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martedì, febbraio 22, 2011

RIFLESSIONI. BONTÀ È FORSE SINONIMO DI STUPIDITÀ? ESSERE BUONI NON SIGNIFICA ESSERE SCIOCCHI O STUPIDI.



ORISTANO 22 FEBBRAIO 2011
Cari amici,
navigando un po’ senza meta mi sono imbattuto, ieri, in un blog abbastanza interessante.
L’autrice, Gabriella Bellini, giornalista, mi ha dato lo spunto per introdurre una delle mie solite riflessioni. Quella che Vi sto per proporre analizza un po’ il nostro modo di essere, di proporci. Quante volte abbiamo pensato che essere buoni alla fine...significa solo essere sciocchi o stupidi?

Questo blog ( ecco per chi è curioso il link: http://www.gabriellabellini.blogspot.com/ ),

partendo dalla nota storiella del Leone e della gazzella nella savana africana, cosi commenta:

Ogni mattina, in Africa, un leone si sveglia.

Sa che dovrà correre più veloce della gazzella o morirà di fame.

Ogni mattina, in Africa, una gazzella si sveglia.

Sa che dovrà correre più veloce del leone o verrà uccisa.

Ogni mattina, in Africa, non importa se tu sei il leone o la gazzella ...

sarà meglio che cominci a correre !

Cosi prosegue Gabriella:
“ Da qualche tempo ho l'impressione che la mattina molta gente si svegli credendo di essere più furba degli altri. Capita così che l'essere buoni e corretti venga scambiato per l'essere fessi. Ma possibile che uno per far valere i propri diritti debba essere costretto ad alzare la voce e minacciare querele e denuncie? Perché non è più facile ammettere di aver sbagliato? Insomma, mi sto rendendo conto che essere una brava persona non sempre paga. Certo non cambierò atteggiamento, ma se magari c'è qualche "furbetto del quartierino" che sta leggendo questo blog capirà che non è più intelligente di me soltanto perché io sono più educata e comprensiva”.

Grazie Gabriella di avermi dato la possibilità di conoscerti, anche se a distanza. Sono certo anch’io che nel mondo di furbetti del quartierino ce ne sono tanti, ma questo non ci impedisce di commiserarli.

Credo di essere anch’io un “buono” ma sono anche convinto di non essere uno sciocco. Essere buoni significa amare senza secondi fini, senza certezza di essere ricambiati. Amare è amicizia pura. Il mio blog, come sapete, ha come commento al titolo di “Amico Mario” la frase di Reisman : " Amico è colui a cui piace e che desidera fare del bene ad un altro e che ritiene che i suoi sentimenti siano ricambiati".

Ecco questo è il mio pensiero, il mio credo.

Per dare la possibilità di una riflessione ai miei fedeli lettori voglio riportare un breve pensiero di Giovanni XXIII, l’indimenticato Papa Buono.

Eccolo.
Buona lettura.

Mario


lunedì, febbraio 07, 2011

VIVIAMO IN UNA SOCIETA' DELL'ESSERE O DELL'APPARIRE?




ORISTANO 7 FEBBRAIO 2011

Cari amici ed amiche del blog,

oggi voglio parlarVi di " COMUNICAZIONE". Argomento importante, come ben sapete, che è necessario affrontare con la giusta consapevolezza.
Colgo l'occasione della partecipazione, due giorni fa, ad un incontro sull'argomento per riepilogare anche a Voi queste interessantissime riflessioni.
Eccole.

Buona lettura.
Mario
Il recente incontro, Sabato 5 Febbraio, del nostro Arcivescovo, S.E. Mons. Ignazio Sanna con i rappresentanti dell’Informazione e della Comunicazione, nei locali del prestigioso Seminario Tridentino in Piazza Cattedrale in Oristano è stato un vero successo.
La qualificata presenza non solo della stampa locale ma di quella a carattere regionale che vedeva presenti non solo i rappresentanti dell’Informazione cattolica ma anche di quella laica, dall’Unione Sarda alla Nuova Sardegna, alle emittenti radio televisive ed alle altre testate sia su carta stampata che on line.
L’incontro-conferenza aveva un titolo significativo: “ETICA DELLA COMUNICAZIONE”.
L’argomento, ampio e variegato, è stato affrontato con grande competenza, toccando in particolare i temi più controversi: dall’uso dei nuovi mezzi di comunicazione all’etica necessaria alla diffusione della comunicazione stessa, dalla necessità della comunicazione-verità alla comunicazione-educazione.
Il qualificato uditorio ha ascoltato con attenzione la dotta esposizione del nostro Arcivescovo che partendo dalla sfida portata dalle nuove tecnologie ha messo in evidenza quanto questi nuovi potenti mezzi abbiano non solo cambiato il modo stesso di fare comunicazione ma anche, direi soprattutto, la comunicazione stessa.
“Le nuove tecnologie non stanno cambiando solo il modo di comunicare, ma la comunicazione in se s
tessa, per cui si può affermare che si è di fronte ad una vasta trasformazione culturale. Con tale modo di diffondere informazioni e conoscenze, sta nascendo un nuovo modo di apprendere e di pensare, con inedite opportunità di stabilire relazioni e di costruire comunione”, ha esordito l’Arcivescovo, continuando poi e sostenendo che:
“Oggi come ogg
i, la comunicazione non è fatta soltanto di parole, ma anche di immagini. Spesso le forme di comunicazione per immagini sono molto più efficaci delle parole. La mescolanza fra parole ed immagini - nonché il modo in cui vengono messe assieme - può determinare un orientamento delle coscienze e della mentalità molto più efficacemente che per mezzo di un discorso argomentato”.

Lo scorrere del discorso, fluido e profondo, non era scevro da pizzichi di ironia.
Con un velato sorriso ha affermato che la comunicazione, in realtà, non è mai “angelica”, intendendo con questo termine che la notizia mai potrà essere neutra, in quanto comunicazione e strategia sono indissolubilmente legate e che qualsiasi fatto o notizia conterrà sempre il pensiero e la cultura dell’emittente il messaggio.
Sono ben altri, però, i condizionamenti del messaggio comunicativo.
“La nostra società è fondata essenzialmente sul mercato e l’efficacia di un messaggio o di un programma viene valutata in base alla loro capacità di essere recepiti. Molti sono convinti che inseguire la presunta "domanda" sia il modo migliore per produrre dei messaggi culturalmente validi”
ha sostenuto, ma così non è. Non è concepibile che si adotti come principio etico l’idea del “cosi fan tutti”, adattando il messaggio a tale realtà, anziché utilizzarlo per migliorare e modificare, invece, comportamenti errati od inopportuni.
Da questo ne discende una semplice ed allo stesso tempo difficile domanda: “Quale tipo di etica è necessario, in questa fase, per fronteggiare le sfide della comunicazione, dell'informazione e delle relative tecnologie”?
Una sfida etica decisiva, ha continuato Mons. Sanna, sta nella selezione, nel grado di priorità da dare alle diverse informazioni e, soprattutto, nella maggiore o minore legittimità nel divulgare determinate notizie. Altra sfida irrinunciabile è quella della ricerca della verità reale, non parziale o di comodo, ma della “verità vera”.
“La verità che cerchiamo di condividere non trae il suo valore dalla sua "popolarità" o dalla quantità di att
enzione che riceve. Dobbiamo farla conoscere nella sua integrità, piuttosto che cercare di renderla accettabile, magari "annacquandola", ha ribadito con convinzione l’Arcivescovo.
Le nuove tecnologie, inoltre, in un mondo ormai nel bene e nel male “globalizzato”, consentono di incontrarsi oltre i confini dello spazio e delle stesse culture, aprendo in parallelo un mondo “virtuale” che, pur “ irreale” cammina fianco a fianco di quello reale creando legami e potenziali amicizie come in quello effettivo, reale. Ci si chiede, allora, “ Chi è il mio prossimo in questo nuovo mondo?”, creando difficili situazioni e disorientamento.
“E’ im
portante ricordare sempre, ha detto Mons. Sanna,

“ che il contatto virtuale non può e
non deve sostituire il contatto umano diretto con le persone a tutti i livelli della nostra vita”.
Nell’ultima parte della Sua relazione, infine, Mons. Sanna ha ribadito che la Comunicazione è anche il veicolo migliore per affrontare la difficile “ Sfida educativa”. Sfida che non può e non deve riguardare solo la Scuola ma tutta la Società nel suo insieme: Famiglia, Scuola Chiesa e Società sono un “unicum” indissolubile ed organico.

Rimarcando le parole del Card. Bagnasco ha cosi concluso: “Se si ingannano i giovani, se si trasmettono ideali bacati cioè guasti dal di dentro, se li si induce a rincorrere miraggi scintillanti quanto illusori, si finisce per trasmettere un senso distorcente della realtà, si oscura la dignità delle persone, si manipolano le mentalità, si depotenziano le energie del rinnovamento generazionale. È la speranza, pane irrinunciabile sul tavolo dei popoli, a piegarsi e venire meno. Il cuore dei giovani tende − per natura − alla grandezza e alla bellezza, per questo cerca ideali alti: bisogna che essi sappiano che nulla di umanamente valevole si raggiunge senza il senso del dovere, del sacrificio, dell’onestà verso se stessi, della fiducia illuminata verso gli altri, della sincerità che soppesa ogni proposta, scartando insidie e complicità. In una parola, di valori perenni”.
Al lungo applauso è seguito un interessante dibattito che, credo, porterà comunque tutti gli operatori dell’informazione e della comunicazione ad un’attenta riflessione sull’importanza del loro lavoro, sul peso e sulla grande responsabilità che tutti i giorni debbono affrontare per scegliere di dare, ciascuno nel proprio campo, “il meglio” di se stessi e delle proprie capacità, nell’interesse di tutti. Perché è interesse di tutti che prevalga “l’essere sull’apparire”.
“E’ sempre una questione di scelte”, sosteneva Pirandello, “ scelte che influiscono su tutto. Chi decide di Essere e chi decide di Apparire…”.
Grazie dell’attenzione.

Mario




martedì, febbraio 01, 2011

LA MIA AVVENTURA IN COLONIA A GIORGINO (CA).

ORISTANO 1 FEBBRAIO 2011

Cari amici ed amiche del blog,

sollecitato anche da una cara persona, che ormai è "fedelissima" di questo giornalino on-line, aggiungo oggi un'altra puntata dei miei "ricordi".

Le mie prime vacanze al mare, purtroppo, come leggerete non ebbero un esito granchè favorevole.

Buona lettura.

Come ho già fatto cenno nel racconto che già conoscete e che ha per titolo “ Il mio primo mare”, recentemente pubblicato in questo blog, un’estate fui destinatario con pochi altri ragazzi del mio paese, di una vacanza estiva a Giorgino sul litorale di Cagliari.

Era un’estate degli anni ’50, gli anni della lenta ripresa post bellica, e lo Stato con il primo “Piano di Rinascita” destinato alla Sardegna, cercava di porre rimedio alle povere condizioni di vita e di salute dei Sardi.

Era la prima volta che mi succedeva di allontanarmi da casa. Certo in qualche altra circostanza era capitato di lasciare casa nostra con i miei per un giorno o due, ma mai da solo e per un periodo che, in questo caso, durava circa un mese. L’idea di andare a soggiornare fuori dalle classiche quattro mura di casa, in compagnia di molti altri ragazzi, era stimolante quanto un’avventura.

I preparativi furono frenetici, carichi di quella tensione ed aspettativa che solo un bambino che lo fa per la prima volta sente e prova per l’ignoto. La valigia da preparare era molto modesta. Qualche cambio, alcuni costumi da bagno, e poco altro. D’estate, tra l’altro, non si ha necessità di “grandi coperture”, bastando, anche se si resta in casa, solo maglietta e calzoncini.

Il giorno della partenza col pullman fu festa grande. Il mezzo, noleggiato appositamente per il viaggio, era già carico di molti altri ragazzi della mia età, provenienti dagli altri centri del circondario. La curiosità era grande. Anche se non c’erano accompagnatori adulti del mio paese nessuno di noi ebbe difficoltà a familiarizzare con tutto il gruppo ed a fare nuove conoscenze.

Arrivati a destinazione il pullman si fermò di fronte ad un caseggiato bianco, riverniciato di recente, che si trovava in mezzo ad un grandissimo arenile, con poca vegetazione intorno. L’area era un po’ isolata dal resto del centro abitato e, oltre la struttura centrale, aveva diversi altri piccoli fabbricati destinati ai servizi. Entrammo tutti in gruppo, guardandoci intorno con grande curiosità. C’era un grande fermento, un brusio, quasi che uno sciame d’api avesse invaso i silenziosi locali. La costruzione era abbastanza vecchia, anche se riverniciata di fresco. Soffitti altissimi, finestroni lunghi in legno laccato di bianco e pavimenti in graniglia. Credo fosse era un fabbricato del periodo fascista, originariamente destinato alla formazione dei “balilla”, i ragazzi della generazione precedente la mia. Dagli alti soffitti pendevano tristi lampadine un po’ impolverate che gettavano lunghe ombre sulle spoglie pareti; i tavoli e gli arredi evidenziavano il peso degli anni ed una manutenzione poco accurata: il legno era scrostato in più punti, le sedie un po’ traballanti e gli armadi mancavano di qualche pomolo e con i vetri opachi ed a volte affilati.

Il dormitorio (eravamo solo maschietti) era un unico grande camerone, stile militare, con le brande ed un piccolo comodino in ferro ogni due letti. Alla fine della camerata una stanzetta era destinata al personale di sorveglianza.

Dopo la visita ci fecero depositare il modesto bagaglio che conteneva tutte le nostre cose sul letto assegnato a ciascuno di noi e nell’armadietto. La prima giornata passò senza bagni in mare o divertimenti cdi alcun genere. Fummo registrati e subito dopo accompagnati in refettorio per il pranzo.

Anche questo ambiente era poco allegro: un lungo corridoio largo ed alto, con due grandi finestroni sul lato mare, dalle pareti grigie e spoglie. A fianco, dalla parte opposta alle finestre, vi erano le cucine, da cui usciva un forte odore di vivande, soprattutto di verdure e legumi. Era quel classico odore poco piacevole di minestrone….da noi ragazzi anche allora poco amato!

Ciascuno di noi aveva assegnato un posto preciso a tavola: con tovagliolo, coltello, cucchiaio e forchetta ad uso personale. Il tovagliolo, infatti, veniva sostituito settimanalmente, non giornalmente, ed a fine pasto doveva essere utilizzato per riporre le posate.

Prima dell’inizio di ogni pasto il Capogruppo faceva alzare tutti in piedi per la preghiera (la colonia era gestita dall’ OECE, attraverso una struttura religiosa). Subito dopo ciascuno di noi, in modo composto, andava a prendere il piatto preparato nell’attigua cucina, portandolo al proprio posto. Il pasto sia a pranzo che a cena era abbastanza spartano: normalmente era costituito da minestrone di verdure o pasta, una fetta di formaggio fuso, che oggi ricorderebbe le sottilette, e una fetta di pane. Al termine del pasto tutti in camerata a riposare fino al calare della sera.

Le giornate in colonia erano abbastanza monotone. La mattina sveglia presto, colazione con una scodella di latte in polvere sciolto in acqua tiepida e l’aggiunta di un cucchiaino di zucchero e di cacao accompagnata da una fetta di pane; subito dopo pulizia personale e della camerata ed alle 10 circa trasferimento in spiaggia per gli “esercizi ginnici” coordinati dall’assistente.

Questo lavoro durava circa un’ora.

Alle 11 - 11,30 bagno in mare, all’interno di uno spazio delimitato da piccoli galleggianti in sughero verniciati di rosso. Alle 12 - 12,30 doccia e rientro in camerata. Pranzo alle 13, con le modalità prima indicate. Il riposo pomeridiano in camerata durava fino alle 17, 30.

Alle 18, radunati in uno spazio coperto del cortile, si organizzavano semplici giochi, sempre collettivi, e sempre sotto la stretta sorveglianza degli assistenti. Alle 19,30 ci si preparava per la cena, servita alle 20 in punto, al termine della quale tutti dovevamo raggiungere la camerata per dormire, facendo il massimo silenzio, senza possibilità di chiacchierare o fare rumori, schiamazzi o quant’altro. Mica allora c’era la televisione o il cinema!

Dopo pochi giorni questa vita da caserma aveva infastidito e angustiato la gran parte dei ragazzi. A me, poi, particolarmente esuberante com’ero, la cosa era assolutamente sgradita.

Un ferreo controllo era esercitato sulla nostra giornata; a noi il repentino cambio delle precedenti abitudini ci dava l’impressione di “essere in prigione”, con una forte diminuzione della nostra libertà. Tutto questo, unito alla fornitura di un cibo scarso e poco gradito e servito ad orari troppo precisi, aveva prepotentemente risvegliato in tutti noi, ma in me in modo particolare, il desiderio di tornare alle sane, quotidiane e libere abitudini di casa!

Dopo una settimana io non ne potevo più e sentivo forte il bisogno di "andare via", di tornare a casa; ero già fortemente pentito di aver accettato una simile vacanza! Mai avrei pensato che sarebbe andata cosi.

Le comunicazioni, allora, non erano quelle di oggi. Niente telefonini e niente telefoni nelle abitazioni! L’unico telefono in paese era quello pubblico presso il tabacchino; anche nella colonia vi era un unico telefono a muro presso la direzione. Impossibile pensare di comunicare con le famiglie, salvo casi di reale forza maggiore.

L’unica possibilità, per le famiglie, di avere contatti con i propri figli in colonia era quella di una gita a Giorgino per visitarli, almeno una volta, nel mese di permanenza. In questo caso le possibili visite che i ragazzi potevano ricevere erano limitate alla domenica.

Anche a casa mia l’ansia di sapere come stavo doveva essere grande. Trascorsa in ansia la prima settimana, nella successiva mamma convinse il babbo a fare il viaggio e partire per vedermi.

Con gli scarsi mezzi dell’epoca il viaggio non era facile: in pullman fino ad Oristano, poi in treno fino a Cagliari ed infine in filobus fino a Giorgino. Le auto individuali non erano, allora molto diffuse e, soprattutto, non erano alla nostra portata.

In colonia per me il tempo non passava mai. Erano trascorse quasi due settimane e mi sembravano due anni. Quando la Domenica vidi arrivare babbo e mamma con mio fratello Nino, più grande di me di cinque anni, mi si illuminarono gli occhi e corsi ad abbracciarli piangendo. Non posi tempo in mezzo: dissi subito Loro che non stavo bene e che volevo andare via. Non avevo nessuna intenzione di restare, volevo tornare subito a casa, il giorno stesso, con Loro.

I miei erano preoccupati ed increduli: erano convinti che li ero felice e mi divertivo e invece mi trovavano cosi amareggiato e depresso. Cercarono tuttavia di calmarmi, ma io ero irremovibile. I miei parlarono a lungo con la direzione che, preoccupata per l’eventuale abbandono e temendo verifiche o ispezioni degli Organi superiori, negava la possibilità di farmi interrompere il soggiorno. Fu consigliato ai miei di fare un tentativo per convincermi a restare. Spostata la decisione al pomeriggio fu stabilito che mentre io consumavo il pranzo, i miei genitori avrebbero fatto finta di partire senza salutarmi: avrebbero, cosi, appurato concretamente la mia disponibilità a…inghiottire il rospo e, anche se malvolentieri, a restare!

Mentre consumavamo il pranzo nel refettorio i miei genitori si erano seduti in un angolo a chiacchierare. Mangiando pensoso e con la speranza di tornare in giornata a casa non mi accorsi, che senza dare nell’occhio Loro erano furtivamente usciti dal locale.

Appena mi accorsi della loro assenza mi venne il panico pensando terrorizzato di aver perso l’occasione di tornare a casa: in un istante lasciai il mio posto a tavola e volai fuori. Guardavo a destra e a manca cercando di individuarli, sapendo che non potevano essere andati lontano.

Vidi dopo un po’ in lontananza mio fratello e a gran voce iniziai a chiamarlo correndo verso di lui. Nino, che sapeva del tiro mancino che si tentava nei miei confronti, fece finta di non sentire e accelerò il passo cercando un riparo per nascondersi. La sfortuna volle che, nella fretta di eclissarsi, saltò un basso muretto dietro il quale si trovava, legato, un grosso cane che faceva la guardia alla Colonia. I bruschi movimenti di mio fratello spaventarono il cane che reagì affibbiandogli un bel morso su una mano. Le urla di mio fratello, spaventato e sanguinante, fecero accorrere alcuni inservienti che subito gli prestarono i primi soccorsi. In un attimo si formò un capannello di persone che cercava di riportare la calma.

La preoccupazione più grande era quella medica: non tanto la medicazione della ferita quanto la possibilità che il cane fosse o meno sano. Non vi era questa certezza in quanto l’animale non aveva certificati di vaccinazione (allora i tempi non erano quelli di oggi) e l’unica maniera per scongiurare un eventuale contagio di rabbia era portare il paziente in ospedale per essere sottoposto a puntura antirabbica. Cosi fu. Un’auto ci accompagnò all’ospedale Santissima Trinità di Cagliari, dove mio fratello fu curato e poi, successivamente alla stazione ferroviaria dove tutti, me compreso, prendemmo il treno per Oristano. Il viaggio di ritorno avvenne nel silenzio più assoluto. Nessuno parlava, in particolare mio fratello, che spaventato e dolorante mi guardava con occhi davvero “rabbiosi”!

Prevedendo il ritorno ad ora tarda mia madre, la mattina presto prima di partire, aveva preparato un po’ di cena: un’insalatiera piena di patate fritte, preparate in frittata con uova e cipolle. Era questo il pasto che veniva predisposto quando, per motivi di viaggio o altro, non si poteva cucinare al momento.

Arrivati a casa l’atmosfera era ancora tagliente. Nessuno fiatava. Mio fratello, dolorante, si sdraiò sul letto e i miei andarono in camera a cambiarsi d’abito prima di consumare il frugale pasto serale.

Io restai in cucina. Avevo fame. Scoperchiai l’insalatiera e inebriato da un profumo che da tempo non sentivo più iniziai a mangiare con avidità, servendomi direttamente con le mani. In un batter d’occhio il livello del recipiente calò paurosamente. Complici le diete forzate fatte in colonia, unite ai buoni sapori di casa mia, non mi trattenni: divorai tutto il contenuto leccandomi anche le dita. Poi, per rinviare il temuto rimprovero, rimisi il coperchio al suo posto e mi sedetti nello scanno che usavo di solito, collocato tra il blocco dei fornelli ed il camino. Al rientro degli altri in cucina mamma chiamò tutti a tavola. Io rimasi seduto, a testa bassa, aspettando la tempesta che si sarebbe abbattuta su di me.

Tolto il coperchio dal contenitore mia madre restò di sasso: era desolatamente vuoto. Non ci mise molto a capire che ero stato io. Dopo un attimo di silenzio alzò gli occhi verso di me e mi guardò con grande affetto, frutto di quell'amore immenso che nutriva per tutti noi. Lei comprendeva davvero, in quel momento, le regioni del mio forzato rientro! Non accennò neanche un finto rimprovero nei miei confronti. Con un dolce sorriso e gli occhi lucidi, rivolta a mio padre disse:

“ arrescioni teniada su pipiu a si nai che si chi cheriada andai”[i]: du tenianta senza pappai, fudi mort’e famini!(1)

Non aggiungo altri commenti, la commozione, ancora oggi, me lo impedisce.

Ciao a tutti.

Mario



(1)Nota.[i] “ Aveva ragione il bambino a volersene andare, lo tenevano senza mangiare, era affamato”, libera traduzione.