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mercoledì, dicembre 29, 2010

LA MIA VOCAZIONE... MANCATA!

ORISTANO 29 DICEMBRE 2010

Cari Amici ed amiche,

chiaccherando con alcuni amici, proprio sotto queste feste di Natale, chissà per quale ragione, il nostro discorso è caduto sui miei anni giovanili ed, in particolare, sulla mia passata " mancata vocazione...sacerdotale ".

Sono nato e cresciuto a Bauladu, piccolo centro poco sopra Oristano, dove è avvenuto questo episidio che sto per raccontare anche a Voi.
La riapertura di questi "file nascosti" mi ha emozionato non poco: essi mi hanno fatto rivivere "momenti importanti" , che hanno dato forma e struttura al mio carattere ed alla mia personalità. Per questo, per evitare che si perdessero nell'oblio..ho deciso di mettere questi importanti ricordi, nero su bianco, su questo blog. Successivamente, credo, anche in un libro che sogno di completare, in quanto già iniziato!

Spero che questi momenti, queste mie riflessioni, possano interessare anche Voi.
Buona lettura.

La mia vocazione….mancata.

Una delle grandi preoccupazioni dei miei genitori era quella di farci studiare. Allevare due figli negli anni del dopoguerra e della ricostruzione non era semplice. Allora pochi continuavano gli studi dopo le scuole elementari, le uniche di cui Bauladu era dotata, e quei pochi andavano ad Oristano a frequentare, in gran parte, le Scuole di Avviamento Professionale che consentivano di specializzarsi in un mestiere diverso e più elevato di quello più modesto della famiglia di provenienza: bracciante agricolo o pastore.
Solo i figli delle poche famiglie benestanti, proprietari terrieri ed allevatori, venivano indirizzati alla Scuola Media e poi al Liceo-Ginnasio di Oristano, per proseguire successivamente gli studi all’Università di Cagliari diventando medici o Professori.
I miei genitori erano convinti che, anche a prezzo di grandi sacrifici, studiare per acquisire almeno un diploma era necessario: avrebbe consentito a me e mio fratello di avere una vita più dignitosa e meno sacrificata della Loro. Complici anche i consigli del maestro Pisu, il mio insegnante alle Elementari, che come ho già avuto occasione di raccontare in altre storie collegate ai miei ricordi giovanili, fece buona opera di persuasione, i miei si erano convinti che entrambi, io e mio fratello, avevamo le capacità per studiare e prendere il diploma. La loro preoccupazione era, però, quella di trovare i denari necessari per mantenerci agli studi ad Oristano. Quello finanziario, allora, un problema di non poco conto, ne semplice ne facile da risolvere.
Entrambi, mio padre e mia madre, si arrovellavano il cervello per trovare una buona soluzione e far quadrare il magro bilancio familiare costituito da un unico stipendio neanche troppo “ricco”.
La nostra era una famiglia molto religiosa e di sani principi morali. In casa abbondavano le immagini dei Santi, mamma era particolarmente devota alla Madonna di Pompei, a S. Antonio di Padova ( al quale mi aveva, in particolare, affidato ) ed a S. Ignazio da Laconi. La Parrocchia era per noi un grande punto di riferimento ed io, in particolare, ero un bravo chierichetto che serviva Messa già di primo mattino, prima di andare a scuola.
Un giorno il Parroco chiamò i miei genitori e fece loro un lungo discorso. Disse Loro che studiare era molto importante e che era possibile, almeno per uno dei due figli, farlo senza grossi gravami economici, entrando in Seminario. C’era in quel momento una buona occasione che, se avessero voluto, potevano prendere al volo: un seminario nel Lazio, dove si formavano molti seminaristi di tutte le Regioni, aveva disponibilità di posti e lui aveva la possibilità di segnalare alcuni nominativi. Conoscendo le mie qualità e capacità aveva pensato di riservarne uno per me.
I miei genitori ascoltarono con attenzione ed interesse. Certo era una buona occasione e mamma sarebbe stata veramente orgogliosa di avere un figlio Sacerdote! Anche mio padre, pur con qualche dubbio, non era contrario. Ogni loro perplessità fu fugata quando alla domanda di mio padre su cosa sarebbe successo se magari nel tempo, io non avessi confermato la mia vocazione per diventare sacerdote e avessi voluto smettere, ma gli fu risposto che nessun obbligo io avrei avuto e che, in quel caso comunque, avrei potuto utilizzare nella vita civile la cultura acquisita.
I miei si riservarono di dargli una risposta.
Passarono alcuni giorni ed i miei genitori iniziarono l’operazione di convincimento nei miei confronti. Prima mia madre, che cercò di farmi capire l’importanza dello studio e soprattutto in un mondo a noi consono, quello religioso.

Poi mio padre, che ricordandomi i suoi lunghi anni di emigrazione a lavorare nell’industria dell’acciaio, cercò di farmi capire l’importanza dell’offerta ricevuta. La mia risposta fu da subito assolutamente negativa. Ero certo di non avere la vocazione per diventare sacerdote. Essere cristiani e frequentare la Chiesa era una cosa importante, ma questo non significava, però, diventarne anche Sacerdote. Per farlo era necessario avere dentro di se la vera vocazione, sentire realmente la chiamata del Signore. Farlo solo per comodità sarebbe stato un vero peccato mortale, un sacrilegio. Io, certo, volevo studiare ma non a quelle condizioni. Ero irremovibile.
Ci fu un grande lavorio di convincimenti, lenti ed inesorabili. Le donne dell’Azione Cattolica, le catechiste e non poche famiglie di amici che avevano già convinto i loro figli ad andare in Seminario (ad Acquapendente, questa era la località del Lazio dove saremo dovuti andare), cercarono in tutti i modi di convincere anche me, ma io non mollavo. Ero certo delle mie convinzioni e non volevo prendere in giro nessuno, soprattutto Dio, che immaginavo giusto e ben capace di scegliersi i suoi Sacerdoti. Ero certo che per me Lui aveva in serbo altri progetti!
I miei genitori, intanto, si erano convinti che sarebbero riusciti nell’intento e preparavano tutto il necessario per il gran giorno della partenza. I ragazzi di Bauladu che sarebbero dovuti partire erano cinque, oltre me che proprio non ne volevo sapere.
Vedendo in casa i preparativi della mia partenza ero molto nervoso; cercavo soluzioni per convincere i miei a farmi restare ma non ne trovavo. Angosciato da queste pressioni che violentavano la mia volontà faticavo a dormire e facevo brutti sogni. La notte precedente la partenza andai a letto ma non riuscii a dormire. Tutto era stato preparato a dovere: il corredo con la biancheria, un secondo paio di scarpe, due paia di pantaloni, maglioni e quant’altro.
La partenza era stabilita con la “corriera” mattutina delle 7,00.
La valigia era stata già riempita e depositata in salotto, "sa cambara bella"(1). Mi agitavo nel letto e piangevo perché, ormai, soluzioni per non partire non ne trovavo.
All’improvviso una luce abbagliante, come di un cielo illuminato da mille fuochi d’artificio, fece scattare nel mio cervello una pazza decisione: non sarei partito! Mi sarei alzato di nascosto e, mentre tutti dormivano, sarei fuggito e mi sarei nascosto in campagna fino a che il pullman, che avrei dovuto prendere con gli altri ragazzi, non sarebbe andato via.
In un attimo mi alzai, mi vestii in fretta e con passo felpato raggiunsi al buio l’ingresso di casa, feci scorrere il passante senza fare rumore ed uscii. Prima a passo lento e guardingo poi sempre più veloce, di corsa, mi allontanai verso la collina che domina il paese, sulla cui sommità c’è la Chiesa di S.Vittoria. Avevo già deciso dove andare. Insieme ad altri ragazzi avevo, da tempo, scoperto una piccola grotta che, durante la guerra, serviva per ripararsi dai bombardamenti. Ecco, mi sarei nascosto li e avrei aspettato la partenza del pullman e solo dopo, fugato il pericolo, sarei rientrato. Non mi importava delle conseguenze! Arrivato a destinazione mi nascosi in fondo alla grotta e scoppiai a piangere, forse per la tensione, forse per la disobbedienza, non so.
In paese fu una mattinata convulsa e caotica. I miei genitori, disperati perché non mi avevano trovato in casa, iniziarono a cercarmi in tutte le case vicine e chiedevano per strada a destra e a manca se mi avessero visto da qualche parte. Nessuno, però, sapeva nulla di me.
La corriera arrivò alle sette in punto e, pur nel trambusto, i miei compagni salutarono i genitori e partirono, mentre i miei piangevano a dirotto.
Subito dopo ripresero le ricerche nei miei confronti. Io dalla grotta sentivo gridare forte il mio nome e, solo dopo aver capito che il pullman ormai era partito, uscii allo scoperto e col capo chino mi avviai lentamente verso casa mentre il sole si alzava già all’orizzonte, spazzando via le ombre del primo mattino.
Non tardai ad incontrare il gruppo che mi cercava. Con il volto contrito, emozionato e preoccupato per la grossa marachella fatta, non risposi subito alla valanga di domande che mi venivano poste. Pur rimproverandomi, alcuni anche in maniera forte, erano comunque tutti più sereni per aver accertato che non mi era successo nulla di male.
I miei genitori erano i più sollevati. Mamma, da fervente credente, vide in questo mio rifiuto un segno di Dio: disse di fronte a tutti ad alta voce: “ si vede che Dio non voleva, non lo aveva chiamato, vuol dire che “Marieddu” non è destinato a fare il prete; non importa, con l’aiuto di Dio anche lui troverà la sua strada”. Stranamente a casa non ricevetti punizioni per il mio comportamento, neanche i classici due schiaffi.
Nei giorni successivi la vita quotidiana riprese senza scosse, anche se qualcosa cambiò nell’atmosfera familiare. Forse era ripresa, nei miei genitori, la preoccupazione per il mio futuro e quello di mio fratello. Con grandi sacrifici riuscirono a farci continuare gli studi e, sia io che mio fratello, prendemmo il diploma: Lui di Insegnante ed io quello di Ragioniere. La battaglia portata avanti dai miei genitori fu vinta con grande Loro orgoglio e soddisfazione! Il sacrificio, cari amici, portato avanti con grande determinazione, spesso è ampiamente ripagato.
Quello che non successe in casa, però, successe in Parrocchia. Il Parroco, Don Motzo, non era uomo da ricevere dinieghi o subire rifiuti. Da quel momento prese a rimproverarmi in continuazione, criticandomi per ogni cosa che facevo e, spesso, dandomi del miscredente. Si vendicò anche impedendomi di fargli da chierichetto. Diventai, cosi, il chierichetto del vecchio parroco ormai in pensione, Don Desogus, che invece mi aveva sempre stimato e continuò a farlo, apprezzandomi e confortandomi sempre.
Il ricordo della sua amicizia è ancora molto vivo in me e credo che non lo dimenticherò mai. Tutti gli anni a Novembre, quando vado in cimitero a Bauladu a mettere un mazzo di fiori sulla tomba dei miei genitori, non dimentico di avvicinarmi alla Sua tomba e depositarvi un fiore. Gli chiedo ancora di pregare per me ed aiutare la mia famiglia, in questo mondo pieno di pericoli. Lui, osservandomi dalla foto sbiadita, sembra dirmi di si, con quel suo sorriso dolce che riempie il cuore e solleva l’animo dalla tristezza.

Grazie a tutti dell'attenzione. Vi auguro uno splendido NUOVO ANNO 2011 !

A U G U R I !

Mario

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note.
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(1) “Sa cambara bella” ( la camera bella) era in realtà la prima stanzetta subito dopo l’ingresso che serviva per ricevere gli ospiti. Era quella meglio arredata con un salottino, i ritratti di famiglia, una credenza con piatti e bicchieri e qualche bottiglia di liquore ( rosolio fatto in casa ). Sovente vi era montato un letto (normalmente da una piazza e mezzo ) per ospitare un eventuale ospite.

domenica, dicembre 26, 2010

NON SEMPRE I DONI SONO...GRADITI: LA RICOTTA ACIDA.



Oristano 26 Dicembre 2010

Cari amici,
non volevo chiudere l'anno senza riportarVi un'altro dei miei ricordi di gioventù. Ve ne ho riportato già diversi e quest'ultimo (per quest'anno) è' sempre legato al primo periodo della mia fanciullezza, quella dei miei 10/15 anni, che avveniva nei tristi anni del dopoguerra: anni 1950/60.

A questo racconto ho voluto dare il titolo di:

Un dono poco gradito: la ricotta acida.

Leggendo capirete il perchè. Spero di non deludere le Vostre aspettative.
Ecco la storia...vera.
Le giornate più belle per stare insieme e giocare erano, per noi ragazzi, quelle primaverili.

Il sole dopo i mesi grigi dell’inverno scaldava i muri delle case, le levigate pietre delle soglie, gli stipiti, e particolarmente quelle grosse lastre di basalto, collocate ai lati dell'ingresso delle case ( questo rialzo è comunemente chiamato “sa muredda"(1), ben lavorate e sagomate, rialzate come un alto gradino, venivano utilizzate principalmente per una funzione allora molto importante: quella di facilitare il salire e lo scendere dal cavallo o dall’asino, allora pressochè unici mezzi di locomozione e trasporto da e per la campagna. Di questo "rialzo" ne erano munite la gran parte delle abitazioni, soprattutto quelle dei proprietari terrieri e di bestiame, che quotidianamente si recavano in campagna sia per i lavori agricoli che per l'allevamento del bestiame.
Per noi ragazzi, invece, questa grande pietra era una vera e propria “piattaforma”, il nostro “tavolo di riunione” e di discussione, luogo preferito per programmare e predisporre i giochi e le scorribande della giornata.
Stare insieme in modo giocoso non era certo difficile anche se, allora, in quegli anni ancora bui dopo la fine della guerra, le famiglie mancavano di tutto: dai viveri per l'alimentazione all’abbigliamento, dalle scarpe (molti di noi scorrazzavano scalzi) ai giocattoli.
Il fatto che sto per raccontarvi avvenne proprio in una di queste giornate primaverili, piene di sole, e riempite, purtroppo, solo dal nostro entusiasmo e dalla nostra esuberanza.
Eravamo arrivati da poco al solito punto di riunione e, formato il gruppo, preparavamo le strategie da mettere in atto per i giochi del pomeriggio.
Mentre discutevamo animatamente improvvisamente sentimmo aprirsi la porta della grande casa padronale di fronte a noi. Usci l’anziana padrona di casa che certamente si era ben accorta della nostra presenza, dato il nostro consueto modo poco silenzioso di stare in strada.
Dopo aver dato una larga occhiata in giro per tutta la piazza, assaporato con gli occhi socchiusi i raggi del sole che illuminavano e riscaldavano la facciata della sua abitazione e messo a fuoco il nostro gruppo che alla sua uscita si era fermato ad osservarla, ci chiamò con un cenno della mano. Ci avvicinammo e Lei, porgendoci un recipiente di vimini intrecciati, chiamato comunemente “fruscella”(2) contenente una forma di ricotta, ci apostrofò dicendo: “ Pappai piccioccheddus”(3), consegnando il recipiente a quello di noi più vicino a Lei.
Fatto questo rientrò lentamente in casa socchiudendo la porta.
Rimasti soli appoggiammo il cesto di vimini al centro de “sa muredda” e, con gli occhi lucidi di desiderio, lo osservammo in attesa di tuffare con avidità le nostre mani e gustare con gioia il suo bianco contenuto.
La possibilità di mangiare a sazietà una forma intera di ricotta non era certo roba di tutti i giorni e per noi non era certo un dispiacere, anzi! Con il nostro appetito robusto ci voleva ben altro per riempire uno stomaco che con i suo forti languori reclamava cibo in continuazione e la fame di ciascuno di noi sembrava provenire da un sacco incolmabile!
Ci guardavamo l’un l’altro aspettando che uno di noi facesse la prima mossa. Fu Chicco a farla per primo: non resistendo più introdusse velocemente la mano a forma di cucchiaio dentro il recipiente, ne prese un po’ e depositando direttamente la mano dentro la bocca ne vuotò il contenuto, pulendo, in uscita, la mano con la lingua.
Dopo le prime difficili mosse masticatorie, considerato che aveva la bocca piena, lo vedemmo sbiancare: con un rauco urlo di disgusto sputò con forza il contenuto dalla bocca.
“ Che schifo”, iniziò ad urlare e continuò a pulirsi la bocca sputando saliva mista a ricotta, con la faccia schifata.
Restammo tutti di sasso: le nostre mani avide che erano già pronte ad immergersi nella ricotta tornarono rapidamente ad abbassarsi. Anche un altro di noi che subito dopo di lui aveva preso una manata di ricotta, sputò velocemente il contento con grande disgusto. Eravamo tutti perplessi: cosa mai poteva avere questa ricotta da essere rifiutata in questo modo? Cercammo di toglierci il dubbio.
Alcuni, io fra i primi, volevano verificare di persona se quanto asserito dai due assaggiatori era vero. Ne presi una piccola dose e, con grande circospezione, la introdussi in bocca. Iniziai lentamente a masticare ma un forte sapore, acido e rancido insieme, mi bloccò; sputai subito, con forza, ma le mie papille gustative erano ormai impregnate di un sapore amarognolo di fumo misto a muffa, che, unito al pessimo sapore acido e rancido, rendeva impossibile ingurgitare il prodotto anche a ragazzi con un robusto appetito come il nostro.
Ci guardammo senza parlare, schifati, avviliti ed arrabbiati per la grande presa in giro subita. Ognuno diceva la sua. Erano tutte proposte di reazione, diverse nella forma ma uguali nella sostanza, comunque sicuramente efficaci. Dopo un lunga discussione una proposta fu accettata all’unanimità con un applauso. Con un sorriso sornione sulle labbra e gli occhi lucidi di quella gioia che riempie chi si appresta a restituire un brutto scherzo ci allontanammo, spostandoci dietro l’angolo della casa e portando con noi “ sa fruscella” con la ricotta acida, che noi volevamo trasformare in “arma letale”.
Appoggiato il contenitore ad un’altra “muredda” ognuno di noi prese con le mani piccole dosi di prodotto e iniziò a lavorarlo. Tutti partecipammo alla preparazione delle “bombe”, muovendo le mani alacremente per fare un gran bel numero di palline che, ben pressate, a lavoro finito, vennero rimesse dentro il cestino.
A lavoro finito ci appostammo a distanza di tiro e, una alla volta, iniziammo a lanciare le "bombe" verso l'obiettivo concordato, mirando con attenzione per colpire bene il bersaglio.
Destinatari delle “bombe acide” furono gli stipiti della porta, il muro della facciata della casa incriminata, le finestre ed ovviamente la porta d’ingresso. Con rabbia e pazienza insieme facemmo una bella corona di ricotta a gran parte della facciata dell’abitazione. Alla fine mettemmo, come firma della nostra opera, il canestro di fronte alla porta e scappammo via.
Per tutta la giornata nessuno di noi circolò nei paraggi. Solo alcuni, quelli che abitavano di fronte, spiarono i movimenti della “vecchia” e le eventuali reazioni.
La vendetta funzionò, anche se oggi, col senno degli anni, posso affermare che la vendetta non paga mai. Sbollita la rabbia i nostri giochi ripresero e la gioia degli anni giovanili fece dimenticare presto lo smacco subito. Per noi, però, quella casa ed suoi abitanti rimasero sempre desolatamente assenti. Mai più ci vennero offerte cibarie, né buone né avariate. Il portone di quella casa, quella pesante porta oggetto dei nostri attacchi, anche quando non avremo voluto, rimase, sempre, inesorabilmente chiusa.
Ciao a tutti.

Mario

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Note.
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1)“ Sa muredda” era una specie di palchetto costituito da una pietra piatta, liscia, sorretta da due sostegni ed appoggiata al muro dell’abitazione, vicino alla porta. L’uso principale era quello di aiutare il padrone di casa a salire e scendere dall’asino o dal cavallo e facilitare il carico e scarico delle merci con questi trasportate.
2)“Sa fruscella” era un recipiente tondo, ben lavorato, in vimini, che serviva per raccogliere e pressare la ricotta, appena tolta dal crogiuolo di lavorazione. Opportunamente pressata in questo recipiente, la ricotta perdeva l’eccesso d’acqua ed era pronta per il consumo.
3)“Pappai piccioccheddus”, era l’invito comunemente usato quando si porge qualcosa da mangiare a qualcuno: “Mangiate, ragazzi”, in questo caso.