impiego nei giardini in genere come esemplare isolato e, per la sua resistenza all’inquinamento, viene utilizzato nel verde urbano stradale e lungo le autostrade.
Sia anticamente che al giorno d’oggi tutte le parti della pianta possono essere utilizzate proficuamente per la nostra salute. Sia l’antica medicina popolare che le odierne cure omeopatiche utilizzano diverse parti di questa pianta che continua a regalarci non pochi rimedi.
Le proprietà del corbezzolo sono concentrate soprattutto nelle foglie. I frutti, i fiori, la corteccia e le radici hanno anche loro proprietà curative anche se in maniera meno accentuata.
Le foglie contengono varie sostanze: derivati fenolici quali l'arbutoside o arbutina e la monotropeina; contengono inoltre unedoside, asperuloside, geniposide, ecc. tutti derivati fenolici; sono presenti anche resine, steroli e gomme e sostanze tanniche in quantità.
Il frutto contiene per circa il 10-20% zuccheri, pectine, arbutina, triterpeni, luppolo, vari steroli, pigmenti, flavonoidi, e varie vitamine.
Gli utilizzi di questa pianta per scopi terapeutici sono molteplici: tra le sue proprietà quella di essere un buon astringente ed un ottimo antidiarroico; ha, inoltre proprietà antinfiammatorie nei confronti del fegato, delle vie biliari e di tutto l'apparato circolatorio; è antispasmodico dell'apparato digerente e delle vie biliari, diuretico, antisettico e antinfiammatorio delle vie urinarie. Le cistiti, in particolare, ne traggono non poco beneficio: la pianta ha infatti una composizione simile a quella dell'Aretostaphylos uva ursi, anche se il tenore in arbutina è minore mentre quello in tannino risulta più elevato. Le foglie e la corteccia, proprio per la quantità elevata di tannini contenuta, debbono invitare ad attento e parco utilizzo onde evitare irritazioni al tratto gastrointestinale. Si consiglia, inoltre “vigilanza” in caso di contemporanea assunzione di farmaci per le possibili interazioni farmacologiche. La grande quantità di tannini presente ne favorisce anche l’uso per la concia delle pelli.
Anche il miele di corbezzolo ha delle ottime proprietà medicamentose: esso infatti ha proprietà balsamiche, antispasmodiche, antisettiche e diuretiche.

Le foglie da utilizzare sono quelle dell'anno, che sono portate dai rami terminali più giovani, e possono essere raccolte in qualunque periodo anche se d'estate presentano il massimo delle proprietà balsamiche.


I frutti vanno invece raccolti maturi, quindi a novembre-dicembre, come le radici. Sia con le foglie, che, dopo la raccolta, vanno vanno essiccate in ambienti bui e caldi e conservate in sacchetti di carta in luoghi bui ed asciutti, che con la corteccia e con le parti delle radici, si possono preparare degli efficaci rimedi con benefica azione sia drenante che astringente. Il decotto della radice può essere usato nella sclerosi degli arti, mentre Il decotto di foglie ha un buon potere astringente ed è un buon tonico sulla pelle. L'infuso delle foglie, invece, cura le affezioni delle vie urinarie e dei reni; è anche utile nei casi di febbre e diarrea e per molte altre indicazioni.
Voglio anche riportare una antica ricetta, utile a quelli che hanno problemi di reumatismi, di gotta, di eccesso di liquidi, di infezioni intestinali, di diarrea, di infezioni alle vie renali e di la cistite.
In primavera fate essiccare un po’ di foglie e conservatele in un barattolo di vetro o in una busta di carta da cucina. All’occorrenza mettete in infuso per 15 minuti in un litro di acqua bollente, 7g di foglie essiccate e bevetene più volte durante il giorno (meglio se a digiuno). Ecco ora un modo semplice per propagarlo.
Il frutto, come detto, è ricco di semi. Se volete divertirvi, spappolate il frutto maturo in un recipiente con acqua tiepida, aiutandovi con un colino. Fate cadere tutta la polpa e raccogliete i semini; fateli asciugare e utilizzateli per ottenere nuove piante; prendete un contenitore di uova, bucate la base di tutte le parti concave, riempitele con terra di bosco e sabbia di fiume ben lavata, in parti uguali; fate cadere sulla superficie del terriccio una decina di semi di corbezzolo, pressate dolcemente in modo da coprirli e annaffiate con dolcezza, utilizzando un semplice vaporizzatore. Questa operazione va eseguita un po’ prima della primavera e vi consiglio di coprire il contenitore con un foglio di plastica, soprattutto se abitate al nord, dove il freddo è ancora intenso. Avrete in poco tempo delle belle piantine, capaci da dare vitalità e colore al vostro giardino! Attenzione però: poiché il frutto è ricco di zuccheri, i diabetici dovrebbero stare lontani dalla vostra piantagione! Ecco quante belle virtù ha questa meravigliosa pianta!


Non dimentichiamo, inoltre, che il corbezzolo con i suoi stupendi colori verde, bianco e rosso è anche un bellissimo simbolo che gratifica il nostro amor patrio di gente italiana per il nostro tricolore: il bianco dei fiori, il verde delle foglie e il rosso dei frutti maturi, possiamo rapportarli ai colori della nostra bandiera.


Grazie della Vostra sempre splendida attenzione!


Mario

lunedì, novembre 22, 2010

GLI ANTICHI RITI SARDI PER RICORDARE I DEFUNTI: “IS ANIMAS DE SU PRUGADORIU”, UNA HALLOWEEN DEL PASSATO CHE RITORNA.


Oristano 22 Novembre 2010

Cari amici,

Non volevo "chiudere" il mese di Novembre senza un piccolo ricordo del mio passato, inerente una festa particolare che vi si celebrava: quella de " Is Animas de su Prugadoriu".

Se avete piacere leggete.

Novembre, il mese universalmente dedicato al culto dei defunti, ha sempre avuto riti e tradizioni particolari per far si che grandi e piccoli mantenessero perenne il ricordo degli avi. Tale tradizione in Sardegna è stata sempre particolarmente sentita e praticata in tutti i suoi Centri, piccoli e grandi.
Bauladu, il mio paese d’origine, non ha certo fatto eccezione a questo particolare rito. Per coinvolgere tutti, soprattutto i bambini, alimentava questo momento di pio ricordo delle figure del passato con storie, miti e leggende che creavano, soprattutto in noi ragazzi, un immaginario collettivo ricco di storie e figure leggendarie.
Oggi, purtroppo la patina del tempo ha annebbiato questa tradizione e valorizzato, invece, “ riti e tradizioni altrui” che con la falsa patente di modernità spacciano per nuovo quello che, in effetti, non lo è. Certamente avremo potuto evitare il dilagare, anche presso noi, dell’americana festa di Halloween, di tradizione anglosassone, importata negli USA dai pionieri Inglesi in quanto risalente a primordiali origini celtiche. Per fortuna dopo qualche anno di disorientamento, mi pare di capire che in Sardegna, forti del nostro orgoglio e delle nostre tradizioni, si stia diffondendo la voglia di riappropriarsi della nostra tradizione, certamente meno folcloristica ma più consona e vera. Il nostro antico rituale per il ricordo dei defunti era abbastanza complesso. Esso era un insieme di riti pagani e carità cristiana, arricchito di antiche leggende, raccontate dagli anziani raccolti intorno al fuoco. Erano storie tragiche, leggende, che affondavano nella notte dei tempi e che noi ragazzi ascoltavamo estasiati, rapiti, seduti immobili nel piccolo scanno vicino al camino, con il cuore in gola, in bilico tra curiosità e paura, alimentata questa dalle ombre che le fiamme del fuoco disegnavano sulle pareti della cucina e che sembrava materializzassero quelle terribili figure leggendarie narrate.

Si raccontava che in tempi lontani, nelle vicinanze del paese, vi era un grande castello fortificato dove viveva un ricchissimo signore che era proprietario praticamente di quasi tutte le terre del circondario. A noi ragazzi questa storia sembrava proprio vera in quanto poco distante dall’abitato, lungo la strada che collegava Bauladu con Tramatza vi era, davvero, un grosso fabbricato in rovina (chiamato “Sa Turrita”) di cui, però, restava in piedi solo una spessa parete al centro della quale vi era un grande ingresso con degli alti stipiti in pietra sormontati da un arco imponente che dava proprio l’idea di entrare in un grande castello.
Questo ricco malvagio signore pur possedendo enormi ricchezze non dava il giusto a quanti lavoravano per lui. Anche in famiglia il suo comportamento era di grande cattiveria. La moglie non riuscì a dargli un figlio e lui diventava sempre più malvagio, non avendo eredi a cui lasciare tutto il suo patrimonio. Tutti dicevano che aveva venduto l’anima al diavolo, per mettere insieme tutte quelle ricchezze!
Un giorno, sentendosi ormai giunto alla fine della sua vita e non volendo lasciare a nessuno il suo forziere pieno zeppo di monete d’oro e di pietre preziose, lo chiuse a chiave e, in piena notte, lo caricò sul suo calesse e lo portò in cimitero. Questo luogo è ancora oggi chiuso da un alto muro di cinta ed ha al centro una grande Chiesa, dedicata a San Lorenzo, che in passato era stata quella del primo impianto dell’abitato di Bauladu. L’uomo, forse facendosi luce con un lume, dopo aver sollevato alcuni lastroni davanti all’ingresso, seppellì li sotto il suo tesoro, rimettendo, poi, in ordine il pavimento. Per evitare che qualcuno potesse appropriarsi del suo tesoro l’uomo prima di chiudere il forziere vi rinchiuse uno sciame di ferocissime mosche ( “sa musca macedda”) che, si diceva, potevano uccidere in pochi istanti chiunque fossero riuscite a pungere.
La leggenda del forziere alimentava il desiderio dei tanti che, in quegli anni di miseria, al pensiero di trovarsi in mano delle belle monete d’oro…sognavano ad occhi aperti. Certo il pensiero, però, di andare in piena notte in cimitero, scavare, e poi magari ritrovarsi punti dalla micidiale mosca, scoraggiava i più. Non tutti però.
Una mattina si sparse la voce che qualcuno era entrato in piena notte in cimitero e….aveva trovato il tesoro! Furono in tanti ad andare a curiosare. In effetti proprio davanti alla porta principale uno scavo recente dava l’idea che qualcuno avesse non solo scavato ma trovato, davvero, un forziere: vi erano le tracce di una cassa rimossa. La cosa fece non poco rumore. Tutti a cercare di capire chi era stato il temerario e se avesse davvero trovato il tesoro! Magari era proprio uno che, anche lui, aveva fatto un patto col diavolo! Doveva stare attento, però, perché aprendo il forziere c’erano le micidiali mosche!
Nessuno seppe mai niente, anche se, quando qualcuno esibiva una ricchezza prima non posseduta, faceva sorgere il grande dubbio: era lui ad aver trovato il tesoro?
Scusate se ho divagato un po’! Torniamo alla storia di prima.
L’antico rito nel mio paese si chiamava “ Is animas de su Prugadoriu”, a differenza di altri centri dove prendeva denominazioni diverse: “Su mortu mortu”, Ave Maria”, “carki cosa po sas animas”, “su bene de sas animas", oppure, come ad Oristano e dintorni, “Maria Punta ‘a Oru “.
Quest’ultimo rito è un po’ particolare e ve lo voglio raccontare.
“Maria Punta ‘a Oru “, come narra la leggenda, era una vecchia signora molto brutta che la notte del 1 novembre passava nelle case per mangiare la pasta che secondo la tradizione veniva appositamente cucinata per i defunti . Per l' occasione si tiravano fuori le provviste accumulate durante l' inverno: meloni, uva passa, mele cotogne, melagrane, fichi secchi, ecc. Questi frutti venivano messi a tavola e mangiati insieme alla pasta , però bisognava lasciarne un po' anche a Maria Punta ‘a Oru. Chi non ne avesse lasciata una parte si sarebbe ritrovato un buco nella pancia, perché la vecchia Signora sarebbe andata a cercarlo nel suo letto e, con “sa punta ‘a oru” ( attrezzo in ferro con la punta ricurva che serviva per fare l' orlo, “s'oru”, alle corbule ed ai setacci fatti di giunco o erbe palustri ) o con uno spiedo ( su schidoni ) gli avrebbe bucato la pancia per prendergli la pasta. Non male, vero, come storia spaventa bambini?
Torniamo al rito di casa nostra.
La notte del 1 Novembre la mensa veniva imbandita con i prodotti migliori che la famiglia poteva mettere a tavola: era in onore dei defunti, che avrebbero potuto consumare una lauta cena, e per questo restava apparecchiata tutta la notte. Noi ragazzi, invece, eravamo i protagonisti del “giorno dopo”. Al mattino, prevalentemente in gruppo - trascorsa la misteriosa notte della vigilia, nella quale avrebbero dovuto lautamente cenare i defunti che, però, consumavano solo “virtualmente” i buonissimi prodotti messi in tavola - noi andavamo di casa in casa bussando alle porte e chiedendo a gran voce, allungando un sacco: “A is animas de su Prugadoriu”!
Praticamente nessuno rifiutava di mettere qualcosa nel sacco: erano pardule, papassini, noci, mandorle, arance, melagrane ed altre leccornie che ci allargavano il sorriso, pensando alla successiva scorpacciata.
Verso l’ora di pranzo si rientrava a casa felici della “pesca miracolosa” raccolta.
Altri tempi, direte Voi.
Io debbo confessarvi che l’attuale festa di Halloween non mi ha mai entusiasmato. Preferivo e preferisco, anche oggi che ragazzo non sono più, questo nostro antico modo di trascorrere una giornata diversa, seria anche se un po’ giocosa, nel ricordo di quelli che ci hanno tracciato la via.
Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario

giovedì, novembre 11, 2010

EMOZIONANTI RICORDI DEL MIO PASSATO…LA CENA ALL'AVE MARIA !


Oristano 11 Novembre 2010
Cari amici,
ecco un'altro dei ricordi della mia fanciullezza.

Quand'ero ragazzo uno dei riti a cui proprio nessuno poteva sottrarsi era quello, oggi in disuso, della cena “ in comune”, che raccoglieva tutti i membri della famiglia.

All’ora stabilita, comunemente definita “al tocco dell’Ave Maria”, corrispondente al calare delle prime ombre della sera, tutta la famiglia si raccoglieva intorno al grande tavolo della cucina; nessuno, salvo rare eccezioni giustificate, poteva esimersi dal partecipare, per quanto grande fosse il numero dei suoi componenti. Era una “riunione” obbligatoria, assentarsi un sacrilegio.
Il pranzo, invece, era più libero e non veniva considerato cosi solenne ed importante come la cena. Questo derivava certamente dal fatto che il lavoro dei campi non consentiva spesso il rientro a casa; a mezzogiorno, quindi, si consumava una pasto frugale: in campagna, sul luogo di lavoro, il capofamiglia con i figli grandi, mentre in casa mangiavano le donne ed i ragazzi.
La cena, invece, riuniva al completo tutti i membri della famiglia. Era questo convivio rituale quasi un consuntivo dell’andamento della giornata. Il primo a raggiungere il grande tavolo di cucina, di fronte al camino, era il padrone di casa che sedeva a capotavola; a seguire tutti i componenti che raggiungevano i loro posti e si sedevano in maniera composta. La padrona di casa serviva per primo il capotavola e poi, a seguire, i vari componenti della famiglia, in ordine di anzianità. La cena era una specie di “Consiglio di famiglia”, una riunione importante ed aggregante, dove venivano affrontati i problemi e programmati i lavori e gli impegni per i giorni successivi.
Il silenzio a tavola era d’obbligo. Era il padrone di casa a gestire la conversazione. Era Lui il primo a prendere la parola, il solo a fare le domande, l’unico autorizzato a dare disposizioni ed a fornire le direttive per l’indomani. Gli altri partecipanti, moglie e figli, potevano solo assentire e, in pochi casi, chiedere maggiori dettagli sull’esecuzione degli ordini. Al capo famiglia, a cui tutti dovevano il massimo rispetto, competeva tutto il potere decisionale: dalla gestione economica a quella sociale della famiglia. Nessun componente, moglie, figlio o figlia che fosse, si sarebbe mai sognato di intraprendere attività, andare fuori per lavoro o sposarsi, senza il preventivo consenso del capofamiglia.
Veniamo ora all’episodio che sto per raccontarvi.
In casa mia l’ora stabilita per la cena, come in tante altre famiglie, era, senza deroghe di sorta, quella segnalata dal tocco serale delle campane: il tocco dell’”Avemaria”. Gli orologi individuali, da polso o da tasca, allora non abbondavano e la campana del campanile della Chiesa era considerata il grande orologio collettivo.
Per noi ragazzi, in qualunque parte del paese stessimo giocando, i primi rintocchi erano considerati “lo stop decisivo”, quello che, in qualunque fase del gioco fossimo, stabiliva la rapida interruzione ed il veloce rientro alle proprie case per la cena. Non vi erano eccezioni di sorta.
Un giorno, però, le cose per me non andarono proprio nel verso giusto.
Ho già avuto occasione di raccontare che ai tempi della mia fanciullezza i giocattoli ed i mezzi per trascorrere il tempo libero non erano abbondanti: anzi sarebbe meglio dire che erano cosi scarsi da poter essere considerati inesistenti. Io, fortunatamente, avevo un mio amico che disponeva, buon per lui, di una vecchia bicicletta.

Aggiustata mille volte, con i copertoni e le camere d’aria che avevano più rattoppi (“pezzette”) che struttura originale, era comunque molto robusta (una Bianchi con freno a bacchetta, lo ricordo ancora) e capace di sopportare, pur con i suoi anni, il peso di due ragazzi esuberanti.
Un pomeriggio primaverile, complice il calore della bella giornata, ci venne un’idea originale: andare in bicicletta nel vicino Paese di Tramatza a trovare un nostro amico. Tramatza distava solo pochi chilometri, era ben collegata, tra l’altro, a Bauladu dal sottile nastro d’asfalto (la vecchia strada statale Carlo Felice) che collegava Cagliari con Sassari, e noi, senza avvisare nessuno, ci avventurammo. Era la prima volta, non era mai successo prima.

Le poche strade asfaltate di quel periodo erano realizzate e riparate esclusivamente con il lavoro “manuale”, degli operai e dei cantonieri, miscelando la graniglia di pietrisco con il catrame. Ai bordi del nastro d’asfalto, ogni cinquecento metri vi era una “piazzola”, ove faceva bella mostra un elegante deposito di pietrisco, ben curato a forma di piramide, e dei grossi fusti di catrame che, opportunamente squagliato con improvvisati fuochi di legna, veniva a caldo miscelato alla ghiaia per realizzare i “rappezzi” delle parti usurate. Il risultato finale era un manto cosi rugoso, ruvido, capace di perforare anche la gomma più consistente e che consumava in poco tempo qualsiasi pneumatico si avventurasse a percorrerlo.


Pedalando a turno e alternandoci uno in sella e l’altro sulla canna della bicicletta, io ed il mio amico raggiungemmo lentamente Tramatza. In piazza cercammo e trovammo il nostro amico e trascorremmo con lui ed altri nuovi amici buona parte della serata. Al momento del rientro ci accorgemmo, con disappunto, che una delle gomme della bici era bucata: ripararla era impossibile. Il terrore si dipinse sui nostri volti. Tornare a piedi significava fare tardi: non saremo mai arrivati a casa per l’ora di cena, in quanto si avvicinava inesorabilmente il suono fatidico della campane che imponevano il pronto rientro a casa. Noi, tra l’altro, non avevamo avvertito della “gita”, quindi eravamo doppiamente colpevoli!
Il nostro amico ci diede un suggerimento che poteva risolvere il problema: rientrare costeggiando il fiume ( il rio Cispiri ), accorciando di non poco il tragitto. L’idea era buona, anche se noi non conoscevamo bene il sentiero che costeggiava il fiume. Ci avventurammo.
Faceva ancora abbastanza luce e, facendo il più in fretta possibile, iniziammo trafelati a percorrere il sentiero. Non era facile. I rovi ci flagellavano le gambe e mettevano a dura prova i calzoncini e le malandate scarpe che avevamo ai piedi. Cercavamo di accelerare il passo ma, nel frattempo il buio rese le cose ancora più difficili. La paura iniziava ad entrarci dentro. In alcuni punti il sentiero era ancora zuppo di acqua e melma e noi, con il peso della bicicletta appresso, sporchi, infangati e sudati, cercavamo in tutti i modi di fare il più in fretta possibile.
Avevamo ancora un bel tratto di strada da fare quando sentimmo il lontano rintocco delle campane. Ci guardammo impauriti e le lacrime bagnarono i nostri volti sporchi e feriti dai rovi. Non ci demmo per vinti. Con il viso velato di lacrime, stringendo i denti, facemmo l’ultimo sforzo ed arrivammo a casa. Ero terrorizzato per il ritardo, ma ormai la frittata era fatta.
Arrivato di fronte alla porta non avevo il coraggio di bussare: il cuore mi batteva forte in gola. Fui anticipato da Mamma, che, forse preoccupata del mio mancato rientro, spiava i rumori della strada. Lei apri la porta, mi guardò spaventata e con tono minaccioso mi disse: “Marieddu, dov’eri”? Tenendo gli occhi bassi non risposi. Lei acchiappò il mio ciuffo ribelle che mi ornava la fronte, mi diede due sonori ceffoni e mi disse: “che non ti succeda mai più!”.
Fui privato della cena e, dopo un sommario repulisti, andai in camera mia. Piansi a dirotto. Avevo tradito la fiducia dei miei e non lo sopportavo. Non lo avrei più fatto. Mamma prima di andare a letto mi porto un pezzo di pane abbrustolito con sopra una striscia di lardo; cercava di farmi capire la sua preoccupazione e la sua delusione con un finto sguardo di rimprovero che, invece, nascondeva un grande ed infinito amore.
Mario.

mercoledì, novembre 10, 2010

LA DONNA NEL ROTARY. LE "QUOTE ROSA" NEL ROTARY INTERNATIONAL.

Oristano 10 Novembre 2010
Cari amici,
credo che molti di Voi sappiano che sono rotariano. Sono socio del Rotary Club di Oristano da quasi vent’anni e quando sono entrato io le donne non vi avevano ancora avuto accesso.
In questi anni ho voluto conoscere bene il Rotary, questa grande associazione presente in quasi tutti i Paesi del mondo, dove cerca di operare con Amicizia, Etica, Tolleranza, Rispetto ed aiuto per chi è meno fortunato, che si traduce, si sintetizza, nel suo motto: “ Servire al di sopra di ogni interesse personale”.
In questi anni l’ho voluto anche “studiare”, conoscere più a fondo. Ho dedicato la tesi della mia prima laurea proprio al Rotary, con uno studio sociologico che, partendo dalle origini, mi facesse comprendere come era nato e perché; quale il motivo di una crescita straordinaria e di un gradimento che surclassava tutte le Organizzazioni ed Associazioni nate in precedenza.

Il lavoro della tesi, dal titolo: “ Il Rotary International, studio sociologico di un’associazione no-profit”, è stato molto apprezzato e recentemente è stato pubblicato dal nostro Distretto ed è diventato un libro, utile ai nostri soci vecchi e nuovi.
Recentemente in Sardegna, nella sua parte centrale, è nato un nuovo club. Quando questo succede tutti i club del territorio partecipano alla cerimonia inaugurale.
Lo scorso 5 Novembre anche il mio club di Oristano non è voluto mancare all’appuntamento e festeggiare, tutti insieme, la consegna della nuova "Carta" al neonato club, il 28° della Sardegna, che ha preso il nome di “Sedilo-Marghine, Centro Sardegna”.
Il Rotary cresce anche in Sardegna e questo, personalmente, mi da una grande gioia. E’ un bene che nuovi club nascano e crescano, per monitorare meglio il territorio e svolgere in maniera più incisiva la nostra azione rotariana di "SERVIZIO".
Il nuovo club, tra l’altro, ha delle “particolarità”, delle “novità”, rispetto ai tanti altri nati precedentemente. Questo fatto, a fine cerimonia, mi ha fatto maturare una riflessione importante. Eccola:

IL ROTARY DEL FUTURO SARA’ SEMPRE PIU’ “R O S A”.

Da cosa scaturisce questa mia maturata riflessione? Ecco da cosa.


Prima che il Governatore del nostro Distretto, Roberto Scambelluri, consegnasse la nuova “Carta” all’ultimo nato dei club sardi, il Presidente Giuseppe Meloni ha orgogliosamente affermato che il suo club ha un particolare e significativo primato: quello di avere, nel Distretto, la maggioranza dei Soci di sesso femminile.
La notizia è di quelle che solo pochi anni fa avrebbe fatto storcere il naso a non pochi rotariani di lungo corso. Il club, infatti, nasce con un organico di 24 soci di cui 15 donne, contro 9 uomini, con una percentuale al femminile del 60%. E non è finita. Il Consiglio Direttivo ha al vaglio ben 9 nuove proposte di ammissione di cui 5 donne e 4 uomini.
Che dire cari amici? Sono cifre che lasciano molti club un po’... di stucco!
Quanto sembra preistorico, quel lontano 1977, quando il club di Duarte, in California, ammise come soci alcune donne e per questo fu espulso dal Rotary International!
La regola originaria del Rotary, infatti, era stata fino agli anni ’70 del secolo scorso la seguente: “…possono diventare membri dei Rotary Club soltanto gli uomini, intesi come esseri umani di sesso maschile…”.
La scintilla partita da Duarte diventò in breve tempo un gran fuoco: dopo la decisione della Corte Suprema la regola rotariana cosi mutò: “… possono diventare membri di un Rotary Club esseri umani di entrambi i sessi, anche di quello femminile…”.

I tempi cambiano!
Scriveva il nostro fondatore Paul Harris nelle sue memorie “ La mia strada verso il Rotary” che il mondo “cambiava” in continuazione e che il Rotary doveva necessariamente “cambiare” con esso, se voleva mantenere la forza delle sue idee e dei suoi scopi. Si potrebbe aggiungere anche di più.
Il Rotary credo che non possa e non debba aspettare che altri “facciano” il cambiamento. Il Rotary dal suo importante e qualificato osservatorio è in grado di monitorare le necessità più di altri: i suoi numerosi professionisti ed imprenditori, tutti numeri uno nel loro campo, possono e debbono essere quella vera “fucina di idee”, quel crogiuolo capace di mettere insieme le adeguate proposte migliorative, in ogni campo, in ogni necessità della vita sociale.
Compito della nostra Associazione è proprio quello di “dare voce” a chi non ha la forza o la capacità di farlo, di smuovere l’indifferenza, di sollecitare la pubblica opinione, indirizzando e sensibilizzando quanti sono chiamati nel territorio e nel mondo al governo dei Popoli.
Questo il nostro compito di rotariani che non è, come molti credono, quello della semplice beneficienza ma quello, invece, di trovare soluzioni vere per sradicare fame, povertà, mancanza di istruzione, acqua, salute. Come abbiamo fatto per eradicare la Polio di cui andiamo ed andremo sempre orgogliosi.
In tutto questo le donne possono essere, davvero, la nostra arma migliore, quell’arma che per troppo tempo abbiamo lasciato in disparte!
Ho letto con attenzione l’ultimo numero di “ROTARY”, il n.10 di Ottobre, appena arrivato. L’interessante articolo di Alfonso Forte “La donna nel Rotary, porterò una nuova luce” mi ha consentito di aggiornarmi su un argomento per me di estrema importanza: la presenza femminile nella nostra Associazione. L’articolo riportava l’evoluzione e la crescita di questa importante presenza con numerosi dati statistici. Ecco alcune percentuali molto interessanti.
Nel giugno del 2001 le donne erano presenti solo nel 51,8% dei club, mentre nel 2010 il 79,9% dei club aveva ammesso le donne. Se nel giugno del 2001 nei club vi era solo l’8,7% di donne, nel 2010 questa percentuale è salita al 16,3%, praticamente raddoppiando la presenza. Analizzando la situazione nei vari club italiani ho potuto constatare che il nostro Distretto, rispetto agli altri, si difende bene. Se la maggiore presenza femminile in termini assoluti possiamo riscontrarla nel Distretto 2110 ( 535 donne su un totale di 4.863, con una percentuale dell’11%), in termini percentuali quella più alta è quella del nostro Distretto che su un totale di 4.131 soci ha 507 socie, pari al 12,2%.
Anche nei livelli di responsabilità il nostro Distretto è stato pilota. In Italia la prima donna presidente è stata eletta nel club di Cerveteri-Ladispoli nell’anno 1993/94.
Nel mondo, invece, le prime donne Governatrici di Distretto iniziarono nell’anno 1995/96: ne furono elette 8, tutte negli USA.
In Italia la prima Governatrice fu eletta nel Distretto 2040 nell’anno 2003/04: era la rotariana Alessandra Faraone Lanza.
Anche nel nostro Distretto sono ormai maturati i tempi: nel prossimo anno rotariano avremo anche noi la prima Governatrice: Daniela Tranquilli Franceschetti, che già si prepara all’impegnativo incarico. Sono personalmente convinto che Daniela, alla quale faccio fin d’ora i miei migliori auguri, darà, con la sua indiscutibile capacità, ulteriore lustro al nostro Distretto.
La mia profonda convinzione, fin dai tempi in cui mi battevo per far entrare le prime donne nel mio club di Oristano, è sempre stata quella che “la donna avrebbe potuto dare al Rotary un positivo apporto, diverso dal nostro”.
Concordo pienamente con quanto affermato da Alfonso Forte, che ha realizzato l’articolo apparso su”ROTARY”, e che ho prima citato. Scrive Forte: “… La donna con la sua naturale vocazione a fare del bene, con l’innato suo istinto materno, con la sua predisposizione a prestare cura a chi soffre, dovrà – negli anni immediatamente futuri – occupare una maggiore quota di accesso, quella che le compete cioè, nelle file dell’Associazione, perché si realizzino al meglio i compiti che sono le fondamenta inalienabili dello stesso Rotary…”.

Ecco, cari amici, la strada intrapresa dal nuovo club “Sedilo-Marghine Centro Sardegna” credo sia proprio quella giusta!
Auguro al suo primo Presidente ed a tutti i nuovi soci di operare sempre con il forte orgoglio di appartenenza unito alla indissolubile umiltà del servizio, ricordando sempre che nel Rotary si entra per “ Servire”, non per “Servirsi”, per dare non per avere.
Io, da rotariano, convinto sostenitore della filosofia del Rotary, cercherò di continuare a fare la mia parte.

Grazie dell’attenzione.

Mario



martedì, novembre 09, 2010

LO ZAFFERANO DI SARDEGNA: L’ANTICO “ORO” DEGLI DEI.

Oristano 9 Novembre 2010


Quand’ero ragazzo non c’era famiglia che non avesse in cortile almeno un vaso con dei bulbi di zafferano. La fioritura di questi è autunnale, quasi novembrina. Quando sbocciavano i piccoli e delicati fiorellini riempivano di colore il grigio cortile: il fiore, con i suoi petali rosa violacei, gli stammi gialli ed i suoi preziosi stimmi rosso corallo era una delizia non solo per gli occhi ma una bella risorsa per gli insetti che in gran numero lo corteggiavano. Le parti più preziose di questo fiore sono proprio quei tre filamenti rossi, gli stimmi, di un colore cosi profondo e brillante, capaci, poi, di trasformarsi in cucina in quel “giallo oro”, odoroso e profumato, pregno di quelle stupende e meravigliose sensazioni olfattive e gustative.
Il mese che stiamo attraversando, Novembre, per lo Zafferano è proprio il mese più importante. I suoi giorni sono proprio quelli della raccolta e conservazione del preziosissimo “Oro Rosso”. La raccolta dei fiori è già in pieno svolgimento. I primi quindici-venti giorni di Novembre sono quelli che decideranno la sorte della “ stagione” di una miriade di piccole imprese tra San Gavino, Turri e Villanovafranca, il triangolo dei Comuni che possono fregiarsi, per questo prodotto, della DOP, la denominazione di origine protetta, recentemente concessa.
Le previsioni per questa antica e pregiata “spezia” sono, in questa annata, abbastanza buone. Sole e pioggia si sono alternati. Il freddo della notte non si è trasformato in gelate, nemico numero uno de “su zaffanau”, ma fino all'ultimo non si può mai sapere. Ecco perché i riti propiziatori nelle case dello zafferano si rinnovano immutabili da decenni. I primi fiori raccolti tappezzano l'ingresso delle abitazioni: è un segno beneaugurante, un rito propiziatorio che non deve mai mancare! Per chi di primo mattino cammina nelle stradine del centro storico è una pennellata di viola che da colore, rallegra e predispone positivamente alla giornata.
Ma siamo sicuri di conoscere bene questa preziosa spezia, introdotta in Sardegna da lungo tempo?
Ecco, cari amici, riporto per Voi alcune notizie curiose ed interessanti.
Lo zafferano è originario probabilmente dell'Asia Minore. La spezia, da subito molto apprezzata, si diffuse rapidamente in tutta Europa. Il più antico documento che attesta la produzione di zafferano è un papiro egizio del XV secolo A.C..La parola zafferano, deriva dalla parola latina safranum, che a sua volta deriva dall'arabo zafarān (da aṣfar (أَصْفَر‎), che significa "giallo".
Nelle lingue europee la pianta è indicata con termini di chiara derivazione araba: Safran (in francese), Saffron (in inglese), Safran (in tedesco), Azasfran (in spagnolo), Safra (in catalano); è con quest'ultimo nome che lo troviamo negli atti notarili rinvenuti in Sardegna dal 1550 in poi.
Vernacoli Sardi:
o Campidanese (Tsanfarànù)
o Gallurese (Zanfarànu)
o Sassarese (Tanforànu)
o Logudorese (Tafferànu - Tanfarànu)
o Meilogu (Tonfarànu)
o Sardegna Centrale (Tafferànu - Thaffarànu - Thamfarànu - Toffarànu).

La sua coltivazione si interruppe, fin quasi a scomparire, a seguito delle invasioni ed occupazioni barbariche, ma fu reintrodotta in Spagna dagli Arabi conquistatori (dal 961 d.C.), e poi si riespanse nuovamente in tutta Europa.
Nel Medioevo lo zafferano ebbe un uso prevalentemente medicamentoso, per acquisire la definitiva qualifica di “spezia” nel Rinascimento.
La coltivazione e la lavorazione dello zafferano in Sardegna ha antiche origini e sembra che risalga già all’epoca dei Fenici che, probabilmente, lo introdussero nell’Isola. Sotto il dominio punico e nel periodo romano e bizantino, la produzione si consolidò e lo zafferano cominciò ad essere adoperato anche come tintura e per usi terapeutici e ornamentali.
Tuttavia il primo documento ufficiale che attesti il commercio di zafferano in Sardegna risale al 1317 quando il Regolamento del porto di Cagliari (Breve Portus), tra le varie disposizioni, prevedette una norma per disciplinare l’esportazione degli stimmi dall’isola.
Nell’800 la produzione e la vendita della droga crebbe ulteriormente ed essa venne impiegata in molteplici usi, per le sue qualità aromatiche e medicinali, per tingere sete e cotoni, in cucina nelle preparazioni tipiche di pane, primi, secondi e dolci o, nei mercati, come merce di scambio.
Vediamo ora, insieme, la scheda botanica di questa particolare pianta.
Lo zafferano vero (Crocus sativus) è una pianta della famiglia delle Iridaceae. Il “Crocus sativus” oggi coltivato è una pianta sterile triploide, frutto di una intensiva selezione artificiale di una specie originaria dell'isola di Creta, il “Crocus cartwrightianus”. Una selezione messa in atto dai coltivatori che cercavano di migliorare la produzione degli stimmi. La sua struttura genetica lo rende incapace di generare semi fertili, per questo motivo la sua riproduzione è possibile solo per clonazione del bulbo madre e la sua diffusione è strettamente legata all'assistenza umana.
La pianta adulta è costituita da un bulbo-tubero di un diametro di circa 5 cm. Il bulbo contiene circa 20 gemme indifferenziate dalle quali si originano tutti gli organi della pianta, in genere però sono solo 3 le gemme principali che daranno origine ai fiori e alle foglie, mentre le altre, più piccole, produrranno solo bulbi secondari.
Il fiore dello zafferano è un perigonio formato da 6 petali di colore violetto intenso. La parte maschile è costituita da 3 antere gialle su cui è appoggiato il polline. La parte femminile è formata dall'ovario, stilo e stimmi. Dall'ovario, collocato alla base del bulbo, si origina un lungo stilo di colore giallo che dopo aver percorso tutto il getto raggiunge la base del fiore, qui si divide in 3 lunghi stimmi di colore rosso intenso.
In Italia le colture più estese si trovano in Sardegna, nelle Marche ed in Abruzzo; altre zone di coltivazione degne di nota si trovano in Umbria ed in Toscana. Dallo stimma trifido si ricava la spezia denominata "zafferano", utilizzata in cucina ed in alcuni preparati medicinali.
La produzione intensiva per uso alimentare di questa spezia iniziò a San Gavino attorno al XIII secolo, ad opera probabilmente dei Pisani. Il commercio si sviluppò notevolmente dal XVII secolo, attraverso "is tzafaranaias", donne che giravano i paesi soprattutto del sud Sardegna, ma anche del centro (dove si usava come colorante di alcune parti del costume tradizionale
Il centro di maggiore produzione di zafferano in Sardegna è San Gavino Monreale con 20 Ha coltivati e una produzione media di circa 200 Kg., in continua competizione con altri comune della Marmilla, come Turri e Villanovafranca, con una superficie coltivata di circa 8 Ha.
Le caratteristiche morfologiche e pedo-climatiche di alcune zone della Sardegna, come quelle menzionate, unite a tradizionali tecniche di coltivazione e lavorazione tramandate di padre in figlio, consentono di ottenere un prodotto con peculiarità organolettiche e gustative uniche ed inconfondibili. Questo ha consentito, per iniziativa soprattutto dei coltivatori della Marmilla ( in particolare quelli di Turri), di chiedere ed ottenere il riconoscimento D.O.P., disciplinato da un severo protocollo di produzione.
Il Consorzio di tutela dello Zafferano di Sardegna DOP è nato il 1 ottobre 2007 senza scopi di lucro e comprende tra i suoi soci tutti produttori, trasformatori e confezionatori del prodotto. Il Consorzio si propone di tutelare, valorizzare, e promuovere il consumo dello Zafferano di Sardegna DOP.
Lo Zafferano di Sardegna DOP, ai fini dell’immissione in commercio, deve essere classificato nella categoria “zafferano in stimmi o fili” e presentare le seguenti caratteristiche organolettiche:
• colore rosso brillante dato dal contenuto di crocina;
• aroma molto intenso derivante dal contenuto di safranale
• gusto deciso scaturente dal contenuto di picrocrocina.
Da un’attenta analisi qualitativa dello zafferano prodotto in Sardegna è stato, infatti, riscontrato che il contenuto medio di crocina (l’elemento al quale è collegato il potere colorante dello zafferano), picrocrocina (l’elemento al quale sono riconducibili gli effetti euptetici ed il correttivo di sapore) e safranale (l’elemento al quale sono associate le proprietà aromatizzanti) è notevolmente superiore alla norma. Queste peculiari caratteristiche esprimono il forte legame del prodotto con il territorio di origine, particolarmente indicato sia per le sue potenzialità umane che per le favorevoli condizioni climatiche.
La Sardegna è oggi la capitale d'Italia nella coltivazione e produzione dello zafferano. Un recente lavoro di censimento delle aziende produttrici di zafferano ha confermato l'esistenza di una superficie coltivata di circa 35 Ha.
L’intera produzione italiana e di 450 kilogrammi e la Sardegna contribuisce per la maggiore parte con 350 kilogrammi.
Come nasce il prodotto? Ecco i dettagli.
La preparazione della droga avviene attraverso il disseccamento veloce degli stimmi che, insapori allo stato fresco, presentano un aroma caratteristico e tingono di giallo la saliva.
In particolare la preparazione avviene attraverso le seguenti fasi :
o Raccolta dei fiori.
I fiori sono staccati nelle prime ore del giorno, con un taglio praticato con l'unghia del pollice sull'indice, vengono poi posti in sporte o ceste e portati all'abitazione dove avviene subito (entro la stessa giornata) la seconda fase (mondatura). La raccolta dei fiori dura intorno ai 15 giorni in un arco di tempo compreso fra la fine di Ottobre e la prima decade di novembre. Negli impianti meno estesi, dove la superficie impiantata non supera i 1000 mq, la raccolta viene effettuata da tutta la famiglia, con l'aiuto di una o due persone durante i giorni di massima fioritura (su groffu).
o Separazione degli stimmi o mondatura.
Si separano gli stimmi dalle restanti parti del fiore, ossia dal perigonio e dagli stami. La tecnica tradizionale più utilizzata per eseguire questa operazione consiste nell'aprire il fiore con entrambe le mani e nel recidere lo stilo poco più in alto dell'attaccatura dei tre stigmi facendo attenzione a non dividerli.. Gli stimmi sono poco manipolati per evitare contaminazioni che deprezzano il prodotto.
o Essiccazione.
Gli stimmi vengono sistemati distanziati su un piatto, su una tavoletta o su altri ripiani di materiale più disparato e sottoposti all'essiccamento. Questi supporti avvicinati o sovrapposti a sorgenti di calore blando (sole, camino o altra fonte di calore non turbolenta) in modo che il disseccamento avvenga costantemente e progressivamente in poco tempo fino a quando gli stimmi si spezzano facilmente con frattura netta.

In Sardegna gli operatori dopo la separazione degli stimmi e prima dell'essiccazione manipolano la droga con le dita umettate con l'olio extravergine di oliva (feidatura). La finalità della manipolazione della droga con l'olio è quella di migliorare l'aspetto e la conservabilità. Le quantità d'olio impiegate sono di circa un cucchiaino per 100 grammi di prodotto fresco. L'essiccazione deve avvenire a temperature comprese fra i 35-45° C e determina una perdita di peso di circa 1/5.
o Conservazione.
La droga va conservata compressa in contenitori di varia qualità, in ogni caso assolutamente ermetici, affinché all'interno residui la minima quantità di aria possibile. Gli stimmi essiccati sono sensibilissimi all'umidità e anche alla luce, perciò i contenitori oltre che ermetici devono essere opachi (vetro o latta).
Lo zafferano viene utilizzato prevalentemente ma non esclusivamente in cucina: questa spezia nata di colore rosso brillante unita al cibo si trasforma, conferendo a molte pietanze una intensa colorazione gialla, insieme ad un aroma intenso e a un gusto deciso. Le ricette dove viene usato lo zafferano sono tante; oltre al famoso “risotto alla milanese” si ricordano i sughi, le minestre, il brodo, la “fregua” (una specie ci cuscus preparato in Sardegna) e diversi dolci. Con lo zafferano si preparano anche particolari e delicati liquori.
Lo Zafferano possiede anche buone capacità curative. Ha particolari caratteristiche antiossidanti, grazie all’elevato contenuto di carotenoidi, crocetina, crocina e picrocrocina; i carotenoidi sono capaci di legare ed eliminare i radicali liberi e quindi favoriscono l’innalzamento delle difese immunitarie dell’organismo.
Si pensi che un piatto preparato con lo zafferano è capace di far eliminare il 20% di scorie di radicali al giorno, molto più di quanto facciano la vitamina C o la vitamina E. Inoltre l’elevato contenuto di principi attivi favorisce il buon funzionamento dell’apparato digerente perché aumenta la secrezione della bile e dei succhi gastrici.

Che dirvi di più, cari amici, di questo straordinario prodotto della natura, antico oro degli Dei, che qui in Sardegna ha trovato il suo luogo ideale per concedere anche agli uomini il piacere di accedere alle meraviglie riservate ai “divini”? Niente di più, se non darvi la mia forte convinzione che siamo, davvero, quell’ultimo lembo della mitica Atlantite, dove certamente l’Olimpo era di casa!
Grazie, cari amici, della Vostra sempre gradita attenzione.

Mario

domenica, novembre 07, 2010

IL PRUNO SELVATICO ( PRUGNOLO O PRUNISCHEDDA): LE INCREDIBILI PROPRIETA’ SALUTARI DI UNA PIANTA … SPINOSA E DIMENTICATA!
















IL PRUNO SELVATICO ( PRUGNOLO O PRUNISCHEDDA): LE INCREDIBILI PROPRIETA’ SALUTARI DI UNA PIANTA … SPINOSA E DIMENTICATA!
Oristano 7 Novembre 2010
Cari amici,
oggi sono stato in campagna, nella mia campagna di Norbello. Cercavo funghi e mentre mi recavo nella zona collinare di S.Ignazio sono rimasto incantato da un bellissimo esemplare di Pruno selvatico ( da noi più noto come Prunischedda ) e l’ho fatto fotografare, con il telefonino, da mio figlio Santino. Tornato a casa, dopo aver fatto anche un bel bottino di funghi ( antunna di quella buona ) ho rivisto le foto del Pruno e mi è venuta voglia di scrivere qualcosa di più di quanto avevo già fatto su questo blog l’anno scorso. E’ una pianta davvero straordinaria, dalle mille virtù, oltre ad avere delle proprietà medicamentose incredibili, anche se pochi lo sanno.
Rivediamo insieme le qualità di questa bella pianta.
Il pruno selvatico, o prugnolo, in passato era molto più diffuso di oggi nelle nostre campagne.
Certo la sua è la triste sorte degli arbusti spontanei cacciati via dall’agricoltura intensiva che privilegia la quantità alla qualità. Oggi, dopo il lento ed inesorabile abbandono delle campagne, lo ritroviamo di nuovo nelle stradine campestri, nei limitari dei chiusi, svettante da una fitta selva di rovi o infestanti, allietandoci la vista in primavera con la sua bellissima fioritura, o in autunno con il colore bluastro delle sue piccole drupe che permangono sulla pianta per molto tempo.

DESCRIZIONE BOTANICA.
Il Prugnolo (Prunus spinosa L.) è un arbusto spinoso a lento accrescimento, dal fogliame caduco, alto mediamente da mezzo metro a due metri, che può raggiungere i 4-5 metri a seconda del portamento e dell'ambiente. Il fogliame assume in autunno un'intensa tonalità giallo-brunastra. I fiori si sviluppano molto prima della fogliazione, e compaiono a migliaia, per poco tempo, da marzo a maggio. Sono ermafroditi, di circa 1-2 cm., isolati o riuniti a tre su corti rametti. Emanano odore di miele e producono abbondante nettare. I frutti sono drupe sferiche di 10-15 mm. di diametro o al massimo grandi come una nocciola, brevemente peduncolate e coperte da una patina bluastra che diventa blu-nerastra a maturità. Il frutto ha un sapore aspro, molto acidulo e allappante che diventa poco più dolce dopo il primo gelo. Fruttifica da settembre a ottobre con drupe lungamente persistenti sui rami, mangiate volentieri da uccelli, lepri e volpi. Il legno è duro, con alburno rossastro e duramen rosso-bruno.
L’origine della pianta è incerto, anche se l’ipotesi più accreditata è che sia originaria dell'Asia settentrionale e del Nord Europa.
Il Prugnolo ama la luce e non sopporta a lungo l'ombra, cresce sulle pendici soleggiate, dalla pianura all’alta collina arrivando anche sino alla quota di 1500 metri.
In terreni aridi e pietrosi il Prugnolo cresce sparso a piccoli cespugli. In condizioni ottimali può formare in breve tempo agglomerati molto fitti che superano l'altezza di un uomo, espandendosi con i suoi germogli radicali. Per tale motivo consente di creare siepi impenetrabili.
E’ un arbusto abbastanza longevo: vive in media 60-70 anni.
Il Prugnolo è particolarmente “ribelle” alla coltura e non si lascia addomesticare facilmente: non accetta di essere trapiantato, nonostante i ripetuti tentativi. A questa pianta, inoltre, viene attribuito un “simbolismo” abbastanza interessante.
Il Prugnolo è simbolo di indipendenza. Nelle antiche credenze popolari era considerato albero magico: l'impenetrabile intreccio dei suoi rami poteva ospitare il bene e il male. Si credeva che piantandolo davanti alle case, queste fossero protette dal fuoco e dai fulmini, mentre gli abitanti lo erano delle malattie. Portato addosso il pruno selvatico allontana il male e le calamità ed elimina i demoni e le negatività. I bastoni da passeggio costruiti dai suoi rami erano un tempo apprezzati dai contadini e detti "bastoni di spino"; dovevano proteggere il viandante dalle forze oscure del male che si potevano nascondere nelle intricate siepi lungo i sentieri. A volte il suo legno era usato per preparare bacchette per la divinazione e bacchette capaci di esaudire i desideri. Queste particolari bacchette, confezionate da esperti ed in particolari periodi, venivano usate in quasi tutti i riti magici.
La pianta, però, è nota da millenni per le sue straordinarie ed eccezionali capacità medicamentose. Le parti maggiormente utilizzate dell’arbusto sono i fiori ed i frutti (prugnole), anche se in alcune zone vengono utilizzate anche le gemme, la corteccia e le foglie. Ecco, in dettaglio, le “particolari” ed incredibili qualità di questa pianta.
I FIORI. Questi contengono amigdalina (un glucoside cianogenetico), derivati della cumarina e flavonoglucosidi, che esercitano un'azione lassativa, diuretica e depurativa. L'effetto lassativo dei fiori è leggero ma efficace ed è seguito da un'azione antispasmodica (rilassante) della muscolatura che ricopre l'intestino crasso; sono molto indicati nella stitichezza funzionale, che si manifesta nei casi di colon irritabile. I fiori di Prugnolo sono dotati di proprietà depurative, diuretiche, lassative (particolarmente adatti ai bambini) , stomatiche, toniche, calmanti e vermifughe; furono anche usati nelle pleuriti come sudoriferi e contro l'idropisia. Per il contenuto in acido cianidrico i fiori freschi devono essere usati con cautela, attenendosi scrupolosamente alle dosi consigliate. In estremo oriente, i suoi candidi fiori, sono considerati il simbolo della primavera e della purezza.

I FRUTTI. Le prugnole o susine selvatiche contengono tannino (responsabile del tipico sapore aspro), flavonoidi, acido malico, saccarosio, pectina, gomma e vitamina C; al contrario dei fiori, sono astringenti e perciò utili in caso di diarrea semplice e di decomposizione intestinale; i frutti sono anche eupeptici (stimolano i processi digestivi), aperitivi e tonificanti dell'organismo in generale.
Il consumo dei frutti provoca un aumento dell'appetito e una sensazione rinfrescante e rivitalizzante; si possono mangiare freschi, cotti o sotto forma di sciroppo.
Il liquido di cottura delle prugnole si può utilizzare per effettuare tamponi nasali efficaci per fermare l'epistassi (emorragia nasale); si può usare anche per fare sciacqui e gargarismi in caso di gengivite (infiammazione delle gengive) e di faringite.
I frutti hanno proprietà astringenti e antidiarroiche, utilizzati anch' essi in gargarismi per la cura del mal di gola. Gli stessi, macerati, servono per la produzione di un noto liquore: la prunella. Il succo delle bacche contuse, fatto condensare a calore leggero e costante finché non diventava duro e nero come il succo di liquirizia, veniva chiamato Acacia nostra o Acacia germanica (per distinguerlo dal succo dell'Acacia Catechu) ed era utilizzato nei flussi di sangue, nelle diarree e nei vomiti alla dose di 60 centigrammi fino a 4 grammi.
La mandorla del nocciolo di Prunus spinosa contiene Amigdalina, glucoside cianogenetico dalle proprietà tossiche, contenuto anche nelle mandorle amare del Prunus amygdalus.
LE FOGLIE. Le foglie del Pruno Selvatico contengono diversi principi attivi: Flavonoidi, cumarine, nitriglicosidi, benzaldeide, prunasoside, amigdalina (meno dei fiori). L’epoca di raccolta consigliata è quella che va da Maggio a Settembre. Le foglie hanno proprietà: antidiabetiche, antiasmatiche, astringenti, depurative e dissetanti. Opportunamente seccate possono essere usate, per uso interno, in infuso e risultano utili come dissetante, come depurativo del sangue e dell’organismo. Si può usare anche come decotto, mettendo a bollire 1 cucchiaio da dessert di foglie, fiori o corteccia per 2 minuti in 1 tazza d'acqua; lasciare in infusione per 10 minuti e berne 2 tazze tra i pasti.
Nell’uso esterno l’infuso può adoperarsi per fare gargarismi astringenti per lievi flogosi delle mucose orofaringee, nel mal di gola e per irrigazioni vaginali in caso di leucorrea.
LE GEMME. Il derivato meristematico di Prugnolo ricavato dalle gemme, è di recente introduzione in fitoterapia e si ottiene mediante macerazione in appropriata soluzione idrogliceroalcolica delle gemme fresche raccolte all'inizio della primavera prima della loro schiusura.
LA CORTECCIA. Il rivestimento corticale contiene: Florizina, Olio essenziale e Tannini. I periodi consigliati per la raccolta sono la primavera e l’autunno. Le istruzioni d’uso sono quelle di asportare la corteccia dai giovani rami e farla seccare bene. Il prodotto va stagionato per 4-5 giorni e conservato al riparo della luce e dall'umidità. E’ preferibile custodire il prodotto in sacchetti.
Le proprietà della amara corteccia sono diverse: antiasmatica, antidiabetica, astringente delle vie digerenti, costipante, diuretica e febbrifuga. Può essere usata in decotto (al 2-,3-4%), e bevuto nella quantità di due o tre bicchieri al giorno. E’ utile in casi di catarri intestinali, nelle diarree e dissenterie ed in caso di attacchi febbrili.
Il prugnolo ha utilizzi anche come base per liquori. I frutti del prugno spinoso sono utilizzati in alcuni paesi per produrre bevande alcoliche (in Inghilterra lo sloe gin, in Navarra, Spagna, il patxaràn, in Francia la prunelle, in Giappone l' umeshu ed in Italia la prunella il "prospino" e il bargnolino). Con alcool, zucchero, vino bianco e bacche di prugnolo mature, si può preparare un buon liquore digestivo; con la distillazione dei frutti, invece, si ottiene dell’ottima acquavite.
La corteccia della pianta era utilizzata in passato per colorare di rosso la lana.
Il legno, come quello di molti alberi da frutto, è un apprezzato combustibile.
USO IN CUCINA. I frutti molto aspri, contengono vitamina C, possono essere raccolti dopo le prime gelate, quando raggiungono la maturazione, per farne liquori, bibite, marmellate. Per la gioia della conoscenza ecco, ora alcune “Ricette”, di antica elaborazione ma sempre…buonissime!
Marmellata di zucche e prugnoli.
Preparare 700 g circa di marmellata di zucche nel modo tradizionale. A parte preparare 300 g di marmellata di prugnoli (Prunus spinosa) debitamente passata nel passaverdure. Unire le marmellate ancora calde e far cuocere per qualche minuto mescolando accuratamente.
Liquore di prugnoli.
Lavare e lasciare asciugare 500 g di drupe di prugnolo su uno straccio assorbente, poi introdurle in un vaso a chiusura ermetica con 400 g di zucchero, alcuni chicchi di caffè e mezzo litro di alcol a 90°. Lasciare riposare per un mese, agitando di tanto in tanto. Aggiungere poi mezzo litro di vino bianco secco e agitare. Dopo alcuni giorni filtrare il tutto.
Liquore di prugnolo.
Lavare e lasciare asciugare per un giorno le drupe di prugnolo su un foglio di carta assorbente, poi metterle in un vaso e cospargerle con due cucchiai di zucchero. Dopo due giorni di macerazione versare alcol e chiodi di garofano e lasciare ancora in macerazione per 15 giorni in un luogo caldo. Poi portare il vaso in cantina e lasciarlo lì per un mese e mezzo, dopo di che filtrare e aggiungere l'acqua distillata. Consumare il liquore dopo sei mesi di stagionatura.
Grappa di prugnoli.
Mettere i prugnoli nella grappa per tre mesi, spremendo delicatamente i prugnoli e agitando di tanto in tanto; filtrare poi il liquido, unire un po’ di zucchero ed imbottigliare. Lasciare a riposo per alcuni mesi.
Potremo continuare ancora per molto per evidenziare e decantare le strabilianti proprietà di questo stupendo arbusto, capace di darci, per la gioia della vista, tanti bellissimi e profumati fiori e per la gioia del nostro corpo tante nobili e preziose sostanze, utili in mille occasioni.
La Sardegna è orgogliosa di dare ospitalità a piante cosi interessanti, cosi utili e cosi preziose!
Speriamo che niente e nessuno possa, mai, distruggere questo nostro angolo di paradiso!
Ciao a tutti!
Mario