E' sempre l'ora...dI dare e ricevere...amicizia!

giovedì, agosto 30, 2012

L’AMORE NON VA MAI IN PENSIONE! AMARE A TUTTE LE ETA’ E’ IL SEGRETO DELLA LONGEVITA’. ARISTOFONTE LO AVEVA SCOPERTO FIN DAL 350 A.C.


Oristano 29 Agosto 2012
Cari amici,

Paolo Conti, Lunedi 20 Agosto sul «Corriere della Sera», ha affrontato un tema con il quale tutti gli uomini, prima o poi, rischiano di confrontarsi: l'innamoramento in tarda età. Il dubbio atroce è: l’amore “over 60” è un impulso da reprimere o a cui dare libero sfogo? La tesi del commentatore del quotidiano di via Solferino è netta: «Ho 58 anni e ormai sono troppo vecchio per l'amore». E poi: «Non voglio diventare la parodia di me stesso. Lascio agli altri le trappole della passione». Suggestiva la citazione di De Andrè: «Lascio il batticuore che strappa i capelli a quelli che i capelli li hanno (e non tinti)». Infine il passaggio più aspro: «Certi miei coetanei neopensionati si trasformano in ridicole parodie di se stessi di trent'anni prima». Generalizzare è sempre sbagliato e farlo in un ambito così delicato come quello dell'amore è ancora più sbagliato. Ma c'è chi è convinto che invece ogni amore, ogni innamoramento, sia una storia a se stante. Con le sue emozioni, cadute, risalite. E questo vale in qualsiasi età. Perché a qualsiasi età si rimane uomini (e donne) capaci di esprimere sentimenti. Con il piacere di farlo.
Oggi anche in Italia è scoppiata quella moda meglio nota come “Fenomeno Aristofonte”, che sta ad indicare il desiderio di molte giovani (dai 18 ai 29 anni) che, complice lo sconfinato mondi di Internet, vogliono entrare in relazione con uomini molto più grandi di loro. Attraverso un sito apposito (www.aristofonte.com) oltre 100mila ragazze giovani cercano partner molto più maturi. Perché questo fenomeno dell’amore trasversale tra fasce di età molto lontane tra loro è stato chiamato di Aristofonte?. Ecco perché.

L’ateniese Aristofonte, attivo in politica già intorno al 403 a.C., era famoso non solo per essersi battuto nel 346 a.C. affinché Atene non rinunciasse alle pretese su Anfipoli nella Pace di Filocrate ma anche perché amava frequentare giovanissime fanciulle. Ricordato da Plinio come uno degli uomini migliori del suo tempo (se ce lo dice Plinio c’è certamente da fidarsi), Aristofonte, abbandonando l’uso corrente dell’epoca, si sottrasse alla "bisessualità” come norma dell'universo greco (come ci racconta il bellissimo libro "La sessualità nella storia" di L. Stone, Laterza, 1995), dedicando le sue frequentazioni ad avvenenti e giovanissime fanciulle che contavano molto meno della metà dei suoi anni. Questo “modo nuovo” di concepire le relazioni tra generazioni, inizialmente messo in atto da Aristofonte, nel tempo si diffuse ampiamente nel mondo, affermandosi poi a livello planetario attraversando epoche e Paesi diversi.
Ovviamente il fenomeno può essere esaminato anche dall’altro lato: non solo uomini maturi desiderosi di instaurare relazioni con donne molto più giovani ma anche donne mature con uomini molto più giovani. Se cerchiamo riscontri sul web (www.cougaritalia.com) troviamo deliziosi studenti ventisettenni che bramano un'uscita romantica con la signora di turno, come possiamo anche giornalmente verificare sfogliando i settimanali di gossip, dove prosperose cinquantenni giocano a fare da “mamme” a “toy boys” con meno della metà dei loro anni.

La mia riflessione di oggi, cari amici, non vuole addentrarsi nell’irto sentiero delle “relazioni pericolose” ma esaminare, con molta pacatezza, se quel sentimento nobile e bello quale è l’amore vero, l’amore non malato ma pulito, serio e solido, possa esistere in tutte le età della vita: dall’adolescenza sino alla terza e quarta età. Io penso di si e lo sostengo con convinzione.
Lo stesso Dante, al verso 103 del Canto V dell'Inferno affermava:

...Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».

Amore, quindi che “non perdona nessuno”, in nessuna situazione, a prescindere da vincoli ed obblighi assunti in precedenza! Le riflessioni di Paolo Conti sul «Corriere della Sera» hanno innescato un dibattito che si è allargato su giornali e settimanali, oltre che sulla “rete”. Cosa trarre dalla miriade di commenti tra sostenitori della sua tesi e contrari? Innanzitutto che l’amore non è come un “interruttore della luce”, che si può accendere e spegnere a piacimento! Il meccanismo che sta alla base dell’innamoramento sfugge, spesso, ad ogni logica e ad ogni programmazione. Questa logica non è valida solo per gli adolescenti ma continua ad avere “mano libera” ad ogni età, senza preclusioni di sesso, condizione sociale, orientamento religioso e quant’altro. L’importante differenza tra il periodo adolescenziale e quello della maturità è certamente costituita dalla maggiore esperienza e senso di responsabilità che consente di evitare certi atteggiamenti e prese di posizione, impossibili nella fase giovanile. Quello che è certo è che non esiste un’età dell’amore, e si può con convinzione sostenere che “L’amore non può e non deve andare in pensione”! Chi sostiene il contrario, è ancorato ad un periodo storico del passato, quando le fasi della vita erano strettamente legate al “ciclo delle stagioni”, e la civiltà contadina aveva le sue regole difficili da evadere.

L'amore, allora, iniziava prima dei 20anni. Si socializzava nella prima adolescenza, si metteva su famiglia da giovani e, a 60 anni, gli esseri umani avevano accumulato, oltre che un buon numero di figli, almeno 40 anni di “contributi affettivi”, sotto l’ampio tetto della “famiglia allargata” formata da marito, figli, ascendenti e ulteriori componenti il “clan” familiare: nipoti, generi, nuore e quant’altro. “Capitale affettivo”, quindi, di grande spessore, senza dimenticare i legami creati dall’indotto: quelli fra i parenti di entrambi i coniugi, oltre ad una grande rete di amici e vicini costruita fin dall’infanzia e che costituivano una rete di salvataggio in caso di vedovanza o solitudine. Grazie a questo assetto, dopo una certa età si poteva uscire tranquillamente dalla caccia all'amore ed a nuovi rapporti e a godere in vecchiaia di una “rendita emotiva-sentimentale”, magari non esaltante, ma sicura e riposante; un’assicurazione contro l'isolamento, fatta di tenerezza, rispetto, memorie condivise, affetti familiari considerazione da parte dei parenti più giovani. Era questo sistema capace di “trasformare” l’amore tra marito e moglie in un’altra variante dell’amore: quella meglio definita come “affetto coniugale”, fatta di dedizione, rispetto, aiuto e sostegno disinteressato.
E’ stato il repentino cambio di abitudini avvenuto nella prima modernità a creare quelle incredibili trasformazioni sociali che, in poco tempo hanno iniziato a distruggere le mura e le fondamenta del bel castello della famiglia patriarcale. Trasformazioni sociali che hanno scatenato prima una “rivoluzione sessuale” che ha liberato la donna da vincoli oppressivi e dato vita prima al divorzio e poi a tutte le sacrosante trasformazioni economiche e sociali che, successivamente nella seconda modernità hanno ulteriormente accentuato il taglio netto con il passato. Modernità che, però, come rovescio della medaglia, ha portato con se mali prima assenti come l’individualismo, la solitudine ed il “consumismo”.

Modernità che, oltre a creare un mondo sempre di corsa, sempre in ansia, ha dilatato a dismisura i bisogni di tutte le età, rimescolandole e miscelandole, creando intrecci e relazioni tra le varie fasi, prima non permeabili. Questo caos generazionale, questo “melting pot”, complice il fattore “solitudine” (una delle aride conseguenze della modernità), ha potuto cosi costruire nuove relazioni, anche trasversali tra le diverse età, accentuando e confermando la tesi che oggi l’amore non è capace di andare mai in pensione, non può permetterselo. La relazione amorosa che oggi nasce già sui banchi delle medie, dura all’infinito ben oltre l’età della pensione. Potremo sostenere, usando una famosa affermazione nata nei Paesi Nordici ai tempi del primo Stato Sociale, che l’amore per l’uomo dura “ Dalla culla alla tomba”. Viene da sorridere constatando che la 12enne si avvilisce perché non ha ancora trovato un moroso, il 65enne si tormenta perché non trova più una nuova compagna: fra le due età un divario di oltre 50 anni, in cui non si fa altro che pensare all’amore! Credo che, come sostenuto prima, la solitudine giochi in tutto questo un ruolo importante. Il bisogno di amore-affetto è insito nell’uomo e, credo, mai si affievolirà. L’amore non è qualcosa da vivere in “un periodo quantificato, determinato, ma qualcosa di perpetuo, scritto indelebilmente nel nostro DNA. Non c’è per l’amore un INPS, deputato a darci la “pensione”, più o meno grande in relazioni ai contributi amorosi versati! Non ci serve un Monti che ci ammonisca sostenendo che “l’amore, come il lavoro, è noioso e cambiare spesso lavoro è stimolante”, o la morale contemporanea secondo cui il partner fisso “logora”, mentre la ricerca di compagni sempre più stimolanti, e possibilmente più giovani, da la felicità. Se le proteste, che si sono levate contro la riforma Fornero, sono state immediate e furenti, quelle contro lo smantellamento della “previdenza sentimentale” (consolidate nella Civiltà Contadina) cominciano a levarsi solo ora, e sono poche e isolate. Come quella apparsa sul Corriere della Sera, con l’autorevole firma di Paolo Conti.

Conti sembra quasi sostenere con forza “la ritirata dell’uomo dall’innamoramento”. Il giornalista rivendica il diritto di ritirarsi dalla corsa all’innamoramento a 58 anni: separato, con due figlie molto amate, e con molti amori alle spalle, sente di avere già dato. Sostiene, inoltre che oggi, anche se la durata della vita si è allungata, «non vuol dire che a 50-60 anni si possano o si debbano svolgere le stesse attività di quando se ne aveva 20», e magari anche con partner ben più giovani! Il dibattito innescato da Conti, pur nel caldo e nell’afa d’Agosto, ha conquistato le chiacchiere dei vacanzieri, rimbalzando di ombrellone in ombrellone e suscitando, com’era prevedibile, un vespaio di reazioni. Nei commenti abbondano osservazioni tipo «sì ma quando succede è stupendo», «conosco una coppia lui 60enne-lei 30enne, carinissimi», e cosi via. Il dibattito non si estinguerà con il ritorno a casa ed al lavoro dopo le vacanze. La realtà è che “invecchiando” di può ancora dare molto, si può ancora imparare! Nell’età matura si possono fare ancora una miriade di cose! Amare molte di quelle cose che da giovani, per mille ragioni, ci sono sfuggite. Si può studiare, per esempio, ciò che non si è mai studiato. Imparare una lingua nuova. Viaggiare per il mondo. Continuare a migliorarsi sotto ogni profilo, anche sul lavoro, visto che per molti, dopo la riforma Fornero, la pensione, se ci sarà, è ancora lontana.

«Invecchio imparando ogni giorno qualcosa», diceva l’anziano Cicerone, peraltro fresco reduce dal fallimento del secondo matrimonio con una ricca ereditiera molto più giovane di sua figlia Tullia: il re degli oratori, a differenza dei 60enni moderni, credeva nell’efficienza dell’uomo e nella sua innata curiosità e sete di conoscenza. Secondo la mia modesta opinione credo che a 58 anni ci si possa ancora innamorare, perché no. Senza angosce e senza rincorrere la luna: perché i sentimenti non sono addomesticabili. La vita dopo i 60 anni va vissuta con grande senso di responsabilità, con ironia e umorismo, e, soprattutto mantenendo una grande curiosità.

Io ho avuto la fortuna di andare in pensione a 57 anni, praticamente l’età presa a riferimento da Paolo Conti. A differenza di Paolo sono felicemente sposato con un figlio. Non ho, però, voluto “chiudere la valvola dei sentimenti e della conoscenza”, passando la giornata in pantofole. Mi sono rifiutato di pensare: “basta, ho già dato”. Ho voluto, mantenendo sia tutta la mia curiosità che la mia innata ironia inframmezzata da umorismo, iscrivermi nuovamente all’università. Non ho ricalcato le conoscenze acquisite negli anni del lavoro (economia, diritto, finanza, contabilità) ma fatto un salto triplo: mi sono iscritto all’Università di Sassari, facoltà di Scienze politiche, in Scienze della Comunicazione. Terminata la laurea triennale ho continuato per conseguire la laurea specialistica in “Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo”, concludendo con il massimo dei voti e la lode. Non pago dell’acquisizione delle nuove conoscenze, che anzi mi hanno stimolato a continuare, ha voluto ulteriormente approfondire il discorso iniziato, acquisendo altre tessere al mio mosaico. Ho cosi acquisito anche la laurea magistrale in “Politiche Pubbliche e Governance”, conseguita, come l’altra, con il massimo dei voti e la lode.
Che dire? Sono felice di queste nuove esperienze. Ho, negli 8 anni trascorsi a Sassari, fatto amicizie che mi hanno dato molto. Non parlo solo di quelle con i validi docenti con cui ho tutt’oggi un buon dialogo amichevole, ma di quelle fatte con un bel gruppo di compagni di corso dell’età di mio figlio. La diffidenza iniziale è in poco tempo caduta e l’amicizia è prima nata e poi cresciuta di giorno in giorno. Con Loro c’è, nonostante la bella differenza di età, un buon rapporto di amicizia e stima, molto coinvolgente e sincero. Credo che per l’amicizia, come per l’amore di cui è una nobile variante, l’età abbia poco valore!
L’amore, in tutte le sue forme, è (o dovrebbe essere) il vero motore del mondo!
Grazie della Vostra sempre splendida attenzione!
Mario

lunedì, agosto 27, 2012

LA VENERATA MADONNA DEL RIMEDIO FESTEGGIA I 60 ANNI DELLA SUA INCORONAZIONE, AVVENUTA IL 7.9.1952.


Oristano 27 Agosto 2012,

Cari amici,

credo che in tutto il circondario di Oristano ci sia poca gente che non è devota alla Madonna del Rimedio: la Sua fama, ormai, copre non solo il circondario ma tutta l’Isola. Il Suo Santuario si trova uscendo da Oristano e dirigendosi verso Torregrande, nei pressi dello svincolo che porta a questa nota località turistica. La Chiesa-Basilica del Rimedio, questo venerato santuario di cui poco rimane dell'originaria ed antica struttura medioevale, è meta ininterrotta di pellegrini da tutta l’Isola. Per la festa, l’8 Settembre, una folla immensa copre il grande sagrato circostante, ricreando quell’antico sapore di “sagra”, tanto in uso nel passato. Ecco la storia di questo luogo, dedicato da tempo immemorabile alla Madonna, e che mantiene intatto tutto il suo fascino.

L’attuale Basilica del Rimedio (l’edificio fu consacrato il 13 maggio 1956), sorge sopra un antico insediamento molto probabilmente di età nuragica. Il territorio intorno ad Oristano, infatti, era già popolato in epoca prenuragica e contava molti piccoli villaggi sparsi intorno agli ampi stagni costieri. Gli insediamenti, in gran parte oggi solo “toponimi”, erano chiamati Fenugheda, Nuragraba, Gutturu Mannu, Cannedu, Tzuarbara, Donigalla e, un po’ più a Nord verso Nuraxinieddu, Gippi. La zona intorno all’attuale Basilica era parte del villaggio di Nuracraba, sorto in epoca precedente anche alla civiltà fenicio-punica (testimoniata da ritrovamenti di vasellame, terrecotte figurate e monete), consolidatosi in epoca romana e successivamente ampliato in periodo medioevale; finì decimato, poi, a causa della peste del 1700.

Dove oggi sorge la Basilica era ubica la Chiesetta del villaggio di Nuracraba, mai cresciuto a sufficienza anche a causa delle frequenti inondazioni del Tirso, e che finì praticamente spopolato a seguito soprattutto della morbosa pestilenza che colpì il territorio ai primi del ‘700. Dati statistici storici del 1653, evidenziano che Nuracraba in quell’anno era ridotta a 16 famiglie, la vicina Donnigala ne contava 15, tutte superstiti della peste, mentre Fenugheda, risultava interamente spopolata; i suoi ultimi abitanti erano emigrati a Nuracraba affidando a questo paese la statua lignea del suo Santo patrono S. Marco, collocandolo proprio nella chiesa del Rimedio. Nel 1688 il Parlamento, con lo scopo di condurre nuovi abitanti a Nuracraba e a Silì, paesi ridotti ormai a sole quattro unità, stabilì una “franchigia” della durata di dieci anni ma l’egoismo dei feudatari, che lasciarono cadere i progetti, affossò la proposta e Nuracraba fini per spopolarsi del tutto.

Scomparso il paese nel 1747 non scomparve, invece, il culto della Vergine del Rimedio che non solo permaneva ma aumentava. La chiesa, divenne meta di pellegrini sempre più numerosi e fu spesso rimaneggiata ed ampliata. La struttura attuale nelle sue linee principali risale ai primi dell’800. La leggenda vuole che l’edificio attuale sia stato realizzato da un sedilese, che, messo alla tortura come sospetto protettore di pericolosi malviventi, si raccomandò alla Madonna del Rimedio, invocandola in sua protezione. Il Santuario, sempre più frequentato, proseguirà ad allargare la sua fama ed il 7 settembre del 1952 vivrà, con grande presenza di popolo, la solenne incoronazione della B.V. del Rimedio, alla presenza del cardinale Federico Tedeschini, dell'Episcopato sardo e delle Autorità diplomatiche, civili, militari e politiche dell'Isola. Auspice l'arcivescovo Sebastiano Fraghì, La Madonna del Rimedio fu proclamata “Compatrona della Diocesi” con Breve Apostolico del 31 maggio 1954, alla presenza del card. Ottaviani che presiedette la solenne cerimonia il 5 ottobre dello stesso anno. Il Santuario, consacrato dallo stesso Mons. Fraghì il 13 maggio 1956, fu elevato alla dignità di Basilica minore con Lettera apostolica del 26 aprile 1957.

La festa della Madonna del Rimedio cade l'8 Settembre ed è preceduta dalla novena (29 agosto – 6 settembre).

Le forme attuali della chiesa, a croce latina, con un tamburo a cupola all' incrocio dei bracci, rimandano al secolo XIX. All' interno, sull' altare Maggiore, possiamo ammirare il simulacro ligneo della Madonna del Rimedio, di bottega sardo -campana della prima metà del Seicento. Nella cappella di sinistra tanti gli ex voto che i numerosi miracolati a Lei rivoltisi Le hanno dedicato.


Quest’anno è un anno di grande festa, di grande giubilo: è il 60° dell’incoronazione della Vergine, avvenuta il 7 Settembre del 1952. Credo che si ripeterà, ampliata, quella grande partecipazione di folla, proveniente da tutta l’Isola, che 60 anni fa assistette, commossa, alla solenne incoronazione della Beata Vergine da parte del Cardinale Tedeschini, chiamato ad Oristano dall’Arcivescovo Fraghì. Non mancheranno le Autorità religiose, che l’Arcivescovo Sanna certamente chiamerà a partecipare, ne l’omaggio delle Autorità, il Sindaco Tendas, in primis, come fece nel 1952 l’allora Sindaco Carloni.

Io sono tanto devoto alla Madonna del Rimedio che mi ha sempre dato protezione e tutti gli anni, in silenzio, lontano dai momenti di folla mi reco al Suo santuario a pregarLa per me ed i miei cari. Farò così anche quest’anno. Non amo i “bagni di folla”, preferisco la pace e la tranquillità della Chiesa silenziosa: mi facilita il raccoglimento. Le dirò poche parole: Grazie mamma, Regina del Cielo, perché continui a volerci sempre tanto bene!

Vi abbraccio tutti.

Mario


lunedì, agosto 13, 2012

CABRAS E LA SUA LAGUNA. LE ANTICHE RICETTE PER CONSERVARE IL MUGGINE: SA MERCA E SU MUGHEDDU.

Oristano 13 Agosto 2012

Cari amici,

come molti di Voi sanno passo le vacanze nella mia casa al mare in territorio di Cabras, non lontano dal suo omonimo stagno. Quest’estate, mentre chiacchieravo con un pescatore de “ sa Pischera de Mar’e pontis” , abbiamo parlato di cucina e casualmente anche delle antiche ricette del passato, necessarie per conservare a lungo il prezioso pescato della ricca laguna: il muggine. Due le più importanti: Sa Merca e su Mugheddu, diverse tra loro ma molto interessanti e capaci, in un’epoca dove il frigorifero era ancora da inventare, di conservare a lungo un prodotto molto deperibile come il pesce. Ecco, per Voi, la storia di queste ancora oggi rinomate ricette.


Grazie alla sua collocazione geografica Cabras è stato sempre un paese di pescatori, e la cucina cabrarese ha ruotato e ancora oggi ruota intorno al pesce, in particolare al muggine. Uno dei piatti più famosi ed antichi, la cui origine si fa risalire alla notte dei tempi, è "sa merca": Si tratta di un piatto freddo a base di muggine lesso, salato e messo ad asciugare sulla "ziba"; un'erba palustre nota col nome volgare italiano di Obione (Halimione portulacoides); al termine del processo di preparazione i pesci vengono avvolti con quest'erba, creando un caratteristico “pacchetto”, legato con dei giunchi, che consentiva non solo la conservazione ma anche un facile trasporto. L’altra ricetta, nata anch’essa per favorire la conservazione del muggine e quella denominata “Su Mugheddu”. Su mugheddu (o su pisci affumau), è il cefalo sventrato e sottoposto ad un bagno di salamoia. Solo gli addetti al lavoro conoscono la densità della salamoia e i tempi dell’immersione. Successivamente si procede all’affumicazione che avviene in una stanza dove il fumo di un fuoco di elicrisi secchi avvolge, per un tempo noto a pochi, i cefali sospesi ai giunchi che lentamente acquistano uno stupendo color oro. “Su mugheddu” si consuma dopo una rapidissima cottura alla brace.

Il nome “merca” si ritiene che sia stato dato a questa pietanza perché il metodo di conservazione è a base di sale: il significato etimologico, infatti, di merca è proprio quello di “cibo salato”. Questo procedimento di conservazione risale alla notte dei tempi, essendo stato scoperto e praticato dall’uomo preistorico. La ricetta della merca è stata attribuita ai fenici, stante la lunga dominanza nel territorio da parte di questo popolo, ma non pochi studiosi sono convinti, invece, che essa è sicuramente molto più antica e che possa essere datata tra il Paleolitico Superiore ed il Neolitico. I Fenici erano certamente un popolo che praticava la pesca e conservava il pescato sotto sale, ma non per questo sono da considerare gli inventori de “sa merca”.

Questa pietanza dalla storia millenaria è ancora oggi una caratteristica di Cabras, che grazie alla qualità dei cefali della sua laguna è ancora oggi la patria della migliore bottarga di muggine. I cefali (Mugil cephalus), sono particolarmente adatti per realizzare questa particolare ricetta. La preparazione deve essere fatta con competenza, se si vuole realizzare un prodotto saporito e durevole. Ecco la ricetta.

Merca di Cabras

ingredienti: 800 g di muggini, erba palustre ziba (salicornia) in quantità, sale abbondante.

Squamare i muggini, che debbono essere preferibilmente di peschiera per garantire la bontà delle interiora, aprirli sul fianco ed estrarre il fiele. mettere sul fuoco un recipiente con acqua e abbondante sale (si può utilizzare anche l’acqua di mare), indispensabile per la lunga conservazione della pietanza. La quantità del sale utilizzato è variabile: se si deve consumare il prodotto quasi subito mettere meno sale, aumentando la quantità si allunga la durata della conservazione (il prodotto si conserva bene per circa una settimana). Quando l'acqua bolle, immergere i muggini dopo aver tagliato a trance quelli grandi e aver lasciati interi quelli piccoli. Far bollire il pesce per pochi minuti e tenerlo dentro l'acqua finché questa è quasi fredda. Estrarre, poi, il pesce e farlo asciugare su un graticcio, finché e ben asciutto. Avvolgere poi i muggini, in modo che siano interamente protetti dall'aria, in un’abbondante quantità di ziba (o salicornia), un'erba palustre che cresce in riva agli stagni del Sinis. Dopo 2/3 giorni in qualunque stagione i muggini sono pronti per essere gustati. Il prodotto va conservato in luogo fresco.

Sa merca di muggine è un piatto che, dopo anni di oblio, è stato riscoperto e viene ora preparato nei ristoranti e negli agriturismi tipici, nei comuni di Cabras, Riola, Nurachi e Baratili San Pietro. E anche piatto caratteristico durante la sagra, per la festa di San Salvatore. Il suo gusto particolare parla di un tempo in cui i cibi andavano conservati con cura, in vista di giornate di lavoro lontani da casa, a bordo delle barche o nei lavori di campagna. Ecco ora l’altra ricetta.

Su Mugheddu o su Pisci affumau era, sino a pochi decenni fa, il piatto tipico del periodo quaresimale sia a Cabras che nei centri a ridosso del suo stagno. Come la merca, per la preparazione di questo piatto, l’ingrediente principe è il muggine della laguna di Cabras. Nel periodo aureo della Peschiera di Mar’e Pontis la preparazione del pesce avveniva in un apposito locale della peschiera , dove il pesce veniva leggermente sbollentato in acqua salata, o anche in una miscela di acqua dolce e di mare, quindi scolato e appeso ad affumicare su un graticcio posto all’interno di un camino comunicante con una camera di combustione dove venivano fatte bruciare delle erbe particolari, come l’Elicriso o Tignamica. Il muggine, prima di essere appeso, veniva bucato tra le branchie con un robusto giunco, in modo da formare dei veri e propri grappoli. Dopo l’affumicatura veniva consumato facendolo scottare sulla griglia calda e riducendolo a filetti dopo averlo liberato dalla pelle squamosa. Era anche un ottimo antipasto, tagliato a cubetti e mischiato ad una buona insalata di lattuga fresca.

Antiche ricette, antichi sapori che ancora oggi ci danno la dimensione di quanto straordinarie siano le nostre coste, le nostre lagune, il nostro golfo di Oristano! Una cosa, però, non abbiamo ancora imparato, dopo secoli di dominazioni fenicie, romane, spagnole e chi più ne ha più ne metta: a valorizzare quanto madre natura ci ha dato! L’antico e ricco stagno di Cabras è oggi praticamente una laguna dove anziché abbondare di pesci abbondano i conflitti, le ruberie, le lotte e le incomprensioni. Cosi non può essere utile a nessuno, non darà ne redditi ne ricchezze. E’ tempo che riflettiamo seriamente!

Grazie della Vostra attenzione.

Mario


giovedì, agosto 09, 2012

QUANDO E…QUANTO E’ DIFFICILE ACCETTARE I PROPRI LIMITI! IL RECENTE ESEMPIO DI ALEX SCHWAZER.

Oristano, 9 Agosto 2012

Cari amici,

Il campione olimpico dei 50 km di marcia, Alex Schwazer, non correrà ai Giochi olimpici di Londra 2012 perché risultato positivo all'Epo, durante i controlli dell'Agenzia Mondiale (Wada). Avrebbe dovuto gareggiare dopodomani, sabato mattina. Il CONI lo ha rimandato a casa.

In questa mia riflessione, però, non voglio annoiarvi con tutti i dettagli di questa tristissima storia ma riflettere sulle cause, sulle motivazioni, che l’hanno scatenata.

Intanto, cosa rara di questi tempi, è da apprezzare l’immediata confessione: “Volevo essere più forte per questa olimpiade. Ho sbagliato, la mia carriera è finita”; con queste parole il campione olimpico in carica dei 50 chilometri di marcia, il bolzanino Alex Schwazer, ha ‘confermato’ all’Ansa la sua positività al doping. “Ho fatto tutto da solo e di testa mia – ha proseguito l’ex azzurro – e dunque mi assumo tutte le responsabilità per quello che è successo”. Poi, la conclusione, amara: “La mia vita nell’atletica è finita oggi”.

Ho seguito in TV le riprese in diretta di questa amara confessione e mi è venuto da pensare “perché” un campione come Lui, sicuramente benestante, amato dai suoi tifosi e sostenitori, fidanzato con un’altra stella sportiva, si sia lasciato andare a compiere un’azione cosi vile, cosi sporca. Il punto focale che fa scattare dentro di noi molle anche perverse è l’accettare (o non accettare) i propri limiti. Accettarsi per quello che si è o non accettarsi, questo è il problema! Ogni giorno è in gioco, tra noi e le nostre forze, il nostro potenziale, la nostra “Autostima”. Il difficile è riuscire a convivere conoscendo ed accettando i propri limiti, solo cosi si può avere una reale e concreta autostima di se stessi! Ognuno di noi ha i propri limiti "invalicabili".

La parola “limite”, parlando delle nostre capacità, fa pensare ad un punto di arrivo che impedisce di andare oltre, blocca un percorso, una meta da raggiungere. E’ una sensazione non bella sentirsi frenati, sentire ad un certo punto di non “riuscire a”; in poche parole rendersi conto, che non si riesce ad andare più in là di dove si è arrivati fino a quel momento. E’ difficile accettarlo questo limite, se lo dobbiamo mettere in relazione a quello degli altri. Perché si fa fatica ad accettare i nostri limiti? Diverse e complesse le motivazioni. La più importante è che non riusciamo ad accettare la supremazia di un altro, di uno che ha capacità maggiori delle nostre. E’ questo il momento terribile della nostra “fragilità”, che ci rende disponibili ad accettare i compromessi, che ci mette in condizioni di tentare di “barare”, di trovare soluzioni alle nostre debolezze, anziché accettarci per quello che realmente siamo.

E’ necessario Imparare ad accettarsi. Accettarsi per molte persone è una difficile conquista che richiede sforzi e un lungo lavoro su se stessi. Si tratta di conoscersi profondamente, di avere verso se stessi una reale e convinta “autostima ed accettazione”; un volersi bene veramente, riuscire a perdonarsi le fragilità ed anche gli errori, gioire dei successi possibili, accettando sempre i propri limiti. Non dobbiamo mai dimenticare che la perfezione non esiste! Oggi, vivendo in una società dove conta più l’apparire che l’essere, il bombardamento dei media costringe le persone alla perenne ricerca della perfezione. E’ una società quella attuale che non accetta sbagli o errori: essere superati significa cadere nell’oblio, precipitare nell’oscurità degli inferi, perdere fama, denaro e onori. Il terrore di sbagliare un obiettivo, di non arrivare primi alla meta, significa caricare i concorrenti di eccessive aspettative, costringendo i soggetti deboli a cercare soluzioni impossibili, quindi a cercare di barare.

Oggi l’essere vincenti in ogni campo è diventato quasi un comandamento ineludibile, e le conseguenze sono davvero deleterie: ci si sente sempre sotto pressione e non all’altezza dei compiti che ci sono stati affidati. Nel caso di Alex, tra l’altro, era difficile accettare di non essere l’atleta forte e vincitore, come nel recente passato, primo a Pechino 2008!

Ho letto con attenzione le notizie che nel mondo del Web circolano in queste ore, e che riversano su un Ragazzo, uno sportivo un ex campione, una variegata immensità di fango. Alex Schwazer, atleta dalle capacità indiscusse in una disciplina difficile come la Marcia, ha deluso un po’ tutti: sportivi, amici e familiari. Ora lo si accusa di aver gettato una nazione intera nel disonore, e viene additato come un appestato, diventato oggetto mediatico di scherno e di ironie.

Io da questa pagina virtuale non voglio ne difenderlo ne parteggiare per Lui: la mia è solo una riflessione. Voglio chiarire subito: Alex Schwarzer ha commesso un errore gravissimo, subito riconosciuto però, e questo è già un fatto molto positivo che non ha molti precedenti. Ora, questo ex-campione, anzi ex-atleta (stante le sue dichiarazioni in merito all'eventuale proseguio della sua carriera) è solo un ragazzo distrutto che merita, comunque, rispetto. Chi sbaglia deve pagare. Chi paga e mentre lo fa si pente e chiede scusa, non merita di essere linciato, vilipeso, offeso e ingiuriato. Pur non assolvendolo dalla sua colpa lasciamolo meditare in pace; fuori dai riflettori saprà meglio comprendere i suoi errori, frutto probabilmente della schiacciante pressione imposta dai ritmi frenetici dei nostri tempi.

Anche nei delitti più efferati la pena, pure quella più grave, deve servire a redimere il condannato non a vilipenderlo. Alex ha sbagliato ma sono certo che ha da subito compreso il grave errore, confessandolo immediatamente. Questo dovrebbe dargli, senza ombra di dubbio, il diritto ad avere una prova d'appello, una seconda chance. Ad altri, meno pentiti di Lui, si è concesso ben altro! Lo sport da Lui praticato, però, non è il calcio...

Grazie, cari amici della Vostra sempre gradita attenzione.

Mario