E' sempre l'ora...dI dare e ricevere...amicizia!

sabato, aprile 30, 2011

L'AMBULANTE D'ALTRI TEMPI.


Oristano 30 Aprile 2011
Cari amici del mio blog,
il mio recente racconto dei "ricordi della mia infanzia", relativo al "Baratto" e nel quale ho rievocato la figura dei vecchi ambulanti, ha particolarmente colpito una delle mie fedeli lettrici. Sono felice della Email che Laura Camilla mi ha inviato, dove mi comunicava che quel racconto aveva risvegliato anche i suoi ricordi. In particolare le aveva riportato in mente una bella poesia in sardo che aveva avuto occasione di leggere in casa da un libro del Padre, appassionato di letteratura e poesia sarda. Per la mia felicità mi ha trascritto la pesia che io ho apprezzato molto. Ebbene come Lei ha fatto felice me io, ora, voglio fare felici tutti Voi.
Ho perciò deciso di riportarla su questo blog.

Sono certo che la apprezzerete anche Voi.
Grazie dell'attenzione
Mario.........................................................



S'ambulante tonaresu (di Peppino Mereu)




Cun d'unu cadditteddu feu e lanzu


sa vida tua a istentu la trazas;


da’una ‘idda a s’attera viazas,
faghes Pasca e Nadale in logu istranzu.


A caldu e frittu girende t'iscazas
pro chimbe o ses iscudos de 'alanzu,


dae s'incassu de sett'otto sonazas
chi malamente pagant'unu pranzu.
Sempre ramingu senza tenner pasu,
de una 'idda a s'attera t'ifferis


aboghinende inue tottu colas:
«Discos nobos pro fagher su casu


e chie leat truddas e tazeris


e palias de forru e de arzolas!


-Traduzione in italiano.



L’ ambulante tonarese (di Peppino Mereu)



Con un cavallino brutto e magro
trascini stentatamente la tua vita;


muovendoti da un paese all’altro,
trascorrendo Pasqua e Natale fuori casa.


sopportando nel pellegrinare il caldo ed il freddo
per cinque o sei scudi di guadagno,


dall’incasso di sette, otto sonagli
che malamente pagano un pranzo.


Sempre ramingo senza alcun riposo,
trasferendoti da un paese all’altro


gridando a gran voce ovunque passi:
recipienti nuovi per fare il formaggio


a chi compra scodelle e taglieri,
pale per il forno e per l’aia.



(libera traduzione mia –Mario Virdis.)


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A presto!



Mario




SE FOSSIMO CAPACI DI DARE IL GIUSTO VALORE...ANCHE AL SILENZIO !


















Oristano 30 Aprile 2011
Cari amici,
abbiamo recentemente parlato del silenzio e del suo immenso valore. Oggi, nella mia solita lettura dei giornali, ho appreso che a Torino è nata una nuova Associazione a cui è stato dato il nome di "ACCADEMIA DEL SILENZIO".
La cosa, di questi tempi, votati in toto al rumore costante, alienante, oltre che assordante, mi è sembrata addirittura quasi pazzesca! Eppure è vero. Ecco quanto riporta oggi L'Unione Sarda, nella pagina della cultura.
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Oggi al circolo dei lettori


Nasce a Torino l'Accademia del Silenzio.


Sabato 30 aprile 2011


Un'accademia per meditare su quante facce può avere il silenzio, in quanti modi si può vivere ed esprimere. Si aprirà oggi a Torino con una vera e propria «maratona silente» al Circolo dei lettori, luogo di dibattiti, presentazione di libri, ma anche di letture corali, pubbliche o individuali.
L'Accademia del Silenzio ricorda la prima stanza del silenzio che venne aperta nel 1954 dall'allora segretario delle Nazioni Unite, Dag Hammerskjoeld. Per lui era un vero e proprio spazio di meditazione in cui, da evangelico protestante cercava nella Bibbia ispirazione alle scelte che era chiamato a compiere nella politica internazionale. Con scopi meno impegnativi l'Accademia, da un'idea di Duccio Demetrio e Nicoletta Polla-Mattiot, si propone di condividere il significato del silenzio nella propria vita, il senso esistenziale, civile, educativo di questa necessità vitale, per leggere e condividere insieme scritture personali, poetiche, narrative dedicate al silenzio. Nell'assordante mondo contemporaneo vuol essere un'oasi di pace in cui - dicono i promotori -innanzitutto saper ascoltare: se stessi e gli altri, rispettandone, appunto, anche i silenzi.
La «maratona silente» è una non stop di interventi di intellettuali e artisti, per festeggiare insieme, la nascita dell'Accademia. Il programma prevede anche una performance di tango muto e racconti di donne straniere in Italia. Tra i tanti eventi Maurizio Ferraris, docente Filosofia teoretica all' Università di Torino, che interverrà sul silenzio che si scrive, il filosofo Margo Vergani che parlerà sul silenzio come la risposta negata. E poi il silenzio nella tradizione sacerdotale indiana antica, il silenzio nell'educazione alla pace di cui tratterà Doju D. Freire, monaca buddista zen del Global Peace Initiative of Women. «Il silenzio musicale come esperienza estetica» è l'argomento di Emanuele Ferrari, musicologo, musicista, ricercatore Università di Milano-Bicocca. Tra gli ospiti Rita Hokai Piana, monaca zen del Comitato Interfedi Città di Torino e Luciano Manicardi (Comunità ecumenica di Bose).

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Credo che la cosa, almeno indirettamente riguardi molto anche noi Sardi.
Noi che da sempre viviamo in un'isola bellissima dove il silenzio lo si può trovare praticamente dappertutto! Un silenzio fatto di ambiente incontaminato: campagne e boschi dove l'unico rumore è dato dal movimento degli animali, di spiagge praticamente deserte dove il silenzio è rotto all'improvviso solo dall'urlo del gabbiano, di piccoli paesi dove il sole illumina le stradine deserte percorse di corsa solo da qualche gruppo di bambini (pochi) impegnati a rincorrersi in modo giocoso.
Un silenzio fatto di cultura: composta da un'infinità di nuraghi,villaggi neolitici, tombe di giganti, betili, domus de janas, solo per citare i monumenti più antichi, senza scordare le Chiese romaniche, sparse nelle nostre campagne dove prima sorgevano importanti villaggi.
Un silenzio fatto di Storia millenaria: dalle torri moresche costiere agli insediamenti fenici, punici e romani, tra cui Tharros e Nora, solo per citare i più importanti.
Ul silenzio, però, che a noi sardi piace "gustare da soli", custodire gelosamente per noi: un gioiello che non vogliamo assolutamente dividere con altri!
Questo ragionamento, giusto se vogliamo, quando le condizioni economiche lo permettono, credo possa ritenersi abbastanza errato, quando, invece, queste condizioni non ci sono.
La Sardegna attraversa da tempo una situazione economica fragile e sbilanciata. Tra le tante risorse di cui potrebbe disporre ha da aggiungere sul piatto del "Turismo" anche questo stupendo bene, quale è il silenzio. E' questo un bene che, opportunamente utilizzato, messo a disposizione dei tanti che di questo silenzio potrebbero godere, costituirebbe un ottimo veicolo trainante, capace di portare nell'isola non pochi visitatori, ai quali "vendere" gli ulteriori altri beni e servizi di cui disponiamo.
Ma tant'è...così non è!

E' il nostro individualismo, la nostra incapacità commerciale di fare "gruppo", di associarci, per risolvere - insieme - i problemi, che impedisce tutto questo.
Dovremo invece cambiare mentalità, rimboccarci le maniche e, tutti insieme, lavorare sodo per creare lavoro e risorse per i tanti giovani che, invece, per necessità debbono emigrare, mentre la disoccupazione continua ad avanzare e l'economia permane a livello di pura sopravvivenza.

Un antico proverbio sardo dice che "su troppu istruppiada", gli eccessi sono dannosi! Mettiamo a disposizione degli altri i nostri beni, i nostri tesori, unici ed irripetibili, siamo abili commercianti, senza svendere e senza svenderci, salvaguardando il nostro patrimonio ma dando gli valore e reddito, facendo crescere la nostra terra e chi la abita.

Riflettiamoci, seriamente.

Mario


venerdì, aprile 29, 2011

Turras e Talleris: gli scambi senza danaro nel dopoguerra, il “baratto” … di necessità.



Oristano 29 Aprile 2011

Cari amici,
è da un pezzo che volevo riportare qualche altra storiella ricavata dai miei ricordi giovanili. Gli impegni, però, non mancano e i tempi si allungano. Ieri incontrando un'amica, fedele lettrice di questo blog, sono stato un pò...richiamato all'ordine e sollecitato a scrivere. Che dire? Le promesse si mantengono!
Ecco per Voi un'altro dei miei ricordi. Spero Vi faccia almeno riflettere.

Mario.

In questi tempi di mercati globali, commercio elettronico, piazze d’affari virtuali, in un’economia senza frontiere e barriere, il termine “Baratto” sembra riferirsi ai tempi della Bibbia. Invece il mercato che utilizzava, come strumento di scambio il baratto, è cosi recente che anche io, che non sono Matusalemme, ho potuto viverlo e toccarlo con mano.
La ripresa economica stentava a ripartire, dopo l’ultima sanguinosa guerra che aveva ulteriormente impoverito soprattutto le popolazioni del Sud. La circolazione monetaria era modestissima e gli unici che maneggiavano il poco danaro disponibile erano i proprietari terrieri e gli impiegati, soprattutto quelli delle pubblica amministrazione. Le famiglie del ceto operaio, che si mantenevano con il modesto lavoro dei campi o dell’artigianato, erano spesso costrette a ricorrere allo scambio in natura: lavoro contro generi di prima necessità. Il capofamiglia, i figli in età di lavoro così come la moglie, se prestava servizio presso una famiglia benestante, venivano remunerati per il lavoro prestato in natura: grano, orzo, latte, formaggi, olio, vino e quant’altro potesse essere utile per sopravvivere. A questi introiti alimentari, forniti in cambio delle prestazioni lavorative, si aggiungeva quanto era possibile ricavare dalle coltivazioni casalinghe: la lavorazione dell’orto, l’allevamento degli animali da cortile e le giornaliere “uscite in campagna”, per reperire ulteriori prodotti commestibili costituiti da frutta e verdure. La carne, consumata normalmente una volta la settimana, era fornita dal maiale allevato in casa e dagli altri animali da cortile: galline, tacchini, conigli e quant’altro. La mancanza di determinati prodotti importanti, non reperibili localmente, veniva soddisfatta non con l’acquisto in denaro, che non si possedeva, ma con una ulteriore forma di scambio: si cedeva una quantità di un prodotto per “permutarlo” con un altro. Sempre di baratto si trattava ma di uno scambio di “merci contro merci”; si scambiava quanto prodotto in eccedenza rispetto al fabbisogno familiare: grano in cambio di olio, vino in cambio di formaggio, cereali vari in cambio di noci, castagne, nocciole e cosi via.
Questo antico mercato, che risale ad epoche lontanissime, era ancora in auge quando io ero ragazzo. C’è da dire che questo “baratto” non era limitato all’economia del paese. L’interscambio aveva dimensioni più vaste e coinvolgeva l’economia di più province. Normalmente al termine dell’inverno, in primavera, o dopo l’estate, in autunno, non pochi commercianti dei paesi dell’interno scendevano dalla montagna, a dorso di cavallo e con un seguito di muli per il trasporto della mercanzia; provenivano da Desulo, Tonara, Aritzo, Fonni, Gavoi, per citare i più attivi, ed erano diretti verso i paesi delle pianure del Campidano, per barattare i prodotti tipici della montagna, noci, nocciole, castagne, formaggio, miele, con i cereali seminati in pianura e non reperibili nei paesi di montagna: grano, orzo, avena, ceci, piselli fave, etc.. Con i loro muli carichi di derrate alimentari portavano a valle anche i prodotti dell’artigianato tipico barbaricino: strumenti per la lavorazione della farina e del pane ( turras, talleris, culleras e paias de forru[i] ), setacci, e recipienti realizzati con legno, ferro e rame: dai campanacci per il bestiame ai grandi recipienti per fare il formaggio ( is craddaxius ). Le lavorazioni artigiane riguardavano anche strumenti per il gioco. Far divertire i bambini era importante in un’epoca dove l’assenza di giocattoli era pressoché assoluta, se escludiamo le rarissime bambole di porcellana per le bambine più abbienti. Per le altre vi erano solo pupazzi fatti di stracci. Al loro arrivo la curiosità era grande, per scoprire eventuali nuove lavorazioni a noi dedicate. Per noi ragazzi nei sacchi si potevano trovare, tutti realizzati in legni duri (in prevalenza olivastro, quercia o ginepro), trottole, raganelle, matraccas, dadi marchiati a fuoco e un particolare dado (Su poni), con quattro facce laterali e due lati, quello superiore e quello inferiore uno a punta per la rotazione e uno con il manico. Ai lati quattro lettere:
P; M; T; N[ii]. Questo strumento veniva utilizzato nelle notti invernali per giocare ad una specie di Poker: Ognuno conferiva una “posta”, normalmente una noce o una mandorla e faceva girare velocemente il dado. Se alla fine la faccia del dado rivolta verso l’alto indicava P, il giocatore doveva aggiungere un’altra posta; se la faccia indica M aveva, invece, guadagnato la metà del monte delle poste; se indicava N non aggiungeva e non prendeva; se indicava, invece, T si portava a casa tutto il monte delle poste sul tavolo. Il gioco, pur semplice, era molto divertente!
L’arrivo dei venditori, che viaggiavano sempre in gruppo per farsi compagnia durante le notti trascorse all’addiaccio durante il viaggio, era quasi una festa; un mercato con colori e profumi insoliti, che durava diversi giorni. Se le amicizie erano già consolidate la prima visita dei commercianti “forestieri” era riservata agli “amici”, che li accoglievano e li ospitavano.
Il primo giorno giravano a cavallo tutto il paese dando il ”bando” del loro arrivo e comunicando dove avrebbero potuto visionare i prodotti portati al seguito. Non erano tanto i prodotti alimentari (noci, castagne, nocciole, etc.) ad essere reclamizzati nel bando quanto, invece, i prodotti dell’artigianato, quelli che probabilmente attiravano la gente in piazza. Questo bando era costituito da una nenia, recitata in modo quasi “gridato” che reclamizzava i prodotti in vendita. La ricordo ancora sia nell’intonazione che nelle parole: “ E si ettada su bandu”! Tenimos turras, talleris, pajias de forru e culleras!
Normalmente il “mercato” era la piazza principale, dove in ampie stuoie venivano appoggiati i sacchi contenenti i prodotti della montagna e tutto intorno, ai lati, gli attrezzi prima descritti. A fianco i recipienti per il calcolo delle quantità, le “misure” in litri (in sardo questo recipiente è detto sa mialla ) normalmente realizzate in sughero. Il baratto aveva precise tabelle di conversione: due misure di grano per tre misure di castagne fresche, e cosi via. Anche i manufatti avevano un corrispettivo in “misure” di grano o di altri cereali. La nostra curiosità era alle stelle; in tanti volevamo provare i nuovi prodotti destinati al gioco, soprattutto trottole, e strumenti alquanto rumorosi come le raganelle.
Per diversi giorni tutte le mattine il mercato era attivo ed era una vera festa. La sera si visitavano le famiglie importanti, quelle alle quali, in cambio della futura amicizia, erano riservati prezzi particolari che oggi definiremo “saldi”. Recarsi al loro domicilio era un atto di omaggio che presupponeva non solo riguardo ma anche ricerca di amicizia e protezione. Era proprio in queste sedi che si realizzavano gli affari più importanti: esaurita tutta la merce portata in vendita si poteva, così, fare rientro a casa dal lungo viaggio, con buone prospettive per il futuro.
La loro partenza era un po’, per noi ragazzi, la fine della festa: tutto tornava alla normalità ed al tran tran quotidiano. Non mancavano i motivi di discussione e di contesa. I confronti tra le vecchie e le nuove trottole, che con grande fatica eravamo riusciti a farci comprare, scatenavano anche baraonde e bisticci anche seri. Tutto, però, tornava presto alla normalità.
Rivisti con gli occhi di oggi questi tempi sembrano davvero lontanissimi. La globalizzazione selvaggia, alla quale bene o mali ci siamo abituati (o sarebbe meglio dire ci hanno abituati) fa di questo “baratto”, di questi scambi in natura, un antico mercato primordiale: ci sembra di parlare dei tempi dell’arca di Noè, di tornare indietro di millenni, non di solo cinquant’anni fa!
Ciao a tutti.
Mario








[i] La traduzione di questi termini è il seguente: “Turra” è l’ampia scodella con manico che si usava per prelevare il grano o la farina dai sacchi; “Talleri” è l’ampio ripiano tondo di legno usato per impastare la farina; “cullera”, cucchiao, sempre di legno, è altro strumento più piccolo della “turra”, sempre usato nei lavori di panificazione; “paia de forru”, pala da forno era una ampia pala in legno, sagomata in tondo con un lungo manico usata per mettere al forno il pane, i dolci o altri prodotti da infornare.

[ii] Le trottole erano allora uno dei giochi più diffusi; le raganelle erano realizzate con un rocchetto dentato che girava dentro un contenitore di legno con una lamella che alla rotazione emetteva uno scoppiettante rumore; la “matracca” era una tavola quadrata di piccolo formato con un intaglio per la presa con la mano (simile ad un tagliere) ed una maniglia di ferro fermata da due occhielli. Il veloce movimento della mano faceva sbattere la maniglia sul legno, creando un rumore cupo, sordo. Era utilizzata anche nella settimana Santa per le processioni del Gesù morto, dato il particolare rumore. I dadi erano identici a quelli di oggi, oppure con la numerazione romana da uno a sei. Il dado speciale ( su poni) aveva, invece, incise a fuoco nelle quattro facce laterali, P – M – T – N -; questi simboli indicavano per il giocatore che lo lanciava l’esito, il risultato della giocata: P= aggiungi la posta; M= hai vinto la metà del monte premi; T= hai vinto l’intero monte premi; N= significava, invece, gioco neutro, senza perdite e senza vincite.


venerdì, aprile 22, 2011

AIUTO ! E’ SCOMPARSO IL SILENZIO! CHI L’HA VISTO ?

Oristano, 22 Aprile 2011
Cari Amici,
Ieri, Giovedì 21 Aprile, sfogliando l’Unione Sarda mi ha colpito l’articolo della prima pagina (sostituiva l’editoriale) a firma del Prof. Giampaolo Mele, uomo di grande cultura che stimo molto, che, con intelligenza ed arguzia, esponeva una sua dotta riflessione sul silenzio.
Non posso che condividere pienamente quanto esposto, considerati i miseri tempi che stiamo vivendo, fatti di una globalizzazione selvaggia che tritura e omogeneizza, in un orrido “melting pot”, immagini, suoni e frastuoni paragonabili al biblico caos della Torre di Babele.

Si è irrimediabilmente perduto il valore del silenzio, svalutato, svilito dalla voglia di apparire a prescindere dall’essere, dall’urlo che sostituisce la parola, dal comando che sostituisce l’invito, dalla prepotenza che annulla la volontà, dall’imposizione che elimina la scelta.
E’ un mondo strano questo del terzo millennio. Si è affacciato con la grande promessa di trasformare il mondo da antico ammasso di “piccoli cortili” in un unico grande prato verde dove tutti sarebbero stati in grado di disporre meglio delle ricchezze disponibili. Questa era la promessa iniziale fattaci dai teorici della “Globalizzazione”!
Vi sembra che questo stia avvenendo? A me sembra di no. Forse l’uomo la cercava, come in passato Diogene, e la cerca ancora questa più “equa distribuzione delle risorse”, ma, forse, è pura utopia: il motore del mondo non è l’altruismo ma l’egoismo.
L’apparente ricerca del meglio ha portato, per il momento, solo ulteriori divari di ricchezza: i ricchi che diventano sempre più ricchi mentre le schiere dei poveri continuano ad aumentare.
Gli ultimi avvenimenti che vedono i Paesi dell’Africa Mediterranea impegnati in una lotta senza fine, per un futuro meno precario per i propri figli, ne è la dimostrazione più lampante.
L’Europa, questa finta “Unione Europea”, che nonostante le fanfare e gli squilli di tromba, non è ancora riuscita a parlare con un’unica voce, sembra assolutamente incapace di recitare quel ruolo e quella posizione in grado di dare guida e sostegno ai più deboli.
In questa caotica “Babele” moderna l’unico protagonista è il rumore. Un rumore forte, caotico, altalenante, fastidioso, fracassone, terribilmente angosciante, che annienta la serenità, impedisce l’azione e la giusta riflessione e non consente di capire dove stiamo andando e perché.
Stranamente sembra già concretizzarsi quel mondo fantascientifico che turbava i miei sogni di ragazzo, quando leggevo sui libri gialli di “Urania” che il terzo millennio sarebbe stato dominato da un unico grande fratello in grado di controllare tutto e tutti, come in un gigantesco alveare gestito da una potente “Ape regina”, alimentata dai suoi fuchi e dalle sue api operaie.
Il rumore, il turbante e caotico ronzio dei nostri terribili alveari meccanici è sempre più forte, dove un baillame di suoni ed immagini in tempo reale, provenienti da tutto il mondo, annienta e distrugge il silenzio. Aiuto! Il silenzio è scomparso, forse morto per sempre. Chissà!
Forse no. Forse una possibilità esiste ancora per riportarlo tra di noi, per fargli riprendere il suo posto. Forse riusciamo ancora a riportare il mondo su binari meno tragici e più sereni. Dipende solo da noi.
Andiamo tutti alla ricerca del silenzio: sicuramente è ancora vivo, si è solo rifugiato in un luogo riparato, lontano dai rumori molesti. Recuperiamolo e ridiamogli il suo posto, la sua dignità. E’ questo il momento giusto. E’ questa la settimana che precede la S. Pasqua, la cosi detta settimana di passione, quella che vide Nostro Signore Gesù Cristo soffrire – in silenzio – e morire per noi, per riscattare tutto il genere umano. Recuperiamo quel silenzio che consente la riflessione, che ci aiuta a capire i nostri errori se abbiamo sbagliato, consigliandoci il modo per riparare. Perché se è vero che l’uomo può sbagliare è pur vero che è sempre capace di tornare sui suoi passi e redimersi.
Il silenzio, non dimentichiamolo mai, è la nostra forza, è la nostra ancora di salvezza.
Ecco, ora, all’attenzione di tutti Voi, l’interessante articolo del Prof. Giampaolo Mele che tanto mi ha entusiasmato e che entusiasmerà certamente anche Voi.
BUONA PASQUA A TUTTI VOI ! !

Grazie, cari amici, della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario

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Verso la Pasqua con troppe parole
ALLA RICERCA DEL SILENZIO PERDUTO
Di GIAMPAOLO MELE
(v.Curriculum in calce)

Scoccano gli ultimi rintocchi di questa quaresima, Anno Domini 2011. La Settimana Santa impone raccoglimento e silenzio. Già: il silenzio. Questo grande sconosciuto, in tempi di sguaiate canizze televisive. E, sul silenzio, vi racconto una storia curiosa. Risale al 1952, e riguarda un disco di John Cage. Ma quel disco – che fece molto rumore – in realtà, non lo ascoltò nessuno. Perché? Era un intero silenzio di 4 minuti e 33 secondi. Sì,avete capito bene: quel disco ’suonava’ solo silenzio. C’è silenzio e silenzio. Come il biblico "tempo per parlare" e il "tempo per tacere" ("tempus loquendi", e "tempus tacendi"). Ricordate il folle silenzio di Cristo, in tribunale? In una Passione in sardo, di età spagnola, del monastero di Santa Chiara di Oristano, Erode chiede al Figlio dell’Uomo: «Perché non rispondi, pazzo?» (macu, nel testo). E ordina: «Portatelo, incatenato, alla presenza di Pilato».
Paesi che vai, silenzi che trovi. Nella Spagna medioevale, dei barbari visigoti, per il Venerdì Santo fu silenzio fanatico: chiese sprangate. Silenzi di individui, silenzi di popoli. Come quello dei giapponesi, dopo la loro apocalisse; silenzio scioccante che frastorna il pianeta. Esiste silenzio e silenzio. Compresi i leopardiani «sovrumani silenzi, e profondissima quiete», con panico cosmico. E il silenzio del dolore dei bambini? Niente di più ineffabile, nel suo muto chiedere ragioni a Dio (apparentemente sordo). Ma troppo facile scorrere i silenzi, nel tempo, nello spazio, nella musica; si rischia la parola fatua.
Bussano alle porte, dopo questa Settimana Santa, elezioni amministrative.
Essenza della democrazia è la parola,ma quando è preludio di fatti: non di bla-bla-bla. E non guasterebbe, in questi giorni sacri, tra mistici canti di confraternite, ricercare una dimensione interiore, non formale, del silenzio.
Forse, servirà, anche per prepararsi al sacrosanto - e combattivo – agone civile, con parole giuste: parole che siano premessa di atti concreti (e non promessa ideologica). Ma l’urlo drammatico, che rompe il silenzio, è umanissimo. Lo elevò lo stesso Cristo sulla croce, quando si sentì abbandonato da Dio. E lo innalzano padri di famiglia licenziati, o i giovani che gridano: "voglio guadagnarmi il pane quotidiano".
Ma ora basta. Vi lascio in punta di piedi, abbandonandovi alla ricerca del silenzio perduto.

G.Mele
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Curriculum di Giampaolo Mele.

Giampaolo Mele nasce nel 1960 a Santu Lussurgiu (Sardegna). Diplomato presso il Liceo Classico "De Castro" di Oristano nel 1979 con 60/60. Laureato presso l’Università di Cagliari, con lode e dignità di stampa, nell’a.a. 1983-1984, con tesi sulla cappella musicale di Giovanni I, re d’Aragona (1387-1396), svolta presso l’Archivo de la Corona de Aragón di Barcellona. Dall’a.a. 2000-2001 è in servizio quale Docente associato di Storia della Musica Medioevale e Rinascimentale presso l’Università di Sassari (SSD L/ART-07). Nello stesso ateneo ha insegnato Storia della Chiesa Medioevale (a. a. 1999-2000), Paleografia Musicale (a.a. 2001-2002), Paleografia Latina (a.a. 2001-2002). Dal 1993 è professore invitato presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna (Cagliari). Attualmente insegna Storia della Musica Medioevale e Rinascimentale presso l’Università di Sassari, Facoltà di Lettere e Filosofia, nel corso di Laurea Triennale interclasse Scienze delle lettere e della comunicazione (L 10/20), e nel corso di Laurea Magistrale interclasse Scienze delle lettere e della comunicazione multimediale (LM 14/LM 15).

martedì, aprile 12, 2011

SARDEGNA: NELLA MILLENARIA TERRA DELL’OSSIDIANA TZIU DELFINO COLTIVA ORA L’AMARANTO, L’ANTICA "PIANTA DEGLI DEI" DEGLI INCAS, IL “KIWICHA”.

Oristano 12 Aprile 2011.

Cari amici,

colgo l'occasione di una notizia riportata oggi dal giornale l'Unione Sarda per parlarVi di un interessante fatto nuovo che mi ha piacevolmente sorpreso: un vecchio agricoltore della Marmilla ha messo a dimora nel suo terreno una pianta di antichissima origine sudamericana.

La Marmilla è terra di millenaria vocazione agricola. Un tempo ricco granaio dei romani le sue terre sono oggi, purtroppo, in gran parte abbandonate in quanto prive di quelle nuove tecniche di coltivazione capaci di restituirle economicità e reddito.
Da Gonnoscodina però è arrivata, proprio in questi giorni, una buona notizia. Beppe Meloni, noto giornalista attivo sull’Unione Sarda riporta, oggi Martedì 12 Aprile, una notizia apparentemente di secondo piano ma da leggere, invece, con attenzione.

Nel pezzo si legge che tziu Delfino Porcu, agricoltore di 74 anni che si guadagna da vivere lavorando in campagna, uomo saggio e ricco di un annoso bagaglio di esperienza, saperi e conoscenze, ha messo in atto nella sua campagna un esperimento che si è rivelato abbastanza interessante.
La sua curiosità lo ha portato ad uscire dal ‘solito’, a sperimentare nuove coltivazioni di sementi la cui peculiarità è riuscito a scoprire attratto dalle letture sugli indiani d’America. La sua curiosità gli ha fatto scoprire la serietà e capacità degli antichi indiani agricoltori che coglievano le erbe medicamentose conosciute con grande rispetto, utilizzandole solo quando della stessa pianta ne erano presenti almeno due esemplari per tutelare la specie; cosi come ha scoperto la produzione di cereali dotati di alto potere energetico, come la kiwicha, o amaranto ( Amaranthus caudatus L.), una dicotiledone annuale della famiglia delle amarantacee, originaria della regione delle Ande e coltivata fino ad altezze superiori ai 3.500 metri.
La coltivazione di questa pianta è di origine antichissima: semi di kiwicha sono stati rinvenuti in tombe pre -incaiche di oltre 4.000 anni fa. Un popolo nobile, quello andino, somigliante a quello dei nostri avi, che ha tramandato nei millenni la ricchezza delle conoscenze fondate sull’uso attento dei prodotti della terra.

Le sue curiose letture lo hanno portato a scoprire che questo cereale, la kiwicha, è oggi al centro di un grande progetto denominato "Progetto Amaranto”, nato per sostenere l’agricoltura autoctona, come alternativa alla fame nella provincia ‘Salta’, nella zona nord-occidentale dell’ Argentina . In questo povero ed affamato angolo del mondo, dove viene realizzato questo progetto, vivono 1.780 famiglie (10.000 abitanti circa) costituite soprattutto da piccoli coltivatori di razza meticcia-indigena che vivono in assoluta precarietà. La realizzazione di questo progetto creerà, forse, data la sua semplicità, un buon rimedio alimentaqre in una popolazione che manca anche dell’essenziale.
Spinto da queste notizie e curioso di provarne concretamente l’effetto, tziu Delfino ha introdotto la cultura di questo cereale nei suoi appezzamenti, sicuro che nei terreni della Marmilla, sciolti e sabbiosi, si sarebbe ritrovato a suo agio. Seminate a Settembre le piante di kiwicha hanno ben presto colonizzato il terreno, ergendosi, come canne maestose, colorate di rosso e cariche di semi. Saranno questi, numerosi e prelibati, che si trasformeranno in zuppe, panificazioni saporite e non lievitate, iperproteiche e capaci di ottima conservazione, dopo una lieve tostatura.
E’ quella di tziu Delfino una bella lezione per tutti i giovani del suo territorio e non solo. Se avranno la sua caparbietà, la sua saggezza, la sua curiosità, forse potranno uscire dall’attuale pantano del non lavoro e della disoccupazione. Consci che il più grande aiuto lo potranno avere solo da loro stessi, forse, inizieranno ad alzare orgogliosamente la testa e togliere i piedi dal fango dell’immobilismo.

Ora, dopo avervi parlato di un uomo intelligente, è giusto che conosciate meglio questa straordinaria e bellissima pianta: l’Amaranto o kiwicha.
L’Amaranto (Amaranthus caudatus L.), è una dicotiledone annuale della famiglia delle amarantacee. E’ una pianta brevidiurna, rustica, che può raggiungere i 2,5 metri di altezza a maturità. Originariamente coltivata in giardino per la bellezza delle sue infiorescenze rosse ( il rosso amaranto è una varietà del colore rosso), ha limitate esigenze climatiche, resiste alla siccità (cresce anche in presenza di solo 200 mm di pioggia), al calore (ottimo di temperatura: 21-28°C) e al freddo (resiste fino a 4°C). Preferisce i suoli sciolti, sabbiosi, con elevato contenuto di humus.
La semina, manuale o meccanica, avviene a partire da Settembre. La raccolta dei semi è manuale e l’essicazione avviene al sole.
Lunga è la tradizione che considera l’amaranto una pianta sacra.
Il nome Amaranto deriva dal greco amarantos e cioè “che non appassisce”. Di qui il significato attribuito ad esso dai Greci di pianta dell’amicizia, della stima reciproca e più in generale espressione di tutti i sentimenti veri che non dovrebbero mai cambiare con il trascorre del tempo, in quanto eterni e unici. Nella mitologia greca si narra che le Dee amassero essere festeggiate con ghirlande di amaranto; in tale contesto l’amaranto era dunque utilizzato per ottenere protezione e benevolenza. I romani attribuivano all’amaranto il potere di tenere lontana l’invidia e la sventura.

Nel periodo ’600-’800 l’amaranto veniva utilizzato per ornare vestiti e abiti, in quanto si pensava fosse in grado di donare benessere fisico. Il fiore di amaranto è simbolo dell’immortalità nella cultura occidentale. La sua bellezza eterna fu contrapposta a quella fugace delle rose dallo scrittore greco Esopo (ca 620 a.C.- ca 560 a.C.) nel breve componimento intitolato ‘La Rosa e l’Amaranto’, inserito nella raccolta di 358 ‘Favole’ a scopo morale.

Nel XXI libro del trattato botanico enciclopedico ‘Naturalis historia’, lo scrittore naturalista romano Plinio il Vecchio (23-79) spiegò di avere osservato che l’amaranto davvero aveva la peculiarità di non morire mai: raccolto per l'essicazione, riprendeva vita miracolosamente appena a contatto dell’acqua, anche se i fiori erano ormai diventati appassiti. L’immortalità dell’amaranto fu citata anche nel libro III del poema epico in versi sciolti ‘Paradiso perduto’ (‘Paradise Lost’) pubblicato nel 1667 dallo scrittore e poeta inglese John Milton (1608-1674). Per questo motivo, i Greci utilizzarono questi fiori sacri nei riti funebri, per ornare le tombe e le immagini degli dèi.

Nella mitologia greca, Amaranto, re dell’isola di Eubea e cacciatore amato dalla dea della caccia Artemide, fu da questa tramutato in fiore dopo essere annegato a causa di un’onda gigantesca scatenata contro di lui dal dio Poseidone, offeso dal suo sminuire di valore il mare. Nell’ellenismo pagano, la pianta di amaranto – così particolare per le infiorescenze a ricchi grappoli o a pennacchi e le foglie a pigmento dal rosso al porpora, al violaceo e al dorato – fu infatti sacra al Tempio di Artemide, ad Efeso, in Turchia, e gradite alle dee ghirlande di questi fiori.

Presso gli antichi Greci, l’amaranto rappresentò anche i sentimenti profondi e immutabili nel tempo, come quelli dell'amicizia e della stima reciproca, ma ricorsero a questa pianta pure per ricercare protezione e benvolere. I Romani la ritenevano capace di tenere lontana ogni invidia e sventura, di favorire le guarigioni – ponendo i fiori di amaranto sul capo come un cerchietto – e di annientare le emozioni negative come il mal d’amore.
Nei secoli XVII-XIX, si credeva che l’amaranto portato addosso sulle vesti inducesse benessere al corpo.
Originario e poi coltivato nella valle di Tehuacán, nello Stato di Puebla, nel sud-est del Messico, tra il 5200 e il 3400 a.C., l’amaranto – 'huauhtli' in azteco, 'bledo' in spagnolo, 'kiwicha' tra gli andini – fu uno dei prodotti alimentari di base delle popolazioni pre-colombiane. Inca, Aztechi, popoli nativi americani e messicani lo utilizzarono come verdura e per i minuscoli semi tondi commestibili (di colore chiaro nelle specie domestiche), molto appetibili e di facile cottura, ma anche fondamentale a livello culturale e religioso. Cibo usuale tra le popolazioni amerindie (Navaho, Apache, Pueblo, ecc.), i semi di amaranto venivano consumati mescolandoli con mais nero e acqua dagli Zuni per formare delle palline da appoggiare su una griglia di bastoncini fissati sopra una pentola di acqua bollente e cucinarli a vapore.
Tuttavia, per tradizione, i semi di amaranto venivano anche sparsi a terra dai sacerdoti per invocare la pioggia. I semi tostati ‘palomitas’ (colombine), che scoppiavano diventando croccanti sul fuoco, venivano macinati a farina dagli Aztechi per unirla a mais e miele e formare degli idoli di pasta (‘zoale’) che rappresentavano per lo più il dio della guerra 'Huitzilopochtli’ oppure gli dei del raccolto, della fertilità, dell’acqua; aspersi del sangue dei sacrifici umani, le figure impastate venivano divise a pezzi durante i festeggiamenti in onore delle divinità, distribuiti e consumati dal popolo in una cerimonia di comunione. A questo si ispira il dolce tradizionale Alegría che, nella ricetta originale, prevede l’impasto di semi di amaranto tostati, zucchero di canna caramellato, acqua e limone, ma prevede varianti come la sostituzione con miele o melassa come dolcificante e l’aggiunta di uva passa o di scaglie di cioccolato.
E’ diventato un popolare snack – a volte con l’aggiunta di riso soffiato – venduto dapprima in Messico, poi in Nord America e in parte dell’Europa mentre, nel nord dell’India, è un prodotto similare il ‘laddoos’ a base di ‘rajeera’ (amaranto) e miele.

Gli Aztechi consumavano anche l’amaranto fresco e la farina dei semi cucinata in ‘tortilla’. Durante la colonizzazione spagnola (1519), tutti i rituali religiosi indigeni e la coltivazione della pianta furono vietati come sacrileghi dai missionari cattolici europei. Così l’amaranto rimase coltivato soltanto in piccole aree remote delle Ande e del Messico; nell’800, venne modestamente utilizzato in Asia come fosse un cereale e in Africa come verdura a foglia mentre, a scopo ornamentale, come pianta cespugliosa da giardino, era già impiantato in Europa dopo il ‘700.

I semini di amaranto, simbolo della coltura alimentare e della cultura indigena, furono al centro di studi scientifici internazionali negli anni ’70 per l’eccellente composizione nutrizionale attestata. Dopo essere stato recuperata in Messico da varietà selvatiche, la coltivazione dell’amaranto a scopo commerciale si diffuse così in Messico, Sud America, Stati Uniti, Cina, Polonia e Austria. Alcune varietà di amaranto sono interamente commestibili. I germogli dei semi e le foglie fresche (anche dette ‘spinaci cinesi’) sono verdure da consumare crudi in insalata, se teneri, o da bollire (Caraibi, ecc.), da cucinare in minestroni misti, in umido (con riso in Sri Lanka), in frittura (Messico, Perù, Cina, India) oppure da essiccare per l’utilizzo come spezie.
In India, l’amaranto è un ingrediente in diversi piatti, tra i quali il ‘keerai masial’ a base di un purè di queste foglie bollite, saltata con peperoncino rosso, aglio, cumino, curcuma, ecc. nello Stato indiano di Tamil Nadu. La chiara radice di amaranto, gustosa per il sapore simile a quello dei latticini, viene cucinata con pomodoro o con succo di tamarindo, è molto gustosa e ricorda il sapore dei latticini. In Grecia, la ‘vleeta’ consiste nelle foglie di amaranto bollite, condite in insalata con cipolla tritata, olio di oliva, limone, ed è servita in accompagnamento alla frittura di pesce.
Le piante di amaranto rappresentano un foraggio di alta qualità per l’alimentazione animale e sono trasformabili in compostaggio fertilizzante per i terreni. I semi di amaranto, che si raccolgono scuotendo le cime delle piante più datate, si possono consumare crudi da freschi oppure essiccati e cucinati (dopo una brevissima tostatura, anche insieme a cereali integrali) come addensanti (zuppe, stufati) dal sapore delicato leggermente dolciastro, soffiati (merendine, croccanti), ridotti in fiocchi (muesli, pappe), macinati a farina (crepes, pasta o, mescolata a quella di altri cereali dato che non lievita per tortillas e prodotti da forno come focacce, pane, dolci, ecc.). In Nepal, i semi di amaranto sono cucinati in brodo (‘sattoo’) o macinati in farina per preparare i ‘chapati’.
In Messico, la popolare bevanda calda ‘atole’ è a base di farina di amaranto, latte, zucchero, cannella e vaniglia. In Perù, dalla fermentazione dei semi si ricava la birra; i fiori servono come colorante alimentare – già utilizzato dagli amerindi Hopi – e, per tradizione, per arrossare le gote alle donne prima di ballare nelle feste di Carnevale.
Dal punto di vista nutrizionale, i semi di amaranto coltivato sono un concentrato di nutrienti, una fonte vegetale eccezionalmente costituita da proteine complete fino al 16%-20% per l’elevato valore biologico di lisina (6,2%) – aminoacido essenziale di cui sono carenti tutti i cereali – e di metionina (2,3%), ma anche di minerali dietetici (calcio, ferro, fosforo, magnesio, manganese, rame, ecc.) oltre a fibre grezze (circa 8%), amido, lipidi (6%-10%) ad alto grado di insaturazione come l’acido linoleico e lo squalene, vitamine A e C a livelli significativi.
Il consumo di semi di amaranto, privi di glutine e altamente digeribili, è indicato nell'alimentazione delle persone affette da celiachia, da problemi digestivi e intestinali, e di bambini in fase di svezzamento, di convalescenti e di anziani; sono inoltre sono stati rilevati buoni benefici nelle persone affette da artrite, diabete, gotta e reumatismi, oltre che durante la gravidanza, ma non è ancora diventato un alimento tradizionale in Occidente.
Sono in corso studi di genetica, di etnobotanica e di agronomia per sviluppare l’amaranto nell'agricoltura moderna come pianta di grande valore economico e potenziale ‘raccolto del futuro’ a buon mercato, capace di migliorare la nutrizione e la sicurezza alimentare e di favorire lo sviluppo rurale in modo sostenibile tra i popoli indigeni delle aree rurali aride subtropicali e tropicali. In questo senso giocano a favore di questa coltura l'elevato valore nutritivo globale, la rapida crescita, l'alto tasso di produttività, l’efficienza idrica, la facile raccolta dei nutrienti semi commestibili, che richiedono una scarsa quantità di combustibile per la cottura.

Credo che basti, come informazione, per conoscere questa pianta straordinaria che io personalmente conoscevo solo per averla vista nei negozi di fiori, col suo bel pennacchio rosso…amaranto!

Grazie alla curiosità di un saggio contadino ora, anche in Sardegna, chi vuole può conoscere meglio e "coltivare" questa pianta dalle innumerevoli virtù. Dipende solo da noi studiare come utilizzarla.

Seguiamo chi…ci ha tracciato la strada!

Grazie Tziu Delfino Porcu!

Grazie a Voi tutti dell’attenzione.


Mario