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domenica, ottobre 28, 2012

STANOTTE SIAMO TORNATI ALL’ORA “SOLARE”. LA LUNGA E TORMENTATA STORIA DELL’INTRODUZIONE DELL’ORA “LEGALE”.


Oristano 28 Ottobre 2012

Cari amici, 
stanotte, alle 3,00 è tornata l’ora solare. Dall'ultima Domenica di Marzo scorso fino ad oggi, ultima Domenica di Ottobre, abbiamo regolato i nostri orologi ed il nostro tempo “prezioso” adottando l’uso dell’ora legale, quella che convenzionalmente anticipa la nostra giornata di un’ora. Vari i motivi che nel tempo  fecero nascere l'ora legale, ma sicuramente il motivo più importante è stato ed è quello del risparmio energetico. In sintesi un sistema, nato con lo scopo di sfruttare al meglio la luce del giorno, anticipando di un’ora la giornata lavorativa. La scelta della Domenica come giorno di “cambio” d’orario non fu casuale: la scelta del giorno festivo per eccellenza, la domenica, poteva permettere alla gente di adattarsi alla variazione, evitando quindi “errori di un'ora” (di ritardo o di anticipo) nell'arrivare a scuola o al lavoro, etc.. Ecco a Voi, per soddisfare la Vostra curiosità, una piccola carrellata sulla storia dell’introduzione dell’ora legale nel mondo.
La storia dell'introduzione dell’ora legale inizia addirittura nel lontano 1784, con una proposta del noto inventore americano Benjamin Franklin, padre ed ideatore del parafulmine. Già nel 1784 Benjamin Franklin pubblicò un'idea sul quotidiano francese ‘Journal de Paris’. Le sue riflessioni si basavano sul principio di risparmiare energia ma all'epoca non trovarono molto seguito. In Canada, verso il 1875, ugualmente si cercò di utilizzare l’anticipo di un’ora in ambito locale, sempre con lo scopo del risparmio energetico. L’iniziativa però creò non pochi problemi alle schede degli orari ferroviari. Il canadese Sandford Fleming per ovviare a queste problematiche propose di istituire lo "Standard Time" nel corso di una riunione del ” Royal Canadian Institute”: era l'8 febbraio 1879. L'11 ottobre 1883, i capi delle linee ferroviarie principali si incontrarono a Chicago presso l'ex Grand Pacific Hotel per adottare lo Standard Time in un sistema di quattro fusi orari per gli USA continentali. Il nuovo sistema fu adottato dalla maggior parte degli Stati. A mezzogiorno del 18 novembre 1883, lo United States Naval Observatory per la prima volta cambiò i suoi segnali telegrafici per adeguarsi al cambiamento di orario.
Oltre un secolo dopo, nel 1907, l'idea di Benjamin Franklin venne ripresa in Inghilterra dal costruttore inglese William Willet, trovando questa volta terreno fertile nel quadro delle esigenze economiche provocate dalla Prima guerra mondiale: nel 1916 la Camera dei Comuni di Londra diede il via libera al “British Summer Time”, che implicava lo spostamento delle lancette un'ora in avanti durante l'estate. Molti paesi imitarono la Gran Bretagna in quanto in tempo di guerra il risparmio energetico era una priorità. In Svizzera l'ora legale fu adottata per la prima volta nel 1981, e attualmente è anch'essa liberamente coordinata con le direttive dell'Unione europea. Gli USA regolarono la materia nel 2007: attraverso una apposita Legge Federale fu formalizzato l'uso del “Coordinated Universal Time” come base del tempo standard.
In Italia l'ora legale è stata adottata per la prima volta nel 1916, tramite il decreto legislativo n°631 del 25 maggio, e rimase in uso fino al 1920. Da allora fu abolita e ripristinata diverse volte tra il 1940 e il 1948 a causa della Seconda guerra mondiale. Successivamente, con la legge n. 503 del 1965, l’ora legale fu ripristinata, a partire dal successivo 21 maggio 1966. Complice il periodo di “crisi energetica” fu da allora utilizzata con continuità, pur con modalità varianti negli anni: dal 1966 al 1980 venne stabilito che l'ora legale dovesse rimanere in vigore dalla fine di maggio alla fine di settembre; dal 1981 al 1995 si stabilì invece di estenderla dall'ultima domenica di marzo all'ultima di settembre. Il regime definitivo è entrato in vigore nel 1996, quando a livello europeo si stabilì di prolungarne ulteriormente la durata dall'ultima domenica di marzo all'ultima di ottobre. La Comunità Europea nel 2000/01 stabilì con appositi  deliberati (Direttiva 2000/84/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 19 gennaio 2001)che: "A decorrere dall'anno 2002 in ciascuno Stato membro il periodo dell'ora legale ha inizio alle ore 1.00 del mattino, ora universale, dell'ultima domenica di marzo e termina alle ore 1.00 del mattino, ora universale, dell'ultima domenica di ottobre."
Il ricorso all'ora legale e quindi un sistema di calcolo “virtuale” che ha lo scopo di sfruttare al meglio la luce del giorno: L'ora ufficiale viene aggiustata in avanti durante i mesi primaverili ed estivi, in modo che l'orario lavorativo o scolastico venga a coincidere meglio con le ore di luce. Con l'ora legale, infatti, secondo i nostri orologi risulterà che il sole tramonti un'ora più tardi; di conseguenza, le luci nelle case verranno accese un'ora più tardi, con un notevole risparmio energetico. Ovviamente anche l'ora dell'alba risulterà spostata: virtualmente il sole sorgerà un'ora più tardi, secondo i nostri orologi; il giorno con luce piena inizierà quindi intorno alle 9,00: a quell'ora inizia anche l’attività nella maggior parte di uffici e negozi, i quali, essendo già giorno, non richiederanno l'accensione dell'illuminazione. Tutto questo si trasforma in risparmio: l'energia risparmiata nell'ora di luce serale in più compensa l'eventuale minore necessità di accendere le luci al mattino. 

I benefici economici non sono di poco conto. Con l'ora legale, dal 2004 al 2007, l'Italia ha risparmiato complessivamente oltre 2,5 miliardi di kilowattora, pari a 300 milioni di euro, secondo quanto calcolato da Terna, la società responsabile in Italia della gestione dei flussi di energia elettrica sulla rete ad alta tensione, il risparmio per il solo 2007 è stato di 645,2 milioni di kilowattora. Non mancano, però, le critiche. Dal sondaggio condotto dal Codacons risulta che gli italiani sono per il 50% a favore e per il 50% contrari all'ora legale. La stessa inchiesta ha anche rilevato che la maggior parte degli intervistati è a favore dell'abolizione dell'ora solare. Questa soluzione, però, comporterebbe l'utilizzo dell'ora legale tutto l'anno, che non permetterebbe un risparmio energetico durante l'inverno ma eliminerebbe solo il “fastidio” del cambio dell'ora. In sintesi permangono ancora non pochi dubbi sul reale vantaggio del “cambio” di orario. I molti lavoratori che si alzano presto al mattino con  l’ora legale utilizzano in maggior misura l’illuminazione, azzerando praticamente il risparmio serale. Del resto, nessuno si è accorto di un risparmio sulla bolletta elettrica. Con l’illuminazione pubblica non c’è risparmio per lo stesso motivo, in quanto la mattina deve essere spenta un’ora più tardi. Anche la UE non sembra del tutto convinta, perché con la Direttiva 2000/84/CE ha stabilito che dopo il 2007 la Commissione europea dovrà presentare una relazione per rilevare vantaggi e svantaggi dell’ora legale, pensando anche alle altre implicazioni non solo pecuniarie causate dalle variazioni, non ultime quelle legate alla salute per lo stress causato dai cambiamenti. 
In Italia sull'ora legale ci sono state in passato diverse interrogazioni parlamentari, anche se, secondo il ministro della Salute, la variazione d’orario non comporta problemi, in quanto sull'andamento ritmico dei comportamenti umani l’uomo è il più adattabile dei mammiferi terrestri. Eppure molti lamentano problemi di insonnia, irritabilità, ansia, litigiosità, sonnolenza di giorno e altri disturbi e difficoltà di adattamento, specialmente nei bambini; problemi, soprattutto nei primi giorni successivi al cambio, anche quelli relativi all'abbassamento dell’attenzione, durante i quali bisognerebbe vedere di quanto aumentano gli incidenti stradali, domestici e di altra natura, gli omicidi e altri reati come le violenze sessuali, le aggressioni, le minacce, eccetera. Bisogna considerare anche che chi deve mettersi in viaggio il giorno dopo, in auto o con i trasporti pubblici, perde un’ora di sonno. Chissà se alla fine, mettendo insieme i pro ed i contro, l’introduzione dell’ora legale è stato un vantaggio o uno svantaggio!
Per ora continuiamo sulla strada intrapresa. Le lancette dell'orologio, anche oggi, le abbiamo spostate indietro di un'ora, e “teoricamente” abbiamo dormito un'ora in più. Vi siete mai chiesti perché l’ora solare scatta proprio alle 3? Nessun riferimento alle profezie Maya o alle previsioni di Nostradamus: la scelta è stata fatta per una questione di trasporti pubblici. Si tratta infatti dell'orario in cui la circolazione dei treni e degli altri mezzi di trasporto è ridotta al minimo, e quindi si evitano sfasamenti nella tabella di marcia.



Grazie, cari amici della Vostra sempre gradita attenzione!
Mario


venerdì, ottobre 26, 2012

POLITICA ED ETICA. QUANDO FARE POLITICA NON E’ PIU’ “IMPEGNO CIVILE” MA LUCROSA PROFESSIONE. E’ ARRIVATO IL MOMENTO DEL “GAME OVER” ! ROTTAMARE PER RICOSTRUIRE.

Oristano 26 Ottobre 2012
Cari amici,
avanti eri, giovedì scorso, sono transitato a mezza mattina in piazza Roma. Con meraviglia e stupore ho notato un fatto insolito: la piazza era stracolma di gente! La prima cosa che ho pensato è che fosse successo un fatto eccezionale, fuori dal comune, per riunire sì tanta folla. Un amico, alla mia domanda del perché di tanta gente riunita sotto la torre mi rispose che tutti erano li per vedere e sentire il “volto nuovo” della politica italiana: Matteo Renzi. 

Il fatto che destava in me ed in tanti altri una sincera meraviglia era che da lungo tempo, ormai, la piazza non raggiungeva livelli di aggregazione cosi alti! Questo fatto mi faceva riflettere, eccome! Quando la gente si raduna per vedere e sentire un volto nuovo, la prima considerazione da fare è che si è stancata dei “vecchi volti” e cerca di sostituirli.  Significa che si è sentita tradita da quelli precedenti che non hanno rispettato il mandato ricevuto. Personaggi, quelli di ieri,  di ogni sfumatura e colore, personaggi di destra, di centro e di sinistra, ma che, senza eccezioni, avevano non solo deluso ma tradito il mandato di rappresentanza ricevuto.
La mia riflessione, cari amici, non è rivolta ad un’area politica specifica, ma alla politica in generale, senza distinzione alcuna di colore e inclinazione; a quella politica messa in atto negli ultimi quattro o cinque lustri, nei quali “l’impegno civile”, il “servizio alla Nazione”  e l’etica, che ogni “rappresentante eletto”  avrebbe dovuto avere, sono letteralmente scomparsi. Lentamente ma inesorabilmente si era costituita una “élite di professionisti della politica” che, giorno dopo giorno, costruivano, ampliavano e miglioravano il loro “lavoro”, la loro professione individuale di politici di lungo corso, a prescindere e spesso a scapito dell’Istituzione dove avrebbero, invece, dovuto svolgere il mandato di rappresentanza dato dagli elettori.
In passato molti degli uomini che accettavano la candidatura e venivano eletti in Parlamento erano seri professionisti nelle varie branche lavorative: avvocati, economisti, professori universitari, industriali, ricercatori di alto livello, solo per citare le professioni principali. Oggi non più. Se dovessimo fare una ricerca anche modesta sulle professioni dei nostri più quotati rappresentanti in Parlamento ci accorgeremo che, da tempo, molti di essi non hanno mai svolto altra professione se non quella politica. Essi possono essere definiti, senza ombra di dubbio, dei “professionisti della politica”! Un dato sotto molti aspetti sconcertante. Che esperienza può portare in Parlamento uno che non ha mai lavorato o svolto una professione?
Il mestiere o professione di politico elettivo è l'unico a cui non viene richiesto un curriculum ed una competenza. Questo fatto è qualcosa che si ritorce contro di noi elettori, che affidiamo il mandato a gestire la “cosa pubblica” ad una persona di cui non conosciamo ne le capacità ne le qualità. Naturalmente le qualità richieste per essere nostri rappresentanti  non sono solo quelle tecniche ma anche quelle morali: di accertata etica professionale e comportamentale, di  sensibilità per il bene comune e di disponibilità a mettersi al “servizio della Comunità”, non a servirsene! Lo scenario che non solo noi italiani ma anche i nostri partner europei ed internazionali vedono oggi in Italia è assolutamente desolante. Le indagini che coinvolgono i partiti e gli uomini che li rappresentano non lasciano indenne nessuna coalizione.
Guardando a sinistra, gli scandali Penati e Luzi si aggiungono a quelli della Regione Puglia, Calabria, Campania e Lazio; le indagini che hanno coinvolto i sindaci di Genova, Bari e Bologna, si aggiungono agli scandali che hanno coinvolto il consiglio regionale umbro e la segreteria regionale toscana, senza dimenticare il brutto affare che coinvolge SEL in Alto Adige. Guardando a destra, lo scenario è altrettanto desolante. Dagli scandali “personali” di Silvio Berlusconi agli indagati “eccellenti” come Ghedini e Cosentino, ai misfatti del “cerchio magico” della Lega Nord, alle case romane di Scajola e Tremonti, ai tanti altri comitati d’affari (conclusi in Italia e all’Estero), finiti sotto le lenti della Finanza o della Magistratura. Per finire allo schieramento di “centro”, dove lo scandalo Enav- Finmeccanica ha visto i media parlare di un coinvolgimento dei vertici dell’UDC, senza, poi, darne più notizie.
E’ l’ora del “Game over”, così si usa dire in terra statunitense, che di default, politici, se ne intende! ROTTAMAZIONE & RICOSTRUZIONE! Questo l’imperativo che, ormai, resta l’unica via d’uscita.
Il termine “rottamazione” oggi è diventato di gran moda: appiccicato sulla bocca di tutti, a partire da quella di Matteo Renzi, che sicuramente la storia ricorderà come un grande rottamatore,  a partire dagli uomini del suo stesso partito. E’ proprio dall’applicazione di questo termine, brutto quanto si voglia ma efficace, che bisogna ripartire! Rottamazione, sfogliando il dizionario Hoepli, significa “Raccolta e demolizione di macchine di vario genere, in funzione del recupero dei materiali riutilizzabili”. Ebbene credo la definizione possa essere efficacemente applicata anche in politica. Questo non significa gettare alle ortiche l’esperienza maturata da quelli che in molti (..troppi) anni ci hanno rappresentato. Significa creare alternanza, significa tornare a quell'iniziale e saggio “impegno civile quantificato nel tempo”, significa prestare uno “spicchio” della propria vita al servizio della Nazione, per poi rientrare, dopo il servizio prestato, alla propria professione, prestigiosa o umile che sia.
Questo io credo che sia il vero messaggio del giovane Renzi, che con la sua irruenza sta catturando sempre più consensi. In tanti oggi in Italia sono stanchi di promesse non mantenute, di ruberie, di arricchimenti illeciti, e di “politica di professione”. La Piazza Roma del 24 Ottobre ad Oristano ne è l’esempio più eclatante. Io credo che i giovani non debbano respingere la politica ma aiutarla diventare seria e pulita. Solo una sana e concreta politica lungimirante, che coinvolga attivamente i giovani, che sia capace di proiettare la Nazione verso il futuro, potrà invertire la rotta, e accogliere a pieno titolo i giovani nel mondo del lavoro. A noi il compito di aiutarli e sostenerli con la nostra esperienza, affiancandoli, anche a costo di fare oggi gravosi sacrifici, purché seri e ponderati. Insieme ai giovani, senza escluderli come stiamo facendo, potrà essere costruito un futuro migliore, fatto di maggiore serenità e maggiori certezze.
Diamo ai giovani una chance, una possibilità! Non distruggiamo per egoismo una generazione che dovrà raccogliere da noi il testimone. Diamo alle nuove generazioni deluse una speranza per il futuro. Un futuro che, oggi, proprio non si vede!
Grazie a tutti Voi dell’attenzione.
Mario


giovedì, ottobre 25, 2012

INTERESSE GENERALE E BENE COMUNE: LA CURA E LA VALORIZZAZIONE DEI BENI COMUNITARI, UNA SFIDA CHE LA POLITICA DI QUALITA’ PUO’ E DEVE PORTARE AVANTI.





Oristano 25 Ottobre 2012
Cari amici,

l’argomento della conversazione di oggi si focalizza su quel complesso di “beni” che, patrimonio della Comunità, non hanno, a mio avviso, la giusta valorizzazione e la piena fruizione da parte dei cittadini, veri titolari del diritto di utilizzo. La cura dei beni comuni rappresenta la “vera sfida”, l'impegno civile, che la nuova Amministrazione del nostro Comune, guidata da Guido Tendas, dovrà affrontare e su cui dovrà necessariamente misurarsi senza indugi.
Ma perché, direte Voi, l’Amministrazione e quindi “noi tutti”, attraverso chi ci rappresenta, dovremmo prenderci cura dei beni comuni? Ci sono varie possibili risposte a questa domanda. Per fare chiarezza dovremo partire dall’analisi di concetti fondamentali, quello di bene pubblico e quello di bene comune.
In economia, è definito “Bene Pubblico” un bene necessario ed indispensabile a tutti, difficile o impossibile da produrre da parte dei privati per trarne profitto. Per meglio chiarirne la natura stabiliamo cosa è esattamente un bene pubblico è da che cosa è caratterizzato. Le caratteristiche principali sono:

a) Assenza di rivalità nel consumo: il consumo di un bene pubblico da parte di un individuo non implica l'impossibilità per un altro individuo di consumarlo allo stesso tempo (si pensi ad esempio a forme d'arte come la musica, o la pittura);
b) Non escludibilità nel consumo: una volta che il bene pubblico è prodotto, è difficile o impossibile impedirne la fruizione da parte di consumatori (si pensi ad esempio all'illuminazione stradale).
Solo i beni pubblici “puri” possiedono in senso assoluto tali proprietà. Spesso però il termine di bene pubblico è attribuito, nel gergo degli economisti, anche a “beni pubblici impuri”, ovvero a beni considerati pubblici soltanto perché riferiti ed utilizzati da un particolare sottoinsieme di consumatori. Questi beni pubblici “impuri” dovrebbero, invece, essere meglio definiti “beni comuni”.

“Bene Comune”, quindi, è quel bene che pur essendo pubblico non è ha tutte le caratteristiche. Chiariamone meglio il concetto. Esso, per esempio, assume le caratteristiche di “ Bene Comune” non solo perché assomma in se la capacità di soddisfare una molteplicità di interessi individualistici., ma soprattutto perché assume quelle ulteriori caratteristiche di “bene sociale”, un bene quindi che le persone “condividono” grazie alla loro attiva partecipazione alla vita della Comunità. Ecco la reale, giusta e concreta definizione: bene comune in quanto consente al complesso dei cittadini, riuniti in comunità, di svolgere “meglio” quella funzione sociale condivisa.
L’enciclica  Gaudium et Spes,  parlando di Bene Comune, lo definisce come quel bene che assomma tutte quelle condizioni che permettono il suo utilizzo, tanto da parte dei “gruppi” quanto da parte dei singoli membri, nessuno escluso sulla base del principio di non escludibilità, per raggiungere, singolarmente o insieme, fini di natura altruistica nei vari campi delle attività sociali. Il bene comune è quindi un bene di tutti e di ciascuno, affinché tutti siano veramente utilizzatori responsabili delle sue funzioni.

Ho voluto fare questa doverosa premessa per affrontare, di petto, il mancato o parziale utilizzo in questa nostra città di importanti beni comunitari che, pur di proprietà comunale, non vengono messi a disposizione della collettività e da questa utilizzati. Non voglio fare un arido elenco di questi beni che, pur fruibili senza ulteriori spese, potrebbero essere resi agibili ed utilizzabili. Bastino solo due esempi, i più recenti, per mettere a nudo il problema: il restaurato “Teatro San Martino” e l’ampio edificio ubicato nell’ex mercato del bestiame, più noto come il mercato de “Praza ‘e is bois”. Entrambi portano in se una fetta importante della storia della città che sarebbe non solo un peccato dimenticare ma potrebbe, invece, essere proficuamente fatta conoscere ai giovani. Ecco, in sintesi, la storia dei due edifici.
Il teatro San Martino fu edificato nel XIX secolo per volontà di 37 fra nobili e borghesi oristanesi che fondarono la "Società Teatro San Martino di Oristano". Per molti anni fu un importante punto d’incontro culturale e ricreativo, noto anche in campo nazionale. Vi si alternarono artisti importanti che calamitarono ad Oristano la borghesia di tutta l’Isola. Lo frequentò anche il nostro famoso commediografo Antonio Garau, fin da piccolo affascinato dal teatro e dalla commedia all’italiana. Aveva solo otto anni quando al Teatro San Martino assistette alla commedia “Il Marchese del Grillo”. Il suo entusiasmo fu grande e da allora il piacere, il gusto della commedia, entrarono prepotentemente dentro di Lui, e non lo abbandonarono più. Questo era, allora,  per Oristano e circondario il Teatro San Martino! 

Oggi, dopo lustri di abbandono, dopo una interessante opera di restauro, durata non poco tempo, riappare alla vista degli oristanesi che transitano in via Ciutadella de Menorca, ma con le lucide nuove porte sempre rigorosamente chiuse! Il restaurato teatro San Martino, come altre incompiute, resta irrimediabilmente chiuso, sprangato, negato alla fruibilità degli oristanesi, nonostante sia un pregiato pezzo di storia del capoluogo e della sua cultura più profonda.  Senza dimenticare il sacrificio economico per l’opera di restauro che non è stato, tra l’altro, di poco conto! Costato quasi un milione di euro, fra acquisto del rudere (che apparteneva alla famiglia Sanna e che si accordò col Comune per 100mila euro) e le ristrutturazioni, le opere di recupero del piccolo “monumento culturale" costruito in stile “neo classico” andarono avanti per quasi due anni. La nuova vita del teatro iniziò nel 2006 con l’avvio della ristrutturazione che demolì la gran parte dell’interno, salvando la facciata ed alcune parti perimetrali integre. Oggi i pochi anziani che (curiosamente e…non autorizzati, durante la fase di ultimazione dei lavori) hanno potuto ammirare il teatro rimesso a nuovo possono solo dare sfogo alla nostalgia, quella di chi ha conosciuto il vecchio teatro San Martino, piccolo ma elegante, con i suoi loggioni e il suo stile inconfondibile: le logge rosse e bordeaux e le decorazioni dorate, eleganza popolare di un monumento parte irrinunciabile del centro storico. Per il resto della città il restaurato "nuovo" San Martino resta, però, desolatamente chiuso.
Quali le motivazioni di questa terribile decisione che priva la città di un suo pezzo di storia? «Per l’apertura mancano ancora 150mila euro, necessari per completare i lavori», sostiene l’ex assessore comunale dei Lavori pubblici, Andrea Lutzu. Anche la sua nuova destinazione rimane fumosa ed incerta. C’è chi vorrebbe far diventare il teatro una sala multimediale e auditorium per le attività di servizi alle imprese, con una capienza di un centinaio di posti a sedere, chi, invece, vorrebbe destinarlo alle diverse compagnie teatrali che mendicano spazi che non riescono a reperire.  Da anni gli artisti locali rivendicano la restituzione alla città di una struttura che sarebbe utilissima non solo per mettere in scena spettacoli e ospitare convegni, ma anche mostre e rassegne, magari proprio in occasione della Sartiglia, quando, Oristano si riscopre a corto di spazi disponibili. Per ora, però, non se ne fa nulla.

L’altra incomprensibile incompiuta è, invece, il restaurato palazzo ubicato in “Praza ‘e is bois”.Quest’ampia piazza è stata, un tempo, luogo molto caro agli oristanesi. Un “luogo simbolo”, fulcro delle molteplici attività legate alla civiltà contadina; a metà Settembre, in “Praza ‘e is bois”, ci si incontrava, come in una grande festa: per regolare i patti agrari, definire i nuovi accordi economici e scambiare bestiame ed attrezzi legati all’agricoltura ed all’allevamento.
L’ampio mercato del bestiame ubicato nella piazza era noto in tutta la Sardegna: era considerato “la borsa” del mercato agricolo dell’epoca. Oggi si cerca di rievocare quei tempi con la manifestazione del “Settembre Oristanese”, molto meno sentita, però, ai giorni nostri e che necessita a mio avviso di una adeguata rivisitazione. Anche il suo austero palazzo restaurato, che si affaccia oggi su una nuda e bianca nuova piazza, resta irrimediabilmente chiuso. Perché? Difficile dare una saggia giustificazione. L’ampio edificio potrebbe accogliere non poche strutture sociali e comunitarie. Oristano non manca di associazioni e di aggregazioni rivolte verso il sociale. Da quelle assistenziali a quelle culturali e ricreative. In questo grande palazzo potrebbero davvero trovare spazi per esercitare al meglio  la loro funzione “di servizio”. 

Fa piacere constatare e prendere atto che il nuovo sindaco ha iniziato ad imboccare questa strada: ha concesso all'Università della Terza Età l’uso di una piccola parte dei locali di questo fabbricato. Credo che la brillante e condivisa iniziativa vada portata avanti con determinazione, destinando tutti gli spazi disponibili alle associazioni meritevoli. Vi sono in città  tante aggregazioni culturali, musicali, sportive, ricreative e di servizio che mancano di adeguati spazi che, invece, abbondano in edifici come quelli prima visionati ma che restano inesorabilmente chiusi.
Caro Guido la mia non è una critica ma in invito a prendere "con mano forte" le redini di una  macchina che col tempo ha messo un po’ di ruggine! Senza timore! Spesso non è semplice prendere decisioni su questioni che risultano aggrovigliate e difficili da dipanare ma è necessario farlo. Come fece Alessandro Magno che con un netto colpo di spada recise l’intricato nodo gordiano.
Grazie, cari amici, della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario


domenica, ottobre 21, 2012

PIAZZA MANNO: L’ASSORDANTE SILENZIO CHE CIRCONDA DA GIORNI LE DISMESSE CARCERI, GIA’ REGGIA DEGLI ARBOREA, RICHIAMA TUTTI, AUTORITA' E CITTADINI, A TROVARE UNA SERIA SOLUZIONE PER IL RECUPERO DI UN BENE DAL VALORE INESTIMABILE.


Oristano 21 Ottobre 2012


Cari amici,

passo ogni giorno nella fatiscente Piazza Manno e da qualche giorno colpisce un po’ tutti il silenzio che vi aleggia. Non basta il vociare dei pochi alunni che ancora frequentano il caseggiato del regio Liceo-Ginnasio a dare vita e colore alla piazza. Vuoto il largo marciapiede che per anni ha ospitato le auto di servizio della Polizia Penitenziaria e quelle di agenti e visitatori, come vuota e spoglia risulta la piazza, priva di tutto quel viavai di parenti dei reclusi che attendevano, seduti sulle panchine, l’orario delle visite. Sotto certi aspetti oggi la Piazza sembra ancora più inanimata, più vetusta, triste e abbandonata di prima.

Il pensiero corre al passato, ai tempi in cui quel fabbricato era la frequentata reggia degli Arborea. Uno come me, fantasioso e sognatore, colpito da questo assordante silenzio è portato oniricamente ad immaginare questa piazza un tempo famosa, piena di movimento, di uomini armati, di carrozze, di cortigiani e di uomini e donne che da quel palazzo dipendevano, nel bene e nel male. Questo luogo era certamente il sito principe della città di “Aristanis”, capoluogo del Giudicato, il più importante luogo d’incontro tra nobili, commercianti ed uomini d’affari. Quale differenza con l’attuale stato dei luoghi e quelli di allora! Oggi Piazza Manno è alla stregua di un “nobile decaduto”,  un pezzo della città tra i più trascurati: una piazza con le mattonelle sbrecciate, le panchine distrutte ed i pochi e tristi alberi presenti rifugio di innumerevoli volatili sporcaccioni, che contribuiscono ulteriormente a dare un  segno di degrado e abbandono.


I luoghi nel tempo cambiano è l’ineluttabile destino delle cose. Anche questa piazza ed il suo famoso palazzo giudicale, reggia degli Arborea, col tempo persero la funzione originaria: il palazzo, aggredito e violentato senza pietà, divenne per lunghi anni luogo di reclusione, carcere mandamentale; fu cosi “trasformata” l’originaria struttura, sovrapponendovi muraglioni e sbarre e modificandone l’uso. Liberato ora dall’ingombrante presenza lo storico sito, possiamo tirare un grande sospiro di sollievo: l’emergenza è finita, il carcere non c’è più. Questo significa che è arrivata l’ora di riappropriarci di quanto in passato sottratto con violenza. E’ tempo di pensare seriamente e concretamente a ridare alla struttura giudicale ed alla piazza antistante quella dignità antica che non può più essere rimandata. Sono certo che il nostro nuovo Sindaco, Guido Tendas, darà priorità a questo problema e che attiverà tutti quei procedimenti necessari per acquisire al patrimonio del Comune l’antica e nobile dimora. Ci vorrà certamente del tempo per un serio progetto di recupero e ripristino, per ritrovare l’architettura dell’antica struttura, nascosta dai tanti interventi successivi fatti per adattarla a luogo di pena; è necessario però agire subito, senza indugio alcuno. Non perdiamo del tempo prezioso scontrandoci sulle ipotesi di utilizzo di questo “gioiello” ritrovato. L’utilizzo che potrà esserne fatto è un problema “del dopo”, ora è necessario prima acquisire e poi ripristinare, in tutta la sua possibile interezza, l’originaria struttura giudicale. A lavoro finito dovrà, con grande attenzione, essere sistemata anche l’antica piazza, alla quale dovrà essere ridato quell’aspetto austero e decoroso, consono al ristrutturato palazzo giudicale che vi si affaccia.



Le ipotesi sul riuso della struttura che ospitava la Reggia Giudicale, sono diverse: potrà essere utilizzata come sede di rappresentanza del Comune, Museo del Giudicato, Sede dei Gremi e della Fondazione “Sa Sartiglia”, o come museo unico della Sardegna, per la conservazione delle numerose carte inerenti il periodo giudicale. L’importante è ridare dignità ad un angolo della città che più di altri ricorda il suo illustre passato.
Nella mia visione onirica vorrei che, domani, chi transiterà in piazza Manno, oristanese, sardo, continentale o straniero, possa, con ammirazione, vedere e toccare con mano un gioiello del suo passato: conoscere quello che Oristano ha rappresentato per il nostro territorio,  per la Sardegna ed anche per l’intera nostra Nazione.
Ebbene cari amici, usciamo dalla nostra proverbiale flemma, non restiamo semplici spettatori di un “qualcosa” che vorremo che altri facciano, sta a noi “cittadini di Oristano” lanciare la prima pietra! Attiviamoci tutti, in tutte le sedi, per ridare dignità ad Oristano, per recuperare uno spicchio del suo orgoglioso passato, per evitare che se ne perda anche il ricordo!
Grazie della Vostra attenzione
Mario


venerdì, ottobre 12, 2012

QUANDO L’AMORE GENITORIALE SI TRASFORMA IN EGOISMO POSSESSIVO DIVENTA VIOLENZA SUI MINORI! LA DIFFICILE APPLICAZIONE DELLA LEGGE.


Oristano 12 Ottobre 2012

Cari amici,

le crude immagini trasmesse ieri in TV sull'inaudita violenza esercitata su un bambino di 10 anni, credo che non le dimenticherò facilmente! Una lotta senza quartiere da anni in corso tra due coniugi (evito volutamente di definirli “genitori”), ha portato a quei fatti, a quei comportamenti,  che, con orrore, sono stati visti da milioni di persone, con le terribili conseguenze che ben immaginiamo.  Il filmato, “drammatico”, come la stessa Cancellieri lo ha definito, dimostra fuori da ogni ombra di dubbio quanto sia difficile per un bambino, “conteso” dai suoi genitori, crescere e formarsi “normalmente” per diventare adulto, possibilmente senza quei traumi che domani si ripercuoteranno indelebilmente sul suo carattere e sulla sua vita sociale ed affettiva.

Cosa c’è di peggio per un bambino che sta formando la sua personalità, il suo carattere, vivere nella sua famiglia, anziché “protetto” ed al riparo dal mondo esterno, essere costretto, invece, a subire una subdola e ripetuta violenza causata dai dissapori tra i suoi genitori? Quali conseguenze avranno queste tristi esperienze sul suo carattere, quale il suo rapporto con la Società con la quale dovrà necessariamente  in futuro confrontarsi? Le conseguenze saranno certo negative, di odio e di rifiuto, creando nel minore una personalità deviata, capace domani di comportamenti non solo asociali ma anche fortemente devianti.



La vicenda di questo bambino di dieci anni, per lunghi anni spettatore involontario di una lotta senza quartiere tra il padre e la madre, alla fine portato via con violenza dal padre e dalle forze di polizia dalla scuola che frequentava, é un chiaro segnale di una situazione molto grave, di una conclamata incapacità degli Organi preposti alla tutela dei minori a svolgere efficacemente il loro compito. Lasciare che i genitori di un minore continuino nel tempo a farsi la guerra con ripetuti interventi “a spada tratta”, in una egoistica ricerca della “vittoria personale”,  una parte sull'altra,  è certamente una sconfitta, per chi tutto questo è preposto ad evitarlo, almeno nelle conseguenze che coinvolgono i minori. Il neuropsichiatra infantile, professore ordinario all'università La Sapienza di Roma, Gabriel Levi, intervistato proprio su questa ultima vicenda, ha ribadito che "sono in aumento gli interventi duri con ragazzini vittime di separazioni guerriere. E quando i genitori si prendono a colpi di bambino, qualche adulto forse vince ma il bambino perde sempre. E alla fine anche i provvedimenti dei servizi sociali e dei giudici possono uscire dal buonsenso; ognuno si sente un Padreterno". L’episodio è l’ultimo di una serie che vede la situazione dei minori, figli di coppie separate, in forte disagio. "Sono ben oltre 12% i ragazzini in sofferenza grave che cresce a valanga”, ha affermato Levi nella sua intervista.


Questa mia riflessione non intende certamente entrare nel merito della vicenda che vede, da anni, i genitori di questo bambino lottare senza esclusione di colpi per il “possesso” del loro figlio. Le mie considerazioni sono rivolte, invece, alle carenze operative, comportamentali e legislative, che consentono che simili fatti possano accadere. Senza sindacare la decisione che ha spinto la Corte d’Appello della sezione minori di Venezia a prendere quel provvedimento la cui esecuzione ha dato origine alla spettacolare “cattura” del minore, creando orrore in tutta l’Italia, bisogna cercare di capire perché  le conseguenze della decisione possono essere state cosi nefaste. Forse la legge attuale sulle separazioni dovrà anche essere rivista, ma è la sua applicazione operativa che deve essere migliorata, partendo sicuramente dai “tempi lunghi” che la legge impiega per dirimere le controversie sulla separazione tra coniugi. Credo che sia profondamente sbagliato arrivare fino al punto in cui si è protratta la vicenda di cui stiamo parlando, che dura da ben sei anni! A genitori incapaci di provvedere ai propri figli, sia in costanza di matrimonio che dopo una separazione o un divorzio, deve essere impedito di trasferire il loro conflitto in capo ai minori, inconsapevoli protagonisti dei loro dissidi, usando senza limiti quella pericolosa violenza psicologica sui loro figli. Questo il primo compito degli esecutori della legge: liberare i figli di queste coppie,  “il più presto possibile", dalle lotte tra i loro genitori. 

Le immagini che l’Italia ha visto con orrore sono le tristi conseguenze di leggi che sono non solo lacunose ma soprattutto mal applicate. Sono il frutto avvelenato dell'inerzia degli Organi deputati al controllo ed alla vigilanza sul comportamento di certi genitori ai quali nulla può essere tollerato, se nuoce ai figli minori! Al genitore incapace, o anche ad entrambi se del caso, deve essere tolta,  senza indugio alcuno, la potestà genitoriale. Rapidamente, nel minore tempo possibile, pensando che ogni giorno che passa è una ferita in più nella fragile personalità del minore.

Su questa vicenda credo che non ci sia un solo colpevole, padre o madre che sia. Penso alle tante omissioni, in un tempo durato ben sei anni, portate avanti dai genitori in lotta, dai servizi sociali di sostegno, e dai magistrati di sorveglianza. Errori ed omissioni commessi per inerzia, egoismo o cattiva volontà. Sei anni terribili, gli anni della fanciullezza di un  bimbo incolpevole, al quale è stata sottratta la gioia dell’affetto, e dell’amore, inculcandogli, invece, i semi dell’odio e della cattiveria. Ognuno degli attori, ognuna delle parti in causa, credo che dopo questo disastro debbano fare un serio esame di coscienza.
Meditiamo seriamente tutti!

Grazie della Vostra attenzione.

Mario


domenica, ottobre 07, 2012

L’ODIERNO SACCHEGGIO DELLO STATO DA PARTE DEI PARTITI: UN TRISTE “AFFERRA , AFFERRA”, CHE RICORDA L’EDITTO DELLE CHIUDENDE.

Oristano 7 Ottobre 2012

Cari amici,

i recenti fatti avvenuti nel Lazio e che hanno fatto cadere la Giunta Regionale sono solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso! Da Nord a Sud si è scoperto, e si sta ancora scoprendo, un calderone di malaffare e di gestione illecita dei fondi dello Stato in capo ai partiti politici, che sembra qualcosa di impossibile: una favola. Apprendere di milioni di Euro spesi a titolo personale, auto di lusso, cene luculliane, viaggi esotici e quant’altro è un cazzotto nello stomaco del cittadino medio che ogni giorno continua a tirare la cinghia per andare avanti. Possibile che i partiti abbiano occupato in modo cosi brutale lo Stato?


Forse in passato succedeva ugualmente e l’informazione non era cosi attenta e libera come oggi. Il compianto Enrico Berlinguer, sosteneva fin dagli anni ottanta che “I partiti avevano occupato lo Stato e tutte Istituzioni che ne discendevano, a partire dal Governo”. Non aveva certo tutti i torti, eppure da allora ad oggi le cose non sono molto migliorate. Un tempo privati, aziende ed imprese garantivano, non senza vantaggio, finanziamenti illeciti ai partiti. Poi una apposita legge per i partiti riuscì a sostituire quei contributi «spontanei » con  «rimborsi elettorali», finanziati da pubblico denaro. Fu una provvida manna che ufficialmente li faceva uscire dalle insidie degli approvvigionamenti di fortuna (che, comunque, in segreto continuarono), dando tranquillità e respiro di lunga durata. Questi fondi, amministrati da abili tesorieri, fecero diventare i partiti  ricchissimi e i tesorieri, abili e rapaci, si resero conto che potevano dilapidare con prodigalità le decine, quando non le centinaia, di milioni di euro assicurate ai partiti “senza alcuna relazione con le spese realmente affrontate”. Basti un solo esempio: tra elezioni politiche, elezioni regionali ed elezioni europee il piccolo partito di Di Pietro ha ricevuto dallo Stato circa cento milioni di euro! Immaginiamoci quanto è stato girato, invece, a partiti come il PDL o il PD, passando per la Lega Nord. Per ricordare tutti i passaggi che hanno dato vita a questa legge “truffaldina” ecco la storia del finanziamento pubblico, che inizia nel 1974.



In Italia il finanziamento pubblico ai partiti fu introdotto dalla legge Piccoli n. 195 del 2 maggio 1974, che interpretava il sostegno all'iniziativa politica come “puro finanziamento alle strutture dei partiti presenti in Parlamento”. Proposta da Flaminio Piccoli (DC), la norma venne approvata in soli 16 giorni con il consenso di tutti i partiti  (ad eccezione del PLI). La nuova norma si giustificava a seguito degli scandali Trabucchi del 1965 e petroli del 1973: il Parlamento voleva rassicurare l'opinione pubblica che, “attraverso il sostentamento diretto dello Stato”, i partiti non avrebbero avuto bisogno di collusione e corruzione da parte dei grandi interessi economici. A bilanciare tale previsione, si introdusse un divieto - per i partiti - di percepire finanziamenti da strutture pubbliche ed un obbligo (penalmente sanzionato) di pubblicità e di iscrizione a bilancio dei finanziamenti provenienti da privati, se superiori ad un modico ammontare. La normativa non ottenne effetti concreti perché smentita dagli scandali affiorati successivamente (tra cui i casi Lockheed e Sindona). Nel settembre 1974 si tentò un referendum abrogativo sulla norma, ma non si riuscì a raccogliere le firme necessarie. L'11 giugno 1978 si tenne, invece, il referendum indetto dai Radicali per l'abrogazione della legge 195/1974. Nonostante l'invito a votare "no" da parte dei partiti che rappresentano il 97% dell'elettorato, il "si" raggiunge il 43,6%, pur senza avere il successo sperato. Nel 1980 una proposta di legge vorrebbe addirittura  introdurre il raddoppio del finanziamento pubblico, ma viene messa da parte al momento dell'esplosione dello scandalo Caltagirone, con finanziamenti elargiti dagli imprenditori a partiti e a politici. Successivamente la legge n. 659 del 18 novembre 1981 introduce le prime modifiche:
a) i finanziamenti pubblici vengono raddoppiati;
b) partiti e politici (eletti, candidati o aventi cariche di partito) hanno il divieto di ricevere finanziamenti dalla pubblica amministrazione, da enti pubblici o a partecipazione pubblica;
c) viene introdotta una nuova forma di pubblicità dei bilanci: i partiti devono depositare un rendiconto finanziario annuale su entrate e uscite, per quanto non siano soggetti a controlli effettivi.

I partiti sono riusciti nel loro intento: maggiore finanziamento e scarsi o nulli controlli effettivi. Le opposizioni non demordono, in particolare i Radicali. Il referendum abrogativo promosso dai Radicali nel 1993 vede il 90,3% dei voti espressi a favore dell'abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, voto avvenuto nel clima di sfiducia che succede allo scandalo di Tangentopoli. I partiti, però, non si arrendono. Nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna, anziché abrogarla, la precedente legge. Con la nuova legge n. 515 del 10 dicembre 1993, i finanziamenti ai partiti vengono definiti “contributo per le spese elettorali” ed immediatamente resi disponibili in occasione delle elezioni del 27 marzo 1994. Per l'intera legislatura vengono erogati in unica soluzione 47 milioni di euro. Mica poco….La stessa norma viene applicata in occasione delle successive elezioni politiche del 21 aprile 1996. Recentemente il Parlamento, con la legge n° 96 del 6 Luglio 2012, considerato che prima non era previsto, ha introdotto l’obbligo, per i partiti o  movimenti, ad avere uno statuto per ricevere i rimborsi elettorali. La storia dei “finanziamenti”, però, non è ancora finita. La legge n. 2 del 2 gennaio 1997, intitolata "Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici" reintroduce di fatto il finanziamento pubblico ai partiti. Il provvedimento, infatti, prevede la possibilità per i contribuenti, al momento della dichiarazione dei redditi, di destinare il 4 per mille dell'imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici, pur senza poter indicare a quale partito.  L’adesione alla contribuzione volontaria per destinare il 4 per mille ai partiti, però, resta minima.

La successiva legge n. 157 del 3 giugno 1999, reintroduce un finanziamento pubblico “completo” per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per un importo di 193.713.000 euro, in caso di legislatura politica completa (l'erogazione viene interrotta in caso di fine anticipata della legislatura). La legge entra in vigore con le elezioni politiche italiane del 2001. La normativa viene modificata dalla legge n. 156 del 26 luglio 2002, “Disposizioni in materia di rimborsi elettorali”, che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all'1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa più che raddoppia, passando da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro! Infine, con la legge n. 51 del 23 febbraio 2006: l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Con quest’ultima modifica l’aumento è esponenziale. Con la crisi politica italiana del 2008, i partiti iniziano a percepire il doppio dei fondi, giacché ricevono contemporaneamente le quote annuali relative alla XV Legislatura della Repubblica Italiana e alla XVI Legislatura della Repubblica Italiana!
Credo che non ciano molte parole per valutare questo stato di cose. Questa valanga di miliardi, impropriamente erogata ai partiti e da questi usata in maniera personale e truffaldina, significa che “il vero truffatore è lo Stato che gira senza motivo e controllo i nostri soldi ai partiti”!


Da sardo, rileggendo mentalmente la nostra storia, credo di poter affermare con convinzione che c’è una grande similitudine tra quello che succede oggi e quello che successe da noi in Sardegna nell’800, quando una serie di improvvide leggi emanate dei dominatori piemontesi, stabilitisi in Sardegna nel 1720, decretarono la spoliazione delle terre pubbliche, privatizzandole. Il provvedimento emanato è più noto come "L'Editto sopra le chiudende" (1820 1823)”. Con questo decreto si consentì la creazione della proprietà privata e venne del tutto cancellato il regime della proprietà collettiva dei terreni, che era stata una delle principali caratteristiche della cultura e dell'economia sarda fin dal tempo dei nuragici per poi essere sempre successivamente confermato nella legislazione dell'isola.
Tale e tanta fu la foga nell’acquisire gratis o a poco prezzo i beni pubblici da privatizzare che i maggiorenti, le più importanti famiglie dei paesi sardi, recintarono vastissime tenute lavorando giorno e notte, e inglobando anche molto di quello che sarebbe dovuto restare patrimonio della Comunità. Melchiorre Murenu, uno dei “grandi” poeti estemporanei della Sardegna, in uno dei suoi famosi versetti cosi definì quest’operazione: Tancas serradas a muru.



Quanta similitudine tra l’arraffa arraffa di ieri e…quello di oggi!
Cari amici, il disorientamento è forte e le soluzioni non sono certo molte. Il risanamento, la moralizzazione della vita pubblica, passa per una sola via: le elezioni. Sta a noi meditare e scegliere persone serie e capaci, che vanno in Parlamento per servire non per servirsi, lautamente, con il danaro pubblico, frutto dei grandi sacrifici dei tanti che lavorano e lottano, sperando in un domani migliore.
Grazie della Vostra attenzione.
Mario



sabato, ottobre 06, 2012

GLI UCCELLI, I NUOVI PADRONI DELLE CITTA’. TIMORI, PERICOLI E DISAGI. COSA FARE?


Oristano 6 Ottobre 2012

Cari amici,

due giorni fa sono stato spettatore di un fatto curioso. Mentre passavo in Piazza Roma, diretto ad un market, uno stuolo di piccioni e di tortore dal collare, percorreva in lungo ed in largo la piazza raccogliendo briciole. Un gruppo stazionava di fronte ad uno dei bar sotto il palazzo So.ti.co, intorno ad una bella serie di tavolini e sedie che accoglievano diversi clienti, intenti a gustare, col sole del mattino, aperitivi, bibite e caffè. Uno dei tavolini era stato appena lasciato libero da alcuni avventori; sopra quella lucida superficie i resti della consumazione: bicchieri semivuoti, bottiglie, tovaglioli e coppette con dentro sfoglie di patatine e noccioline. Pochi istanti dopo la liberazione del tavolino da parte degli occupanti, quattro o cinque piccioni con un balzo fulmineo planarono sul ripiano dando vita, rumorosamente, ad una danza indiavolata con veloce beccate sui  resti di cibo presenti. Nella foga  uno dei bicchieri venne rovesciato, unitamente ad una delle coppette contenenti le patatine che si sparsero per terra. Il lauto pasto continuò, così, al piano terra; i voraci volatili, muovendosi velocemente e senza timore tra le gambe degli avventori seduti,  vennero raggiunti dal resto del gruppo, banchettando tutti insieme.
Se è pur vero che una scena di questo tipo ti può far sorridere, pensando di aver assistito ad un fatto curioso  da raccontare, subito dopo ti assale anche il primo di tanti dubbi: però l’igiene dove va a finire? Questo primo dubbio ne scatena non pochi altri. Senza andare troppo lontano sul quotidiano L’Unione sarda di oggi in prima pagina si può leggere: “Virus killer, individuate le zanzare contaminate. La febbre del Nilo attacca anche Oristano”. Certo non è un fatto di poco conto.

Come ben sappiamo le zone umide del nostro Campidano, ricco di grandi stagni e bacini acquitrinosi, in un passato non troppo lontano, furono liberate, con grande dispendio di forze, dalla malaria, portata dalla zanzara anofele. Oggi è facile ricreare pericoli infettivi nelle zone umide, luogo eccellente per la riproduzione delle zanzare, con un nemico in più, più subdolo e pericoloso della precedente: la zanzara tigre. Il pericolo infettivo di cui sto parlando è quello del virus del Nilo occidentale (noto anche con la denominazione inglese West Nile Virus). Il suo nome viene dal distretto di West Nile in Uganda, dove è stato isolato per la prima volta nel 1937 in una donna che soffriva di una febbre particolarmente alta. In seguito è stato trovato negli uomini, negli uccelli e nei moscerini in Egitto negli anni cinquanta, diffondendosi infine anche in altri Paesi, in particolare in USA, colpendo sia i cavalli che le persone. Nel 2008 un focolaio endemico in Italia ha determinato casi nelle persone, così come nei cavalli. Sono stati riportati casi di infezione in 77 cavalli e due persone, come del resto era accaduto negli Stati Uniti. Successivamente altri casi, per ora abbastanza rari, si sono verificati anche nella nostra zona; gli ultimi due casi quest’anno.

Le zanzare, ed in particolare il genere Culex, sono i principali vettori di questo pericoloso virus, e tutti i fattori che favoriscono la proliferazione delle zanzare come le piogge abbondanti, irrigazioni o temperature alte non fanno altro, quindi, che aumentare le possibilità di contagio. Gli uccelli, siano essi stanziali, migratori o domestici, giocano un ruolo cruciale nella disseminazione del virus: gli uccelli migratori permettono lo spostamento del virus dall'Africa alle zone temperate; le zanzare che pungono gli uccelli migratori asportano così sangue infetto, infettando sé stesse e ogni altro animale, uomo compreso, di cui assumono il sangue successivamente. Il pericolo è certamente incombente ed è necessario essere prudenti. Non voglio in questa riflessione parlare della pericolosità di questo virus in particolare: non è questo il motivo di questa chiacchierata, ma quello  riflettere, invece, sui rimedi possibili per alleviare i tanti disagi causati alle nostre città dall'invasione sempre più massiccia di numerosi volatili, che hanno ormai “conquistato”,  senza grandi possibilità di vittoria da parte nostra, gli spazi pubblici e privati, causando gravi danni.



Il problema nostro, ad Oristano è certamente più modesto rispetto a quello di città come Venezia, ad esempio, dove il numero dei volatili di questo tipo raggiunge cifre stratosferiche! E’, comunque, un problema importante perché, anche da noi, i numeri sono impressionanti: solo nella zona di Arborea, come hanno riportato di recente i quotidiani, il numero stimato degli uccelli “cittadini” è di oltre 50 mila. I danni, a parte la pericolosità per la salute dell’uomo, come indicato prima, sono rilevanti anche da punto di vista economico: ripulire quotidianamente le città dalle dosi massicce di guano sparso per strada, sui monumenti, sui tetti, sui muri e sui marciapiedi. I danni ed i costi di pulizia sono considerevoli. Senza contare l’aggressività che, da parte di questi uccelli, si fa ogni giorno più spinta. Non pochi sono stati aggrediti e beccati in molte città.  Non è ancora cosi violenta, questa aggressione, come quella evidenziata nel film “Gli uccelli”, l´horror di Alfred Hitchcock, ma comunque è qualcosa che deve far riflettere. Bisogna trovare soluzioni, prima che sia troppo tardi.
Anche Oristano, vista questa intollerabile situazione, può e deve studiare e trovare soluzioni appropriate. Tradotto in termini pratici significa studiare a fondo il problema, stabilendo quali sistemi usare per controllarne il numero che sta diventando pericoloso. Uno è quello di acquisire dei moderni sistemi di dissuasione per allontanare gli uccelli dal centro abitato, altro è quello di utilizzare del mangime che rende gli uccelli sterili, diminuendone di molto la riproduzione; infine quello più drastico: l’abbattimento controllato. Se non proprio eliminarli, almeno ridurne il numero ad una popolazione accettabile.
Nel mondo ci deve essere posto per tutti, uccelli compresi. Ognuno, però, deve dimorare negli spazi giusti, senza invadere quello degli altri. Cormorani, gabbiani, storni, piccioni, tortore, arricchiscono il nostro mondo, sono parte integrante di quella catena perfetta, quale è la natura. Ma spesso, a causa prevalentemente dell’uomo, certi equilibri sono stati rotti, con le conseguenze che conosciamo.
Se abbiamo sbagliato è tempo che mettiamo mano e rimedio agli errori commessi.
Grazie della Vostra attenzione.
Mario


mercoledì, ottobre 03, 2012

LE CASTAGNE: IERI GRANDE RICCHEZZA DELLA CIVILTA’ CONTADINA, OGGI INTERESSANTE RISORSA, ANCHE IN SARDEGNA.


Oristano, 3 Ottobre 2012
Cari amici,
passando al supermercato, ieri, mi ha colpito la vista di un bellissimo cesto di castagne. Nonostante il tempo ancora caldo dovevo prendere atto che l’autunno era già arrivato e con esso i suoi frutti prelibati da gustare: tra questi le saporitissime castagne!

La vista delle castagne, gonfie e lucide,  mi ha riportato alla mente i ricordi degli autunni giovanili, quando ancora bambino seguivo, con grande curiosità, quegli uomini a cavallo che scendevano dalle montagne della Barbagia, portando nei paesi della pianura grossi sacchi di castagne e nocciole da barattare con i cereali del Campidano. Il loro arrivo, annunciato con i campanacci, era quasi una grande festa; la piazze del paese si trasformava in un emporio all’aperto, dove in continuazione avveniva  “il baratto” delle nostre provviste con il dolce frutto della montagna: le castagne. Noi ragazzi non stavamo nella pelle in attesa di gustare le dolci caldarroste, preparate la sera dopo la cena frugale, che tenevano unita tutta la famiglia in cucina attorno al focolare. Per la gioia dei ricordi, credo non solo miei, ecco la storia del castagno, questo possente e prezioso albero che dimora in Sardegna da tempo immemorabile.

II castagno, Castanea sativa, è una pianta della famiglia delle Fagaceae (caducifoglie). E’ una pianta di origine antichissima, essendo tra le latifoglie che fecero la loro comparsa sulla Terra nel Cenozoico, popolando di foreste vastissime regioni. La sua zona di diffusione originaria è molto estesa, comprendendo l'intero bacino del Mediterraneo, i litorali atlantici dell'Europa meridionale e dell'Africa settentrionale, l'arco alpino, l'Asia Minore e spingendosi fino a lambire il Mar Caspio. Il castagno preferisce terreni sciolti e profondi, ricchi di fosforo e potassio come le rocce vulcaniche ma si adatta anche su terreni granitici. Predilige versanti freschi, esposti a Nord, dove innalza la sua chioma fino a 15-20 m. d'altezza, lasciando ai boschi di roverella che spesso l’accompagnano i siti più spogli, aridi ed assolati.


Il castagno è davvero una pianta preziosa, ben utilizzata dall’uomo per i suoi frutti fin  dai tempi più antichi, che ha rivestito e ancora riveste una buona importanza economica. I suoi frutti, le castagne, sono infatti presenti nella dieta dell'uomo fin dalla preistoria e, in epoca storica, le virtù di questi frutti erano ben note e celebrate già dagli autori più antichi. Il greco Senofonte definì il castagno “l'albero del pane” e con il nome di “pane dei poveri” la castagna è stata per secoli la presenza più assidua sulla mensa delle famiglie contadine. Prima della scoperta dell'America, quando in Europa non esistevano ancora le patate né il mais (materia prima della polenta), la castagna era infatti l'alimento che più di ogni altro preservava dalla fame e permetteva di superare i periodi di carestia. Questo non soltanto grazie alla sua abbondanza (in Italia vi sono tuttora 800.000 ettari coperti da castagneti, pari al 15% dell'intera superficie boschiva) e alla sua facilità di conservazione allo stato essiccato, ma anche alle sue virtù nutrienti e al benefico senso di sazietà che dà il suo consumo.

In Italia I castagneti hanno conosciuto due grandi fasi di espansione. La prima fu in epoca romana. i Romani, infatti, apprezzavano di questa pianta sia il frutto sia il legno (tra i molteplici usi che ne facevano figurava quello, appreso dagli Etruschi, di farne pali per le vigne), la esportarono un po' dovunque, impiantando castagneti anche là dove non esistevano, sia nel bacino del Mediterraneo (pare che in Sardegna furono loro ad introdurne la coltivazione razionale) sia in territori dal clima apparentemente meno adatto, come le regioni d'Europa a nord delle Alpi.  La seconda grande fase di espansione avvenne per iniziativa di Matilde di Canossa (1046-1115) che, convinta dell'importanza essenziale che le castagne rivestivano per l'alimentazione delle popolazioni rurali, ne moltiplicò, con l'ausilio dei monaci benedettini, la diffusione, ideando addirittura un criterio di disposizione degli alberi (il sesto matildico) per la loro migliore crescita e fruttificazione. In seguito, in particolar modo nel secondo dopoguerra, i boschi di castagne sono entrati in una fase di decadenza, conseguente soprattutto all'abbandono delle campagne. Conforta oggi il fatto che negli ultimi anni si sta assistendo ad una ripresa d'interesse verso questo magnifico albero ed il suo frutto. Grazie anche ai notevoli successi ottenuti nella lotta contro le malattie del castagno (i più temuti il mal dell'inchiostro (Phytiphtora cambivora) ed il così detto "cancro" (Endothia parasitica), in particolare grazie all'innesto con la varietà giapponese (Castanea crenata), resistente a entrambi i parassiti. Il castagno è in assoluto tra gli alberi europei più longevi: la presenza di esemplari millenari è attestata in varie regioni d'Italia, in Francia e in Inghilterra.


In Sardegna il Castagno trovò fertile accoglienza e diffusione nei territori di Aritzo, Belvì, Tonara e Desulo; è anche presente in altre zone collinari a quote fra i 300 e i 1000 metri. Nei monti della Barbagia vi sono esemplari maestosi di Castagno che costituiscono dei veri e propri monumenti vegetali, naturali e paesaggistici. Quest’albero nell’Isola si è cosi ben ambientato,  da sembrare autoctono, naturalizzandosi per il clima particolarmente favorevole. Storicamente anche in Sardegna il castagno ha avuto un’importanza elevatissima come fonte primaria di cibo per esseri umani, bestiame e animali selvatici, ma  anche per l’ottimo legname, impiegato in falegnameria e nell’artigianato locale. E’ sui costoni verdeggianti della Barbagia diradante verso Aritzo, Seulo, Seui, Desulo e Belvì che il castagno regna ancora sovrano, ma anche nella Barbagia di Gavoi, Sorgono, Ollolai e Fonni il generoso albero regala i suoi dolci e saporiti frutti.


Anche oggi percorrendo a ritroso le antiche vie degli ambulanti che trasportavano i prodotti dei monti della Barbagia per venderli alle genti del Campidano, ritroviamo, racchiusi tra i secolari boschi di castagni, i caratteristici comuni montani del centro Sardegna. Sulla soglia delle case, o vicino ai portoni, vecchi tavoli sorreggono canestri intrecciati o bisacce ricolme di Castagne, piccole, lucenti, dolcissime. Il rito delle caldarroste all’aperto, gustate per strada con un sorso di vivace vino novello, oltre che profumare l’aria rallegra spirito e corpo. E’ in autunno che il castagno matura i suoi frutti, e gli imponenti alberi, alti spesso oltre 30 metri, lasciano cadere i grossi ricci spinosi, che i montanari calpestano per estrarne i frutti. La raccolta di questo frutto era anticamente compito delle donne che si occupavano anche della conservazione in luoghi freschi, tali da garantire la durata del frutto per tutto l'inverno. In ogni casa della Barbagia c'era sempre a portata di mano “unu testu”, la padella bucata usata per arrostire le castagne al fuoco. E’, la raccolta delle castagne, una vera festa d’autunno! Il bosco di castagni in questo periodo si veste di intensi colori, prima di addormentarsi per l’inverno, per poi esplodere di verde in primavera. A giugno le gemme si schiudono, e dai profumatissimi fiori le api suggono il nettare che si trasforma in miele prima e, ad opera dell'uomo, in dolce torrone poi. Ruolo importante quello rivestito dalle castagne in Sardegna: un determinante contributo nella magra economia isolana, dove, spesso, la castagna ha dovuto, di necessità, sostituirsi a quegli alimenti che mancavano o scarseggiavano a causa di guerre e carestie.


Ruolo e Bontà speciali, quindi, quelli attribuiti alle castagne sarde! Il dolce frutto può essere gustato in tutti i modi: arrosto, semplicemente bollito o anche essiccato e ridotto in farina, ingrediente tradizionale e saporito per prelibate minestre, con aggiunta di patate, cotenna di maiale ed aromi delle nostre montagne. Con la farina di castagne si prepara anche una polenta che ha preceduto di secoli, o forse di millenni, quella di granturco, anticipandone alcune delle caratteristiche proverbiali: alimento di poco prezzo ma gustoso, utilizzabile in svariati modi, riciclabile con qualche semplice accorgimento, più di una volta. Farina di castagne che costituisce l’ingrediente di una grande varietà di pietanze. Generalmente la farina di castagne viene adoperata aggiungendo acqua ed un pizzico di sale e, dopo un'opportuna amalgamatura, è pronta per diversi tipi di cottura.
Eccone alcune, delle tante ricette.
*I necci sono cotti in appositi cerchi di pietra (testi) o di metallo (i ferri) ed assomigliano a crêpes di colore marrone. Possono essere mangiati con ricotta o cotti assieme a salsiccia o pancetta.
*Il castagnaccio va cotto in forno. Alla base con acqua e sale vanno aggiunti pinoli (o noci), uva passa, rosmarino e buccia di arance.
*I manafregoli sono cotti nel paiolo e serviti con latte.
*La polenta dolce si fa con lo stesso procedimento della più tipica polenta di mais ed ha una consistenza più morbida. Si racconta che Garibaldi con il suo esercito, risalendo l’Italia, fu sfamato proprio con polenta di castagne.
*Le frittelle di farina di dolce vengono preparate, friggendo porzioni dell'impasto con acqua e sale.
*I panzerotti dolci, tipici dell'Irpinia, e ripieni con la Castagna di Montella. Vengono fritti o cotti in forno e serviti coperti da zucchero a velo.
*La pattona, tipica della Lunigiana, è forse la ricetta più originale tra quelle che hanno come principale ingrediente la farina di castagne. Si prepara cuocendo nel forno a legna un impasto di farina di castagne, acqua e sale; l'impasto deve essere posto su un letto di foglie di castagno e ricoperto con le stesse. Pattona è anche il nome che in alcune zone viene erroneamente assegnato al castagnaccio.


Non pochi altri usi vengono fatti della farina di castagne. In Irpinia viene fatta la pasta con la farina di castagne, oltre al pane ed ai biscotti, mentre in Liguria,  si preparano le troffie di farina di castagne: pasta tipica, da mangiare condita con il pesto di basilico.

In Sardegna Il castagno, soprattutto nel passato, ha avuto un ruolo importante nell’economia e nella cucina tradizionale sarda. Per molti paesi della Sardegna centrale (soprattutto per quelli della Barbagia di Belvì) il castagno ha rappresentato sino al recente passato una vera e propria “risorsa alimentare”. Alle castagne, utilizzate in diversi piatti della cucina sarda, oggi sono dedicate sagre e manifestazioni enogastronomiche importanti. Le castagne in Sardegna sono anche l’ingrediente per  creare ottimi dolci.  La marmellata di castagne per esempio è un prodotto che può essere consumato da solo, insieme alla ricotta o allo yogurt, oppure per preparare dolci al cucchiaio. Arrosto (i frutti vanno incisi prima della cottura con un taglio poco profondo, di 2-3 cm di lunghezza), bollita o ridotta in farina la castagna costituisce buona base per innumerevoli preparazioni differenti, come prima indicato.

Cari amici, anche il castagno, grande gigante della natura, può continuare a dare – anche ai sardi – una grande mano per costruire un futuro che al momento non appare molto roseo. In tempi come quelli che stiamo attraversando un “ritorno al passato”, verso l’agricoltura, può essere una soluzione, ovviamente con l’utilizzo dei moderni mezzi oggi a disposizione. Ogni giorno tocchiamo con mano che l’abbandono delle campagne sta creando disastri di proporzioni gigantesche. Credo che una soluzione vada trovata anche facendo…qualche passo indietro! Se la civiltà industriale non si è rivelata un toccasana per l’uomo, ricordiamoci che la civiltà contadina, pur con mille rinunce, consentiva all’uomo una vita diversa: più umana di quella di oggi!
Chissà se i giovani riusciranno in questa sfida di “Ritorno…al futuro” !
Grazie a tutti Voi dell’attenzione.
Mario