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giovedì, luglio 26, 2012

LA CRISI FINANZIARIA DELL’ EUROPA:QUANDO PER ABBASSARE LA FEBBRE NON BASTA L’ASPIRINA. LO SPREAD E’ SOLO IL SINTOMO LA MALATTIA E’ LA PERDUTA FIDUCIA.

Oristano 26 Luglio 2012

Cari amici,

tutti i giorni in prima pagina, non solo in Italia ma credo nell’Europa intera, i titoli di testa dei giornali sono dedicati allo “SPREAD”, che in una ormai ininterrotta altalena sembra una di quelle telenovele dalle innumerevoli puntate. Anche chi fino a pochi anni fa non era abituato ai capricci della borsa si è trovato catapultato in un mondo non più dominato dall’economia reale ma da quella artisticamente “derivata”, dove non contano le reali entrate ed uscite ma le “previsioni” sul futuro di tutto: dalla moneta ai prodotti commerciali, dall’andamento del mercato del lavoro a quello delle materie prime. L’economia del mondo è, ormai, totalmente concatenata e nessuna economia nazionale è indipendente dalle altre. Questo tanto decantato mondo moderno, “globalizzato”, sta dando dimostrazione di tutta la sua fragilità e pericolosità. La globalizzazione, che ha cercato di mettere insieme le economie di Paesi tanto diversi per cultura, professionalità, competenze e benessere, ha creato mostruosità che stiamo giù pagando ad altissimo prezzo.

La conseguente rete globale di contatti e transazioni, in particolar modo quelle di natura economica, che consentono trasferimenti senza limiti di capitali in tempo reale in tutte le parti del mondo, ha aperto le porte a quei “grandi possessori di capitali” che, forti di una potenza finanziaria spesso più grande di quella di uno Stato grande come gli USA, sono in grado di costruire o distruggere a piacimento l’economia anche di un intero Continente.

Questo immenso “oligopolio finanziario privato”, frutto di fortune accumulate non sempre in modo pulito e lecito, è capace di incutere paura e terrore in quella grande schiera di tradizionali investitori privati che, saggiamente, cercano di mettere a frutto i risparmi di una vita. Le borse di tutto il mondo sono state, così, aggredite e dominate dai” grandi falchi internazionali”, facendo crescere di giorno in giorno la paura in quel parco di buoi/colombe, che per tanti anni diede linfa vitale alle Borse. Cari amici, è la “FIDUCIA” quella che è venuta a mancare, causando, come conseguenza, una serie di danni non facili da quantificare totalmente. La crisi che avvolge oggi il mondo, ed in particolare l’Europa è proprio una crisi di fiducia!

Anthony Giddens, uno dei maggiori sociologi del nostro tempo, nel suo libro "Consequence of Modernity" (1990) afferma che una delle più importanti novità della modernità, portate dalla “globalizzazione”, è il cosi detto "disembedding", termine inglese che teoricamente significa distaccarsi, svincolarsi, ovvero quello del problema del “distacco”, dello scollamento degli avvenimenti sia dal tempo che dallo spazio. Lo spazio socio-economico, infatti, non è più definito dai confini spaziali e temporali entro i quali uno si muove. Ad aver prodotto questa possibilità sono i sistemi esperti (ossia l'insieme di tecnologie che permettono le nostre azioni) che via via si sono svincolate dal tempo, dallo spazio e dal controllo del singolo, al quale non resta che fidarsi di essi. Proprio la necessità di fidarsi, derivante dalla mancanza di un reale controllo, genera insicurezza, contro la quale Giddens propone la riscoperta di una fiducia ontologica e di una modernità riflessiva. Giddens è convinto che l'economia stia diventando sempre più mondiale e dipendente dalle interconnessioni dei diversi mercati nazionali e regionali: gli scambi commerciali a livello mondiale sono maggiori rispetto al passato e includono sempre più prodotti, servizi e soprattutto capitale finanziario. Secondo il sociologo inglese, la caratteristica principale dell'economia attuale è proprio il trasferimento elettronico dei capitali che ha generato quel nuovo tipo di denaro definito da Giddens come “new global electronic money”. Oggi i nuovi luoghi degli scambi economici sono virtuali, online. Mancando gli spazi fisici di scambio, amplificando enormemente quelli virtuali, come ritrovare la capacità di darsi l’un l’altro quella fiducia senza la quale l’uomo difficilmente può sopravvivere? Non è facile.

Crisi di fiducia, quindi, sempre più presente che ha finanziariamente come prima conseguenza un anomalo rialzo dello spread, cioè quel differenziale tra il tasso migliore pagato per finanziare lo Stato ritenuto più sicuro e quello per finanziare il proprio. Correlazione reale quella tra crisi di fiducia e spread, ma “avere paura” in realtà non serve. La paura, lo sappiamo, cambia volto alla realtà: avere paura significa sopravalutare il male e sottovalutare il bene, falsare il dato reale. Di conseguenza chi si è spaventato delle previsioni vende i propri titoli in borsa, temendo il peggio, facendo cosi aumentare i rendimenti. Quando c’è una corsa alla vendita il prezzo continua a scendere e conseguentemente i rendimenti, per chi compra, continuano ad aumentare. Chi acquista in genere è un individuo più coraggioso e lungimirante: ha pagato un prezzo più basso e spera che in futuro, rivendendo, ci guadagnerà. Il mercato, però, non è composto solo da singoli investitori che possiamo definire alcuni “furbi” ed altri “pavidi”, ci sono altri numerosissimi operatori (aziende e rappresentanti di Istituzioni collettive), anche se non tutti dispongono delle stesse informazioni, né della stessa spregiudicatezza. Il risultato è che basta un minimo segnale di sfiducia per provocare facilmente movimenti consistenti di vendita di titoli considerati rischiosi per acquistarne altri ritenuti più sicuri.

Le richiamate crisi di sfiducia, inoltre, alimentano fortemente l’accennata speculazione internazionale, che ha una capacità finanziaria di enorme peso. Basta diffondere “ad hoc” informazioni allarmistiche per scatenare il panico: si può cosi acquistare quando tutti vendono lucrando forti e drogati guadagni. E’ possibile fermare il fenomeno? E’ possibile fare realisticamente qualcosa? Non molto. Innanzi tutto sarebbe necessario dare segnali di fiducia e autorevolezza, mai di paura.

Per fermare lo spread sarebbe necessario dotarsi di strumenti diversi da quelli oggi possibili. L’economia europea, basata sull’Euro, “moneta zoppa” perché non rappresenta una reale Europa Unita, non è in grado di gestire con autorità (non uso volutamente il termine autorevolezza) i debiti sovrani dei singoli Stati, nettamente diversi per consistenza e costi. Solo una Autorità europea superiore, gestendo in modo centralizzato questa massa enorme di debiti sarebbe in grado di alleviarne i costi, spezzando quell’infernale girone dei tassi che, costantemente lievitando, ne mettono in serio pericolo la restituzione. L’Europa oggi, l’ho sostenuto non poche altre volte, è un processo incompiuto, non è uno stato federale ne un’unione di Stati, ma qualcosa che, restando a metà percorso, può solo abortire. Si abortire. Perchè in una fase indefinita, come quella che stiamo attraversando, l’egoismo dei singoli stati (Germania in primis) sovrasta il bene comune, “l’interesse collettivo” di un’Europa unita che tutti vogliono a parole ma non con i fatti. Che la normalizzazione dei rendimenti dei debiti pubblici sovrani avvenga con l’emissione di Eurobond o di altri marchingegni finanziari poco importa, quella che manca è un’Europa che parli con un’unica voce, che dica al resto del mondo che è una realtà unica, forte e coesa, capace di dire la sua senza usare mille linguaggi, incomprensibili e contrastanti, come nella costruzione della torre di Babele. Un’Europa operativa vera sarebbe, davvero, capace di far abbassare la cresta alla speculazione internazionale, causa prima di quello spread altalenante che sta portando alla rovina Stati e famiglie.

L’Europa di oggi è malata ma il medico, come anticamente sostenuto, può essere solo Lei. Essa deve curarsi da sola, con la forza degli Stati che la compongono, perché altrimenti è meglio tornare al passato: ogni Stato per conto suo, archiviando l’Euro e tornando alle autonomie ed alle monete nazionali. Oggi le continue e proclamate rassicurazioni, per quanto dotte, dei rappresentanti dei singoli Stati sono solo l’aspirina che momentaneamente fa abbassare la febbre ma non cura il male. Per “guarire” servono antibiotici forti: ripetute iniezioni di fiducia, date quotidianamente, e senza interruzioni. Solo dopo, a guarigione avvenuta, potrà rinascere una nuova Europa-Nazione, unita e Stato federale, capace di competere ad armi pari con il resto del mondo.

Grazie della Vostra attenzione.

Mario


lunedì, luglio 23, 2012

ANTONIO GARAU, UNO DEI “GRANDI” DI ORISTANO, COPERTO DALLA PATINA DELL’OBLIO.QUANDO IL NUMERO 13 NON …PORTA MOLTA FORTUNA…!

Oristano 23 Luglio 2012

Cari amici,

sicuramente la gran parte di Voi è mollemente sdraiata a riposare: chi in spiaggia…chi, invece, nella comoda sdraio della veranda a ricaricare le energie prima di riprendere il quotidiano lavoro. Anch’io, padrone ormai del mio tempo, assaporo un periodo di riposo nella mia casa al mare. Questo, però, non mi impedisce il mio quotidiano rapporto/incontro col computer che mi consente, grande strumento dei nostri tempi, di dialogare senza limiti di tempo con la platea degli amici.

Qualche giorno fa mettendo ordine nella mia biblioteca mi è capitata tra le mani una delle commedie di Antonio Garau (trattasi di “Basciura”, editrice Fossataro, ediz. 1976), l’indimenticato oristanese che ha dato non poco lustro alla nostra città e del quale, io dico purtroppo, poco si fa per farlo conoscere meglio anche ai giovani. Antonio Garau, con la sua superba e sottile ironia potrebbe essere anche oggi un grande esempio per le nuove generazioni. I suoi personaggi, non solo ironici e capaci di farci sorridere, trasportati nella realtà attuale, potrebbero essere ancora non solo molto attuali ma utili e non poco!

E’ proprio per questo che ho deciso, d’impulso come è mio solito, di parlare di Lui su queste “pagine virtuali”, sicuro che l’argomento riscuoterà l’interesse di qualcuno, anche in questo periodo di riposo e di calura estiva. Credo anche che, sotto certi aspetti, questa mia chiacchierata su Garau, cultore senza confronti della nostra lingua sarda, completi la mia precedente riflessione sull’ultima violenza fatta alla lingua dei Sardi dagli “Ermellini”, rei di aver ulteriormente svilito, tolto dignità, ad una lingua ben più blasonata di quella nostra ufficiale, l’italiano, se pensiamo che la Carta De Logu, codice di sommo valore, è scritta in sardo . Ecco, per la curiosità di chi poco la conosce, l’interessante storia della vita e delle opere dell’oristanese Antonio Garau.

Antonio Garau nasce il 3 giugno del 1907 ad Oristano. Figlio di Efisio, titolare di una merceria in Corso Umberto, meglio nota come Via Dritta, e di Anna Maria Albano. La famiglia, abbastanza numerosa come era d’uso all’epoca, abita in Via Severino 6 (oggi Vico Garau). La scarsa esistenza di scuole fa si che Antonio studi nel collegio dei Salesiani a Santu Lussurgiu. I suoi studi, però, si interrompono improvvisamente all’età di 14 anni dopo l’ennesimo lutto che colpisce la famiglia. Infatti dopo la morte di due fratelli (Raimondo, caduto al fronte e Michelino) e di due sorelle (Maria e Teresa) il padre lo richiama ad Oristano per aiutarlo nella gestione del negozio. La brusca interruzione degli studi, nonostante il lavoro nella merceria, non lo allontana dai libri. Continua a studiare da autodidatta e scopre una passione che, latente, serpeggiava dentro di Lui: quella per il teatro. Antonio è di natura ironico, pungente, capace di vedere in un attimo pregi e difetti delle persone; non solo dotato di spirito sognatore ma anche tagliente di lingua e con una mimica penetrante, capace da sola di esprimersi e scatenare ilarità. Insomma Antonio è naturalmente dotato di quella “frusta satirica” capace di colpire ed allo stesso tempo divertire chi lo ascolta.

Uno dei suoi più fedeli seguaci, oggi forse il massimo conoscitore di Antonio Garau, il colto burattinaio Antonio Marchi, racconta, ad esempio, che durante uno dei frequenti incontri a pranzo con amici in trattoria, riuscì con un curiosissimo gioco di sguardi, recitando senza profferire parola, a mettere in soggezione ed in seria difficoltà e confusione il cameriere, suscitando grande ilarità tra i commensali e soprattutto tra i suoi amici a tavola, che unitamente agli altri si scatenarono in grandi e fragorose risate.

Il piacere della commedia lo accompagnava fin da piccolo. Aveva solo otto anni quando al Teatro San Martino assistette alla commedia “Il Marchese del Grillo”. Il suo entusiasmo fu grande e da allora il piacere, il gusto della commedia, entrarono prepotentemente dentro di Lui, e non lo abbandonarono più.

Avrebbe voluto anche andare fuori a perfezionare questa sua aspirazione per il teatro (desiderava andare a Roma e frequentare l’accademia delle Belle Arti) ma non fu possibile: c’era bisogno di Lui nel negozio. Ciò nonostante utilizzò tutti gli spazi liberi per cimentarsi nell’arte del far divertire: nel 1930 durante il carnevale oristanese si paludò da auriga romano, su un cocchio trainato da quattro asini, si cimentò come regista e come attore, dando anche, infine, pubblica prova delle sue doti di prestigiatore. Utilizzando la sua grande capacità di osservazione utilizzò il negozio, affacciato sulla via più frequentata dagli oristanesi, come luogo privilegiato per monitorare, vedere e sentire quanto succedeva nel piccolo mondo di Oristano.

Nel 1934, a 27 anni, scrive la sua prima commedia: Is campanas de Santu Sadurru. La commedia, in tre atti, è ambientata in un piccolo paese del Campidano di Oristano. Protagonista il barbiere-tabaccaio di Triagus che organizza una rappresentazione teatrale per raccogliere i fondi necessari al riacquisto delle campane della chiesa parrocchiale. Scritta in sardo-campidanese è subito apprezzata e si divulga rapidamente. Per completezza d’informazione si evidenzia che il ricavato di quest’opera fu finalizzato a salvare i locali della Società Operaia di Mutuo Soccorso, denari destinati all’Opera Nazionale Balilla. I proventi della commedia, spediti al PNF di Cagliari, fecero sì che i locali di Via Solferino, nei quali, con i tanti cimeli, ancora si sente il ricordo di Antonio Garau, restassero il libero centro ricreativo dei lavoratori oristanesi.

A questa prima ne seguirono altre 12: Peppantiogu s'Arriccu ,commedia in tre atti del 1934, Pibiri Sardu , commedia in tre atti del 1943, Sonnu Trumbullau, commedia in tre atti del 1945, Basciura, commedia in tre atti del 1950, Sa Professoressa, commedia in tre atti del 1956, Giuseppi e Maria, commedia in tre atti del 1972, S'Urtima Xena, commedia in un atto e tre tempi del 1972, Sa Corona de Zia Belledda ,commedia in due atti del 1975, Cicciu Fruschedda, commedia in un atto del 1977, Su Mundu de Ziu Bachis , commedia in un atto del 1979, Maria Concepita, commedia in tre atti del 1980 e Su Segrestaneddu, commedia in un prologo e quattro atti del 1983. Quest’ultima vero “canto del cigno” del commediografo oristanese che muore, all’età di 81 anni, il 22 febbraio 1988.

Tredici commedie in tutto che abbracciano un arco temporale di circa 50 anni. Alcune di esse vincitrici di premi importanti, come “Basciura” che nel 1950 vinse il premio letterario Grazia Deledda e “Giuseppi e Maria” che nel 1975 vinse il premio Città di Ozieri. Tredici è un numero fortemente scaramantico, ma come nella migliore tradizione del “Nemo profeta in Patria” non ha portato al nostro grande commediografo fortuna, onori e la giusta notorietà. L’Oristanese, lo sappiamo, non è molto disponibile ad osannare i propri concittadini. Una sorta di quieta calma assonnata, che sembra provenire quasi da un contagio malarico, permea gran parte della popolazione. A questa si aggiunge anche la grande facilità degli oristanesi a “dimenticare”, facilmente, soprattutto i meriti degli altri.

L’unica nota positiva ufficiale, da parte del Comune, è quella di avergli intitolato il teatro civico, sorto sulle ceneri del Cine-Teatro Moderno in Via Parpaglia. Nell’attuale mondo globalizzato di Internet, dove trovano spazio e notorietà anche personaggi di levatura ben più modesta, Antonio Garau è praticamente uno sconosciuto. Eppure il grande commediografo oristanese meriterebbe ben altro rilievo! Nei tre siti internet “ufficiali” che si occupano di letteratura sarda, Sardegna Digital Library, Filologia Sarda, e la sezione cultura del sito della Regione, è praticamente un illustre sconosciuto. Garau, da parte non solo del comune ma anche della provincia di Oristano, avrebbe dovuto avere ben altri riconoscimenti: a me sembra assolutamente insufficiente la sola dedica del teatro cittadino. Nel centenario della sua nascita, nel 2007, modesto fu il battage pubblicitario: solo alcune rappresentazioni nel teatro a Lui intitolato.

Oggi chi, come me, lo ha conosciuto si ricorda di Lui passando davanti al “suo negozio” (in Via Dritta, pensate al numero civico 13!) che mantiene orgogliosamente l’antica insegna “Garau” , collocata sopra il montante superiore della porta d’ingresso del locale dove gli eredi continuano ancora l’attività di merceria iniziata dal nonno.

Oppure c’è traccia di Antonio Garau, poco più avanti, sempre nella “Via Dritta”, davanti all’ingresso dello studio-laboratorio di Antonio Marchi (sempre disponibile a parlare di Lui ed a ricordarlo con amore), dove oltre i suoi burattini (tanti ispirati alle sue commedie), campeggia la scritta “Centro Documentale Commediografo ANTONIO GARAU (in allestimento)”.

Credo che quel “Centro Documentale” rimarrà da completare, in “eterno allestimento”, considerata la proverbiale inerzia di cui parlavo prima. E poi, dicono, che il 13 porta fortuna…..

Grazie a tutti e… A presto!

Mario


venerdì, luglio 20, 2012

CASSAZIONE…MANI DI FORBICE. SE AI SARDI MANCA SOLO IL TAGLIO DELLA LINGUA!

Oristano 20 Luglio 2012

Cari amici,

è vero che siamo in tempi in cui bisogna risparmiare su tutto. Ora, però, anziché i vecchi e obsoleti termini di “risparmio”, “economia” e “carestia” vigono altri termini che l’onnipresente lingua inglese continua prepotentemente a propinarci come il recente termine “Spending Review”. A quanto pare “ai tagli” non ci pensa solo il grande commissario Bondi, vero “Mani di Forbice”, autorizzato da Monti ad usare senza misura le due lame, ma anche l’alta Corte di Cassazione che in una recente sentenza ha ritenuto di apportare un bel taglio al valore della lingua sarda. Questa Corte, con sentenza del 19 Luglio, infatti, ha dichiarato che il sardo “non poteva essere equiparato ad una e vera propria lingua, ma ad un dialetto”.


Con un solo colpo di spugna gli ermellini hanno sentenziato che Il sardo “non è una lingua minoritaria”, come le leggi precedenti hanno stabilito, ma un dialetto. Questa dichiarazione, offensiva e in dispregio nei confronti di tutto il popolo sardo, non solo rappresenta l’ennesimo attacco alla dignità della lingua e della cultura di un popolo dalla civiltà millenaria, ben antecedente a quella del popolo italiano, ma si dimostra addirittura in netto contrasto rispetto alla legislazione vigente dello Stato italiano in materia di protezione delle minoranze linguistiche.


Per fare memoria vorrei ricordare a chi legge che la lingua sarda è stata riconosciuta con Legge Regionale n. 26 del 15 ottobre 1997 come “lingua ufficiale della Regione autonoma della Sardegna”, riconoscendole la pari dignità rispetto alla lingua italiana. La stessa legislazione italiana nell’ art. 6 della costituzione italiana, prevede la protezione delle minoranze linguistiche, principio successivamente ribadito dalla Legge n. 482 del 15 dicembre 1999 sulla “valorizzazione delle lingue minoritarie” e dal successivo Regolamento attuativo DPR n. 345 del 2 maggio 2001. Senza dimenticare che nel Marzo di questo 2012 il Consiglio dei Ministri del Governo Italiano ha ratificato la “Carta europea delle lingue regionali o minoritarie”, tra le quali viene riconosciuto il sardo.

Credo che questa incredibile sentenza farà discutere non poco. Gli studiosi, in particolare, sono in grande fermento. Come si può ignorare che la lingua sarda veniva utilizzata per scrivere leggi, testi letterari e per comunicare con tutte le civiltà del Mediterraneo già mille anni fa, vale a dire ben prima della nascita dello stato italiano? Solo chi rifiuta questa realtà culturale, speriamo in buona fede e non di proposito, può assumere decisioni che cancellano secoli di storia, malamente soppesando e confondendo le sottili differenze tra lingua e dialetto. Differenze, cari amici, non solo di lana caprina. La gran parte degli studiosi afferma che tra lingua e dialetto non vi sono “differenze di tipo linguistico”: una lingua è riconosciuta come tale quando in dato paese essa ha un carattere di ufficialità, cosa che invece viene negata al dialetto, circoscritto ad una certa area geografica. Tra lingua e dialetto vi è una via di mezzo che definisce “lingua”, per quanto minoritaria, l’idioma che aggiunge alle caratteristiche linguistiche ulteriori riconoscimenti di carattere storico-politico. Proprio queste caratteristiche sono state riconosciute alla lingua sarda sia dalla legge 482 del 1999 che dal deliberato/ratifica di norma europea del Consiglio dei Ministri del marzo 2012.

Anche prima di questi riconoscimenti ufficiali i grandi storici sardi, come Francesco Cesare Casula e gli studiosi di fama internazionale come Max Leopold Wagner (che ci ha lasciato una monumentale opera dal titolo inequivocabile: La lingua sarda. Storia, spirito e forma) hanno inequivocabilmente sentenziato che il sardo è una lingua! Senza dimenticare Gramsci. Scrive Wagner nell’opera prima citata:

“…Dal punto di vista linguistico, (...)il sardo non ha una stretta parentela con alcun dialetto della penisola italiana e conserva caratteristiche di grande originalità tra gli idiomi neolatini. Esiste inoltre una tradizione scritta documentale che risale all'epoca giudicale, dopo la fine dell'influenza bizantina. Ciò induce gli studiosi a considerare il sardo una lingua..”.

Come è nata, da cosa è stata originata, questa sentenza della Cassazione? Gli ermellini si sono occupati della questione linguistica in quanto chiamati a esaminare una serie di ricorsi presentati da un uomo condannato a 10 anni per una vicenda legata al traffico di stupefacenti. Uno dei ricorsi riguardava proprio il mancato utilizzo delle trascrizioni dal sardo di alcune intercettazioni ambientali ed è stato rigettato dalla Suprema corte perché – hanno sostenuto i giudici nella sentenza - il sardo non può essere assimilato a una minoranza linguistica riconosciuta, come la francese in val d’Aosta, la tedesca e ladina in Trentino Alto Adige, la slovena in provincia di Trieste. Una tesi particolarmente curiosa se pensiamo che la citata legge 482 si intitola proprio “ Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche” e tra queste vi è espressamente citata la lingua sarda!

La sentenza, appena resa pubblica, ha suscitato un aspro dibattito tra i linguisti, oscillante tra sconforto, stupore ed incredulità. Edoardo Blasco Ferrer, uno dei più prestigiosi studiosi di Linguistica sarda definisce la sentenza “miope” e assolutamente fuori dal contesto attuale europeo. La realtà è che rispetto al resto dell’Europa siamo terribilmente ed irrimediabilmente indietro. Basti pensare che il Belgio riconosce come lingue nazionali non solo il francese ed il fiammingo ma anche il tedesco, a protezione delle poche decine di migliaia di cittadini di lingua tedesca. Se anche non siamo cosi avanti nella legislazione a garanzia delle minoranze linguistiche, cerchiamo, almeno, di dare corretta applicazione alle leggi in vigore.

La Sardegna continua, dopo secoli di dominazioni e sudditanze, a subire le incomprensibili volontà del dominatore. La gran parte dei sardi non vuole la Sardegna “indipendente politicamente”, ma chiede che i suoi abitanti siano considerati per quello che sono: un popolo orgoglioso della sua storia millenaria, parte integrante dell’Italia. Italia, nessuno lo dimentichi, che è nata originariamente proprio come Regno di Sardegna, al quale il resto dell’Italia si è aggiunto successivamente.

Un fatto, cari amici, è certo: c’è ancora molto lavoro da fare per dare alla Sardegna ed alla lingua del suo popolo la dignità ed il giusto riconoscimento che le spetta di diritto: anche nelle aule di giustizia dove, non dimentichiamolo mai, la legge dovrebbe, sempre, essere “Uguale per tutti”.

Grazie cari amici della Vostra attenzione.

Mario

giovedì, luglio 19, 2012

BENTORNATA ROSSELLA! TUTTI I SARDI CHE SONO STATI IN ANSIA PER TE POSSONO ORA GRIDARE: BENTORNATA!



Oristano 19 Luglio 2012

Avevo già avuto occasione di scrivere in questo blog della terribile avventura di Rossella Urru, sequestrata il 23 Ottobre dello scorso anno nel campo di Rabouni a Tindouf, dove c'è la più grossa comunità di saharawi, gli abitanti dell'ex Sahara spagnolo che non accettano la sovranità marocchina. Già ieri, quando si è sparsa la notizia della sua liberazione, ho avuto la tentazione di mettere in rete la mia gioia ma, per un complesso gioco di timori e remore stentavo a farlo.

Da sardo, appartenente ad un popolo per secoli asservito e che ha da sempre ha nel suo DNA una radicata diffidenza, avevo un cieco timore che la notizia fosse ancora indefinita, non accertata in modo totale. Avevo necessità di toccare con mano la sua reale e concreta liberazione: volevo vedere con i miei occhi Rossella scendere dall’aereo della nostra Aeronautica, possibilmente sorridente, accolta in primis dalla sua famiglia e poi dalle più importanti autorità dello Stato. Ora, dopo aver poche ora fa assistito a questo evento bellissimo e commovente, posso, davvero, dire a tutti Voi su questo blog:

BENTORNATA A CASA, ROSSELLA!

A Lei, con tanto affetto, voglio dedicare questa mia lettera aperta che, spero, Rossella possa avere la possibilità di leggere, anche se non subito.

Cara Rossella,

credo che tutta la Sardegna oggi sia idealmente con Te nel cuore. La notizia della Tua liberazione ha tolto dall’ansia e dall’angoscia non solo la Tua meravigliosa famiglia ma tutta la Sardegna e tutti i sardi. Sei, ormai, figlia adottiva di tutti noi, quella figlia bella, capace, tenace e determinata, che tutti genitori di questo modo vorrebbero avere. Una cosa debbo dirti subito e che mi ha dato ulteriore prova della Tua straordinaria capacità, serietà e determinazione. Ascoltando attentamente le Tue parole all’arrivo a Roma questo pomeriggio mi hai ulteriormente sorpreso. La Tua compostezza, senza timori o recriminazioni per la terribile prova, durata ben 270 giorni, ha messo in luce la Tua inossidabile fiducia negli altri, ed il tuo amore e la spontaneità nel metterti al servizio degli altri. Non eri turbata, non rinnegavi nulla del tuo impegno, anzi hai dichiarato che speri, in tempi brevi, di poter tornare al tuo importante lavoro nella cooperazione in Africa. Debbo confessarti che questa Tua dichiarazione mi ha commosso fino alle lacrime.

Cara Rossella io credo molto nei giovani e Tu rappresenti la parte migliore di Loro. Appartengo anch’io ad una Associazione (il Rotary) che del servizio agli altri ha fatto un suo modo di essere e di operare. Aiutare chi ha bisogno di noi dovrebbe essere in cima ai pensieri di tutti, perché è aiutando gli altri che possiamo, davvero, “investire in futuro” per avere domani un mondo migliore. Se avrò il piacere di incontrarti, conoscerti di persona, potrei, guardandoti negli occhi, dirti che….sei la figlia che non ho mai avuto!

Grazie Rossella della grande lezione che hai dato a tutti: sardi, italiani, europei e abitanti del resto del mondo. La Sardegna, in particolare è orgogliosa di Te e Ti avvolge in uno splendido abbraccio!

Bentornata a casa!

Mario

COSTANTINO IL “GRANDE”: L’ENIGMATICO IMPERATORE ROMANO CHE CON L’EDITTO DI MILANO APRI’ LE PORTE DELLA LIBERTA’ DI CULTO AL CRISTIANESIMO.


Oristano, 19 Luglio 2012

Cari amici,

ho letto questi giorni scorsi che alla fine dell’estate, il 25 di Ottobre, il Museo Diocesano di Milano

ospiterà una grande mostra dedicata all’imperatore Costantino detto “il grande”, ed in particolare al suo famoso “Editto” del 313 d.C., emesso a MEDIOLANUM (la Milano di allora), con il quale la religione cristiana diventava pubblicamente professabile e praticabile. La mostra, che festeggia quindi i 1.700 anni del famoso “editto di Milano” (313-2013), che apriva ufficialmente le porte dell’impero al Cristianesimo, sarà arricchita da preziosi cimeli dell’epoca, provenienti dai maggiori musei del mondo. Questo famoso pronunciamento, più noto come Editto di Costantino, o Editto di Tolleranza, fu promulgato sia da Costantino, imperatore d'Occidente, che da Licinio, imperatore d'Oriente. Esso sanciva, per decreto, il diritto alla libertà di culto, ponendo così termine a tutte le persecuzioni religiose in atto e proclamando la neutralità dell'Impero nei confronti di ogni fede religiosa.

L’interessante mostra, che fa già parlare di se, è organizzata dalla Curia vescovile di Milano e nasce sotto il Patrocinio della Segreteria di Stato Vaticana e sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana. L’esposizione, curata da Paolo Biscottini e da Gemma Sena Chiesa, vanta un importante comitato di esperti e avrà a disposizione numerosi e rari cimeli dell’epoca (circa 250 reperti), per meglio riepilogare e raccontare quella “storica decisione” che, introducendo il principio di tolleranza in materia di culto, ha rappresentato una svolta epocale nella storia del Cristianesimo, fino ad allora oppresso e perseguitato, modificando di riflesso sostanzialmente il corso della storia e le vicende dell’umanità occidentale.


Il percorso espositivo, già in fase di allestimento, presenterà preziose testimonianze provenienti da numerosi musei italiani e stranieri. Dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, ad esempio, giungerà un Anello con il Crismon, il monogramma che combina le iniziali greche del nome di Cristo, dal Victoria & Albert Museum di Londra, un raro frammento di Tenda del V secolo, mentre i Musei Capitolini di Roma concederanno in prestito il Pastore crioforo del III secolo. Il British Museum di Londra ha già messo a disposizione un medaglione in foglia d’oro con la figura di Cristo e la Bibliothéque Nationale di Parigi il cammeo del IV secolo con il trionfo di Licinio. La mostra esibirà ai visitatori varie preziose croci, realizzate in metallo prezioso, oggi custodite a Norimberga, Colonia e Cividale; sarà esposto anche il reliquario di Sant’Elena, proveniente dalla chiesa di Santa Maria in Aracoeli di Roma. Tra i dipinti, è da ricordare la Sant’Elena di Cima da Conegliano della National Gallery di Washington.













Come sostiene il curatore Paolo Biscottini, direttore del Museo Diocesano di Milano, la mostra sarà focalizzata proprio “sulla tolleranza quale principio irrinunciabile di tutta la cultura occidentale. I temi saranno l’accoglienza nel mondo romano, la Milano imperiale, le figure di Elena e Costantino, il simbolo della croce che, fino ad allora, era considerato un segno di colpa infamante, diventato cifra dell’adesione alla fede cristiana”.

Ma chi era veramente questo straordinario personaggio, abilissimo stratega, forte in battaglia e capace di tessere trame politiche e familiari particolarmente efficaci ma anche molto discusse? Vediamo, insieme di riepilogarne la storia.

Costantino nacque in Illiria, a Naisso (l'odierna Nis, Albania) nell'anno 280 e morì a Nicomedia, nell'odierna Turchia, nel 337. Fu imperatore di Roma dal 306 fino al 337, anno della sua morte. Figlio di Costanzo Cloro, il tetrarca diventato imperatore romano nel 305, Flavio Valerio Costantino, questo era il suo nome “completo”, fu allevato al seguito di Diocleziano alla corte di Nicomedia, ma fu richiamato dal padre in Britannia appena eletto imperatore affinché lo aiutasse nella campagna militare contro la popolazione dei Pitti. Deceduto accidentalmente Costanzo, pochi mesi dopo essere diventato imperatore, l'esercito romano proclamò Costantino nuovo imperatore: aveva appena compiuto trent’anni. L’investitura ad imperatore, avvenuta per acclamazione, sconvolse l’usuale “sistema tetrarchico” di ascesa al trono che, secondo le regole, doveva essere invece attribuito a Flavio Severo. Il fatto provocò la reazione di Massenzio, il cui padre Massimiano era stato imperatore prima di Costanzo Cloro, il quale nel frattempo era stato proclamato imperatore a Roma. La lotta per il potere tra Costantino e Massenzio ebbe cosi inizio: da una parte le classi sociali romane forti che parteggiavano per Massenzio, dall'altra l'esercito che sosteneva Costantino; in mezzo, a fungere “da terza parte”, la rappresentanza della legalità istituzionale che vedeva come legale pretendente Flavio Severo. La difficile situazione degenerò presto: nell'intento di appoggiare il figlio, Massimiano con una sorta di colpo di stato attuato nella Capitale assunse il titolo di imperatore e fece uccidere il legittimo aspirante-imperatore Severo.

La circostanza tuttavia non fu risolutiva. I contendenti non si risparmiarono e iniziarono a fare una dura opposizione all’usurpatore, compreso il figlio di Massimiano, Massenzio, che dichiarò guerra al padre. La situazione si fece ancora più complessa ed ingarbugliata quando Massimiano si alleò militarmente con Costantino, suggellando il patto di alleanza dandogli in sposa la figlia Fausta. La situazione giunse a questo punto ad uno stallo. Gli indugi però si ruppero quando nel 310 Massimiano fu costretto ad uccidersi nel corso di un complotto di corte. Si mormorò che fosse stato lo stesso Costantino a costringerlo al suicidio. Poco, comunque cambiò. I pretendenti alla successione, dopo quegli avvenimenti, restavano in quattro: tali Licinio e Massimino Daia, Massenzio e, ovviamente, Costantino.

La morte di Massimiano costrinse i due massimi pretendenti, Massenzio e Costantino, a mettere in campo gli eserciti ed a far parlare le armi. Dopo alcune scaramucce militari di poca utilità strategica nelle campagne romane, gli eserciti dei due contendenti si scontrarono nei pressi di Ponte Milvio, al tempo situato alle porte dell’Urbe. La fortuna arrise a Costantino: nel corso della battaglia Massenzio morì annegato nel Tevere. La vittoria di Costantino alimentò, soprattutto nel popolo, un gran numero di leggende. Una di queste vuole che la notte precedente lo scontro Costantino avesse avuto la visione di una croce sotto cui sarebbe stata visibile la scritta “in hoc signo vinces” (con questo segno tu sarai vincitore). Profondamente turbato da questo sogno, al risveglio Costantino avrebbe fatto sostituire le insegne militari dei suoi soldati con la croce, riportando la vittoria su Massenzio, grazie all’intercessione del Dio cristiano.

La vittoria riportata su Massenzio a Ponte Milvio diede a Costatino la certezza di aver ormai, di fatto, raggiunto il trono: l’antico contendente Licinio per ingraziarselo passò dalla sua parte e strinse alleanza con Lui. Nel 313 i due, insieme, emanarono a Milano il celebre “editto di Costatino”, un decreto che considerava valida a tutti gli effetti la religione cristiana accanto alle forme di paganesimo già diffuse nella popolazione dell’impero. Grazie all’editto costantiniano si disponeva anche la restituzione dei beni alle comunità ecclesiastiche, precedentemente confiscate a favore delle casse imperiali.

Le lotte per il potere non erano, però, ancora terminate. Nello stesso anno Licinio sconfiggeva militarmente Massimino, il contendente che ancora non si era arreso e non aveva deposto né le armi né le velleità di diventare imperatore. Successivamente Costatino batteva in battaglia l’ultimo suo rivale in Pannonia, ottenendo in questo modo il pieno potere ed il totale controllo dei Balcani, che equivaleva alla parte orientale dell’impero romano. Nel 324 vinse anche ad Adrianopoli, a Crisopoli e nell’Ellesponto.

Rimasto senza rivali, Costantino iniziò la ricostruzione della città di Bisanzio da lui stesso danneggiata. In suo onore fu ribattezzata Costantinopoli, dove l’imperatore pose la sede ufficiale dell’impero nel 330.

Dopo la proclamazione del suo editto del 313 e le successive conquiste che stabilizzarono il suo impero, Costantino diede vita ad una serie di riforme sia civili che amministrative, migliorando notevolmente le condizioni sociali degli amministrati, destinate a durare a lungo. Organizzò le prefetture pretoriali dando ai Prefetti anche le competenze civili, dapprima esclusivamente militari, senza diminuire, anzi accrescendo, nello stesso tempo quelle militari, soprattutto quelle dislocate sui confini dello Stato.


Da buon economista fondò sull'oro la circolazione monetaria coniando una nuova moneta, il “solido”, favorendo in questa maniera chi aveva potuto tesaurizzare questo metallo. Il risanamento monetario si era reso indispensabile in seguito alla svalutazione delle monete d'argento, e la nuova moneta ebbe subito una larghissima diffusione nei territori dell'impero. Continuò, senza indugi, anche la “cristianizzazione” dell’impero. In capo religioso Costantino intervenne direttamente nelle dispute teologiche, partecipando tra l'altro di persona al Concilio di Nicea del 325, dove contribuì al far prevalere la linea teologica ufficiale, ora diremmo "cattolica", contro l'arianesimo. Tuttavia l'imperatore non sarebbe mai stato mosso da scelte teologiche precise, bensì dall'esigenza di mantenere l'unità della Chiesa da poco costituitasi, alla quale egli affidò vari compiti istituzionali favorendo in questa maniera le tendenze accentratrici della comunità cristiana romana. Inoltre, favorì l’inserimento della chiesa cristiana nella struttura politica ed amministrativa dell'impero promulgando numerose leggi che favorivano i chierici attraverso immunità fiscali, attribuivano giurisdizioni in materia territoriale, penale e civile e assegnavano alle chiese compiti di assistenza alle classi sociali meno agiate. In campo sociale Costantino accentuò la tendenza all'umanizzazione della condizione degli schiavi ed intraprese la riforma della legislazione sul matrimonio. Sua anche l’idea di sostituire l’immagine dell'imperatore “divinizzato” con quella cristiana dell'imperatore “per volontà di Dio”, pur mantenendo forme rispettose verso i precedenti culti pagani classici e mediorientali. Volle conservare per se il titolo di “pontefice massimo”, operando sempre per garantire il massimo rispetto per la famiglia imperiale.

Queste sue non comuni doti e capacità amministrative e strategiche, che fecero di Costantino un vero “grande” della storia, non gli impedirono, però, comportamenti certamente poco nobili, anzi certamente anche esecrabili. Nonostante i numerosi e comprovati atti positivi nella gestione del potere, la storia ci riporta anche un Costantino feroce che si macchiò di crimini terribili, per ragioni mai del tutto chiarite: per esempio, fece uccidere il figlio Crispo e la moglie Fausta e, forse, anche il padre Costanzo Cloro. Nel suo comportamento favorevole alla cristianizzazione dell’impero un ruolo decisivo fu svolto dalla madre Elena, successivamente innalzata dalla Chiesa agli onori degli altari. Questa donna dedicò gran parte della sua vita a far costruire edifici sacri nei territori dell'impero - per esempio, la chiesa di Santa Croce di Gerusalemme e la chiesa della Natività a Betlemme - ed a cercare ipotetiche reliquie di Gesù Cristo in Terra Santa. E' rimasta celebre la tradizione cristiana che indica in Elena la scopritrice della croce su cui fu martirizzato Cristo. La preziosa reliquia, successivamente conservata a Costantinopoli e condotta appresso come panacea dagli eserciti crociati nelle battaglie medievali di Terra Santa, andò perduta nella battaglia dei Corni di Hattin (1187), probabilmente distrutta dai soldati musulmani. Elena, inoltre, inaugurò con successo la tradizione dell'influenza delle nobildonne cristiane alle corti imperiali, e fu consigliera attenta di ogni azione intrapresa dal figlio.

Costantino le tributò sempre grandi onori, intitolandole nomi di province e di città, Helenopontus e Helenopolis per esempio, e coniando monete con la sua effige. Elena si convertì al cristianesimo nel 327. Costantino, invece, pur avendo tanto operato in favore della religione cristiana, non abbracciò mai ufficialmente il cristianesimo. Mentre stava preparando la campagna militare contro l'impero di Persia per recuperare i territori romani perduti da Diocleziano, Costantino il Grande fu colpito da febbri presso la città di Nicomedia. Dopo aver nominato imperatori i suoi tre figli, in punto di morte volle essere battezzato dal vescovo Eusebio. Morì a Nicomedia, nell'odierna Turchia, nel 337.


Costantino, dunque, personaggio storico straordinario e, per la Chiesa, chiave di volta della costruzione di un percorso millenario che con Lui passa dalle tenebre alla luce, uscendo dalle catacombe e dalle persecuzioni e conquistando pari dignità con le altre religioni. Santo, dunque, o “Tiranno” questo enigmatico Costantino? Gli storici non sono concordi nell’esprimere un ponderato giudizio. Personaggio dalle mille sfaccettature, santificato dagli ortodossi ma non dalla Chiesa romana, fu pesantemente censurato dagli illuministi. Costantino, oltre che universalmente noto per aver dato la libertà di culto ai cristiani con l’Editto di Milano del 313 d. c., è passato alla storia anche per la cosi detta “Donazione di Costantino”, un atto attribuito al sovrano e datato 30 marzo 315 d. c. Con questo “editto”, attribuitogli ma ritenuto falso dalla gran parte degli storici, a partire da Lorenzo Valla nel 1440, l'imperatore avrebbe concesso al papa Silvestro I ed ai suoi successori il “primato” sui cinque patriarcati (Roma, Costantinopoli, Alessandria d'Egitto, Antiochia e Gerusalemme) e avrebbe attribuito ai pontefici le insegne imperiali e la sovranità temporale su Roma, l'Italia e l'intero Impero Romano d'Occidente. L'editto conteneva anche la donazione di numerose proprietà immobiliari estese fino in Oriente, oltre che l’atto di donazione, a Silvestro in persona, del palazzo Lateranense.

L’argomento del potere temporale della Chiesa, che a cicli ripetitivi torna spesso in auge, si ricollega spesso a quest’atto che, per quanto ritenuto successivamente apocrifo, ha creato nei secoli delle situazioni che, consolidatesi nel tempo, non sono state successivamente facilmente modificabili.

Io non so se la grande mostra che si aprirà a Milano al museo diocesano nel prossimo Ottobre e analizzerà a fondo la figura di Costantino, toccherà anche l’argomento “Donazione di Costantino”, vera o falsa che sia.

Per Voi, cari amici, che fedelmente seguite il mio blog, in una prossima puntata certamente Costantino e la Sua reale o immaginaria donazione, saranno ancora buon argomento di conversazione!

Grazie a tutti Voi e… BUONE VACANZE!

Mario