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domenica, marzo 27, 2011

NUCLEARE IN SARDEGNA? QUATTRO VOLTE NO!

Oristano 27 Marzo 2011


Cari amici,


è da non poco tempo che, gira e rigira, il discorso del nucleare torna sempre in Sardegna.

Vai a capire il perchè!


Le motivazioni sono sicuramente non poche e per alcuni, anche illustri nomi del mondo scientifico, valide sotto tanti aspetti: bassa incidenza sismica, popolazione non troppo numerosa, vaste zone poco abitate.

I sardi, poi, poco avezzi a fare la rivoluzione, pur brontolando non hanno mai manifestato con foga e determinazione il loro vero pensiero che è quello di assoluto diniego a questa pericolosa forma di energia.

Se a questo si aggiunge che la quantità prodotta in Sardegna, con le forme tradizionali, è sufficiente ai nostri bisogni, l'eventuale nuova produzione sarebbe effettuata a favore di altre regioni!



Tutto questo, però, al governo nazionale poco importa.

La Sardegna, se così sarà stabilito, volente o nolente le avrà. Compreso un grande sito per il deposito delle scorie.

Non è bastato il recente doloroso disastro in Giappone per far recedere il governo da questa insana proposta. Solo una temporanea moratoria per far alleggerire la tensione e le emozioni del triste momento degli amici del Sol Levante.


Oggi, aprendo come mio solito il giornale l'Unione Sarda, trovo una bella riflessione del suo Direttore, Paolo Figus, proprio su questo scottante argomento.


L'editoriale, riprendendo il tema dei "Piani per nuove centrali", titola cosi, ad effetto:

Centrali nucleari in Sardegna. Tre volte no.

Questo interessante pezzo merita di essere letto - con grande attenzione - da tutti Voi! Eccolo.


"Centrali nucleari in Sardegna"


di Paolo Figus ( L'Unione Sarda, Domenica 27 Marzo 2011 ).


Dopo l'incidente in Giappone nella centrale di Fukushima, abbiamo pubblicato il punto di vista della scienziata Margherita Hack, che ha creato una grossa polemica sostenendo i motivi per cui la Sardegna fosse il sito ideale per la realizzazione di almeno una centrale nucleare di nuova generazione.

Già qualche anno fa, quando si parlò di utilizzare il territorio della Sardegna per stoccare scorie nucleari, questo giornale fece una battaglia per informare l'opinione pubblica ed impedire che questo avvenisse. E così fu. La principale fonte di energia è ancora il petrolio che proviene principalmente da Paesi mediorientali che presentano oggi alti livelli di instabilità per i moti insurrezionali dei popoli che hanno visto finora compressa la propria libertà da regimi dittatoriali e dispotici. Le fonti alternative, come quella eolica, quella solare o quella derivata dalle biomasse, rappresentano una quota marginale dell'energia necessaria per far funzionare questo pianeta. Per questa ragione molti Paesi come la Francia, gli Usa, la Germania, la Russia e lo stesso Giappone, hanno realizzato negli ultimi decenni centrali nucleari per la produzione di energia a uso civile sempre più sofisticate e sicure, tanto che gli incidenti sono rari e principalmente causati o da un errore umano (come a Chernobyl) o da terremoti o tsunami, come a Fukushima, in Giappone. Oggi una parte di questi Paesi, per esempio la Germania, ha deciso di ridimensionare il proprio programma nucleare, compresa l'Italia, con la moratoria di un anno del piano annunciato.

C'è comunque da farsi poche illusioni. Infatti l'instabilità politica dei Paesi mediorientali comporterà una diminuzione della quantità di petrolio immessa sul mercato, quindi minore disponibilità e a un prezzo sempre più alto e comunque con un tasso di inquinamento molto elevato e sul lungo termine insostenibile. Per questa ragione riteniamo che tra un anno o poco più, quando l'effetto mediatico delle radiazioni emesse dalla centrale di Fukushima si sarà attenuato, i governi non potranno non riprendere in modo anche più deciso l'argomento, un po' come è successo dopo l'incidente di Chernobyl.

Si inserisce in questo quadro la considerazione della signora Hack secondo la quale, poiché le centrali per essere sicure devono essere costruite su territori non sismici, con una scarsa densità di popolazione per chilometro quadrato e possibilmente lontano dai grandi centri abitati, la Sardegna è naturalmente candidata, purtroppo, ad ospitarne almeno una perché la nostra regione possiede tutti i requisiti richiesti.

Diciamo subito che così come siamo stati contrari a ospitare scorie nucleari, così, e a maggior ragione, siamo contrari a ospitare centrali nucleari in Sardegna. Non siamo ideologicamente contrari, perché le centrali di ultima generazione sono probabilmente molto sicure, anche se la sicurezza di una centrale nucleare non dipende solo dall'errore umano che può essere ridotto quasi a zero, da terremoti o maremoti che in Sardegna potrebbero non esserci mai, ma possono verificarsi anche altri eventi, come per esempio attentati terroristici finalizzati a far esplodere le stesse centrali come bombe atomiche.

La Sardegna ha già pagato un prezzo elevato in termini ambientali alla produzione di energia ospitando le centrali dell'Enel, la petrolchimica, impianti che, nei territori dove sono insediati, hanno compromesso forse irrimediabilmente l'ambiente, producendo un danno economico neppure calcolabile e che pagheranno anche le generazioni future.

Né si può dire che la Sardegna abbia un fabbisogno di energia superiore a quello che viene qui già prodotto oggi. Quindi una centrale nucleare servirebbe ad alimentare il sistema industriale del continente o ad illuminarne le ricche città. Una centrale nucleare nell'isola, inoltre, produrrebbe una lesione irrimediabile dell'immagine di cui la Sardegna ancora gode nel mondo, in particolare in quel mondo composto da tutti coloro che vengono o vorrebbero venire a trascorrere le loro vacanze in Sardegna.

L'immagine di un'isola incontaminata (salvo quanto detto sopra) che ancora resiste e su cui dovrebbe fondarsi l'elaborazione di un nuovo modello di sviluppo economico sostenibile, risulterebbe demolita e questo non lascerebbe a noi sardi neppure la speranza di poter un domani affrancarci dall'industria pesante esistente e che oggi produce inquinamento, disoccupazione e miseria.

Ci rendiamo conto che qualche centrale dovrà essere fatta anche se ciascuno di noi, in Italia, preferirebbe fosse costruita "non nel mio giardino". Non è questa una buona ragione perché il ministro Romani, o comunque il governo Berlusconi, ce la costruisca in Sardegna, nel nostro giardino.

Quindi, in conclusione, no alla centrale nucleare per ragioni di sicurezza. No alla centrale nucleare per ragioni economiche. No perché abbiamo già dato.


Ai tre NO di Figus ne aggiungo un quarto, che ritengo pure molte importante.

La Sardegna, come in tanti sanno, è stata da sempre terra di conquista. In tanti, considerata la nostra posizione al centro del Mediterraneo, hanno operato da predatori e sottomesso il popolo sardo. Alcuni anche vantandosene.

Gli Spagnoli, per esempio, ci consideravano, sorridendo, " Pocos, locos y mal unidos". Non è certo un privilegio per i sardi essere considerati uno scarso gruppo, poco accorto ed anche disunito; meglio definito anche, con la nostra proverbiale ironia, "centu concas, centu berritas"! Però così è stato.

Vogliamo ancora continuare su questa strada? Vogliamo rinunciare ancora ad un futuro diverso, "pulito" (almeno quel poco che ci è rimasto), per i nostri figli? Credo proprio di no.

Ecco il quarto NO, in aggiunta ai tre indicati da Paolo Figus: perchè abbiamo diritto all'autodeterminazione, perchè crediamo che solo noi possiamo stabilire le condizioni e le modalità dello sviluppo della Sardegna e dei Sardi.

Grazie dell'attenzione.
Mario Virdis

mercoledì, marzo 23, 2011

“La Sardegna è da 150 con l’Italia: parliamone!”. Ecco il manifesto di 27 intellettuali, il 25 se ne parla a Seneghe.







Oristano 23 Marzo 2011



Cari amici,

continuano in tutta Italia i festeggiamenti per il 150° dalla fondazione della nostra Nazione.

Pur con alcuni distinguo (credo abbastanza discutibili) le cerimonie si sono svolte e continuano a svolgersi in modo pacato e corretto.

Certo per noi sardi la ricorrenza lascia un po di amaro in bocca. Perchè Voi direte?

Sembra quasi che la Sardegna non abbia titolo a stare in prima fila: solo Roma Torino e Napoli hanno questo diritto! Nè il capo dello Stato nè il capo del Governo hanno messo in luce il ruolo che la Sardegna ha recitato prima dell'unificazione. Nessuno ha ricordato che l'Italia di oggi è figlia leggittima di quel Regno di Sardegna divenuto successivamente regno Sardo-Piemontese. Non pensate anche Voi che questa scarsa considerazione per la Sardegna sia davvero fuori luogo?


Il nostro grande storico Francesco Cesare Casula poco tempo prima di questo grande evento nella Sua " Lectio Magistralis" presentata al Consiglio Comunale Straordinario a Cagliari, per i festeggiamenti previsti da questa ricorrenza, ha ribadito:


"...Per 537 anni, l'Italia era la Sardegna, la capitale Cagliari".


Giunta e Consiglio hanno ascoltato con attenzione la lectio magistralis dello storico Francesco Cesare Casula.


«L'Italia è stata ingannata, non vuole conoscere la sua vera storia», ha affermato lo studioso. «Ora non contiamo nulla, siamo visti come le Hawaii per gli americani. Ma per 537 anni, dal 1324 al 1861, tutta l'Italia era Sardegna, con capitale Cagliari, e tutti gli italiani erano sardi». Per dimostrarlo, Casula ha riportato due esempi: sui libri di testo in uso negli stati preunitari, si leggeva che “il fiume più lungo della Sardegna è il Po”, e su un giornale inglese del 1851, un inviato di guerra scriveva che gli austriaci attaccarono “la costa sarda del lago Maggiore”.


LA BANDIERA. L'attuale tricolore? «Non è altro che la seconda bandiera dello stato sardo, dopo i quattro mori», ha spiegato Casula. «Fu Cavour a convincere Vittorio Emanuele II a trasformare il nome del Regno di Sardegna in Regno d'Italia».

Ma sull'Altare della Patria, fra le sedici statue che rappresentano in forma bucolica le regioni di allora, una sola ha la corona e lo scettro: la Sardegna. Ecco perchè noi sardi, pur festeggiando, pur brindando con tutti gli altri all'Italia unita, lo facciamo con una punta di amarezza. Non possiamo e non dobbiamo sempre chinare il capo. Nessuno può negare alla Sardegna il rispetto che merita.


Ebbene cari amici non è più l'ora della rassegnazione. Leggo su Internet ( il file che ho rinvenuto è stato pubblicato il 16 marzo 2011 da vitobiolchini ) che ventisette intellettuali sardi di varia estrazione (ma sono in prevalenza di area indipendentista e identitaria) hanno diffuso un documento nel quale invitano alla riflessione circa i rapporti tra la Sardegna e lo Stato italiano. Vi propongo le loro tesi perché credo sia importante il dibattito su questo tema importante. Prima del documento, però, Vi propongo anche il testo del comunicato stampa che il " gruppo dei 27 " ha diffuso e che mi sembra possa completare ulteriormente la loro attenta riflessione. Cosa ha da festeggiare la Sardegna nella ricorrenza celebrativa dei 150 anni dell’Unità d’Italia? E’ una domanda che invita i Sardi a una riflessione storica per andare oltre gli accenti trionfalistici di maniera e chiarire invece come i Sardi hanno vissuto quel periodo storico e le conseguenze che esso ha prodotto. E’ perlomeno curioso che a festeggiare la ricorrenza siano i cattolici che furono accaniti avversari, e la sinistra socialista e comunista che ha dimenticato improvvisamente la lettura di Gramsci sul Risorgimento. Così come risulta paradossale che l’entusiasmo celebrativo coinvolga il Sud che fu martoriato dalle violenze delle annessioni, mentre il Nord si mostra del tutto tiepido e addirittura contrario alle celebrazioni.

A noi Sardi, al posto di una gratuita adesione, occorre invece una illustrazione storica come lezione di educazione civile e come consapevolezza del nostro essere nella storia. E se mettessimo in relazione la data del 17 Marzo con quella del 28 Aprile, " Sa Die de sa Sardigna?


Ai fautori delle celebrazioni risorgimentali non piace il confronto: c’è persino la tentazione di credere che i favorevoli dei 150 anni siano contrari alla celebrazione della Festa dei Sardi. Con l’obiettivo di una corretta analisi storica dei fatti pre e post – risorgimentali un gruppo di persone interessato alla ricerca storica e alla produzione culturale, insieme a numerosi cittadini impegnati nel sociale e nella politica, hanno organizzato per venerdì 25 Marzo 2011, a partire dalle ore 16, presso la Casa Aragonese del comune di Seneghe, un incontro nel quale si dibatteranno questi temi.


La Sardegna è da 150 con l’Italia: parliamone!


La celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia viene osservata in Sardegna con atteggiamenti differenti e con considerazioni contrapposte. Da un lato c’è un consenso celebrativo che vuole allineare la Sardegna con i propositi delle Istituzioni italiane, non prive di accenti trionfalistici, che rimarcano il contributo dei Sardi al Risorgimento e ad una primogenitura nel “fare l’Italia”. Dall’altra parte si rifiuta qualunque riconoscimento e partecipazione alla ricorrenza con l’intento di passarla sotto silenzio. Noi non la pensiamo così e non siamo d’accordo con celebrazioni subalterne e residuali. Riteniamo invece più costruttiva una scelta di posizione consapevole – che potrà contenere le valutazioni più favorevoli ma pure quelle più critiche – che accetta la sfida di questa commemorazione ma per analizzare nel dettaglio storico e nel giudizio politico i vantaggi e gli svantaggi avuti e subiti dai Sardi, a partire dalla “fusione perfetta”, dal ’61 alla prima guerra mondiale, e procedendo oltre fino all’oggi, esplorando anche la questione del cosiddetto “secondo risorgimento riferito alla Resistenza”, fino allo Statuto sardo, alla sua applicazione e al suo presente superamento. I sardi c’erano già dall’inizio, con il federalismo repubblicano di Giovanni Battista Tuveri e di Giorgio Asproni, si impegnarono come nessun altro nella prima guerra mondiale attraverso il sacrificio di migliaia di giovani soldati e di ufficiali, compirono la più completa riflessione sul Risorgimento italiano attraverso il pensiero di Antonio Gramsci. E’ dunque l’occasione per sfuggire al carattere deformante delle esaltazioni celebrative ed aprire invece pagine di storia realistiche con forti accentuazioni e chiarificazioni di “mondo vissuto” e di esperienza antropologica, culturale e politica della gente sarda. E’ anche importante collocare il concetto di Unità d’Italia nell’attuale clima politico italiano e soprattutto in riferimento alla realtà politico-istituzionale sarda, alle azioni intraprese nel tempo per un governo sardo autorevole, ai fermenti che animano i dibattiti e agli auspici di autodeterminazione, anche per mettere a nudo come questo rinforzo accentuato di “Unità d’Italia” corrisponda a un progetto politico di centralismo in attenuazione di un federalismo positivo e ancor più di prospettive di sovranità. Questa iniziativa di presenza culturale e di dibattito – che potremmo denominare con i termini: “Dalla ricorrenza dei 150 anni dell’unità d’Italia a Sa Die de sa Sardigna 2011” – intende raggiungere al livello personale tutti i cittadini, in particolare i protagonisti della cultura e della politica, senza distinzione di appartenenza associativa o di schieramento. Vogliamo essere solo, per una volta, dei sardi che riflettono insieme. I sottoscritti si incontreranno il prossimo 25 marzo 2011, presso la Casa Aragonese del comune di Seneghe, a partire dalle ore 16,00.


La proposta di organizzazione dei lavori terrà conto del procedere delle adesioni e verrà reso disponibile più avanti. L’incontro di Seneghe può essere un contributo a questo obiettivo di chiarimento storico e di elaborazione di una maggiore coscienza politico-istituzionale per i Sardi.


Gli aderenti:

Bachisio Bandinu (antropologo, giornalista), Antonio Buluggiu (insegnante), Luciano Carta (storico, dirigente scolastico), Vittoria Casu (docente universitario, già consigliere regionale), Placido Cherchi (antropologo), Alberto Contu (storico), Gianfranco Contu (storico), Mario Cubeddu (storico, insegnante), Salvatore Cubeddu (sociologo), Giuseppe Doneddu (storico, docente universitario), Federico Francioni (storico, insegnante), Gianni Loy (docente universitario), Piero Marcialis (attore, insegnante), Piero Marras (cantautore, già consigliere regionale), Luciano Marrocu (storico, docente universitario), Alberto Merler (sociologo, docente universitario), Nicolò Migheli (sociologo), Maria Antonietta Mongiu (archeologo, insegnante, già assessore regionale), Giorgio Murgia (già consigliere regionale), Michela Murgia (scrittrice, insegnante), Paolo Mugoni (insegnante), Maria Lucia Piga (sociologo, docente universitario), Gianfranco Pintore (giornalista, scrittore), Paolo Pillonca (giornalista, scrittore), Mario Puddu (insegnante, scrittore), Vindice Ribichesu (giornalista), Andrea Vargiu (docente universitario).

Credo che l'iniziativa sia da apprezzare e da lodare. Sono i sardi gli artefici del proprio destino, non dimentichiamolo. Anche se tutti insieme siamo pronti a gridare, con dignità non con subordinazione,


BUON COMPLEANNO ITALIA !


Grazie dell'attenzione.


Mario