E' sempre l'ora...dI dare e ricevere...amicizia!

sabato, dicembre 29, 2012

L’AMICIZIA NEL TERZO MILLENNIO. ALLA RICERCA DEL RAPPORTO SINCERO E DISINTERESSATO NELL’ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE.


Oristano, 30 dicembre 2012

Cari amici,

non molte ore ci separano dall'alba del primo giorno dell’anno 2013. L'imminente notte di Capodanno sarà certamente ricca di auguri, piena di abbracci, baci e simili manifestazioni affettuose, capaci di darci, almeno apparentemente, la sensazione che ci vogliamo bene. Nelle mie ricorrenti riflessioni, proprio in questi giorni ho ripensato al “valore” odierno dell’amicizia. Anzi, per essere più precisi, mi sono chiesto se l’amicizia vera, quella reale, esiste ancora e se, rispetto al passato, essa abbia ancora un valore rilevante. La domanda forte e chiara che mi sono posto è questa:
esiste ancora in questo mondo globalizzato, quel sentimento speciale e privo di interesse quale è la vera amicizia?
L’amicizia come sappiamo è un sentimento che ha sempre destato l’interesse di studiosi e pensatori, di poeti e filosofi di tutte le culture e religioni. Il termine amicizia corrisponde al termine greco philía e si incontra nella filosofia greca dapprima come concetto fisico in Empedocle, poi come concetto etico che, fino a Platone, veniva ancora non nettamente distinto dall’eros, dall’amore. Cicerone nel suo “De Amicitia” elogia l'amicizia adottando l'ideale ellenico della filantropia, calato però nel contesto della realtà romana, tanto da diventare “legame interessato” fra persone aventi gli stessi ideali politici. La novità dell'impostazione ciceroniana consisteva soprattutto nello sforzo di allargare la base sociale delle amicizie, aggiungendo nuovi valori come “virtus” e “probitas” al precedente e ristretto valore costituito  dalla” nobilitas”. Mi sono chiesto: ma da allora ad oggi è mutato il reale significato di amicizia? Cosa si intende oggi per amicizia, considerato il suo vasto e complesso significato? 

Nel lessico corrente la parola amicizia viene usata molto spesso in modo improprio. L’amicizia viene spesso equivocata con la conoscenza, con la benevolenza, con la simpatia e l’amichevolezza. Il mondo degli affari attraverso la parvenza dell’amicizia  è dominato dall’interesse: dalla posizione nel mercato all'utile economico. Anche la politica, sia nella fase della competizione che nell’esercizio del potere, è alla continua ricerca di “amicizia”. In entrambi i casi, però, c'è ben poco spazio per instaurare “rapporti personali” realmente amichevoli e sinceri. Amicizia fittizia, dunque, amicizia “usa e getta”, solo esteriore, che assume spesso significati interiormente negativi. Amicizia apparente, falsamente disinteressata, veicolo che diventa, invece, strumento di “raccomandazione”, di manipolazione. Mezzo attraverso il quale acquisire un posto di lavoro, poter essere ricoverato in ospedale, avere una casa in affitto, o per ottenere indebite provvidenze. Amicizia necessaria per aggirare le regole, perché seguendo la procedura regolare, burocratica, non si ottiene nulla. Amicizia intesa quindi come un mezzo per passare davanti agli altri, per eludere la norma. Questa "forma" di amicizia, senza bisogno di ulteriori commenti, non è certo vera amicizia.
Questa cattiva interpretazione del valore dell'amicizia ha fatto credere a molti che la vera amicizia sia diventata una cosa obsoleta, solo una sopravvivenza del passato. Qualcosa di arcaico, come la lealtà feudale, oppure la magia o il folklore. Secondo costoro l'amicizia, col passare degli anni, si è persa nel tempo tramutandosi in “formali rapporti impersonali” privi di sentimento. La realtà, però, è diversa, meno tragica. L’amicizia, cari amici, è riuscita a sopravvivere, ma è meno apparente, meno visibile, confinata accuratamente nella sfera dell'intimo, lontana dai riflettori e senza alcuna contaminazione con gli affari, i pubblici uffici e la politica.

Alberoni nel suo libro “L'amicizia” sostiene che nonostante la catastrofica convinzione della scomparsa dell’amicizia, questa, invece, è sopravvissuta ed è viva e vegeta. L'amicizia, secondo Alberoni, continua ad essere una componente essenziale della nostra vita. Solo che è necessario conoscere meglio e più a fondo la complessità dei suoi significati per arrivare a scoprirla. La parola amicizia, come aveva rilevato già duemila anni fa Aristotele, è un termine complesso. E’ necessario saper distinguere, fra i diversi tipi di amicizia, quella «vera», quella superiore, la sola che possa fregiarsi appieno del nobile termine di amicizia. Per Aristotele la distinzione più importante è quella fra amicizia fondata sull'utile e quella fondata sulla virtù, l'unica che merita il nome di vera amicizia (Aristotele, Etica Nicomachea, Laterza, Bari 1979, pag. 195 e segg.).

Alberoni, riprendendo i vecchi concetti, scinde l’amicizia in quattro diverse espressioni, dando alla stessa quattro “diversi” significati. Eccoli.
Primo significato: amicizia intesa come conoscenza. Spesso ci sono delle persone che consideriamo nostre amiche ma che in  realtà, sono solo dei conoscenti. Persone di cui sappiamo cosa pensano, come vivono, che problemi hanno; persone che sentiamo vicine, alle quali ci rivolgiamo per un aiuto reciproco e con le quali instauriamo buoni rapporti. Manca però un tassello importante: non abbiamo con loro quella profonda confidenza, quella complicità, che ci consente di confidare loro le nostre ansie più segrete. Queste persone non sono “dentro di noi”, non sono parte di noi; quando, dopo molto tempo, li rivediamo non ci sembra che il tempo non sia trascorso, come succede con gli amici veri. Certo, per noi non sono estranei, ma manca un ingrediente importante: manca la concreta relazione affettiva, quella "tessera" che trasforma la conoscenza in amicizia.
Secondo significato: amicizia intesa come solidarietà collettiva. Occorre sempre separare l’amicizia dalla solidarietà. Intesa questa “solidarietà” come amicizia solidale con quelli che “stanno dalla nostra parte”: in un partito, in una squadra, in un’azienda o in caserma. Da un lato gli amici, dall'altro i nemici. Questo tipo di solidarietà è priva di quell'essenziale "sentimento personale", componente indispensabile dell'amicizia. Colui che porta la mia stessa divisa è un amico, ma di lui non so nulla. Sono questi legami esclusivamente di natura collettiva, non rapporti di interscambio personali.
Terzo significato: amicizia intesa come relazione del ruolo sociale. È questa l’amicizia basata sull’utile, sulla convenienza, messa in atto sia nel campo degli affari che in campo politico. Anche questo tipo di legame ha ben poco di intimo, affettivo, e dura finché dura l'utile da salvaguardare. Amicizia apparente quest'ultima che troviamo in  molte relazioni professionali, fra colleghi di lavoro, di sodalizio e fra vicini di casa.
Quarto significato: amicizia intesa come simpatia e amichevolezza. In quest’ultima categoria sono comprese le manifestazioni amichevoli tra persone con cui ci troviamo bene, che ci sono simpatiche, con le quali condividiamo un comune pensiero o che ammiriamo. Anche in questo caso, però, occorre essere prudenti ad usare l'espressione amicizia, che richiede ancora ulteriori passi per consolidare stati d’animo o emotivi spesso labili o superficiali.

“Cosa dobbiamo intendere, allora, per amicizia?”, sostiene Alberoni, che afferma: “Intuitivamente questa parola ci fa venir in mente un sentimento sereno, limpido, fatto di fiducia, di confidenza”. [….] In un libro recente J.M. Reisman, dopo aver esaminato tutta l'immensa letteratura sull'argomento, ha dato la seguente definizione dell'amicizia: «Amico è colui a cui piace e che desidera fare del bene ad un altro e che ritiene che i suoi sentimenti siano ricambiati (John M. Reisman, Anatomy of Friendship, Irvington Publishers, New York 1979.). Con questa definizione Reisman colloca l'amicizia nel mondo dei sentimenti altruistici e sinceri. Non è possibile alcuna confusione con l'interesse, il calcolo ed il potere. Semmai il difetto della definizione di Reisman è di essere troppo generica. Anche una madre desidera fare del bene al suo bambino e ritiene che i suoi sentimenti siano ricambiati. Lo stesso avviene nel rapporto fra innamorati, fra coniugi che si amano, o fra fratelli, se i fratelli si vogliono bene. La definizione di Reisman riguarda, in generale, l'amore. Amare, scriveva San Tommaso d'Aquino, è voler rendere felice l'altro”.

Amicizia e Amore, cari amici, sono espressioni dello stesso sentimento, parte di un unico mondo. Il vero problema, però, è come distinguere l’amicizia pura dalle altre forme di amore fra persone. Per esempio, in che cosa differisce l'amicizia disinteressata dall'innamoramento e dall’amore? La differenza, pur visibile, è labile, sottile. Alberoni sgombra subito il campo dichiarando che amicizia e innamoramento sono due fenomeni diversissimi, addirittura opposti. L'innamoramento è un fatto, un accadimento, che ha un inizio definito. Alla sua origine c'è lo stato nascente (Francesco Alberoni, Innamoramento e amore, Garzanti, Milano 1979), una folgorazione, una rivelazione. L'amicizia, invece, non diventa se stessa con una rivelazione unica iniziale, ma con una serie di incontri e di approfondimenti successivi. L’amicizia si perfeziona con “una filigrana di incontri”.

L'innamoramento è una improvvisa trasformazione dell'essere umano, uno shock che mette in moto forze interiori forti, passionali. In tedesco passione si dice Leidenschaft. Leiden è la sofferenza. Nella passione c'è, infatti, sempre anche un soffrire. L'innamoramento è estasi ma anche tormento. L'amicizia, al contrario, non ama la sofferenza: è gioia, felicità, distensione. L'innamoramento può essere limitato ad una sola parte: ci si può innamorare senza essere corrisposti, mentre l’amicizia esiste solo se reciprocamente condivisa. Come è bello incontrare un amico quando sei solo, quando sei angosciato, quando devi prendere una decisione. Già vederlo mentre ti viene incontro sorridente ti rasserena. Non ci saranno grandi effusioni, solo un abbraccio lieve, che spalanca e conforta l’anima. Con lui potrai essere sincero, dire tutto quello che vuoi, senza timori, senza pudori, sapendo che ti capisce, che sta dalla tua parte e che se ti serve qualcosa lo capirà da solo e agirà senza chiederti nulla. Il tuo amico non ti farà domande che non gradisci, non dirà nulla che ti possa infastidire. Potrai parlare o stare zitto, fermarti o andartene subito. Anche se siete rimasti lontano molto tempo, non ti subisserà di domande per sapere dove sei stato e cosa hai fatto. Nell’amicizia il tempo è come se non esistesse, quando vi incontrate è come se riprendeste il filo della conversazione interrotta, anche dopo vent’anni. Parlerai di ciò che ti sta a cuore e lui ti ascolterà. Non dovrai fare nessuno sforzo. L’amicizia è prima di tutto distensione, riposo. Che differenza con l’amore, con la passione amorosa!

Ebbene, cari amici, in questo ultimo scorcio di anno 2012 a Voi che avete seguito con passione le mie riflessioni voglio fare un augurio, di vero cuore. Auguro che il nuovo anno non solo consolidi le amicizie vere che avete e di cui siete orgogliosi, ma ne aggiunga delle altre. L’amicizia è una perla rara e trovarla e condividerla è come entrare in possesso di un grande tesoro.
Penso di chiudere le mie riflessioni di quest’anno con questo “pezzo” sull’amicizia, certamente un argomento consono a questo periodo natalizio. Mi sarebbe piaciuto continuare il confronto tra l’amicizia e l’amore ma il discorso si farebbe troppo lungo. Spero che il primo argomento del prossimo Gennaio sia dedicato proprio al proseguimento di questo discorso. Magari rispolverando anche uno dei miei “amorosi” ricordi giovanili. Chissà!
Grazie, cari amici, della Vostra " A M I C I Z I A ", con il mio più sincero augurio di Buon Anno.
Vi abbraccio.
Mario


lunedì, dicembre 24, 2012

UN NATALE LONTANO MA MAI DIMENTICATO! MAI CONFONDERE LA BIRRA CON IL VINO…

Oristano 23 Dicembre 2012

Cari amici,

è passato tanto di quel tempo, ma i ricordi di un certo tipo si fissano nella nostra mente in maniera indelebile! Era il Dicembre del 1979 e la mia sede di lavoro era a Fonni, nel cuore della Barbagia, paese situato ad oltre mille metri d’altezza, il più alto dell’isola. Non c’ero andato volentieri in quella zona della Sardegna dove prima non ero mai stato. Le esigenze lavorative, però, non consentono scelte e, lasciata malvolentieri la sede di Ales dove pochi anni prima avevo portato la famiglia, mi trasferii, da solo, a Fonni nel Febbraio del 1979. Mia moglie insegnava ad Ales e quindi non poteva lasciare la Sua sede di lavoro.


Febbraio, lo sappiamo, è uno dei mesi più freddi dell’inverno e la sorte volle che iniziassi il mio lavoro di primo direttore della neonata Agenzia del Banco di Sardegna proprio in un freddo giorno di febbraio. Possedevo, allora un Renault 15 coupé con il cambio automatico, macchina non certo ideale per le strade di montagna; feci il viaggio di primo mattino con molta preoccupazione, perché, per chi non è abituato, non è facile guidare su strada ghiacciate. Sapevo che la sede del Banco era nel corso principale e non faticai a trovarla, ben individuata da un’ampia insegna. Mentre cercavo parcheggio mi meravigliai dei cumuli, che a me sembravano di terra e pietre, che vedevo ai bordi della strada. Mi chiedevo il perché di tanto disordine, finché, sceso dalla macchina, non mi accertai della loro vera natura: erano cumuli di neve ghiacciata annerita dal traffico e che ad un profano come me sembravano terra e pietre! In effetti la prima impressione su questo paese di montagna non fu molto favorevole. Mi ambientai presto, comunque, e per circa tre anni vissi in albergo (all’hotel Cualbu) il cui proprietario, ziu Battista, fu straordinariamente amichevole con me tanto da farmi superare subito le mie remore iniziali, agevolando il mio inserimento in tempi brevi in un ambiente cosi chiuso e riservato come quello barbaricino.

In poco tempo avevo preso dimestichezza con l’ambiente e non fu difficile, considerata anche la professione che svolgevo, conoscere più o meno tutti. In quegli anni la Sardegna viveva un momento economicamente valido: il boom degli anni ’70 aveva aperto l’Isola ad un turismo più ampio che vedeva interessate anche le zone interne, non solo quelle costiere. A Fonni ziu Battista Cualbu era una vera e propria autorità, una specie di grande patriarca. Aveva costruito un bell’albergo al centro del paese e la famiglia di suo fratello un altro proprio sul Bruncu Spina, la parte più alta della montagna, a 1.385 metri di altitudine. Quest’ultimo albergo era destinato sia al turismo invernale (unico posto in Sardegna dove si poteva sciare) che a quello estivo. Questo albergo era gestito da uno dei nipoti di ziu Battista, Carletto, figlio del fratello, che anche se la famiglia, ormai, abitava a Cagliari, trascorreva la gran parte del tempo all’Hotel Monte Spada, seguendone la gestione. Carletto era un imprenditore dinamico. Si era circondato di uno staff di buon livello e non operava “artigianalmente”, come la gran parte dei piccoli operatori turistici dei centri dell’interno, ma in maniera molto commerciale. In quest’ottica di pubblicizzazione della sua struttura alberghiera aveva intrapreso fruttuosi contatti con operatori turistici dei Paesi del Nord Europa, dove la Sardegna era considerata una meta molto ambita.

L’episodio che sto per raccontarvi avvenne proprio con l’arrivo, in visita di cortesia, di questi “operatori”: un gruppo di tedeschi e svedesi, che capitò a Fonni nel Dicembre del 1980. Episodio curioso che fortunatamente non ebbe gravi conseguenze ma,  sapientemente raccontato in giro da Carletto e dagli amici , fece il giro dell’Isola. Ecco cosa ricordo io di quel fatto, nonostante i molti anni passati.
Ormai ero a Fonni da quasi un anno; con molta buona volontà avevo superato le remore iniziali e mi ero lentamente inserito nel difficile ambiente di questo centro. Con Carletto eravamo diventati buoni amici. Spesso la sera passava a prendermi in ufficio con il suo fuoristrada e mi portava a Monte Spada, per trascorrere alcune ore in compagna dei molti amici e clienti che frequentavano l’albergo, comodo e riscaldato, dove nel piano sottostante si trovava una bella discoteca. La mia età, allora, (oltre trent’anni fa) era ben più giovane di quella di adesso: a 35 anni ero ancora un giovane che non disdegnava un’interessante serata in un bel locale, in compagnia di amici, di un buon pasto e di buona musica. Eravamo arrivati, ormai, alla fine dell’anno: era il dicembre del 1980. In un paese dove nevica spesso alla fine dell’anno si sentiva già l’aria del Natale, quell’aria magica che spesso vediamo nelle cartoline. Io rientravo a casa ogni Venerdì e d’inverno, dopo una faticosa settimana passata fuori casa, il paesaggio imbiancato, pur bello, mi impensieriva non poco,  per il lungo viaggio che dovevo affrontare per tornare a casa. 

Una mattina, eravamo verso il 20 di dicembre, Carletto piombò in ufficio e mi disse con viso allegro, solare, che la sera ero invitato da lui a cena a Monte Spada: era in arrivo un gruppo di Tour Operators del Nord Europa e lui voleva farmi partecipe di questo importante evento. Questi operatori turistici erano quelli che avrebbero calamitato nel suo albergo un buon numero di turisti e lui, volendo fare bella figura, li aveva invitati a trascorrere il Natale nel suo albergo! Non gli dissi certo di no e, dopo la chiusura dell’ufficio, passò a prendermi con la sua Land Rover e mi portò a Monte Spada. Quando arrivammo c’era già fermento; una ventina di persone, in gran parte giovani e di sesso femminile, bionde soprattutto, aveva invaso la hall e chiacchierava con il direttore e i ragazzi dello staff. 
Al nostro arrivo, dopo le presentazioni, ci trasferimmo in un attiguo grande locale circolare, strutturato come un ovile di montagna (un grande “pinnettu”), riscaldato da un enorme camino bordato di tronchi di ginepro, al cui interno, infilzati in pesanti spiedi, agnelli e maialetti doravano lentamente. L’ampio pavimentato era stato realizzato con spezzoni di tronchi di quercia infissi per terra, che contribuivano a mantenere caldo l’ambiente. L’atmosfera era superbamente gradevole e gli amici “nordici” estasiati. Tra pane carasau, salsicce fresche, formaggio pecorino e prosciutti vari il tempo trascorreva piacevolmente in allegria; la bontà dei cibi era accompagnata da grandi boccali di vino nero, dolce ma altamente alcolico! Il vino si sa fa buon sangue ed in poco tempo le persone che lo bevono diventano molto cordiali ed amiche: i sorrisi e gli abbracci si sprecavano. 

Al termine di questi calorici antipasti, grandi vassoi in sughero pieni di carne arrosto, calda e fragrante, furono posati sui tavoli con grande letizia generale! Il banchetto era al massimo del gradimento e gli ospiti mangiavano e bevevano in letizia. Quello che veniva consumato “senza calcolo o misura” era in particolare il vino: i nostri ospiti abituati a bere i grandi boccali di birra, sia uomini che donne, non bevevano il vino a piccoli sorsi come d’uso, ma vuotavano d’un fiato il bicchiere, ingurgitando dosi di alcol non indifferenti. La bontà di quel liquido scuro dolce e inebriante, era una tentazione troppo forte per pensare allo stordimento che già in alcuni di essi appariva manifesto. A cena ultimata non fu facile spostarsi in discoteca, al piano seminterrato, ma con non poca difficoltà il gruppetto, un po’ ondeggiante, riuscì a raggiungerla. La festa era appena cominciata!
Tra musica, dolcetti sardi, e altro vino la serata continuò ancora a lungo, fino a tardi. Quando la stanchezza iniziò a farsi più pesante il gruppetto iniziò a sciogliersi. La gran parte si ritrovava con le gambe che non rispondevano ai comandi: era difficile se non impossibile reggersi ancora in piedi. Alcuni a stento e appoggiandosi alle pareti iniziarono la lenta risalita verso le camere. Qualcuno, uno in particolare, non riusciva a lasciare la poltrona dove, dopo le abbondanti libagioni, era approdato ormai senza più forze. Con grande fatica tutti riuscirono a lasciare il locale, tranne quest’ultimo. L’uomo era pesante (ricordo ben oltre il quintale di peso) e smuoverlo da quella postazione non fu facile. Ci provarono in molti, in tutti i modi, a sollevarlo dalla poltrona ma il peso e la mancata collaborazione non ottenne risultati e finirono per desistere. Non essendoci altre soluzioni si decise che avrebbe dormito li, in discoteca. Fu avvicinata un’altra poltrona per fargli appoggiare una parte delle gambe, portate alcune coperte ed un cuscino e l’uomo, ormai sbronzo e semi addormentato, trascorse li la notte. Carletto mi raccontò che l’indomani, a mezza mattina, dormiva ancora come un angioletto! Chissà come avrà raccontato ai sui amici, al ritorno in Germania, l’impatto con il nostro dolce vino di Barbagia!

Cari amici il Natale anche quest’anno è alle porte. Ho voluto curiosamente riportarvi questo lontano flash della mia gioventù per appagare la vostra curiosità (in particolare quella di una cara lettrice che mi invita continuamente a colorare questo blog con i miei ricordi) e per augurare, col cuore a tutti Voi un sincero Buon Natale ed un sereno Nuovo Anno. Spero che, considerati i tempi, non abbondiamo nello spreco, nel superfluo, ma riflettiamo e se possibile diamo una mano ai tanti meno fortunati di noi che vivono queste festività con tristezza e rassegnazione. Aiutiamoli a ritrovare, anche se solo per un attimo, un sorriso.

A U G U R I  A TUTTI VOI DI VERO CUORE!

Mario


martedì, dicembre 18, 2012

IMMORTALATO NELLA LEGGENDA E NELLA STORIA L’ARCO HA TRIONFALMENTE ATTRAVERSATO I SECOLI. LA LUNGA STORIA DI UNO STRUMENTO DI CACCIA, GUERRA E SPORT.

Oristano 18 Dicembre 2012
Cari amici,
oggi voglio ripercorrere con Voi la lunga storia dell’arco. Questo desiderio mi è venuto da quando tutte le settimane accompagno mio figlio Santino agli allenamenti di tiro con l’arco. Spesso sto a lungo in osservazione e mi affascina non solo il meccanismo ma la potenza del tiro. La mia mente torna indietro nel tempo ed immagina l’uomo preistorico che con astuzia si confezionò il primo arco, capace di lanciare con forza frecce in grado di uccidere l'animale senza rischiare di morire con il “corpo a corpo” con la preda. Ecco ora la lunga storia di uno strumento straordinario che dopo millenni mantiene ancora intatta la sua vitalità.

Dopo la scoperta del fuoco e della ruota credo che nella storia umana l'invenzione dell’arco sia una delle scoperte più rilevanti. A partire dal Neolitico e fino all'avvento delle armi da fuoco nel XVI secolo, l'arco ha contribuito in modo determinante allo sviluppo ed al progresso dell’uomo, sia come efficace strumento da caccia che come arma da guerra. La scoperta dell’arco si è dimostrata fondamentale in tutte le culture delle varie parti del mondo: dall’Asia all’Europa, dall’Africa alle Americhe. I nomadi dell' Asia centrale grazie alla forza da combattimento dell’arco fondarono vasti imperi e giunsero a dominare la Cina; gli eserciti medievali combatterono efficacemente con l’arco in tutta Europa, gli Inglesi studiarono un efficace modello di “arco lungo”, mentre gli indiani d’America studiarono un modello corto per usarlo comodamente lanciati al galoppo con il cavallo. L’arco, introdotto da tutte le culture, nel corso dei secoli fu modificato profondamente e, da strumento rudimentale qual'era, costituito da un ramo e una corda, divenne nel tempo un dispositivo meccanico altamente sofisticato. 

Com’è fatto essenzialmente un arco? Fondamentalmente un arco è una molla a due bracci mantenuta in tensione da una corda che ne unisce le estremità. Quando lo si tende, il dorso (la parte esterna della curvatura) è sottoposto a uno sforzo di trazione mentre il ventre (la parte interna della curvatura) subisce una forza di compressione. L'arco deve adattarsi a queste forze per evitare di spezzarsi e per poter scagliare lontano la freccia. Nei flettenti di un arco completamente teso è immagazzinata una grande energia potenziale, che viene trasferita alla freccia e le dà impulso quando si lascia andare la corda. Dal semplice originario arco del Paleolitico una lenta evoluzione ha costantemente modificato lo strumento, seguendo due filoni distinti nella progettazione degli archi, uno europeo e uno asiatico. Nessuno dei due può essere considerato intrinsecamente migliore dell'altro; ciascun progetto di arco rappresenta invece una possibile soluzione al problema di scagliare con precisione un dardo piccolo e leggero imprimendogli forza di penetrazione. Questo processo graduale di miglioramento dell'arco ha richiesto millenni e ha coinvolto molte culture, a partire da quelle preistoriche. Basti un esempio: alcuni studiosi ritenevano che l'arco lungo inglese fosse stato inventato nel Medioevo dagli anglosassoni, dai normanni o dai gallesi, mentre in realtà se ne sono scoperti antecedenti che risalgono ad almeno 8000 anni fa. Alcuni dati fanno pensare che l'equipaggiamento per l'arciere sia apparso all'inizio del Paleolitico superiore (35 000-8000 a.C. circa).
Il legno preferibilmente utilizzato per i primi archi era il tasso. In questo legno sono facilmente distinguibili due strati: l'alburno, di colore biancastro, che è lo strato esterno dell'albero, fisiologicamente attivo, e il durame, di colore rosso-arancione, che è la parte morta centrale. L'alburno è elastico e ha una buona resistenza alla tensione, mentre il durame è più adatto a sopportare gli sforzi di compressione.

Al di fuori dell'Europa l'evoluzione dell'arco seguì una via abbastanza differente. Le sue varianti più complesse ebbero origine in Asia. Mentre in Europa si studiavano forme e tipi di legno, in Asia,  al contrario, i costruttori sembrarono concentrarsi non tanto sulla forma dei bracci, quanto su altri materiali di supporto da impiegare. In particolare, in Asia si utilizzarono adesivi ricavati da pelli e dalla vescica natatoria di pesci per incollare tendini di animali al dorso degli archi. Il tendine ha una elevata resistenza alla trazione, valutabile in circa 20 chilogrammi per millimetro quadrato, ossia più o meno quattro volte quella dei legni da arco. L'uso del tendine consente di costruire un arco notevolmente più corto senza sacrificare l'estensione della corda e senza aumentare il rischio di rottura. Facili da maneggiare stando in sella, questi archi corti rinforzati con tendine vennero utilizzati in Asia settentrionale e in Estremo Oriente, ma anche alcune tribù indiane delle pianure del Nord America svilupparono e usarono archi di questo tipo. Gli antichi costruttori di archi in Asia orientale e occidentale non si limitarono a rinforzare gli archi con tendine; alcuni si resero conto che in natura esistono materiali più resistenti del legno. Essi idearono, cosi, l'arco composto o a struttura mista, di maggiore complessità meccanica, la cui costruzione richiedeva una perizia notevole. Come indica il nome, questo tipo di arco combina materiali diversi: nella sua forma classica, è costituito da un sottile «cuore» in legno rinforzato con tendine sul dorso e corno, di solito di bufalo indiano, sul ventre. Modernamente questo tipo di arco è stato spesso definito laminato o rinforzato. L'arco composto sfrutta pienamente le proprietà dei materiali impiegati nella sua costruzione. Il tendine incollato al dorso sopporta bene lo sforzo di trazione; il corno, che ha una resistenza massima di circa 13 chilogrammi per millimetro quadrato, all'incirca il doppio di quella dei legni duri usati in precedenza. Prove effettuate dimostrano che un arco composto con una potenza di 27 chilogrammi può imprimere a una freccia la stessa velocità (circa 50 metri al secondo) di un arco lungo medievale in legno di tasso con una potenza di 36 chilogrammi.


L’arco composto è stato ampiamente modificato nel tempo. Verso il XVII secolo, nuove varianti alla struttura di base dell'arco composto vennero introdotte dai turchi ottomani e dalle tribù turche dell'Iran. Si sperimentarono modifiche su archi lunghi solamente 111-116 centimetri: eliminando l'impugnatura arretrata e le montature di osso o corno che rinforzavano le parti terminali dei flettenti degli esemplari più antichi, si otteneva un arco dall'impugnatura rigida e dai bracci che formavano una curvatura aggraziata terminante con estremità leggermente ricurve. Questi archi corti avevano una grande estensione della corda ed erano straordinariamente potenti: la loro potenza andava da 36 a più di 45 chilogrammi, ed era quindi paragonabile a quello dell'arco lungo inglese, che ha dimensioni quasi doppie. Armata con l'arco turco, la cavalleria ottomana si dimostrò formidabile e fu la forza trainante della conquista dell'Europa orientale nel Medioevo. Il declino dell’arco come arma da guerra si ebbe con l’invenzione della polvere da sparo e dei fucili che resero obsoleto l’arco come strumento bellico, che però sopravvisse come strumento adatto all’attività sportiva: caccia e tiro al bersaglio.
Nel 1537, il re Enrico VIII promosse il tiro con l'arco sportivo in Inghilterra, incaricando Sir Christopher Morris di istituire una società arcieristica, la Guild of St. George. Società arcieristiche vennero fondate durante tutto il diciassettesimo secolo e l'indizione di frequenti tornei confermarono il tiro con l'arco come uno sport da competizione: il torneo "Ancien Scorton Silver Arrow" si tenne per la prima volta nel 1673 nello Yorkshire, in Inghilterra e si svolge ancora oggi. Anche le donne si unirono agli uomini nelle competizioni e nel 1787, per la prima volta, furono ammesse in una società arcieristica. La prima società arcieristica Nord Americana, gli United Bowmen di Filadelfia, fu istituita nel 1828; l'entusiasmo per il tiro di campagna, un tipo di competizione che simula la caccia, e la caccia vera e propria, portarono alla fondazione della National Field Artchery Association nel 1939; nel 1979 fu fondata la National Archery Association che iniziò a tenere tornei di tiro alla targa. Il tiro con l'arco fu presente alle Olimpiadi per la prima volta a Parigi, nel 1900; si tirò con l'arco anche nel 1904 a St. Louis, nel 1908 in Inghilterra, e nel 1920 in Belgio. Solo nel 1972 il tiro con l'arco fu di nuovo ammesso alla Olimpiadi. Per organizzare meglio il tiro con l'arco competitivo, gli arcieri polacchi si impegnarono negli anni 30, nella fondazione di un organismo internazionale, la Federation Internationale de Tir L'Arc, meglio conosciuta come FITA, che stabilì un regolamento universale e un tipo di torneo che con il tempo fu adottato sia dagli uomini che dalle donne nelle Olimpiadi moderne. In Italia questo sport è affiliato alla FITARCO, Federazione Italiana Tiro con l’Arco.

Naturalmente gli archi attuali sono ben diversi dagli archi usati nel tempo: il progresso tecnico nella struttura degli archi e delle frecce ha incrementato la loro precisione e la loro robustezza, quindi l'interesse nel tiro con l'arco.
Oggi sono organizzate gare con diversi tipi di arco:
-    arco Long Bow, il tipo di arco più simile all’arco tradizionale, anche se di solito realizzato in base a disegni studiati a fondo e con tecniche moderne: incollaggio di diversi strati di legni di essenze diverse, eventualmente rinforzati da lamine di materiale sintetico;
-    arco cosiddetto “Olimpico”, perché archi di questo tipo sono usati per le gare olimpiche; non più costruiti in legno ma in tre parti distinte, da montare prima del tiro: un riser centrale in metallo e due flettenti, realizzati con materiali sintetici; per il tiro questo arco è equipaggiato con mirino ed altri ausili per il tiro;
-    arco compound, inventato dall’americano H. W. Allen nel 1966: questo arco si serve di pulegge eccentriche o camme, montate alle estremità dei flettenti, e di una incordatura particolare per ridurre la forza necessaria per tenere aperto l’arco e poter usare così archi più potenti. Ideato per la caccia (per poter tirare frecce più lontano e con potere di penetrazione maggiore) questo arco, molto popolare nel Nord America, è usato anche per le gare di tiro, sia alla targa che nel tiro di campagna. Equipaggiato con diversi ausili ed usato con uno sgancio meccanico permette di effettuare tiri di notevole precisione.

La competizione olimpionica con l’arco, definita appunto "Divisione Olimpica", è limitata all'arco ricurvo, mentre le altre forme di arco sono praticate in numerose competizioni sportive in tutte le parti del mondo.
Voglio chiudere questa mia breve storia dell’arco ricordando a tutti Voi che l’arco, oltre che strumento potente di difesa ed offesa, ha sempre avuto per l’uomo un significato simbolico importante. L’arco, dunque, come simbolo che, unito alle frecce, è ovunque un simbolo d’amore. Il dio Amore, il Sole, Shiva hanno tutti l’arco, la faretra, le frecce. L’arco di Ulisse rappresenta il potere di re, in Giobbe è la forza (“nella mia mano l’arco riprenderà la forza”). Nel Sagittario è la sublimazione dei desideri. L’arcobaleno è il simbolo della speranza, del legame tra cielo e terra “E Dio disse, io ho messo il mio arco nella nuvola ed esso sarà per segno del patto tra me e la terra. Ed avverrà che quando io avrò coperto la terra di nuvole, l’arco apparirà nella nuvola” (Genesi 9, 13-14).


Cari amici, spero che la storia dell’arco e del suo cammino a fianco all’uomo abbia riaperto anche in Voi quei file che, spesso, restano dormienti nella nostra mente. In me questo è avvenuto e posso dirvi, senza retorica, che il tiro con l’arco è un vero e proprio allenamento non solo fisico ma mentale. La freccia che scagliata dall’arco vola dritta verso il bersaglio, identifica la nostra  determinazione al raggiungimento del risultato; il gesto fisico è parte integrante del gesto mentale,  gesto che richiede agilità, armonia, fermezza, costanza e determinazione insieme. In ognuno di noi c’è un bersaglio interiore da colpire, e a quello deve tendere il dardo scagliato, facendo in modo che esso colpisca nel segno e non si disperda, appagando il nostro Io e consentendo, alla nostra mente ed al nostro braccio, di raggiungere il risultato cercato. Il tiro con l’arco è una sfida continua, una gara tesa come la corda stessa dell’arco, giocata dall'arciere in lotta con se stesso! E’ proprio in questa gara continua, tra noi ed il nostro Io, che sta la vera essenza di questo nobile sport.
Alle soglie delle festività giunga a tutti Voi il mio più sincero augurio di
B U O N E   F E S T E !
Mario


lunedì, dicembre 17, 2012

SVILUPPO ED OCCUPAZIONE. POSSEDERE LE RISORSE E IGNORARLE E’ PEGGIO CHE NON AVERLE. UN CASO ECLATANTE: IL LAGO OMODEO E LA DIGA “ELEONORA”, RISORSE DI GRANDE RILIEVO ECONOMICO E TURISTICO CHE NON TROVANO LA GIUSTA VALORIZZAZIONE.

Oristano, 17 Dicembre 2012
Cari amici,
la Sardegna oggi rappresenta, nel panorama delle regioni italiane, una realtà economica di modesto valore, classificandosi nei posti più bassi della classifica, sia come Prodotto Interno Lordo che come redditi pro capite. Eppure esaminando i parametri base per il calcolo della ricchezza potenziale i dati non quadrano: c’è una abissale differenza tra ricchezza potenziale e ricchezza prodotta. La nostra Isola ha una dotazione naturale di grande spessore che, opportunamente utilizzata, potrebbe farci fare un salto di qualità di non poco conto. Questa mia affermazione non è così  campata in aria.
Il rapporto territorio/abitanti dimostra che abbiamo spazi a sufficienza, dove poter impostare attività sia turistiche che economiche di rilievo senza arrecare danni o modifiche irreversibili al territorio: nella nostra vasta regione siamo meno di 1.500mila abitanti. La nostra invidiabile posizione al centro del Mediterraneo ci consente di godere di un clima favorevole, con temperature mai esagerate, sia d’inverno che d’estate. Sole, clima, spazi e coste fra le più belle della nostra nazione, dovrebbero fare della nostra isola un potenziale paradiso. Un solo esempio: nei nostri campi da golf si può giocare 365 giorni all’anno! Sardegna regione-cartolina ma incapace di dare buon reddito ai suoi abitanti. Non basta, poi, la dotazione naturale prima riportata, c’è dell’altro. La straordinaria storia della nostra Isola, abitata fin dalle epoche più remote (forse l’ultima propaggine della mitica Atlantide), evidenzia un patrimonio culturale millenario, che spazia dai nuraghi alle tombe di giganti, dai villaggi nuragici del neolitico alle foreste fossili, per arrivare ai “Giganti di Mont’e Prama”, le enormi statue di arenaria rinvenute nel Sinis di Cabras, che hanno rivoluzionato la storia del Mediterraneo,  patrimonio che  dovrebbe costituire un richiamo turistico forte, sia turistico che culturale e commerciale. Eppure tutto questo patrimonio potenziale rimane dormiente, senza utilizzo economico, mentre i nostri giovani  migliori sono costretti, nonostante le capacità, ad emigrare per mendicare un posto di lavoro. La Sardegna le risorse le ha ma non le mette in opera. Sviluppo ed occupazione partono dall’utilizzo delle risorse, non vi sono alternative.

Nella primavera scorsa con un gruppo di amici provenienti dal nord Italia abbiamo fatto una piccola escursione sul lago Omodeo. La richiesta di visitare il lago fu fatta da loro, considerando che avevano saputo che questo nostro lago è oggi il lago artificiale più grande d’Europa. Nella breve e piacevole gita ci recammo a visitare i piccoli paesi che si affacciano su questo lago: Zuri, Tadasuni, Boroneddu, Sorradile, Soddì ed altri. Questi amici rimasero estasiati sia della bellezza dei luoghi che dei piccoli borghi, apprezzandone tutta la loro bellezza e la serenità che ispiravano. Quando ci affacciammo sulla riva del lago mi dissero che era bellissimo, che non aveva niente ha da invidiare agli altri laghi sia italiani che europei, ben più famosi e conosciuti.  Era fine primavera e la tiepida giornata invitava a passeggiare nel verde, respirando, con un senso di pace, il profumo primaverile. Un silenzio rilassante ci avvolgeva: intorno a noi piccoli boschi di querce, chiesette e villaggi campestri e piccoli greggi al pascolo. Una bellezza semplice e maestosa allo stesso tempo. Difficile da descrivere perché indefinibile: si può apprezzare ed ammirare solo immergendosi al suo interno. 

Al rientro, stanchi ma appagati, felici, la discussione sulla giornata e sui luoghi riprese. In sostanza la domanda, pur espressa in mille modi, era una sola: com’è  che possedendo tesori di questo tipo, vivendo in un mondo meraviglioso, quasi unico, non siete capaci di valorizzare questo patrimonio? Perché non utilizzate queste risorse per creare lavoro ai giovani che, disperati, “fuggono”, cercando lavoro in altre  parti d’Europa? Le risposte, purtroppo mancavano ed ancora mancano. Certo, qualcuno ci prova anche se i risultati non sono concreti.
I sindaci di questi minuscoli paesi continuano a provarci. Il Sindaco di Sorradile, Pietro Arca, ha provato ad attivarsi cercando aiuto e sostegno negli altri sindaci del territorio. La sua idea è quella di promuovere ed elaborare un “Unico sistema turistico” che unisca i sessanta comuni dell’isola che si affacciano sui laghi. L’adesione degli altri c’è stata, anche se la realizzazione richiede investimenti importanti. Questo limita i progetti ed i passi in avanti saranno a dir poco lenti. Rilanciare le zone interne e favorire lo sviluppo turistico dei piccolo comuni, questo è l’imperativo, perché la Sardegna non può essere solo vacanza al mare per due o tre mesi! Tutta l’Isola deve attivarsi, facendo squadra, perché da soli non si fa molta strada. Le poche iniziative messe in atto sino ad oggi sono state portate avanti da piccoli consorzi, incapaci di dare risposte ad un mercato turistico internazionale che si sta sviluppando sempre di più. I piccoli centri, i borghi, le zone interne, la cultura, la gastronomia, l’ospitalità della nostra isola sono elementi importanti per far decollare un nuovo turismo, ma il tutto supportato da strutture portanti forti, pubbliche e private.
Il sardo è notoriamente un soggetto che non si associa facilmente. Retaggio questo, certamente, di millenni di dominazioni e vessazioni subite nei secoli dai conquistatori, ma che oggi costituisce un grosso handicap. Oggi è tempo che le ‘nuove generazioni’ rompano questo schema arcaico che ha fortemente limitato lo sviluppo di tutta l’Isola. Timidamente, forse, qualcosa comincia a cambiare. Pochi giorni fa, il 9 Dicembre, ho letto su l’Unione Sarda che dopo vent’anni di attesa è imminente l’apertura del primo albergo che si affaccia sul lago Omodeo. Buone notizie, dunque, che si spera non restino isolate. La nuova struttura di media dimensione (una settantina di posti letto, ampio ristorante e grande sala convegni, oltre che piscina, campi da tennis e bocce ed escursioni in canoa) potrebbe soddisfare le esigenze sia del turismo estivo che di quello pre-estivo e congressuale, coprendo anche quei mesi fuori dal turismo di massa.
La Sardegna con iniziative rivolte non solo sulle coste ma su tutto il suo territorio potrebbe,  davvero, dare vita a quel decollo che da tempo si attende. Il vasto lago e la sua grande ed impressionante diga che lo ha creato potrebbero essere proprio il punto di partenza di un ‘nuovo corso”, capace di darci quel ritorno economico tanto atteso, fatto di agricoltura d’avanguardia, allevamento (valorizzando il cavallo), turismo culturale, sportivo e ricreativo, indirettamente trainanti verso molti altri settori dipendenti, come artigianato, piccola industria, commercio e servizi.
Abbiamo parlato del lago e della sua diga,  studiandole il potenziale, ma per molti sardi i “numeri” di queste due grandezze non sono molto noti. Ecco, per la curiosità di molti, la storia del più grande lago artificiale d’Europa, la cui costruzione iniziò nel 1919.

La diga che possiamo ammirare attualmente porta il nobile nome di ‘Eleonora d’Arborea’ ma essa non è  il primo sbarramento costruito su questo fiume (il Tirso). Il primo bacino artificiale fu realizzato con la costruzione della diga di Santa Chiara, presso Ula Tirso, i cui lavori, iniziati nel 1919, furono completati nel 1924. Fu inaugurata il 28 aprile dello stesso anno alla presenza del re Vittorio Emanuele III, dando origine al più grande lago artificiale d'Europa, con una capacità massima di 403 milioni di metri cubi d'acqua. Per la sua costruzione furono impiegati 16.000 operai che realizzarono l’opera su progetto dell'ingegnere Angelo Omodeo, tecnico di vaglia, che partecipò anche alla costruzione delle grandi dighe sul Nilo. I lavori durarono cinque anni e si svolsero sotto la direzione dell'ingegnere Giulio Dolcetta. Per dare alloggio ai numerosi lavoratori fu costruito il villaggio di Santa Chiara, costituito da alloggiamenti per operai e per il personale tecnico. Il villaggio funzionò come una vero e proprio borgo, con al centro anche una piccola chiesa. Il villaggio, attualmente abbandonato, si trova in un totale stato di degrado,  mentre potrebbe essere, invece, interessante pensare ad un suo “riutilizzo” in campo turistico. Il primo bacino realizzato era lungo più di 22 km e la sua creazione determinò la sommersione di alcuni siti archeologici: nuraghi, tombe di giganti, l’antichissima foresta fossile, l'insediamento prenuragico di “Serra Linta”, come anche il piccolo villaggio abitato di Zuri, che venne riedificato su un'altura poco distante dal lago, scomparvero sotto le sue acque. L'antica chiesa del villaggio, dedicata a San Pietro Apostolo, venne smontata concio per concio e ricostruita nell'attuale posizione. L’obiettivo principale della realizzazione della diga era l’immagazzinamento delle piene del fiume Tirso al fine di derivarne una portata costante di 20 mc/sec, da utilizzare principalmente per irrigare circa 20.000 ha di terreno nel Campidano di Oristano e produrre energia elettrica e, in via secondaria, per uso potabile”.  

Negli anni Sessanta e Settanta, a seguito delle lesioni che ne limitavano fortemente l’utilizzo, si studiò la possibilità di creare una nuova diga, in quanto quella esistente non dava sufficienti garanzie di sicurezza. I lavori di costruzione iniziarono nel 1982 e la nuova diga ‘Eleonora d’Arborea’ fu inaugurata il 23 gennaio 1997 dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Il nuovo bacino, che è lungo 25 km, raggiunge una larghezza massima di circa 5 km ed una profondità media di 19,6 metri (massima di 55 metri), ha una superficie totale di 29,5 kmq; lentamente ma inesorabilmente il nuovo invaso sta ormai sommergendo altri terreni, siti nuragici, abitazioni ormai disabitate ed anche la vecchia diga di Santa Chiara, di cui tra poco tempo non rimarrà che il ricordo. Il nuovo sbarramento è alto 120 m. e lungo 582 metri. A pieno regime l’invaso raggiungerà una capacità di 748 milioni di metri cubi, capaci di fornire l’acqua per irrigare 52.525 ha, contro i 20.000 del precedente.

 Il territorio su cui sorge la diga ed il lago artificiale da essa creato è un importante “sito di interesse comunitario”, per via della sua rilevante importanza sia dal punto di vista paesaggistico che ambientale. Dal punto di vista floristico-vegetazionale le sponde del lago Omodeo sono caratterizzate principalmente da formazioni boschive di leccio (Quercus ilex) e dalla macchia mediterranea, alle quali, spesso, si sostituisce la roverella (Quercus pubescens). Sono inoltre presenti specie caratteristiche della vegetazione riparia come il pioppo bianco (Populus alba), il salice fragile (Salix fragilis), l'olmo campestre (Ulmus minor), il frassino (Fraxinus ornus), il tamericio (Tamarix gallica e Tamarix africana) e l'alloro (Laurus nobilis).
La fauna è maggiormente rappresentata dagli uccelli, sia stanziali sia migratori. Le specie più comuni sono la ghiandaia marina (Coracias garrulus), l'occhione comune (Burhinus oedicnemus), il falco pellegrino (Falco peregrinus), il falco pescatore (Pandion haliaetus) ed il piro piro piccolo (Actitis hypoleucos). Tra gli uccelli acquatici sono presenti il codone comune (Anas acuta), il moriglione (Aythya ferina), il mestolone comune (Anas clypeata), l'alzavola (Anas crecca), il fischione (Anas penelope), la folaga (Fulica atra), la gallinella d'acqua (Gallinula chloropus), il germano reale (Anas platyrhynchos), la canapiglia (Anas strepera), l'oca selvatica (Anser anser), la garzetta (Egretta garzetta), l'airone bianco (Egretta alba) e l'airone cenerino (Ardea cinerea). Gli anfibi ed i rettili più comuni sono il discoglosso sardo (Discoglossus sardus), il tarantolino (Phyllodactylus europaeus), la testuggine palustre (Emys orbicularis) e la tartaruga di terra (Testudo hermanni). Tra i vari pesci presenti (carpa,  trota, persico, latterino) va segnalata la presenza dell'agone (Alosa fallax lacustris).

Cari amici, secondo il mio punto di vista, il lago Omodeo ed il suo territorio circostante, opportunamente valorizzato, possono fare da volano a numerose iniziative turistiche di prim’ordine. La sistemazione ad “albergo diffuso” dei piccoli comuni, la rinascita degli antichi borghi, delle botteghe artigiane può essere un modo innovativo per rivitalizzare un territorio ormai in coma profondo. Investendo e facendo investire in queste “segrete oasi di pace” (diversi stranieri hanno già iniziato a comprare a prezzi bassissimi case-vacanze in questi paesini del lago) possiamo dare vita ad un turismo che abbracci non solo le coste e non solo i classici mesi di Luglio e Agosto. Nei centri dell’interno la vita può davvero riprendere a scorrere, rivitalizzando borghi e campagne, offrendo turisticamente la nostra tranquillità, la nostra genuinità e soprattutto la nostra proverbiale ospitalità. 

Il nostro lago, se vogliamo, può davvero calamitare flussi turistici di ogni tipo: da quelli della terza età a quelli sportivi, da quelli della pesca a quelli delle gare su lago, da quelli culturali a quelli del sano riposo, lontano dalla infernale ed alienante vita delle grandi città. Dare futuro ai giovani, dare nuova vita alla Sardegna, soprattutto a quella dell’interno, dipende solo da noi e dalla nostra capacità di farlo. Solo noi possiamo farlo! Gli altri, quelli che sono da sempre venuti in Sardegna solo per “sottometterci” non lo faranno, perché continueranno a considerare la Sardegna colonia e gli abitanti loro sudditi.
Noi sardi è tempo che ci svegliamo, o saremo sempre come gli spagnoli ci definirono secoli fa:
“Pocos, locos y male unidos”
Auguri a tutti!
Mario


mercoledì, dicembre 12, 2012

I PRIMI 50 ANNI DELLA COOPERATIVA ALLEVATRICI SARDE. UNA CHIARA DIMOSTRAZIONE DELLA CAPACITA’ IMPRENDITORIALE DELLE DONNE, IN PARTICOLARE DI QUELLE SARDE. FORTI, CAPACI E “BARROSAS”, DETERMINATE NEL COMPETERE A PIENO TITOLO CON GLI UOMINI.

Oristano, 12 Dicembre 2012,
Cari amici,
ho partecipato con gioia e curiosità insieme, al Teatro Garau, alla celebrazione dei primi 50 anni della C.A.S.
La presenza di tante persone conosciute, dei tanti amici, mi ha riportato col pensiero indietro nel tempo. Si è riaperto il file dei ricordi, quelli giovanili, e mi sono rivisto nella casa dei miei genitori, ancora giovane studente, ad osservare il sorriso di mia madre che con grande gioia acquistava una nidiata di pulcini vocianti dall’auto che reclamizzava ed offriva un “servizio” nuovo e straordinario per allora: la vendita di pulcini appena svezzati da mettere subito in cortile per essere allevati. Erano gli anni sessanta, quelli della difficile ricostruzione dalle macerie della seconda guerra mondiale, e la vita riprendeva a scorrere. Questo “servizio nuovo”, offerto dalla neonata Cooperativa Allevatrici Sarde, nata nell’estate del 1962, consentiva un congruo risparmio di tempo alle casalinghe che negli ampi cortili che circondavano le case provvedevano sia alla coltivazione degli ortaggi necessari al fabbisogno familiare che all’allevamento degli animali da cortile. L’acquisto dei pulcini, anziché provvedere direttamente alla riproduzione “fatta in casa”, con uova da covare, gallo e cosi via, consentiva di poter disporre, senza perdite di tempo ed in qualsiasi periodo dell’anno, dei pulcini già pronti da allevare e portare in breve tempo a maturazione.

Chi pensava che l’iniziativa portata avanti da un primo pugno di donne fosse un fatto estemporaneo, si sarebbe, forse a malincuore, dovuto ricredere. L’iniziativa avrebbe ben presto preso piede e si sarebbe affermata, non come altre portate avanti in precedenza magari dagli uomini: le donne sarde hanno capacità incredibilmente valide e forte determinazione, riuscendo a ben “lavorare insieme”. La Cooperativa che portò avanti questa iniziativa nacque ufficialmente l'8 agosto del 1962 dall'intraprendenza e lungimiranza di un gruppo di donne rurali dell'Oristanese che misero insieme le loro forze per razionalizzare l'allevamento di piccoli animali da cortile destinato all'autoconsumo. Era una iniziativa tutta artigianale, con l’utilizzo di piccole incubatrici e tanto lavoro manuale, fatto però con incredibile passione. In questo mezzo secolo la C.A.S. si è evoluta, trasformata, senza però mai dimenticare quello spirito solidaristico ed ingegnoso che l’accompagnava fin dalle origini. Evoluzione, lo sappiamo bene, significa migliorarsi senza rinnegare le radici ed in questo caso ha significato capire ed anticipare “ in continuazione” i bisogni della gente, trovando di volta in volta le giuste soluzioni. La donna, questo lo dico con convinzione,  ha spesso un “fiuto” ed una visione dei bisogni, anticipati rispetto all’uomo anche se quest’ultimo difficilmente è capace di ammetterlo. Dall’allevamento dei pulcini all’ingresso prima nel settore alimentare e poi in quello della grande distribuzione e dell’agriturismo, per questo agguerrito gruppo di donne, il passo non è stato brevissimo ma lento e determinato. Oggi, cinquant’anni dopo la fondazione, i risultati sono evidenti ed alla luce del sole: una crescita esponenziale che ha portata la società a sviluppare numeri, competenze ed attività, diventando un esempio da copiare e da imitare. I numeri sono tutti di primo piano. Oggi questa Cooperativa, tutta al femminile, è in Europa un numero uno.
La C.A.S., questa cooperativa di consumo, ora conta ventidue punti vendita, un fatturato annuo di circa undici milioni di euro ed oltre 10.800 socie, figlie e nipoti di quel gruppo originario di casalinghe che sono state capaci di trasformarsi in brave amministratrici e imprenditrici. Una bella “storia di donne” (sono ancora attive circa 15 socie fondatrici) che con ostinazione e caparbietà hanno saputo costruire un'impresa dove, forse, gli uomini non avrebbero avuto tanto successo. Quella brillante idea che cinquant'anni fa poteva essere definita “rivoluzionaria”, ha avuto un effetto moltiplicatore incredibile come i numeri prima citati hanno dimostrato. Nel 1962 pensare, infatti, che un gruppo di casalinghe dell'Oristanese potessero unirsi per fare impresa era al fuori dall'immaginazione. Eppure, grazie alla volontà e al coraggio di quelle donne, la bella realtà di oggi è sotto gli occhi di tutti. Anche la crescita importante che l’agriturismo ha avuto in Sardegna deve molto alla loro intraprendenza: furono Loro a mettere in atto, quella calda ospitalità tutta sarda, sotto quelle domestiche ed amichevoli forme di ricettività oggi sempre più diffuse in tutta la Sardegna. Come sostiene l’attuale Presidente Maria Brai. «La nascita e il consolidamento della società sono dovuti all'iniziativa e al lavoro delle operatrici rurali e sociali impegnate nel “Progetto Sardegna”, programmato dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico; le operatrici continuano il loro lavoro nell'ambito degli enti di sviluppo agricolo dell'isola. Punto di partenza di queste attività è rappresentato dall'opera di valorizzazione delle industrie domestiche femminili tradizionali già avviate al Progetto Sardegna che si indirizzano prevalentemente alla tessitura, alla cestineria e all'allevamento domestico di animali di bassa corte».
L'allevamento dei pulcini, che rappresentò lo scopo iniziale dell'associazione, oggi non è più un elemento dell'attività della C.A.S., è scomparso con l'arrivo dell'aviaria. L'EVOLUZIONE «Grazie alla filosofia diffusa attraverso il Piano di rinascita e agli strumenti messi a disposizione dal Progetto Sardegna» spiega Antonella Casula, archivista e autrice di un'opera sulla Cooperativa, «le socie fondatrici prendono parte a corsi di formazione professionale organizzati nei comuni di residenza dove apprendono le nozioni ma soprattutto imparano a prendere coscienza della loro dimensione di donne economicamente attive in una società in rapida trasformazione. L'evoluzione in cooperativa di consumo avviene come risultato delle mutate condizioni economiche generali della società e dell'azienda attribuibili in particolare alla crescente concorrenza ad opera degli allevamenti industriali».
La scommessa “vincente” di queste donne “BARROSAS”, come orgogliosamente si sono volute definire, non è stata sempre una passeggiata. In cinquant'anni non tutto è filato liscio: un grosso incendio doloso nel 1992 mise a dura prova la volontà e la determinazione di queste donne che non si piegarono. «Quel rogo causò grossi danni, tutte le nostre scorte di prodotti vennero ridotte in cenere» racconta Maria Brai. «Eppure non riuscì a fermarci: tanto che nel giro di due settimane riuscimmo a riavere le merci in deposito pronte per partire nei vari punti vendita. Tutto questo grazie a una mobilitazione corale delle socie ancor più determinate a riprendere l'attività». Una reazione straordinaria che suscitò anche la solidarietà delle banche che offrirono la copertura, poi non necessaria. Questi tempi li ricordo anche per esperienza “personale”, avendo svolto all’epoca la mia mansione di manager bancario, mentre la Presidente Maria Brai, allora, era il direttore della Cooperativa.
  
Ora è tempo di festeggiamenti. Per brindare ai primi cinquant'anni di vita, la C.A.S., con il patrocinio di Provincia e Comune di Oristano, Fondazione Banco di Sardegna, GAL Terre Shardana, FidiCoop Sardegna, LegaCoop e Camera di Commercio di Oristano, ha organizzato, lunedì scorso 10 dicembre ad Oristano, un convegno al Teatro Garau e una mostra concepita e allestita ad hoc all'Hospitalis Sancti Antoni” che, attraverso video e fotografie racconta la storia tutta al femminile della cooperativa Una storia di donne ostinate e caparbie, come suggerisce il titolo dell'iniziativa: "Mancai barrosas".



La partecipazione a questa bella manifestazione ha rivitalizzato i miei ricordi. Un giornale questi giorni, riportando l’avvenimento ha cosi scritto: si usa “Non chiedere mai l’età alle donne”, ma alle 10.800 socie della Cooperativa allevatrici sarde che festeggiano i primi cinquant’anni del sodalizio, non è indelicato chiedere l’età. Perché mezzo secolo trascorso a crescere, mettendo assieme conoscenza, idee, passione e soprattutto, obiettivi, diventa un traguardo, ancor più se si pensa che il cinquantenario cade negli anni della grande crisi economica.
Salutando Maria Brai, una vita intera trascorsa all’interno di questa splendida realtà, mi è scappato da dire che Lei impersona in modo straordinario la caparbietà delle donne sarde: Barrosa, ieri, oggi e certamente anche domani!  Auguri, Maria, di vero cuore, a Te e tutte le undimila socie”! A chent’annos!
Mario