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domenica, settembre 23, 2012

L’UOMO E LA CONQUISTA DEL TEMPO: LA LUNGA ED IMPERFETTA CREAZIONE DEL CALENDARIO.






Oristano 22 Settembre 2012

Cari amici,
Dopo aver ripercorso con Voi la lunga strada della misurazione del tempo, limitata all’arco temporale del “tempo breve”, il giorno, eccomi di nuovo per una seconda “lettura allargata”, relativa, però, alla rendicontazione del “tempo lungo”, il costante ripetersi di quella indefinibile ma pesante “entità” che, pur priva di massa e di spazio, ci avvolge quotidianamente nelle sue spire. In questa “seconda lettura” rivedremo il percorso fatto dal “Calendario”, strumento indispensabile per rendicontare il trascorrere dei giorni, l’alternarsi delle stagioni, fissare i momenti buoni e cattivi dell’esistenza. Il primordiale calendario, nato con la semplice incisione di segni ripetuti su un bastone, si sviluppò successivamente in modo ordinato e complesso, quantificando e raggruppando i giorni, partendo in origine dai riferimenti naturali, il sole, il ciclo della luna e gli astri.

Il raggruppamento dei giorni in Settimane non si conosce con esattezza nè quando e nè da chi sia stato introdotto. L’ipotesi più accreditata è che sia stato il ciclo lunare a suggerire questo raggruppamento: le fasi lunari, infatti, sono quattro (primo quarto, Luna piena, ultimo quarto e Luna nuova) separate da un po’ più di sette giorni l’una dall’altra. Probabilmente fu in questo modo che si andò affermando la settimana di sette giorni e le origini di questo metodo vengono attribuite ai Babilonesi (anche se non vengono esclusi altri popoli come gli egiziani ed i persiani), circa 700 anni prima di Cristo. Gli astrologi che abitavano quelle terre chiamarono i giorni della settimana con i nomi dei pianeti, ognuno dei quali avrebbe avuto un particolare influsso su ciascuno di essi.  L’introduzione della “settimana” di sette giorni si diffuse ampiamente e venne accolta anche nell'impero romano a partire dal I secolo d.C., sostituendo il precedente metodo che conteggiava, invece, un ciclo di otto giorni, il primo dei quali, chiamato novendinae o nundinae, era giorno di mercato.  Fu l'imperatore Costantino che, con un editto del 321 d.C., ufficializzò l'uso della settimana di sette giorni, di cui il primo, chiamato ancora dies Solis, il giorno del Sole, era obbligatoriamente di “astensione dal lavoro” per tutti i cittadini non agricoltori. Era un artifizio, questo, che In qualche modo consentiva il riconosciuto del giorno festivo dei cristiani, ma senza scontentare i pagani adoratori del sole.



Tornando ai Babilonesi, i nomi che questi avevano dato ai giorni della loro settimana erano quelli dei cinque pianeti allora conosciuti (Saturno, Marte, Mercurio, Giove, Venere) più quelli del Sole e della Luna; tali nomi, come possiamo osservare, sono sostanzialmente rimasti fino ad oggi. Nelle province dell'Impero romano i nomi dei pianeti furono sostituiti con i nomi degli dei della religione del luogo: così, ad esempio, Wednesday è, in inglese, il giorno di Wodan, corrispondente al dio Mercurio. Gli Ebrei probabilmente adottarono la settimana babilonese, ma in seguito tolsero i nomi dei primi sei giorni (numerandoli semplicemente) e chiamarono il settimo Shabbat (che corrisponde al nostro sabato), ovvero Quiete, poiché nella Genesi è scritto che Dio consacrò il settimo giorno, in quanto in quel giorno cessò il lavoro della creazione e si riposò. I cristiani si adeguarono ai nomi della settimana di origine pagana, cambiandone solo due: quello di Saturno fu modificato in Sabbatum o Sabbata (derivandolo dal Shabbat ebraico; ma si noti che in inglese, ad esempio, è rimasto Saturday), mentre il giorno del Sole fu sostituito da Dominicus o Dominica dies (= giorno del Signore; anche qui si noti che in inglese è rimasto Sunday, e analogamente nei paesi di lingua germanica). Se per il calendario liturgico dei cristiani la domenica è il primo giorno della settimana (così come per gli ebrei: infatti per la Bibbia l'ultimo giorno è il sabato), ai fini civili viene generalmente considerato come primo giorno il lunedì, anche perché la norma ISO (International Organization for Standardization) IS-8601 stabilisce che sia così. Di fatto, mentre nella maggior parte delle nazioni viene considerato primo giorno il lunedì, in altre (come in Russia) viene ritenuto come primo giorno la domenica. La citata norma internazionale IS-8601, oltre che considerare il Lunedi primo giorno della settimana, assegna anche un numero ad ogni settimana dell' anno. 

Il raggruppamento delle settimane in mesi è sempre stato mutuato dalle fasi lunari: il ripetersi, ogni 29 giorni circa del ciclo lunare. La Luna nuova, infatti, si ripresenta ogni 29 giorni e mezzo circa e da una primavera all'altra ricorrono circa dodici Lune nuove. Il numero dodici si rivela molto agevole all’impiego in quanto è divisibile, senza dare resto, per due, per tre, per quattro e per sei e nessun altro numero così piccolo ha queste caratteristiche. Viene quindi spontaneo pensare che gli antichi, non molto abili nel far di conto, abbiano trovato utile dividere l'anno in dodici mesi ed adottare quindi le fasi lunari per scandire ulteriormente il tempo. Con la rendicontazione del trascorrere del tempo mediante questa divisione in giorni, settimane, mesi ed anni era nato quello che ancora oggi viene chiamato “CALENDARIO”.
Per curiosità e completezza d’informazione rivediamo l’origine del termine ‘calendario’. La parola “calendario” deriva da calendae, il primo giorno del mese, termine che a sua volta trae origine dal verbo latino calare che significa “convocare”, “chiamare a raccolta”. Nel giorno delle calendae, infatti, si usava pagare i debiti che erano segnati su un registro chiamato calendarius. Siccome nel calendario greco le calende non esistevano, si diceva pagare alle calende greche per intendere che non si sarebbe pagato mai; oggi è rimasta l’espressione “rinviare alle calende greche” quando si allude a qualcosa che non si farà mai! Ecco ora i vari tipi di calendario adottati dai popoli antichi.


IL CALENDARIO EGIZIANO.

Gli Egizi furono sicuramente una di quelle popolazioni antiche che, per determinare le stagioni adatte alla semina, elaborarono un “calendario” basato sulla costante ripetizione dei cicli lunari. Il popolo egiziano dipendeva, per la sua sopravvivenza, dalle benefiche inondazioni del Nilo che fertilizzavano le terre e si ripetevano, anno dopo anno, con incredibile puntualità. Gli Egizi notarono che il Nilo straripava, arricchendo i campi di fertile humus, giungendo regolarmente ad intervalli di 365 giorni, corrispondenti a poco più di 12 cicli lunari. Ciò li portò a dividere il tempo in dodici mesi. Stabilirono, quindi, in 30 giorni la durata del mese per un totale di 360 giorni. Infine, per fare in modo che la durata dell'anno corrispondesse al ritmo delle piene del Nilo, aggiunsero altri 5 giorni al fine di portare l'anno esattamente a 365 giorni. I cinque giorni complementari, che venivano aggiunti alla fine della stagione dei raccolti, erano giorni di festa e venivano considerati un piccolo mese a parte. Essi erano detti epagomeni da un termine greco che significa "portare sopra", "aggiungere".


IL CALENDARIO MAYA.

Tra i calendari del continente americano certamente il più completo fu quello dei Maya. Questo popolo aveva tre diversi calendari. Il primo considerava l'anno diviso in 18 mesi di 20 giorni ciascuno, cui seguivano 5 giorni nefasti, nei quali nessuna attività veniva svolta, e che non erano né nominati né calcolati. AI termine del quinto giorno i sacerdoti-astronomi consultavano i libri del tempo e, resisi conto che il mondo non sarebbe finito, decretavano con riti e sacrifici l'inizio del nuovo anno. Il secondo era un calendario sacro di 260 giorni che non aveva relazioni con l'osservazione astronomica. Il terzo veniva detto «conto lungo» e computava i giorni a partire dal 3111 a.C. I Maya avevano una concezione ciclica del tempo. Dopo un certo numero di anni gli stessi fatti e le stesse conseguenze dovevano ripetersi. La coincidenza tra i giorni del primo e del terzo calendario avveniva ogni 52 anni, cioè ogni 18.980 giorni, dopo di che tutti gli eventi si ripetevano come nel ciclo precedente.


Di quest’epoca ci resta uno spettacolare monumento riportante un calendario azteco, inciso su pietra, del diametro di 4 metri e pesante 24 tonnellate, che raffigura la storia del mondo secondo la cosmologia di quel popolo.





 
IL CALENDARIO ROMANO.
Il primo calendario degli antichi romani, che va sotto il nome di calendario di Romolo, era già in uso 750 anni prima di Cristo e contava solo 10 mesi, cioè i mesi in cui si svolgevano i lavori nei campi, mentre trascurava il resto dell'anno. Si trattava, fondamentalmente, di un calendario lunare che veniva raccordato con le stagioni in modo approssimativo. I nomi degli ultimi quattro mesi di questo antico calendario: settembre, ottobre, novembre e dicembre, che indicavano, rispettivamente, il settimo, l'ottavo, il nono e il decimo mese, sono rimasti gli stessi quando, all’inizio dell'ottavo secolo avanti Cristo, lo stesso venne modificato e integrato con l’aggiunta di altri due mesi. Un primo miglioramento al calendario di Romolo fu apportato da Numa Pompilio, il secondo re di Roma che regnò dal 715 al 672 a.C. il quale, come abbiamo accennato, lo allungò portandolo da 10 a 12 mesi lunari, per complessivi 354 giorni. I due mesi aggiuntivi furono chiamati januarius (da Giano, il dio a cui il mese era consacrato) e februarius (da februa, festa della purificazione che si teneva a metà di quel mese) e furono messi in coda all’elenco di quelli esistenti. Ora però, poiché l'anno solare dura 365 giorni e qualcosa, per uniformare questo corto calendario lunare con quello più lungo scandito dalle stagioni, venne introdotto un mese supplementare di 22 o 23 giorni da aggiungersi un anno sì e un anno no. Questo tredicesimo mese, più corto degli altri, fu chiamato Mercedonio (dal latino merces che significa “mercede”, “relativo alla paga”) e fu collocato dopo il giorno delle terminalia il giorno dedicato a Termine, il dio dei confini, che si festeggiava il 23 febbraio, cioè in pratica alla fine dell’anno che allora iniziava a marzo, con la prima lunazione di primavera. Il mese aggiuntivo doveva comprendere anche gli ultimi cinque giorni di febbraio, ma la regola non sempre veniva rispettata. Come abbiamo già detto, le decisioni circa il calendario venivano prese dai sacerdoti i quali, un po’ per ignoranza, un po’ per motivi politici e di interesse personale (essendo gli stessi anche dei funzionari pubblici), lo manomettevano spudoratamente al fine di prolungare il periodo del loro mandato o abbreviare quello degli avversari.


IL CALENDARIO GIULIANO.

Nel 46 a.C. quando Giulio Cesare giunse al potere trovò il calendario in uso in una situazione di incredibile confusione: esso era sfasato rispetto alle stagioni di quasi tre mesi e, ad esempio, indicava l’autunno mentre il clima era di piena estate! Anni prima Cesare, che si trovava in Egitto per combattere Pompeo Magno, ebbe notizia per la prima volta del calendario in uso presso gli Egizi. Cesare, che era una persona molto curiosa e colta, giudicò il calendario degli Egizi più semplice di quello in uso a Roma e soprattutto meno suscettibile di manipolazioni a fini politici. Quando il grande condottiero tornò in patria decise di riformare il calendario esistente, avvalendosi della consulenza dell'astronomo Sosigene, che si era portato con sé dall'Egitto. Come primo atto, per rimediare agli 80 giorni in più conteggiati dal calendario in uso, stabilì che l'anno 46 a.C. (708 dalla fondazione di Roma) durasse 445 giorni, cioè circa 15 mesi. Quell'anno fu chiamato «anno della confusione» per motivi facilmente intuibili. Quindi elaborò un nuovo calendario che alla fine si rivelò migliore di quello egiziano al quale si era ispirato. Egli, innanzitutto, svincolò quello esistente dalle fasi lunari e quindi fissò la lunghezza dell'anno in 365,25 giorni, cioè 365 giorni e 1/4. Stabilì pertanto che l'anno durasse 365 giorni interi e, per recuperare il quarto di giorno che non veniva conteggiato, dispose che fosse aggiunto un giorno supplementare ogni quattro anni. Il giorno "extra" venne aggiunto all'ultimo mese dell'anno, che a quel tempo era febbraio, e che contava 29 giorni; il mese era dedicato a Plutone, il dio dell'oltretomba. In un momento successivo fu stabilito che gli anni con il giorno in più fossero quelli il cui numero era divisibile per quattro, quelli che oggi chiamiamo “anni bisestili”. I dodici mesi avevano giorni sia di 30 che di 31 giorni, a parte febbraio di 28 o di 29. Cesare nella stesura di questa importante riforma pretese che il quinto mese (quintilius), quello della sua nascita, avesse 31 giorni e che venisse ribattezzato luglio in suo onore. Infine decretò che il primo anno del nuovo calendario iniziasse al plenilunio che cadeva dopo il solstizio invernale e non più con l’inizio della primavera come avveniva in passato. Il primo mese dell'anno divenne pertanto Ianuarius (gennaio) il mese dedicato a Giano, il dio che veniva rappresentato bifronte in quanto presiedeva gli "ingressi" e quindi era il più adatto a chiudere la porta del vecchio e ad aprire quella del nuovo anno. L'ultimo mese dell'anno, il dodicesimo, finì quindi per essere quello che precedentemente era il decimo: december (dicembre).   Il calendario di Giulio Cesare è, salvo alcune modifiche, quello che ancora oggi usiamo.  
Il calendario di Giulio Cesare subì, nel tempo, modifiche e aggiustamenti più o meno rilevanti. Dopo le modeste modifiche apportate da Cesare Augusto un ulteriore ritocco fu apportato da Costantino il Grande, l’imperatore romano convertitosi successivamente al cristianesimo. Due secoli dopo il Concilio di Nicea, le Chiese d’Oriente e quelle d’Occidente, nonostante l’invito di Costantino, non si erano ancora messe d’accordo sulla data della Pasqua. Un primo motivo di contrasto riguardava la data dell’equinozio primaverile che per gli Egiziani cadeva il 21 di marzo, come era stato deciso durante il Concilio, ma per i Romani era il 25 marzo, come avveniva ai tempi di Cesare. Un altro motivo di contrasto era quello relativo alla ricerca dei metodi utili per armonizzare l’anno solare con le fasi della Luna. La presa di contatto fra Sole e Luna, cioè in pratica la fusione di un anno lunare di 345 giorni con un anno solare di 365 giorni e un quarto rappresenta ancora oggi un complesso problema astronomico. Sotto questo aspetto gli orientali si erano dimostrati più abili degli occidentali ed avevano elaborato carte del tempo per predire la futura Pasqua molto più precise di quelle esistenti a Roma. 

Nel 525 d.C., papa Giovanni I (470 ca - 526) chiese ad un monaco sciita di nome Dionysius Exiguus, Dionigi il Piccolo, abile matematico e astronomo, di fissare delle regole facili e comprensibili a tutti per calcolare la data della Pasqua senza dover ricorrere di volta in volta al calcolo astronomico. Dionigi il Piccolo aveva ricevuto dal Papa l’incarico di calcolare la data della Pasqua, ma, come vedremo, il pio studioso venuto dal Caucaso andò oltre i compiti che gli erano stati affidati fino a pervenire ad una vera e propria riforma del calendario. Mentre eseguiva i suoi calcoli, notò che le tavole allora in uso per la determinazione del giorno della Pasqua erano basate sul primo anno di regno dell’imperatore Diocleziano (fra l’altro un persecutore dei cristiani) mentre, per la definizione di una ricorrenza tanto importante per la cristianità sarebbe stato più logico e più giusto iniziare il computo dalla incarnazione del Signore. Questa data tuttavia non era nota. Egli però decise, non si sa bene servendosi di quali fonti, che Cristo era nato il 25 dicembre del 753 dalla fondazione di Roma (753 ab urbe condita, come di diceva a quel tempo). In verità, né il giorno, né l’anno erano il risultato di un calcolo o di un riferimento sicuro e nemmeno i Vangeli suggerivano un anno preciso per la nascita del Messia. Secondo Matteo, Cristo sarebbe nato durante i giorni di Erode il Grande il quale, oggi lo sappiamo per certo, morì nel 4 a.C. e quindi se dovessimo dar credito a quanto è scritto sui libri sacri Cristo sarebbe venuto al mondo almeno tre anni prima della sua nascita (!). Secondo il parere di molti studiosi, Gesù Cristo nacque nel 7 a.C.. Stabilito il giorno della nascita di Cristo, Dionigi chiamò quindi anno Domini 1 l’anno seguente quella data, cioè il 754 dalla fondazione di Roma. Il 754 dalla fondazione di Roma divenne quindi il primo anno dell'era cristiana (o volgare), ma questo nuovo modo di computare il tempo non fu adottato immediatamente: dovrà infatti passare l’anno 1000 perché esso venga utilizzato ufficialmente. L’era cristiana, seguendo il sistema introdotto da Dionigi il Piccolo, determina l’intervallo di tempo fra la nascita di Cristo e il presente: la dicitura A.D. (Anno Domini) o d.C. indica il periodo trascorso dalla nascita di Cristo, mentre con a.C. ci si riferisce agli anni precedenti l’era cristiana.

LA RIFORMA GREGORIANA.

Durante il Medioevo l’interesse per il calendario, per i motivi più disparati, si diffuse fra tutti gli strati sociali. Ad esso si ricorreva, ad esempio, per la venerazione dei Santi, per le scadenze contrattuali, per la predisposizione del lavoro dei campi e della bottega e così via. Ora, poiché molte persone utilizzavano il calendario, fu molto facile accorgersi che, nonostante le correzioni apportate, questo non corrispondeva affatto al tempo reale. La durata dell'anno medio, stabilita da Giulio Cesare in 365 giorni e 6 ore, a far bene i conti, risultava ora, a seguito di misure più scrupolose, di oltre 11 minuti più lunga rispetto al ciclo solare. Si trattava di un errore apparentemente trascurabile ma, accumulandosi nei secoli, gli undici minuti all'anno, intorno al 1100, erano diventati 6 giorni e l’inizio della primavera astronomica non capitava più il 21 di marzo come era stato stabilito quando venne fissata la data della Pasqua, ma il 15 dello stesso mese. In altre parole il calendario ora andava un po’ indietro rispetto alle stagioni. Vi era quindi bisogno di un ulteriore aggiustamento. Ma modificare un calendario, in qualsiasi tempo, non è cosa semplice e infatti si dovrà aspettare molti secoli prima che qualcuno si cimenti nell’impresa. Alla fine ebbe successo il tentativo di Papa Gregorio XIII, al secolo Ugo Boncompagni, insigne rappresentate di una influente famiglia bolognese. 



Abbiamo visto che Giulio Cesare aveva considerato l'anno della durata di 365,25 giorni, ma in realtà esso è leggermente più corto e dura, per la precisione, 365,24220 giorni quindi è più breve, rispetto a quello considerato da Giulio Cesare. Dopo diecimila anni ci si troverebbe cioè nella stessa situazione in cui si trovò Giulio Cesare quando mise mano al suo calendario, ma in senso opposto. Giulio Cesare si trovò infatti alle prese con un calendario che andava avanti rispetto al tempo reale, mentre in questo caso si sarebbe dovuto porre rimedio ad un calendario che andava indietro rispetto al tempo reale. E quindi, mentre Giulio Cesare dovette aggiungere 80 giorni al suo calendario, creando un anno di 445 giorni, ora si sarebbero dovuti togliere altrettanti accorciando l’anno di quasi tre mesi. Prima di arrivare a questi eccessi si pensò bene di intervenire con degli opportuni aggiustamenti. Era necessario intervenire per fare coincidere nuovamente l’equinozio di primavera con la data del 21 marzo perché, con il trascorrere del tempo l’equinozio in calendario era scivolato all’indietro di 10 giorni, cioè era finito alla data dell’11 marzo. Tre furono i principali protagonisti della riforma del calendario. Oltre al papa il medico astrologo Luigi Lilio Ghiraldi ed il gesuita Cristopher Clavius. Lilio Ghiraldi elaborò una soluzione semplice e chiara per la sistemazione del calendario che alla fine ebbe l’approvazione di una commissione appositamente istituita per esaminare le varie proposte formulate da studiosi di diversa provenienza. Non vi era più tempo da perdere, i tempi ormai erano maturi e il Papa decise di promulgare il nuovo calendario. Egli, con Bolla del 24 febbraio 1582, ingiunse di cancellare 10 giorni passando direttamente da giovedì 4 ottobre a venerdì 15 ottobre. Si trattava ora di provvedere affinché il calendario, con il passare del tempo, non tornasse a regredire. Si decise allora che nell’arco di 400 anni ci sarebbero stati non più 100 ma 97 anni bisestili e pertanto gli ultimi anni di ogni secolo sarebbero stati comuni (cioè di 365 giorni) ad eccezione di quelli divisibili per 400. Rimase pertanto bisestile il 1600, ma non lo furono il 1700, il 1800 e il 1900. E’ stato invece regolarmente bisestile il 2000. Eliminando tre giorni ogni 400 anni si ottiene l'anno medio della durata di 365,2425 giorni, un tempo molto vicino a quello reale. Inoltre, in quella occasione, si stabilì che l’anno iniziasse il 1° gennaio, come era stato imposto, all'inizio, da Giulio Cesare. Nonostante tutti gli aggiustamenti tuttavia nemmeno il calendario gregoriano è perfetto, perché considera l'anno ancora un po' troppo lungo rispetto a quello reale: 365,2425 giorni, contro 365,2422. Ma l'imperfezione ora è veramente minima (un giorno ogni 3.323 anni) e diverrebbe del tutto trascurabile se si stabilisse che non debbano essere bisestili, oltre agli anni divisibili per 400, anche quelli divisibili per 4000, cioè l'anno 4000, l'8000, il 12000, ecc. Per questa ulteriore sistemazione non c’è fretta e se il calendario gregoriano sarà ancora in uso, essa potrebbe divenire ufficiale fra qualche secolo, o forse anche in tempi ancora più lontani.
Il calendario di papa Gregorio XIII non fu accettato immediatamente in tutto il mondo e nemmeno ebbe l’approvazione incondizionata di tutta la comunità cristiana. Papa Gregorio XIII era un vigoroso e convinto sostenitore della controriforma e i protestanti rifiutarono il nuovo calendario ritenendolo un piano del Pontefice per riportare i cristiani ribelli sotto la giurisdizione di Roma. I Paesi cattolici si uniformarono invece entro pochi anni, mentre la chiesa di Costantinopoli l'accettò solo in tempi molto recenti.


IL CALENDARIO PERPETUO.

Nonostante i vari aggiustamenti il calendario gregoriano presenta numerosi punti deboli e per tale motivo sono state avanzate svariate proposte per un calendario più razionale e di più facile consultazione, lasciando però in tutti i casi intatto l’ottimo metodo dell’anno bisestile. Si parla praticamente della strutturazione di un “calendario perpetuo”. In una economia globalizzata, in cui è necessaria la programmazione delle attività a lungo termine e a grandi distanze, fuori dai confini nazionali, diventa di fondamentale importanza disporre di un unico calendario mondiale, perpetuo e perfetto, che fissi la sequenza delle date settimanali e mensili in modo da renderle identiche ogni anno e in ogni luogo. Gli americani hanno calcolato, non è dato sapere su quale base e con quale criterio, che per valutare il tempo, solo gli abitanti di New York, spendono decine di milioni di dollari all’anno. La proposta di un nuovo calendario che ha incontrato maggiori consensi è stata avanzata, nel 1930, da una certa Elizabeth Achelis e presentata all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) che, nell’immediato dopoguerra, sembrava seriamente intenzionata ad adottarlo. Anche la Chiesa cattolica considerando ormai quella del tempo una questione di natura civile prima ancora che religiosa, non si era opposta al progetto. Sembrava quindi imminente la sua applicazione nel 1961 anche perché quell’anno iniziava di domenica, il giorno della settimana più adatto per il cambio, ma il calendario perpetuo fu invece abbandonato senza rimedio. Il progetto del calendario perpetuo prevedeva l’eliminazione del 365° giorno in modo da ridurre l’anno a 364 giorni. Tale numero è divisibile in quattro parti uguali di 91 giorni ciascuna che a loro volta possono essere segmentate in sequenze mensili identiche di 31, 30 e 30 giorni. Secondo il progetto, il primo mese di ogni trimestre sarebbe il più lungo; gennaio avrebbe quindi 31 giorni, febbraio 30 e marzo 30. Il secondo trimestre inizierebbe con aprile di 31 giorni a cui seguirebbero due mesi di 30 giorni (maggio e giugno) e così di seguito per gli altri due trimestri. Fra i vantaggi di questo calendario vi è anche quello che il numero 364 è divisibile esattamente per sette e per sette è divisibile pure il numero 91. Nell’anno vi sarebbero quindi complessivamente 52 settimane e ogni trimestre comprenderebbe 13 settimane. In conseguenza di ciò ogni trimestre inizierebbe di domenica e terminerebbe di sabato. Il primo giorno del primo mese del trimestre sarebbe sempre domenica, il primo giorno del secondo mese sempre mercoledì e il primo giorno del terzo mese sempre sabato. La Pasqua era stata fissata all’otto aprile che è una domenica a metà strada fra la Pasqua più bassa (22 marzo) e la Pasqua più alta (25 aprile) del calendario in uso.
    Il giorno sottratto al calendario verrebbe aggiunto alla fine dell’anno e indicato, invece che con un numero, come tutti gli altri, con una lettera, la W, iniziale della parola inglese World. Quella giornata cadrebbe sempre dopo il sabato ultimo giorno dell’anno, ma non sarebbe chiamata domenica, bensì World Day (Giornata Mondiale), e sarebbe considerata una festività mondiale da dedicare all’armonia e alla unità universale dei popoli; in essa tutte le razze e le nazioni del mondo si sentirebbero unite in una sola fratellanza. In verità una delle caratteristiche del modello di calendario proposto era proprio quella di un sistema scientifico da utilizzare per la misurazione del tempo che fosse privo di influenze zonali, razziali o settarie. Negli anni bisestili vi sarebbe un ulteriore giorno extra-settimanale, da aggiungersi alla fine di giugno, denominato in inglese Leap-Year Day (bisestidì o giorno dell’anno bisestile) e da considerarsi, a sua volta, festivo. Chissà se diventerà il calendario del quarto millennio!
Per ora, cari amici, continuiamo a tenerci il nostro calendario gregoriano, imperfetto certamente, ma che non necessiterà, almeno nel breve, di urgenti modifiche. L’importante è che il trascorrere del tempo possa sempre avvenire in armonia, gioia e serenità, beni preziosi e, purtroppo, sempre più rari!
Grazie, carissimi, dell’attenzione che continuate a dedicare a queste pagine.

Mario


sabato, settembre 22, 2012

L’UOMO E LA CONQUISTA DEL TEMPO: UN LUNGO VIAGGIO INIZIATO NELLA PREISTORIA. LA MISURAZIONE DEL GIORNO.






Oristano 21 Settembre 2012
Cari amici,
Il tempo è il bene più prezioso che abbiamo, ma non sappiamo con esattezza cosa sia. E’ una “cosa” che non ha massa e non occupa spazio, che non possiamo né vedere né toccare. Il tempo non può essere nemmeno accelerato o rallentato e dobbiamo portarcelo dietro così com’è per tutta la vita! Eppure, nonostante tutti questi aspetti negativi, paradossalmente, è la grandezza fisica che oggi l’uomo riesce a misurare con la maggiore precisione. Impalpabile ma misurabile!
Sant’Agostino diceva che se nessuno glielo chiedeva, egli sapeva bene cosa fosse il tempo, ma quando qualcuno glielo chiedeva non era in grado di definirlo. Con ciò voleva sicuramente intendere che il tempo è  un’entità che percepiamo intuitivamente, ma che non sappiamo spiegare. I filosofi hanno a lungo discusso sulla natura e sul significato profondo del tempo senza mai riuscire a dare di esso una definizione precisa e convincente. Lo si è studiato e ristudiato, fino alla enunciazione della complessa teoria della relatività da parte di A. Einstein. Gli strumenti per misurare il tempo, enormemente modificatisi nel corso del tempo, sono definiti orologi. L'orologio può essere costituito genericamente da un qualsiasi meccanismo fisico che segua con regolarità e precisione le leggi della natura. Orologio può essere quindi considerata la Terra che gira su sé stessa, oppure i battiti del cuore, oppure l'accumulo dei prodotti del decadimento radioattivo, oppure tante altre cose purché decorrano a ritmo costante. Oggi è possibile misurare il tempo attraverso una miriade di mezzi ultramoderni, capaci di calcolarlo con una precisione praticamente assoluta. Perfezione questa che ha portato l’uomo a misurare il tempo anche i miliardesimi di secondo, riuscendo a prevedere anche tutte le variabili possibili ed immaginabili.
Il trascorrere del tempo ha sempre affascinato l’uomo, fin dalle sue origini. L’osservazione da parte dell’uomo preistorico della durata del giorno e della notte, del  lento cammino del sole, dal suo sorgere fino al tramonto, del movimento e della variabile visibilità della luna, da quella piena fino al suo ultimo quarto ed infine alla sua breve scomparsa; si rese conto del ripetersi e dell’alternarsi delle stagioni; considerata la sua innata curiosità, l'uomo cercò di “fissare” in qualche modo il passare del tempo che di giorno in giorno modificava, lentamente ma inesorabilmente, il suo mondo: tutto, vegetali ed animali, nascevano, crescevano e si sviluppavano, ed alla fine, “consumati dal tempo”, si estinguevano e morivano, compresi gli esseri della sua specie. 

Da sempre, quindi, l'uomo si è posto il problema di “rendicontare” quella infinita successione di istanti che segnavano, senza mai fermarsi, il  lento e continuo evolversi della sua stessa vita. Il modo di suddividere il giorno si è modificato nel corso del tempo, diverso da luogo a luogo. Presso i Babilonesi, ad esempio, l'inizio del giorno era fissato all'alba, presso gli Umbri a mezzogiorno, nell'antica Atene al tramonto. I Romani avevano suddiviso il giorno in 12 ore diurne (dall'alba al tramonto) e 12 ore notturne; per questo motivo la durata di ciascuna ora non era fissa, ma variabile a seconda delle stagioni: le ore diurne non potevano che essere più lunghe d'estate e più corte d'inverno, e viceversa le ore notturne. Sia il dì che la notte erano poi divisi in quattro parti: quelle del dì terminavano con le ore tertia, sexta, nona e duodecima, mentre quelle notturne erano chiamate vigiliae. Da questa suddivisione derivò l'introduzione, da parte dei primi cristiani, di preghiere da recitarsi in alcuni momenti della giornata: l'ufficio notturno, comprendente vespri, compieta, notturno, mattutino e lodi, e l'ufficio diurno, riguardante le ore prima, terza, sesta e nona. Mentre presso gli antichi Romani il giorno iniziava legalmente a mezzanotte, nel Medioevo prevalse l'uso ebraico e dei popoli orientali (con calendari lunari o lunisolari) di considerare la durata del giorno dal tramonto del sole al tramonto successivo. Nei secoli XIII-XIV, con la diffusione degli orologi collocati sui campanili o sulle torri civiche, si iniziò, specialmente in Italia, a suddividere il giorno in 24 ore della stessa durata, ma sempre partendo dal tramonto del sole o dall'Avemaria della sera, per cui la stessa ora non corrispondeva allo stesso momento della giornata da una stagione all'altra. In tempi recenti, all'inizio dell'Ottocento, fu ripristinato anche nel nostro paese il metodo romano di contare le ore partendo dalla mezzanotte. 

A prescindere dall’inizio e dalla durata del giorno era necessario, però, trovare gli strumenti capaci di “misurare” il tempo ed il suo trascorrere e di rendicontarlo. Il primo strumento, quello più semplice, quello più a portata di mano, era nel cielo. L’osservazione della volta celeste, sia di giorno che di notte affascinava l'uomo. Il quotidiano passaggio del sole, il movimento della luna, il moto degli astri, le stagioni, erano eventi indecifrabili ma ripetitivi e certamente capaci di influenzare la vita umana. A digiuno di conoscenze scientifiche, il primo strumento di cui si servì l'uomo fu il Sole, o meglio il suo danzare quotidiano da est a ovest. E' così che nacquero i primi orologi solari detti anche Quadranti o Meridiane, i quali servendosi di un'asta verticale, ne proiettavano l'ombra, che si muoveva secondo il movimento del disco solare, consentendo di misurare il trascorrere delle ore: era nata l’ora solare. Era ancora un sistema primordiale, molto limitato, se consideriamo che funzionava solo di giorno od in presenza di cielo terso. Era, comunque, questa prima misurazione del tempo, la prima scienza esatta dell'antichità! L’asta verticale che proiettava l’ombra del sole era detta “gnomone”, in effetti un bastone, che semplicemente proiettava sul suolo l'ombra del Sole. Osservando tale ombra era possibile conoscere l'ora. Lo gnomone fu inventato dai Sumeri e giunse in Europa, introdotto inizialmente in Grecia dal filosofo Anassimandro, intorno al 600 a.C. La sua successiva evoluzione fu la meridiana graduata, formata poggiando lo gnomone su di un piedistallo dove venivano disegnate delle tacche. Osservandole era possibile leggere con buona approssimazione l'ora del giorno segnata sul quadrante.

La necessità di misurare il tempo anche in assenza del sole fece scoprire altri mezzi e altri metodi, capaci di misurare il passaggio del tempo anche di notte. Nacque cosi la clessidra,  capace di segnare il tempo in assenza di sole, quando il cielo era nuvoloso, e durante la notte. Clessidra, parola di origine greca che significa "ladra d'acqua", indica uno strumento molto semplice che misura il passare del tempo facendo sgocciolare dell'acqua attraverso un foro, da un contenitore ad un altro. Attraverso il lento svuotamento (o riempimento) di un recipiente (che presentava eventualmente incise all'interno delle tacche di riferimento), le clessidre mostravano con chiarezza gli “intervalli di tempo”, ossia misuravano, con buona approssimazione, il trascorrere delle ore. La clessidra fu una grande invenzione: attraversò i secoli ed è tutt’oggi in auge; nel 1300 furono inventate le prime clessidre a sabbia che continuarono la loro evoluzione fino alla costruzione di modelli in grado di misurare intervalli di tempo variabili da pochi secondi a ventiquattro ore. Svariati furono anche gli utilizzi di tali orologi. Essi erano usati anche sulle navi dove non si potevano imbarcare orologi di altro tipo. Anche al giorno d’oggi moderne clessidre sono in uso nei tribunali per misurare il tempo da concedere agli avvocati per la difesa dei loro assistiti, nei luoghi di lavoro ed anche in campo medico e sportivo. 

                       
Il bisogno di misurare in modo sempre più razionale il tempo era forte anche in epoca antica e molti furono i tentativi posti in essere per costruire congegni meccanici capaci di calcolare il moto dei pianeti. Uno dei congegni più interessanti recentemente scoperti è il  famosissimo calcolatore, trovato nel mare dell’isola di Antikythera, e che riproduceva, tramite complicati meccanismi, il moto dei pianeti attorno al Sole e anche le fasi della Luna. Lo strumento, definito Il più antico calcolatore analogico della storia è oggi universalmente conosciuto col nome di Calcolatore o Macchina di Antikythera, e risale al I secolo a.C. L'isola di Antikythera, che si trova nel tratto del mar Egeo compreso tra il Peloponneso e Creta, è  divenuta famosa dopo questo ritrovamento archeologico avvenuto nel 1902. Anche in epoca romama si studiarono macchine complesse. Cicerone ne cita una, inventata a Siracusa da Archimede.  Nella macchina di Archimede a muovere il congegno calcolatore provvedeva un peso legato ad una corda avvolta intorno ad un asse orizzontale, o "tamburo". Via via che il peso si portava verso il basso la corda costringeva l'asse a girare su se stesso. Quest’asse rotante, a sua volta, metteva in azione una serie di ingranaggi i quali erano collegati ad una lancetta che indicava le ore o a dei campanelli che suonavano ad intervalli di tempo regolari. Naturalmente quando la corda si era completamente srotolata dal tamburo, bisognava riavvolgerla: più che di un orologio si trattava quindi di una specie di argano. Le macchine meccaniche per il calcolo del tempo si affinarono verso la fine del tredicesimo secolo, anche se ancora non potevano competere con la precisione delle clessidre. Un grande passo avanti per gli orologi meccanici fu fatto con l’invenzione del sistema "verga-foliot". La precisione, però, non era stata ancora raggiunta: gli orologi dovevano essere quotidianamente regolati con l'orologio solare, in questo caso la meridiana,  perché l'operazione veniva effettuata nell'istante del mezzodì solare. La persona preposta alla regolazione si chiamava "Temperatore", mestiere peraltro esercitato fino nel tardo 1800! Inizialmente gli orologi meccanici furono utilizzati nei conventi, per indicare le ore delle preghiere e non avevano il quadrante, poiché la loro funzione era di far suonare le campane. Solo più tardi apparvero quelli dotati di quadranti e di lancette sui campanili delle torri civiche.

Nel 1581, all'età di soli 17 anni, Galileo Galilei scoprì che l'oscillazione di un pendolo avviene ad intervalli regolari di tempo, e ciò indipendentemente dalla massa usata e dall'ampiezza dell'oscillazione stessa. In altre parole, il tempo impiegato dal pendolo per andare e tornare in un viaggio di oscillazione completa è sempre lo stesso, tanto per l’oscillazione molto ampia quanto per quella poco ampia qualunque sia la massa del corpo che oscilla (quest'effetto si chiama isocronismo del pendolo, cioè pendolo che oscilla con uguale tempo). Galileo elaborò un progetto per costruire il primo orologio a pendolo: aveva applicato con buoni risultati il pendolo per registrare il battito del polso, e nel 1637 espose il principio di adattare il pendolo agli orologi con ingranaggi a rotelline. L'isocronismo del pendolo fu sfruttato dal grande astronomo e fisico Christian Huygens che costruì il primo orologio a pendolo intorno alla metà del XVII secolo, pochi anni dopo la morte di Galilei. L'orologio a pendolo divenne ben presto il principale strumento per misurare il tempo; esso venne sempre più perfezionato utilizzando leghe d'acciaio indeformabili e sistemandolo all'interno di un ambiente in cui veniva creato il vuoto per proteggerlo da variazioni di temperatura, dalla polvere e dall'attrito dell'aria. L'orologio a pendolo diventava, in questo modo, uno strumento di grande precisione, adatto a misurazioni scientifiche.

Nei secoli XVIII e XIX iniziarono a essere usati anche i "dittici": piccoli orologi portatili a forma di libro, i quali, su una facciata avevano un quadrante e sull'altra una piccola bussola per orientare lo strumento prima della lettura; un filo che univa le due facce fungeva da gnomone.      
L'innovazione successiva si avrà nel 1927 ad opera di due tecnici inglesi di nome W. A. Marrison e J. Hortonon che inventarono i cosiddetti orologi al quarzo. Essi sfruttavano una particolare proprietà di questi minerali. In breve un orologio al quarzo permette il passaggio di impulsi elettrici ad intervalli di tempo ben definiti (circa 50.000 impulsi al secondo, il numero esatto cambia da orologio ad orologio). Contando il numero di impulsi trasmessi è possibile conoscere quanto tempo è passato. L’evoluzione verso la precisione, però, non si era ancora conclusa. Attualmente l'orologio più preciso è quello cosiddetto al Cesio, inventato nel 1955 dal professor Louis Essen nel Physical Laboratory in Gran Bretagna. L'orologio fu successivamente installato presso l'osservatorio di Greenwich a Londra. E’ questo un “orologio atomico”, un tipo di orologio in cui la base del tempo è determinata dalla frequenza di risonanza di un atomo. Su tale orologio è basata l'attuale definizione del “secondo”. L'uso di questi orologi, infatti, ha portato nel 1967 alla definizione del secondo sulla base del tempo atomico. Dal 1972 (data dell'introduzione del "tempo atomico") al 1999 sono stati aggiunti complessivamente al "tempo terrestre" 22 secondi.

Il tempo, cari amici, questa straordinaria entità che neanche Sant’Agostino riuscì a definire esattamente nell’antichità e che, successivamente, attraverso la teoria della relatività l'uomo cercò di “meglio definire”, è oggi possibile misurarlo e quantificarlo anche in nanosecondi, oltre che in minuti, ore, giorni, mesi anni, secoli e millenni. In questa prima riflessione abbiamo parlato della misurazione del "tempo breve, quello dell’arco temporale di una giornata, quella che va dall’alba al tramonto di giorno e dal tramonto all’alba di notte. Una delle tante giornate,  un granello di sabbia della grande duna del tempo! Tempo…finito per l’uomo e…infinito per l’universo!
Nella prossima riflessione vorrei ripercorrere con Voi il lungo cammino fatto dall'uomo per la rendicontazione del "tempo lungo", fatta attraverso il “CALENDARIO”, quell’indispensabile strumento principe adottato per misurare l'accumularsi dei giorni, raccolti in settimane, mesi ed anni. Calendario necessario per tramandare la storia fatta da anni, secoli e millenni.
Grazie a tutti Voi dell’attenzione.
Mario



mercoledì, settembre 19, 2012

CIVILTA’ E PROGRESSO: I PARCHEGGI ROSA, UNA CONQUISTA SOCIALE, UN PASSO AVANTI VERSO UN MAGGIOR RISPETTO DELLE DONNE E DELLA SACRALITA’ DELLA VITA.

Oristano 19 Settembre 2012,

Cari amici,

chiacchierando pochi giorni fa con una cara amica (oltretutto fedele lettrice di questo blog) il discorso è scivolato sulla necessità che anche Oristano, come già avviene in altri centri, possa dotarsi di “PARCHEGGI ROSA”. La mia amica, ben più informata di me sull’argomento, sosteneva con forza che, con l’andare del tempo, l’attenzione che le strutture sociali e politiche dovrebbero dedicare nei confronti delle persone in particolari situazioni di disagio, non solo non fa passi avanti ma addirittura ne fa all’indietro.

Considerata la mia nota caparbietà ho voluto documentarmi su questo argomento ed ora vorrei riportare anche a Voi, che fedelmente leggete questo blog, le mie riflessioni su un problema che va ben oltre la necessità di riservare pochi spazi alle donne-mamme e che Comuni lungimiranti hanno già predisposto e riservato.

La Società, come ben sappiamo, è nata maschilista. A leggere la lenta evoluzione verso un riconoscimento di “Parità” nei confronti delle donne, spesso solo apparente, possiamo ripercorrere le tappe storiche che hanno lentamente modificato la maschilista situazione iniziale. Dalla arcaica sudditanza della donna al marito nel matrimonio ci sono voluti millenni per raggiungere la parità formale nella vita coniugale e nell’educazione dei figli; altrettanti per passare dalla negazione del diritto di voto alla sofferta conquista di questo paritario strumento sociale; dall’annosa differenziazione della retribuzione delle donne - a parità di lavoro - nei confronti degli uomini, alla scarsa e spesso inesistente rappresentanza del sesso femminile nelle strutture private e pubbliche. Gli amanti della statistica possono ancora toccare con mano le irrisorie percentuali delle donne presenti nei Consigli di Amministrazione delle grandi aziende, dell’Alta Dirigenza nelle innumerevoli strutture dello Stato, nonostante i ripetuti tentativi di inserire, con legge, le obbligatorie “Quote Rosa”, tendenti a garantire l’equa distribuzione tra maschi e femmine delle responsabilità gestionali private e pubbliche.

Cari amici, il discorso su questo filone si farebbe troppo lungo e potrei correre il rischio di annoiarvi: la verità è che nella mentalità maschilista, che nel mondo è ancora oggi imperante, la donna non è considerata un soggetto di pari valore dell’uomo! Torniamo ora al quesito iniziale, quello sui “parcheggi rosa”, che nelle città iniziano ad essere riservati alle “donne mamme”.

La necessità di appositi spazi riservati alle persone temporaneamente o definitivamente affette da una deficienza fisica è nata a seguito del costante aumento del numero di veicoli circolanti e della necessità di riservare a questi veicoli appositi spazi pubblici destinati al parcheggio. Nelle grandi città, soprattutto nelle vicinanze di uffici pubblici o strutture sanitarie e della grande distribuzione, gli spazi ordinari destinati alla sosta sono sempre già occupati di primo mattino, costringendo chi necessità di usufruire della sosta per il disbrigo delle sue necessità, a ripetute ricerche che, nella gran parte dei casi, si concretizzano con irregolari “parcheggi di necessità” che impediscono la circolazione e creano non poche situazioni di pericolo. Inoltre gli attuali pochi spazi riservati per legge ai disabili, per una intramontabile maleducazione dei normo dotati, sono spesso occupati abusivamente, vanificando cosi la loro funzione agevolativa.

Nello stesso spirito di “agevolazione” per cui sono nati i parcheggi per i disabili, la lungimiranza di alcuni Comuni ha voluto istituire, pur non essendo espressamente previsto dalla legge, i cosi detti “parcheggi rosa”, destinati alle donne in stato di gravidanza o con bambini piccoli fino ad un anno di età. L’iniziativa si è sviluppata nell’ambito di una politica di sensibilizzazione sociale e di tutela delle utenze deboli, tra le quali vanno ricomprese anche le donne in stato di gravidanza o mamme di bambini nel primo anno di vita che hanno necessità di parcheggiare l’auto nelle vicinanze di farmacie, supermercati ed uffici pubblici. Le auto in questione hanno l’obbligo di esposizione dell'apposito permesso di sosta, rilasciato dal Comune (per ottenere il permesso di sosta dovrà essere presentata la documentazione medica attestante lo stato di gravidanza o l'età del bambino), con divieto di sosta per gli altri veicoli, anche se non essendo espressamente previsti dal Codice della Strada nessuna sanzione può essere comminata a chi li occupa abusivamente.

Essendo italiani mi viene spontanea una domanda: funzionerà? Saprà il nostro ‘senso civico’ superare la barriera dell’obbligo e della sanzione? Chissà! Il senso civico, che nel terzo millennio dovrebbe teoricamente essere maggiore di quello dei secoli scorsi, avrà la meglio o assisteremo a una delle solite contraddizioni all’italiana? Il rischio c’è e certamente è abbastanza ampio, soprattutto a causa di quelle persone che difficilmente si attengono a norme di carattere morale. Senza il timore di una sanzione, ci si sente in diritto di far valere le proprie egoistiche ragioni, non considerando il danno che si arreca alla Comunità. E’ davvero necessaria una legge per regolare il nostro comportamento o, invece, non sarebbe sufficiente adoperare la coscienza morale di ciascuno di noi? Rispetto e sensibilità dovrebbero essere quei “concetti cardine”, guida della nostra esistenza, applicabili a maggior ragione sulla questione degli “stalli rosa”, destinati a chi porta avanti, con non poco sacrificio, la nascita di una “nuova vita”. Se in Italia la natalità, un tempo ai primi posti dei Paesi sviluppati, è da anni in forte recessione la causa è certamente da attribuirsi alla scarsa attenzione alle famiglie da parte della Comunità. Un figlio, certamente un bene inestimabile, non è solo un bene privato, personale della famiglia che lo ha messo al mondo, ma una parte viva ed integrante della sua Comunità. Non dimentichiamolo mai, attiviamoci perché la famiglia venga agevolata, aiutata e protetta!

Anche il comune di Cagliari ha sposato l’iniziativa dei parcheggi rosa. Le formalità sono minime. Per il rilascio del pass bisogna recarsi presso gli uffici ZTL del Servizio Viabilità e Mobilità, in Piazza De Gasperi al sesto piano, negli orari di apertura al pubblico. Il pass viene rilasciato in tempo reale. I posti auto sono circa 30 e si trovano in corrispondenza di uffici pubblici, consultori, ospedali e mercato civico. Spero che anche Oristano, guidata oggi da un Sindaco lungimirante quale è Guido Tendas, non abbia timore a sposare l’iniziativa. Dalle pagine di questo blog lo invito fortemente a far nascere anche in città i Parcheggi Rosa!

Cari amici, anche i “parcheggi rosa” sono un piccolo tassello, un granello di sabbia, che potrà agevolare le famiglie che mettono i figli al mondo. Il mio augurio è che il senso civico riesca a prevalere sulla mancanza di leggi sanzionatorie. Sono fiducioso, ho la speranza che, lentamente ma inesorabilmente, anche i più ostili, i refrattari alle regole comunitarie nate per la pacifica e leale convivenza, saranno indotti alla riflessione ed al rispetto verso i più deboli. Magari non subito, ma in futuro non troppo lontano, la nostra società egoistica spero possa diventare più sensibile verso le problematiche delle fasce meno protette. Le norme, a maggior ragione quelle non scritte, hanno bisogno di essere metabolizzate, “scolpite indelebilmente” nel nostro DNA, per diventare codice morale. Alleviamo le nuove generazioni con questi obiettivi. Lo dobbiamo ai nostri figli e a tutte le generazioni future.

Grazie, cari amici, della Vostra attenzione.

Mario


sabato, settembre 08, 2012

IL ROTARY CITTADINO SCUOTE LA SONNOLENTA ORISTANO LANCIANDO UNA CORAGGIOSA PROPOSTA: RIVALUTIAMO LA “CARTA DE LOGU” DEDICANDOLE UNA VIA DELLA CITTA’.


Oristano, 8 Settembre 2012

Cari amici,

da qualche giorno in città il chiacchiericcio di “Via Dritta” ha un argomento in più di conversazione: il cambio di nome della famosa via. “Forse la via del passeggio, quella che ha visto in assoluto consumare più scarpe di ogni altra via di Oristano, potrebbe cambiare nome”, questa la notizia che rimbalza di bocca in bocca.

Oristano è oggi città tranquilla, quasi dimentica del suo passato, fatto invece di supremazia, di gloria e di potenza, quando il Giudicato d’Arborea dominava con la sua forza tutto il territorio dell’Isola. Giudicato che ebbe il massimo splendore con Eleonora, la giudicessa autrice dell’allora più avanzato codice giuridico, noto in tutto il mondo come “Carta de Logu”, che diverrà, poi, ampia base di partenza per i codici e le legislazioni successive fino ai nostri giorni.

L’idea di rivalutare, in modo pratico, l’antico e glorioso passato di Oristano è venuta dal Rotary club della città che, tramite il suo Presidente Andrea Riccio, ha inoltrato al Sindaco Guido Tendas una proposta per dedicare all’importante documento una via o una piazza della città. La proposta, subito condivisa dal Sindaco, non poteva che prendere in esame i punti più importanti e centrali, partendo proprio dalla via che collega Piazza Eleonora, con la statua della giudicessa, con Piazza Roma, dove si erge ancora maestosa la torre di Mariano II.

Via, questa, tanto cara agli oristanesi ed in passato intitolata ad Umberto I re d’Italia, anche se pochi ricordano che questa via porta il suo nome, perché per tutti gli oristanesi, rimane solo ed esclusivamente “Via Dritta”!


La proposta del Rotary fa discutere e come! Da diversi giorni in città non si parla d’altro. Anche i quotidiani importanti, come l’Unione Sarda e La Nuova Sardegna, cavalcano la notizia e l’impatto che questa ha avuto sulla popolazione, intervistando sia il presidente del Rotary che i cittadini, mettendo a confronto idee molto diverse tra loro. A leggere l’Unione Sarda si sentono i commenti degli abitanti della via (sia delle case che dei negozi) e si percepisce un certo malumore: aggiungere costi e burocrazia in momenti di crisi come quello che stiamo attraversando, non sembra una buona soluzione. A leggere la Nuova Sardegna si percepisce, invece, un anelito di “indipendentismo”, quasi che la proposta del Rotary possa essere considerata una base di partenza per una serie di rivendicazioni contro i Savoia, invasori e colonizzatori, che dovrebbero essere cancellati dalla toponomastica di tutta l’Isola! Niente di più falso. A sentire la gente comune, invece,che del passeggio in Via Dritta ne fa il suo pane quotidiano continuando a consumare scarpe e pavimento, le opinioni sono ugualmente diversissime. C’è chi apprezza con forza, rivendicando per Oristano un ruolo certo superiore e più consono al glorioso passato e chi, invece, abbonato alla solita flemma, pensa che ogni variazione, ogni mutazione, proposta o realizzata, sia solo un aggravio di tempo, di costi e di fatica. Posizione questa molto mortificante, ben adatta a chi , da sempre dominato da altri popoli, si è definitivamente arreso.

Tra le tante campane favorevoli o contrarie c’è sempre una giusta via di mezzo. Io personalmente sono convinto che Oristano può e deve reagire ad una situazione che la vede, oggi, come l’ombra di quella è stata in passato. Certamente le mille variabili storiche che hanno fatto si che Oristano scendesse cosi tanto in classifica, non sono attribuibili solo all’inerzia della sua popolazione ma a fattori in gran parte esterni. Quello che però è necessario, anzi direi doveroso, è quello di non arrendersi, di non considerare le sconfitte come un ineluttabile e irrimediabile fattore del destino. Oristano può e deve tornare a recitare un ruolo più incisivo, dignitoso e orgoglioso, proprio partendo dalle sue radici, dal suo passato. Può farlo, oggi, anche partendo dalle piccole cose, anche rimediando ad un errore del passato: quello di non aver mai dedicato una via al codice giuridico più importante al mondo, la Carta de Logu.

Il Rotary, associazione mondiale di servizio che annovera al suo interno, in ogni club, i maggiori rappresentanti delle professioni presenti nel territorio (e di cui con grande orgoglio faccio parte), è con questo intento che ha lanciato la sua proposta: cercare di far ritrovare agli oristanesi l’antico orgoglio ed il prestigio perduto nel tempo. Proposta che certamente non intende prevaricare nessuno ma stimolare, far ritrovare forza e coraggio, per far si che tutti “prendano coscienza” che solo con il concorso di tutti Oristano potrà riprendersi e dare al territorio nuova forza e speranza.


Qualcuno potrà dire che cambiare il nome ad una via non risolve certo i problemi della città. Certamente questo è vero: non è il “ cambio del nome” la soluzione ma la via per risolvere il problema. E’ il cambio che avviene dentro di noi, il cambio di passo, il passaggio dalla sudditanza e dall’accettazione a quello della riconquista, la via per raggiungere nuovi traguardi e dare speranza al futuro, ed ai giovani che lo dovranno percorrere.

Il Rotary opera proprio ipotizzando questo ”futuro”, per se e per i giovani, i rotariani di domani. Il club di Oristano tiene molto al territorio in cui opera. Vuole Oristano più bella e più pulita, (dopo il concorso “giardini fioriti”, nato lo scorso anno, penserà quest’anno a dotare la città di posacenere per togliere il triste spettacolo delle “cicche” per terra) e vuole anche cittadini, giovani ed anziani, più orgogliosi del proprio territorio. In quest’ottica è nata la proposta di intitolare alla “Carta de Logu” una via della città.

Non sarà questa l’ultima delle iniziative. Altre, più pesanti, bollono in pentola: dono di alcuni defibrillatori, nuova borsa di studio al miglior studente universitario, maggiore attenzione ai giovani e molto altro.

Il Rotary ad Oristano c’è, cari amici, cerchiamo tutti di conoscerlo meglio!

Grazie a tutti Voi dell’attenzione!

Mario



domenica, settembre 02, 2012

LA SALVIA HISPANICA (COMUNEMENTE NOTA COME CHIA): UN VEGETALE ANTICO DALLE STRAORDINARIE E MODERNE PROPRIETA’ !

Oristano 1 Settembre 2012

Cari amici,

navigando su Internet, giorni fa, mi sono “imbattuto” in una pianta dalle virtù eccezionali: la Salvia Hispanica.


Comunemente conosciuta come Chia, è una pianta appartenente alla famiglia della menta (Lamiaceae), ed è nativa del centro-sud del Messico e Guatemala. il noto botanico Carolus Linnaeus nella metà del settecento, considerato che con il termine Salvia venivano identificate una dozzina di varietà (Salvia spagnola, Salvia colombiana, Salvia messicana, Salvia di chia, Chia messicano, ecc.), chiuse ogni diatriba attribuendogli definitivamente il nome di “Salvia hispanica”, nonostante la “Chia” fosse originaria dei Paesi centro americani. L’errore, se cosi lo possiamo chiamare, derivò dal fatto che la Chia, portata in Spagna dopo la conquista dell’America, si era talmente ben acclimatata da inserirsi, quasi pianta nativa, nei soleggiati suoli spagnoli.

In America latina questo vegetale iniziò ad essere utilizzato fin da epoca antichissima. La tradizione locale attesta che questa pianta veniva già coltivata in epoca pre-Colombiana dalle civiltà Azteche. Il suo consumo e la scoperta delle sue proprietà benefiche risalgono, dunque, ad epoche lontane; la stessa parola "Chia" è un termine Azteco che significa "Forza", vigore. Si narra che da questo seme, gli aztechi traessero la loro forza durante le battaglie e che grazie alla sua forza riuscirono a conquistare territori e popolazioni fino a formare il grande impero che aveva in Tenochitlan la sua capitale. Questo vegetale, insieme all’amaranto, ai fagioli ed al mais, costituiva la base della dieta quotidiana delle popolazioni messicane ed Azteche in particolare, oltre che di altre civiltà dell’America centrale come quelle dei Toltechi, Zapotechi, oltre che della più nota civiltà Maya. Un cucchiaio di semi di chia, considerato il valore energetico, era considerato la “razione base” di sopravvivenza dei guerrieri Aztechi.

La storia ci tramanda che questo pregiato vegetale era considerato così nobile da essere usato come pagamento, “versato come tributo”, dalla popolazione ai regnanti di turno. I codici Pre-Colombiani rivelano che le nazioni conquistate dagli Aztechi “pagavano in chia” un tributo annuale calcolato intorno alle 4.000 tonnellate e che la capitale Tenochitlan, all’epoca abitata da 200.000 persone, ne riceveva circa 3.000 tonnellate. Di questi tributi pagati in chia, rimangono tracce anche nel codice Mendoza del 1541 e nel codex fiorentino del 1548.

Gli Aztechi non solo facevano un grande consumo di questo seme particolarmente nutriente, ma lo usavano anche nelle cerimonie religiose come offerta propiziatoria ai loro dei. Queste usanze, però, finirono per infastidire i conquistadores spagnoli. Cortes iniziò ad odiare questa pianta ricca di semi cosi potenti che davano agli indigeni grande forza e vigore ed arrivò a vietarne la coltivazione, soppiantandola con quella del frumento, dell’orzo e delle carote, che servivano a soddisfare la notevole richiesta alimentare proveniente dall’Europa. Dalla ben nota furia distruttiva dei conquistadores spagnoli (nel 1521 in modo violento affamarono quelle popolazioni bruciando i raccolti e le riserve) si salvarono, per l’alimentazione locale, soltanto il mais ed i fagioli che continuarono ad essere coltivati.

Il divieto imposto dai dominatori fece crollare le coltivazioni di chia che, ben presto, scomparvero praticamente dal mercato. Solo alcune coltivazioni modeste sopravvissero in zone molto piccole, sparse nelle montagne del Messico e del Guatemala. L’oblio di questa coltivazione durò fino al 1991, quando, grazie ad un programma di sviluppo tecnico, scientifico e commerciale avviato nel nord dell’Argentina, in Colombia e in Perù, si incentivò la ripresa della messa a dimora della chia che riprese ad essere coltivata in modo esteso, trovando nuovo e moderno impiego. Un programma, quello nuovamente avviato che, date le straordinarie caratteristica della pianta, si poneva non solo semplicemente un obiettivo alimentare ma anche uno più specifico: quello di migliorare la salute umana. L’uso di questo vegetale, infatti, inserito nelle diete alimentari, apportava significativi benefici, grazie alle sue particolari proprietà. Oggi la chia è nuovamente ben utilizzata nell’area originaria, soprattutto in Messico e Guatemala, sia consumata direttamente sotto forma di semi (a volte macinati), che attraverso i suoi derivati, utilizzabili in miscela con altri componenti, per la realizzazione di dolci e bevande.

Vediamo ora le principali caratteristiche di questo vegetale, tanto antico quanto importante e benefico.

La salvia Hispanica cresce spontaneamente nei Paesi del Centro America ed in particolare nel Messico; fiorisce da luglio ad agosto con numerosi fiori tipicamente ermafroditi (hanno organi sia maschili, sia femminili), raggiungendo l’altezza di un metro circa. Coltivata, invece, raggiunge la germinazione solitamente in due settimane; viene coltivata anche in serra, dove è seminata fin dal mese di marzo per ottenere più raccolti. La sua coltivazione è abbastanza semplice e non necessita di antiparassitari, anzi, i contadini spargono di semi i terreni coltivati per combattere parassiti ed infestazioni. Coltivare la Salvia Hispanica evita la necessita di pesticidi, perché gli insetti non si sentono attratti da questa pianta. Si può affermare che queste coltivazioni sono praticamente “ecologiche”, sotto tutti gli aspetti.

I semi maturi sono abbastanza piccoli, chiazzati di scuro, con vergature che ricordano pressappoco “le uova di un dinosauro in miniatura”. La loro colorazione è prevalentemente grigia nelle varie tonalità, con una maggioranza di sementi scure rispetto alle chiare, quasi bianche. Più raro è trovarle di un marrone vergato di nero. Il seme ha una buona capacità di conservazione: riesce a conservarsi integro per anni senza alcun deterioramento nel sapore, nell’odore, nel suo valore nutritivo. Esaminando la composizione dei semi di Salvia H. possiamo verificare il grande equilibrio dei suoi componenti nutritivi. Ecco le tabelle.

Dalle tabelle suesposte si ricava che le vitamine ed i Sali minerali della pianta contengono:

-7 volte più Vitamina C rispetto alle Arance

-5 volte più Calcio rispetto al Latte

-3 volte più Ferro rispetto agli Spinaci

-2 volte più Potassio rispetto alle Banane

-15 volte più Magnesio rispetto ai Broccoli

La Salvia Hispanica, inoltre, contiene il 64% di Omega 3 con ALA (acido alfa linoleico), abbondanti bioflavonoidi (antiossidanti), ed è la fonte di Omega 3 più sana, più sicura e più ricca del Mondo, è l’UNICO prodotto che fornisce grassi essenziali Omega 3 senza i problemi di gusto, odore, tossicità, irrancidimento e alto contenuto di grassi saturi. La Chia al naturale è quindi inodore e insapore. I semi di chia non contengono glutine (GLUTEN FREE) e non hanno controindicazioni note, sono dunque un ottimo alimento per i celiaci. Ovviamente sono atossici e sembrano essere ben tollerati a livello di allergeni.

Nell’alimentazione umana si può affermare che la chia, incredibilmente, possiede un tenore proteico più elevato rispetto alla gran parte degli altri semi similari. La sua consumazione diretta, fresca o secca, può essere anche fatta sotto forma di bevanda rinfrescante, saporita ed energetica. Si narra che gli antichi guerrieri Atzechi sopportavano le fatiche della guerra per ventiquattrore, alimentandosi con un semplice cucchiaio pieno di chia. Una volta macinato, il seme può essere trasformato in pane, torte, biscotti, e tostato può accompagnare tranquillamente le miscele di cereali da usare nel latte, esaltando il sapore del miele. Arricchisce anche lo yogurt, le salse, le barre nutrizionali ed il brodo vegetale.

Notevole anche il potere curativo e medicamentoso di questa pianta. Con i semi di chia, opportunamente preparati, si possono curare non pochi disturbi ed affezioni. Le sue proprietà terapeutiche erano già note agli Aztechi che utilizzavano la pianta come medicamento per alleviare gli stati generali di dolore, per stimolare la secrezione di saliva, per curare le irritazioni della pelle e per disinfettare occhi e ferite. Le proprietà terapeutiche della pianta risultano utili anche in medicina interna. I semi di chia, una volta ingeriti, sviluppano all’interno dell’intestino, un gel che si traduce in una barriera fisica fra i carboidrati e gli enzimi digestivi che li scompongono, ritardando così, la conversione degli stessi carboidrati in zucchero. Questa patina gelatinosa protegge anche il tessuto intestinale da un eventuale attacco batterico. Il beneficio diretto di questo gel è a chiaro appannaggio dei diabetici, ma le proprietà colloidali idrofile dei semi di chia aiutano anche la digestione di tutti gli alimenti.

Questi utilissimi semi possiedono anche una qualità eccezionale: un’altissima capacità idrofila, avendo la forza di assorbire fino 12 volte il relativo peso nell’acqua; pertanto, oltre a vantare proprietà d’idratazione prolungata, risultano utili anche per curare gli scompensi causati dal mancato equilibrio elettrolitico. L’utilizzo della chia risulta utile anche in gravidanza, durante l’allattamento e la crescita dei bambini, perché aiutano lo sviluppo dei tessuti. A tal proposito è somministrato anche agli atleti per una buona rigenerazione dei muscoli. Recenti studi hanno accertato che la salvia hispanica, è un buon “ritardante” nelle malattie connesse all’invecchiamento, nonché “benefica” per contrastare l’insorgenza del cancro, delle malattie cardiovascolari e delle cataratte. Senza dimenticare che svolge un’azione protettiva e stimolante anche sul sistema immunitario. Innegabile è il suo effetto equilibratore nei trigliceridi, con il conseguente beneficio sui livelli di colesterolo. Questi semi sono anche molto ricchi di fibre alimentari, capaci di intervenire positivamente (da alcuni sono considerati un toccasana) contro stipsi, gas e gonfiori.

La scienza moderna sembra aver “riscoperto” le innumerevoli virtù di questa antichissima risorsa alimentare ed i ricercatori oggi sostengono ed incoraggiano il consumo di chia, raccomandandone l’inserimento nell’alimentazione giornaliera della popolazione sudamericana, così come, in Europa, è stata e continua ad essere caldeggiata, la nostra dieta mediterranea.

I semi di Chia non soddisfano sono le esigenze alimentari umane. I suoi semi sono un ottimo complemento per l’alimentazione animale nell’allevamento. Si è constatato, curiosamente, che le uova delle galline alimentate con la chia hanno un acido grasso simile a quello trovato nel latte umano. Queste uova sono particolarmente ricche di Omega 3, insieme alle loro carni, acquisendo, quindi, un indubbio valore nutritivo aggiunto. La somministrazione della chia nei diversi tipi di allevamento da valore aggiunto anche alle carni di manzo, di maiale, nonché ai loro derivati come prosciutto, latte e formaggi.

Gli straordinari semi di Chia sono utilizzati anche a livello industriale. L’olio ricavato (molto simile all’olio di lino) risulta un ottimo componente per la fabbricazione di vernici e gomme. A beneficiare delle eccellenti qualità di quest’olio non è solo l’industria pesante ma anche quella per la “cosmesi”, per la cura e la bellezza del corpo, ultimo traguardo, in ordine di tempo e considerato un campo “vergine”, ancora tutto da scoprire! Un siero ricavato dai semi di Chia ha dato risultati straordinari per il ringiovanimento della nostra pelle. Le proprietà di questo prezioso siero, sembra fossero già state scoperte dalle antiche popolazioni Azteche e Maya, che con esso curavano e ringiovanivano le affezioni e l’invecchiamento della pelle. Oggi, opportunamente adattato alle nostre esigenze e necessità, il siero ricavato dai semi di Chia costituisce quasi un vero “toccasana” per il benessere, la vitalità, il rinnovo e l’elasticità della nostra pelle.

Che dire, cari amici, di questa straordinaria pianta, capace di soddisfare esigenze alimentari, dietetiche, curative e molte altre? Credo che dovremo incentivare la sua coltivazione ben oltre gli attuali confini. Da sardo, facente parte di un popolo che certamente non naviga nell’oro, credo che anche noi dovremo provarne la semina e l’utilizzo. Sono tante, ormai, le campagne incolte dove nessuno sembra interessato a piantarci più nulla. Chissà, forse, provare a seminare la Chia potrebbe essere un utile tentativo!

Per chiudere la chiacchierata su questo straordinario prodotto della natura ecco, ora, una “dolce” ricetta che potrà certamente far venire “l’acquolina in bocca” a tanti estimatori.

Chia Seed Pinole - Croccante ai semi di Chia e Mais

Questa ricetta per preparare dei buonissimi croccantini di Mais e semi di Chia deriva da un'antichissima ricetta messicana (Il nome Pinole è proprio messicano), che prevedeva l'uso di farina di mais tostata e semi di Chia. I leggendari corridori Tarahumara, li usavano per caricarsi di energia! Anche noi, però, possiamo sperimentare le sue leggendarie virtù: pur non essendo coltivato nelle nostre regioni il prodotto si trova in commercio senza problemi. Ecco la ricetta.

Ingredienti per circa 18 biscottini:

-1 Bicchiere di farina di Mais grezza (quella per la polenta)

-1 bicchiere di Semi di Chia

-4 cucchiai di Miele

-2 cucchiai di Acqua

-1 cucchiaino (da dessert) di Cannella

Preparazione:

Accendete il forno, preriscaldatelo mentre tostate il mais.

In una padellina (quella usata è in ceramica, la consiglio) tostate la farina di mais a fuoco medio, fino a che inizia ad imbrunire (tipico odore di popcorn). Mi raccomando, mescolate la farina ogni tanto, altrimenti si brucia quella sotto! Ora versate la farina di mais tostata (calda) in un contenitore, aggiungete i semi di Chia e la cannella, mescolate bene. Aggiungete 4 cucchiai (grandi) di Miele e due cucchiai (grandi) di Acqua. Mescolate bene fino ad ottenere una poltiglia abbastanza densa. Compattate il composto bene fino a formare un disco (se la teglia è tonda), sopra una teglia da forno (quella usata è da 22cm di diametro) fino ad ottenere uno strato abbastanza sottile di composto. Infornate il tutto nel forno preriscaldato ad una temperatura media (150 °C - 180°C) per 15 minuti! Attenzione, il miele deve solo imbrunire leggermente, ma non deve caramellarsi! Spostate la torta calda su un piano in marmo, oppure su un piatto largo freddo e tagliatela subito in fette, prima che diventi croccante e solida una volta raffreddata! Lasciate raffreddare, fino ad ottenere dei croccantini solidi e... BUONISSIMI!!!! Buon appetito!

Uno studioso, grande estimatore di questi semi ha recentemente cosi commentato: “ Semi di Chia, un alimento Ancestrale che dal passato ritorna al presente guardando al futuro”.

Grazie, cari amici, della Vostra sempre splendida attenzione!

Mario