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mercoledì, novembre 28, 2012

L’UOMO ED IL SUO INESTINGUIBILE BISOGNO DELLA COMPETIZIONE FINALIZZATA ALLA VITTORIA. L’ULTIMO DUELLO TRA VETTEL E ALONSO DIMOSTRA QUANTO L’ASPRA LOTTA PER PRIMEGGIARE SIA ANCORA ATTUALE.







Oristano, 28 Novembre 2012,
Cari amici,

penso che molti di Voi, Domenica scorsa, si sono affannati, come me, a seguire l’ultimo gran premio di formula uno. I due pretendenti principali al titolo, Fernando Alonso su Ferrari e Sebastian Vettel sulla Red Bull, hanno, fino all’ultimo, duellato con forza e determinazione, quasi che dalla vittoria dell’uno o dell’altro dipendessero le sorti del mondo!
L’uomo fin dalle sue origini, nonostante il suo desiderio di pacifica vita sociale, non ha mai concepito il Suo “stare in comunità” come un sonnolenta convivenza “tra eguali”, ma, invece, come un continuo rivaleggiare, “primeggiare”, dimostrare all'altro la sua maggiore forza e capacità.  Come Hobbes ha dimostrato senza ombra di dubbio nelle Sue opere, all’interno dell’uomo non è mai scomparsa la voglia di lottare per vincere, di dimostrare di essere più bravo. “La condizione dell' uomo é una condizione di guerra di ciascuno contro ogni altro", cosi sosteneva l’illustre filosofo prima citato e, anche se la civiltà ha mitigato la bellicosità iniziale, l'uomo ha mantenuto, al suo interno, il suo istinto “guerriero”. Questo lo possiamo constatare ancora oggi nella vita quotidiana, perché Egli applica questo principio tutti i giorni, in tutte le situazioni. La competizione è applicata in tutte le attività, da quelle lavorative a quelle sociali, da quelle affettive a quelle ludiche. Se l’uomo non portasse dentro di se l’obiettivo della vittoria, se non mettesse in gioco ogni volta tutte le sue forze, se competesse solo per il piacere di confrontarsi, disinteressandosi del raggiungimento della meta, egli non sarebbe arrivato sulla luna, non avrebbe scalato montagne e dominato mari, fiumi e continenti. Estremizzando, se partecipare fosse la sola cosa importante, forse l’umanità vivrebbe sicuramente più serena e con minori angosce esistenziali; certamente con meno conflitti ma anche con minori scoperte geografiche, scientifiche e mediche. Ogni passo avanti della nostra civiltà è stato fatto da uomini che si sono battuti per giungere primi al polo nord od alla scoperta del virus della rabbia o del vaccino della polio. Competizione, quella dell’uomo, particolarmente evidente al giorno d’oggi in campo sportivo. 

Nelle attività sportive in particolare, da quando l’uomo ha scoperto il piacere della sfida (basti pensare alle grandi e cruente battaglie che si svolgevano nel Colosseo a Roma), si compete e si gioca sempre e solo per vincere, mai semplicemente per partecipare. Partecipare, certo, ma con l’obiettivo della vittoria, anche se questo, però, significa mettere in conto la possibile sconfitta. E’ proprio la paura della sconfitta la molla che fa scattare dentro ciascuno di noi una speciale “forza misteriosa”. Viene da chiedersi da dove arriva quella nascosta  “forza speciale” che alimenta, come uno speciale carburante, le rinnovate energie per  cercare di arrivare al traguardo vittoriosi? E’ soltanto la ‘voglia di vincere’ la forza che spinge una persona a raccogliere tutte le proprie energie per raggiungere la vittoria o c’è dell’altro? Qual è la fonte da cui nasce veramente questa forte volontà di "riuscire"? Io credo che questa spinta aggiuntiva derivi da quella “forza primordiale”, da sempre latente dentro di noi, ben nascosta nel nostro patrimonio genetico, trasmessaci dalle generazioni precedenti e retaggio di quel primordiale “stato di natura”  di Hobbesiana memoria.
Ho voluto fare questa doverosa premessa per riflettere con Voi sull’ultimo e stimolante avvenimento sportivo automobilistico di “Formula uno”, che si è concluso domenica scorsa e che ha visto, per il terzo anno consecutivo,  Sebastian Vettel laurearsi campione del mondo. Dopo una stimolante ed avvincente lotta con il suo principale avversario Fernando Alonso, è arrivato a vincere il titolo con soli tre punti di vantaggio in classifica sullo spagnolo della Ferrari, 281 contro 278. Non è salito sul podio (è arrivato sesto) ma ha conquistato il primato, anche se sul filo di lana. Sul podio di San Paolo sono saliti: Batton, vincitore della corsa, e i due piloti della Ferrari Alonso secondo  e Massa terzo.

“Fernando Alonso e la Ferrari perdono per la seconda volta in tre anni un mondiale all’ultima gara. Un finale stavolta scontato per un fallimento arrivato da lontano, da inizio stagione, e completato con la pausa estiva”, cosi titolavano i giornali sportivi all’indomani della mancata vittoria della Ferrari e di Alonso, paragonando quest’ultimo ad un “Samurai” lasciato solo.  Fernando, anche secondo me, è rimasto davvero solo, in un mondo in cui la solitudine ti lascia per forza di cose giù dal podio, se ti mancano i supporti (la Red Bull è stata notoriamente l’auto migliore) che, invece, altri hanno. E proprio in questa mancanza di sostegno, di appoggio e di aiuto, “Ferdinando” (come a volte continua a chiamarlo il presidente Montezemolo) ha dovuto trovare in se stesso la forza per andare avanti e correre, anzi inseguire. È stata a detta di tutti la migliore stagione di Fernando. Non ci sono dubbi. Nonostante la macchina meno competitiva ha cercato di fronteggiare a viso aperto il suo avversario, Vettel,  la cui forza e  determinazione, con i suoi freschi 25 anni,  è non solo nota ma anche agevolata, più supportata e quindi vincente.
"Mi sento orgoglioso della stagione che abbiamo fatto". Così Fernando Alonso ha commentato dal podio del secondo posto, ottenuto nel Gran Premio del Brasile, che però non è bastato per rimontare Vettel per la conquista del titolo. "Non lo abbiamo perso oggi - ammette lo spagnolo della Ferrari - ma in alcune gare precedenti, dove abbiamo avuto sfortuna. Ma questo è lo sport. Quando si fanno le cose con il cuore e dando il 100%, bisogna essere orgogliosi, sempre. E io - aggiunge Alonso - sono orgoglioso e felice della mia squadra". Anche Felipe Massa, arrivato terzo nell’ultimo gran premio a fare la doppietta con Alonso sul podio, ha commentato: "Penso che la mia seconda parte della stagione, che è stata positiva, sia stata una preparazione per il prossimo anno". "Correre qua è sempre emozionante. E' stata una corsa fantastica - prosegue il ferrarista - poteva andare meglio per il risultato. Ma è stato fantastico".

La lotta continuerà certamente ad oltranza. Senza dubbio il prossimo anno, con rinnovato vigore, tutti riprenderanno a lottare, senza esclusione di colpi. La competizione e il forte desiderio della vittoria alimenteranno in tutti, come il particolare carburante della formula uno, la voglia di vincere, di essere il numero uno! Inutile negarlo è la nostra società, basata sulla competitività a tutti i livelli, a creare le motivazioni per primeggiare. Ognuno corre per arrivare primo, per raggiungere traguardi e obiettivi spesso troppo ambiziosi, trasformando i ritmi della propria vita in modo insostenibile. In tutti i campi ed in tutte le attività umane, è una frenetica ed inarrestabile corsa verso il potere, il successo, la carriera, la perfetta forma fisica; la ricerca del benessere materiale, ottenuto a qualsiasi costo, non accenna a diminuire, anzi cresce ogni giorno di più. Questo comporta un terribile stravolgimento dei ritmi di vita, creando, spesso, più vittime che vincitori. Vittime dell'ansia, dello stress e della depressione, incapaci di gestire la maggior parte dei rapporti interpersonali, di raggiungere quel livello accettabile di socialità che tutti, invece, dovrebbero avere. Così facendo, però, non ci rendiamo conto che anziché migliorare la qualità della nostra vita, la peggioriamo inesorabilmente.

Dovremo seriamente riflettere, vivere la competizione con più serenità, senza l’ansia di essere sempre i primi, accettando anche la sconfitta e tendendo la mano all’avversario vincitore senza rancore; considerare chi compete con noi più un amico che un avversario. Credo che Il barone Pierre De Coubertin, promotore delle Olimpiadi moderne, ci abbia lasciato un grande esempio con la sua famosa frase: “L'importante non è vincere, ma partecipare”.
Grazie a tutti Voi della gradita attenzione.
Mario

lunedì, novembre 26, 2012

IL MIELE E GLI ALTRI PREZIOSI PRODOTTI ELABORATI DALLE API. QUEI MERAVIGLIOSI FRUTTI CHE ACCOMPAGNANO L’UOMO FIN DALLE SUE ORIGINI. OGGI ANCORA PIU’ UTILI DI IERI.

Oristano 26 Novembre 2012
Cari amici, 
credo che molti di Voi abbiano già letto (e spero anche apprezzato) la mia precedente riflessione sullo straordinario e meraviglioso mondo delle api. Analizzando questi speciali e particolari insetti non mi è bastato il tempo per parlarvi anche, dettagliatamente, dei meravigliosi  prodotti che essi ci regalano: miele, polline, pappa reale, cera e propoli. Il prodotto più noto è certamente il miele che con la cera è stato il primo ad essere scoperto e utilizzato dall’uomo, non solo ad esclusivo uso alimentare.  La medicina ayurvedica (la medicina tradizionale utilizzata in India fin dall'antichità),  già tremila anni fa, considerava il miele purificante, afrodisiaco, dissetante, vermifugo, antitossico, regolatore, refrigerante, stomachico e cicatrizzante. Virtù salutari, quelle dei prodotti delle api, che tutti i popoli fin dall’antichità decantavano, attribuendone agli Dei, che si nutrivano di miele ed ambrosia, l’invio sulla terra per farne dono ai comuni “mortali”. I Greci, infatti, lo consideravano il vero "cibo degli dei", e dunque rappresentava una componente importantissima nei riti che prevedevano offerte votive. Omero ne decantava la bontà e ha perfino descritto la raccolta del miele selvatico; Pitagora lo raccomandava come alimento energetico e portatore di lunga vita. In India il miele, oltre ad avere significati simbolici, era considerato afrodisiaco, tanto da costituire l'ingrediente principale di elisir e filtri d'amore. Per lungo tempo e in diverse popolazioni ed epoche il miele veniva costantemente impiegato nei riti religiosi. Non è un caso dunque che nel Corano il miele viene considerato il simbolo della guarigione sia spirituale sia materiale. Nel Nuovo Continente (1448-1482) gli Inca, in segno d’amicizia, offrirono miele e cera d'api come tributo ai conquistatori europei.
La diffusione dell'allevamento delle api al fine di ottenere miele e cera - due beni preziosi uno principalmente per l'alimentazione, l'altro per la realizzazione delle candele - fu rapida e capillare. La sua importanza alimentare si mantenne inalterata per tutto il Medioevo fino all'avvento dello zucchero intorno alla metà del XVIII, quando si scoprì che dalla canna da zucchero si poteva estrarre un prodotto con potere dolcificante più economico del miele. Il miele, però non smise mai di interessare l’uomo, anzi il progresso ed i nuovi strumenti che la scienza successivamente mise a sua disposizione gli fecero ulteriormente scoprire virtù prima inesplorate, sia nel prodotto principale (il MIELE) che negli altri preziosi prodotti fornitici dalle api: POLLINE, PAPPA REALE, CERA E PROPOLI.
Effettuando questa ricerca sulle api e sul miele sono venuto a conoscenza, quasi per caso,  dell’interessantissimo lavoro universitario della D.ssa Greta Angiolini. La Angiolini, presso l’ UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI PARMA, Facoltà di Farmacia, ha conseguito nell’Anno Accademico 1999/2000 il Diploma Universitario in Tecniche Erboristiche, con una Tesi Sperimentale da titolo: “ I SEGRETI DI  BELLEZZA DELLE  API, l’impiego di miele, polline, pappa reale, cera e propoli nei prodotti cosmetici” (Relatore la Prof.ssa Patrizia Santi).
Questo interessante lavoro mi ha dato la possibilità di conoscere una miriade di dati, finora a  me poco noti, che hanno ampliato notevolmente la mia conoscenza su questa materia.  La ringrazio di cuore per questo.
Andiamo con ordine. Se vogliamo scoprire in tutta la sua interezza il mondo delle api dobbiamo conoscere meglio l’intera gamma dei prodotti dell’alveare. Non solo miele, dunque, ma polline, pappa reale, cera e propoli, partendo dalle origini: il nettare.
Il nettare è la sostanza base del miele e delle altre sostanze prodotte dalle api.  Il poeta romano Virgilio fu il primo a mettere in relazione il miele con il nettare. Nelle Bucoliche, un poema sulla vita agreste, Egli scrive: “Le api riempiono le celle col nettare liquido”. Il nettare è un liquido dolce e profumato che si raccoglie sul fondo del calice dei fiori; si forma dalle sostanze zuccherine delle piante che si sciolgono nell’acqua della linfa depositandosi nel nettario dei fiori dai quali verrà poi prelevato dalle api. I componenti principali del nettare sono i glucidi (glucosio, fruttosio, saccarosio) e tracce di acidi organici, sali minerali, enzimi, pigmenti, sostanze aromatiche, vitamine ed aminoacidi. Il nettare attira gli insetti destinati a provocare la fecondazione del fiore, perciò le api operaie adulte (bottinatrici) svolgono la duplice funzione di raccogliere il nettare dei fiori e, nel contempo, di fecondarli trasportando il polline da un fiore all’altro.

La capacità di selezione delle api è straordinaria: esse si interessano del nettare solo quando il contenuto in zucchero è più del 10%. Vi sono, infatti, fiori che hanno differenti contenuti zuccherini. Fanno parte dei fiori che hanno un nettare con basso contenuto zuccherino il fiore di prugno e del pero, con un nettare che contiene circa il 15% di zucchero; un nettare a concentrazione zuccherina molto elevata le api lo trovano nella maggiorana, con una percentuale che arriva anche al 76%. Il nettare, così come viene raccolto dalle api, ha mediamente un tenore in zuccheri che varia dal 20 al 70% . L’ape bottinatrice preleva il nettare succhiandolo con la ligula dal fondo dei calici e lo immagazzina nell’organo di raccolta, la borsa melaria (diverticolo che si trova nell’esofago dell’insetto) dove viene miscelato con acqua e sostanze secrete dalle ghiandole salivari (enzimi e, in particolare, acido formico, che è il principale agente trasformatore del nettare in miele). Quando è sazia, l’ape torna all’alveare e rigurgita il nettare in bocca alle giovani api di casa, le quali continuano a passarselo dall’una all’altra, aggiungendovi altri enzimi e favorendo l’evaporazione dell’acqua. E’ importante, infatti, che il nettare perda una parte della propria acqua. Quando contiene una percentuale di liquido intorno al 50-60% si parla di miele semi maturo; a questo punto viene depositato in celle aperte che vengono riempite fino a un terzo per facilitare il contatto con l’aria. Quando è quasi maturo, il miele viene nuovamente aspirato e trasportato in altre celle situate più in basso; si attendono ancora tre giorni ed infine, quando il miele contiene solo un 20% massimo di acqua, le celle vengono riempite fino all’orlo e accuratamente chiuse con la cera per impedire l’assorbimento di umidità e le fermentazioni.
 Esistono molti tipi di miele, dipendenti dai luoghi di origine, dalla specie di api, dalle fonti bottinaie e dalle sostanze che le api vi hanno aggiunto durante il processo di maturazione. Il miele inoltre varia per sapore e colore: quello di girasole, acacia e fiori estivi presenta un bel colore dorato, mentre quello proveniente dal trifoglio è quasi bianco; viceversa il miele da brughiera e da grano saraceno è scuro e viscoso. In Italia sono prodotti più di 300 diversi tipi di miele con origini botaniche e caratteristiche organolettiche differenti. Si definisce miele di una determinata origine botanica quando essa è rappresentata almeno al 95%. Il miele è una sostanza complessa e non del tutto conosciuta. I suoi componenti, oggetto di continue ricerche ed analisi, non sono ancora completamente noti e, spesso, si identificano nuove molecole o gruppi chimici che risultano essere di notevole importanza farmacologica e dietetica. Eccone la composizione.
 Il miele ha una buona proprietà antimicrobica. Esso, in condizioni adeguate, può conservarsi inalterato per molti anni; questa proprietà vale anche per tutto ciò che vi si immerge. Alcuni autori hanno indicato questa azione preservante ed antifermentativa del miele, non solo perché esso isola i prodotti dal contatto con l’aria, ma perché contiene tra gli altri costituenti l’acido formico, potente sostanza anti putrescente. Altri annettono questa proprietà alla grande quantità di zuccheri contenuti. Nella medicina erboristica, il miele è suggerito per la cura del sistema emopoietico (grazie alla ricchezza di sali), del sistema cutaneo (favorisce la cicatrizzazione e l'idratazione), del sistema nervoso (migliorerebbe sonno e concentrazione), dell'apparato respiratorio (contro tosse e catarro, sciolto in latte o tè), dell'apparato circolatorio (si presuppone abbia un'azione ipotensiva), dell'apparato digerente (regolarizzerebbe l'attività escretoria dei succhi gastrici e della flora batterica, migliorerebbe l'assorbimento di calcio e magnesio, sarebbe leggermente lassativo fatta eccezione per quello di lavanda o castagno).
Sebbene qualsiasi tipo di miele sia ritenuto utile per alleviare i disturbi sopracitati, dalla flora nettarifera (alla base del nettare succhiato dalla api), dipendono proprietà farmacologiche più specifiche: il miele d’acacia sarebbe disintossicante e antinfiammatorio delle vie respiratorie, quello di tiglio avrebbe proprietà sedative e sarebbe utile contro l'emicrania, il miele d’eucalipto sarebbe espettorante, vermifugo e anti tosse, quello d’erica diuretico ed antianemico, quello di lavanda risulterebbe utile sulle bruciature per uso esterno, il miele di conifera sarebbe utile contro le affezioni respiratorie, il miele di biancospino verrebbe consigliato contro ansia ed insonnia, quello di castagno sarebbe utile contro la cattiva circolazione.
Nel mondo della cosmesi Il miele è considerato una importante fonte di bellezza. Fonti storiche dimostrano che fin dai tempi più remoti si diffuse la consuetudine di aggiungerlo ai cosmetici per ritardare o combattere gli effetti dell’invecchiamento cutaneo. Pare che le sue proprietà terapeutiche, tanto sfruttate per il trattamento delle ferite, siano utili nella cura quotidiana della pelle del viso, delle mani e del corpo. Miele, dunque, componente importante negli unguenti per viso e labbra, per la pelle, per saponi, bagnoschiuma e gel per le mani. Non siamo certi se il miele sia davvero l’alimento dell’eterna giovinezza, ma certamente gli uomini continuano a provarci!
Il polline, detto anche comunemente pane delle api, è costituito da molteplici corpuscoli di dimensioni microscopiche contenuti nelle antere del fiore e costituenti le cellule germinali maschili delle spermatofite . Esistono migliaia di tipi di polline: ogni specie di pianta ne produce un tipo particolare, una vera impronta digitale. Si parla di polline anemofilo quando la sua distribuzione avviene per mezzo del vento e di polline entomofilo quando è raccolto e trasportato dagli insetti su altri fiori, rendendo così possibile la fecondazione degli organi femminili. L’ape raccoglie il polline per l’alimentazione della covata (uova, larve e ninfe). Questo alimento costituisce infatti l’unica fonte proteica che, abbinata a quella energetica degli zuccheri, consente la crescita dell’insetto e costituisce la materia prima per la produzione della pappa reale.             La raccolta del polline da parte delle api va dalla fine dell’inverno all’inizio dell’autunno, però il periodo più favorevole è quello compreso fra la metà della primavera e il principio dell’estate. Si è calcolato che ogni anno in un’arnia vengono accumulati dai 30 ai 50 Kg di polline. Ecco la composizione chimica.
Il polline è ricco di vitamine, sali minerali, enzimi ed ormoni. Viene riconosciuta al polline un’attività ormonale sia estrogenica che androgenica. Tra gli altri costituenti del polline presenti in quantità non trascurabile vanno ricordati: alcuni fattori di crescita (biostimuline), sostanze antibiotiche idro estraibili, acidi nucleici, sostanze allergizzanti e rutina, che aumenta la resistenza capillare. In cosmesi il polline è variamente utilizzato, come nelle creme per il viso ed il corpo, nelle lozioni per capelli, nei tonici per il viso, e nelle maschere in gel, con effetto rivitalizzante.
La pappa reale, nota anche come latte delle api, è un prodotto che l’uomo ha ignorato per lungo tempo.       Per millenni l’uomo ha ignorato il favoloso dono che la natura, attraverso l’ape, gli aveva fatto con la pappa reale, sebbene ne abbia tratto beneficio sovente, a sua insaputa, con il miele integrale, costituito da un misto di cera, miele, pappa reale, polline ed embrioni d’api, consumato estemporaneamente nei luoghi stessi di raccolta. La pappa reale è stata studiata seriamente solo a partire dal XVII secolo e più precisamente dal 1672 dallo scienziato olandese Swammerdam. Nel 1788 il famoso zoologo svizzero Francois Hubert diede alla prodigiosa sostanza secreta dalle api, il nome di pappa reale. Essa è uno straordinario prodotto biologico con una funzione importantissima: è quel composto che nell’alveare trasforma l’ape operaia in ape regina! Cos’è esattamente, dunque, la pappa reale?  La pappa reale è un secreto elaborato dalle ghiandole ipofaringee e mandibolari (dette anche salivari frontali) delle api nutrici, cioè delle giovani api di casa aventi fra i 5 e i 15 giorni di vita e non ancora atte alla bottinatura. Questo prodotto è all’origine della spettacolare crescita iniziale delle larve d’api e determina la differenziazione sessuale dell’ape regina dalle api operaie e la sua longevità. La pappa reale è anche definita GELATINA REALE (gelatina per il suo aspetto gelatinoso e reale per lo specifico e unico uso che ne fa l’ape regina, sia in forma di larva nella cella reale, che durante la vita); altri nomi sono LATTE DELLE API (con riferimento al fatto che per tre giorni tutte le larve indifferentemente ricevono la pappa reale) o MIELE SALIVARE. In sintesi la pappa reale, prodotta dall’ape nutrice, costituisce il nutrimento esclusivo: di tutte le larve della colonia fino al terzo giorno di vita; solo della larva scelta per diventare regina e collocata nella cella reale sino allo sfarfallamento. Successivamente la regina, e solo lei, sarà alimentata con pappa reale per tutta la durata della sua vita. Negli allevamenti di api oggi, con opportune tecniche, si ricavano 250-300 g di pappa reale l’anno per arnia. Il consumo immediato di prodotto fresco è quello che garantisce la massima genuinità dell’assunzione. In ogni caso, se mantenuta a 0-5° C la pappa reale si conserva per circa un anno; spesso, viene liofilizzata in atmosfera di azoto. La sua composizione chimica, dove l’acqua rappresenta il 66% circa, comprende glucidi, protidi, lipidi, vitamine e Sali minerali. La sua azione principale, nell’utilizzo umano, consiste nell’aiuto e stimolo del metabolismo cellulare, miglioramento dell’invecchiamento cellulare, regolazione delle ghiandole sebacee e miglioramento dell’elasticità e idratazione della pelle. Si applica spesso sotto forma di maschere. 
La cera, è il cemento usato dalle api per la costruzione dell’alveare. La costruzione delle celle e la relativa copertura quando queste sono piene di miele e di granelli compressi di polline, fanno parte delle incombenze dell’ape operaia casalinga. Quando le api ricevono il nettare dalle bottinatrici e non dispongono più di celle libere per depositarvi il miele, si dispongono in catene pendenti dal soffitto nei punti dell’arnia dove esiste ancora spazio. Il fatto che le api non possano depositare il miele nelle celle e siano costrette a nutrirsene, porta a quel processo metabolico tipico che trasforma il miele in cera, fornendo così la  materia prima per la costruzione di nuovi favi. Occorrono dai 9 ai 12 Kg di miele per ottenere 1 Kg di cera. La maggior produzione si ha durante il periodo primaverile. La cera vergine è una massa colorata, opaca, untuosa al tatto, molle e plastica al calore della mano, di odore gradevole, aromatico, che ricorda il miele e di sapore debolmente balsamico. Fonde a 62-66° C in un liquido quasi limpido. E’ necessario raffinare la cera al fine di eliminare tutte le impurità. Inoltre per molti impieghi è necessario eliminare i pigmenti della cera che possono dare una colorazione che va dal giallo al grigio scuro. La cera è stata per secoli il prodotto utilizzato per molti usi, tra cui quello di dare illuminazione. Nel medioevo la corporazione dei lavoranti la cera era tra le più importanti. In cosmesi oggi la cera è utilizzata in creme struccanti, creme emollienti e protettive, creme da massaggio, ombretti, mascara, matite per labbra, lucida labbra e rossetti. L’uso è sostanzialmente come eccipiente, ma studi recenti hanno evidenziato la presenza nella cera di sostanze ad attività antisettica.
La propoli, invece, è un vero e proprio antibiotico naturale. Le api, all’ingresso dell’alveare, creano una specie di soglia attraverso cui ogni ape che entra deve passare facendosi così, in un certo senso, disinfettare. Vivendo, infatti, fino a 600.000 individui in un ambiente piccolo, qualsiasi infezione può degenerare in un’epidemia. Le api, inoltre, si servono di questo materiale per ricoprire le pareti dell’alveare, per chiudere eventuali fori, per riempire le fessure, per restringere le entrate allo scopo di proteggere la colonia dai rigori invernali e dai numerosi predatori, per lucidare e sterilizzare le celle prima che l’ape regina vi deponga le uova e per imbalsamare gli animali invasori uccisi al fine di impedire l’insorgere di processi putrefattivi. L’uso della propoli da parte degli uomini risale ad epoche antichissime. Era utilizzata dai sacerdoti dell’antico Egitto per la cura di numerose malattie e soprattutto per la conservazione delle spoglie dei faraoni. La propoli era ben conosciuta nell’Antica Grecia e nell’Impero Romano, tanto che i soldati ne ricevevano in dotazione una piccola quantità per la medicazione delle ferite. Nel Medioevo veniva impiegata anche per frizionare l’ombelico dei neonati e come rimedio contro le infiammazioni della bocca e della pelle. In tempi recenti la propoli (o resina o cera propoli) ha di recente assunto una posizione di grande interesse applicativo sia in campo agronomico (come antiparassitario naturale) che nel settore farmaceutico e cosmetico (come antisettico e deodorante) oltre a vari settori tecnico-industriali. Antonio Stradivari, celebre liutaio, se ne serviva per realizzare una vernice particolare per i suoi violini. Ci si chiede ancora oggi da cosa tragga origine la propoli. Il mistero non è stato ancora completamente chiarito. Secondo alcuni studiosi, la propoli sarebbe prodotta direttamente dalle api e deriverebbe da residui di polline semidigerito e poi rigurgitato. Ma la maggior parte dei ricercatori sostiene la tesi che la propoli derivi da sostanze di natura resinosa e balsamica raccolte dalle api sui germogli degli alberi e successivamente elaborate da particolari ghiandole ricche di enzimi. La propoli che viene estratta dall’arnia si presenta sotto forma di una massa brunastra (con tonalità variabili a seconda delle piante d’origine) e contiene allo stato grezzo molte impurità che vengono eliminate mediante fusione e filtraggio. La propoli ha proprietà batteriostatiche, battericide e fungicide. Ha notevoli proprietà antivirali, cicatrizzanti, immunostimolanti e vaso protettive, oltre che antiossidanti e anti irrancidenti. In cosmesi il suo utilizzo è recente ed utilizzato in preparati destinati alle affezioni della cute, come lozioni, shampoo, dentifrici e collutori, oltre che creme e stick proteggi labbra.

Cari amici, per raccontarvi tutto questo ho dovuto sintetizzare molto, perché il mondo delle api e dei suoi meravigliosi prodotti è cosi ampio e variegato che certo non bastano poche righe a descriverlo!
Mi ha fatto sorridere, durante questa mia ricerca, una delle antiche credenze mitologiche che considerava  il miele il “prodotto degli arcobaleni e delle stelle” e quindi proveniente dagli Dei, di cui era considerato il cibo. L'allora comune credenza voleva che le divinità si cibassero di nettare e ambrosia e che gli dei, in uno slancio di generosità, non potendo dare l'immortalità agli uomini, per confortarli per la loro umana e svantaggiata condizione, permettessero loro di poter gustare il miele facendolo cadere sulla terra dalle loro tavole riccamente imbandite. Lasciando da parte Zeus, l’Olimpo e tutte le antiche divinità, potremo oggi, però, dire che le api ed il frutto del loro incessante e faticoso lavoro sono davvero un grande dono che Dio ha voluto fare agli uomini. Ammonendoli, però, che anche il dolce (miele) ha la sua spina. Perché, come dice un antico e saggio detto: “Non c’è rosa senza spine, non c’è miele senza ape e non c’è ape senza pungiglione”.
Grazie a tutti Voi della gradita attenzione.
Mario



sabato, novembre 24, 2012

LO STRAORDINARIO MONDO DELLE API: UN’ORGANIZZAZIONE PERFETTA CHE HA INCURIOSITO L’UOMO DA MILLENNI.

Oristano 23 Novembre 2012
Cari amici,
quanti di noi, soprattutto nella bella stagione, passeggiando in campagna hanno ammirato un’ape che posata su un fiore succhiava avidamente dalla corolla il suo dolce nettare? 
Credo proprio tanti! E’ un mondo, quello delle api, incredibilmente organizzato, presente sulla terra certamente prima di quello dell’uomo; un mondo che ha sempre attratto la curiosità umana e sul quale nei millenni sono nate leggende, non solo per la grande bontà dei prodotti che le api fabbricavano ma anche per la sua perfetta organizzazione sociale.
La comparsa dell’ape sulla Terra è sicuramente anteriore a quella dell’uomo: lo dimostrano ampiamente i ritrovamenti fossili, come quello di Gottingen che ci permette di datare la sua presenza sulla terra  da 35  a 40 milioni di anni fa.   La venerazione da parte dell’uomo dell'ape e del suo dolcissimo  miele è una costante che attraversa i secoli. La mitologia considera il miele il prodotto inviato sulla terra dagli Dei. La stessa parola miele sembra derivare dalla lingua ittita “melit” e individuava l’allora unico alimento zuccherino concentrato disponibile, capace di dolcificare gli alimenti. L’ape, fabbricante di questo incredibile prodotto, è stata in poco tempo adottata dall’uomo.

La testimonianza più antica della sinergia tra uomo e ape e che risale al neolitico (5.000-7.000 a.C.) si trova In una rappresentazione rupestre rinvenuta in Spagna nei pressi di Valencia, a Cueva de la Arana intorno agli anni ‘20 del Novecento. Vi è raffigurata una persona (forse una donna) sospesa a liane con una bisaccia e numerose api che le ronzano attorno mentre sta raccogliendo alcuni favi di miele da un anfratto di roccia; più in basso si può notare una seconda figura (probabilmente un adolescente), anch’essa dotata di un idoneo contenitore (Crane, 1983; Marchenay, 1986; Garibaldi, 1997). E’ la primitiva rappresentazione di un cacciatore di miele, attività ancora oggi presente in certe tribù primitive. Il  passaggio dall’utilizzo del miele selvatico a quello domestico credo sia stato rapido. Il primo documento storico che dimostra l’utilizzo costante del miele lo troviamo nell’Egitto dei faraoni, sul bassorilievo del sarcofago di Mikerinos (circa 2560 a.C.). Il miele presso gli  Egizi era  considerato cosi prezioso che essi  usavano deporre, accanto alle mummie, grandi coppe colme di miele che il defunto avrebbe consumato durante il viaggio nell’aldilà (vasi di miele ermeticamente chiusi il cui contenuto si era perfettamente conservato sono stati rinvenuti durante gli scavi delle tombe dei faraoni). In alcuni geroglifici si leggono ricette a base di miele impiegate sia nell’arte culinaria che in medicina: cura dei disturbi digestivi, oltre che unguenti per piaghe e ferite. 

L’uomo apprezzò cosi tanto questo dolcissimo prodotto che quasi subito mise in atto un vero e proprio “allevamento” delle api. Gli Egiziani furono forse i primi a capire l'importanza di offrire alle api un “luogo sicuro” dove creare l'alveare. Nacquero così attorno al 2600 a.C. le prime arnie fatte di rami, canne intrecciate e fango essiccato; avevano forma cilindrica e venivano poste vicine l'una all'altra per agevolare il controllo e l'allevamento delle api. I luoghi ideali erano i campi lungo le sponde del Nilo, che consentivano ampie fioriture per le api. Anche altri popoli affrontarono e risolsero presto il problema di adottare le api. Ogni popolo sviluppò a modo suo il sistema di costruzione delle arnie; talvolta venivano usati anche oggetti costruiti per altri utilizzi, adattati poi allo scopo dell'apicoltura. In Medio Oriente si prediligevano i vasi in terracotta, nell'Europa centrale i tronchi svuotati, altrove contenitori di paglia o di fibra vegetale e argilla.
Il miele non era, però, solo un prodotto capace di dolcificare gli alimenti. Ricerche storiche dimostrano che i Sumeri impiegavano il miele nella cosmesi già nel 2000-3000 a.C., mentre Assiri e Babilonesi lo usavano a scopo curativo: usavano il miele per le affezioni che colpivano epidermide, occhi, genitali, apparato digerente. Il miele e la cera ottenuta dai favi erano usati anche per trattare i corpi dei defunti. Anche i Celti lo usavano nei riti di sepoltura, mentre per gli Etruschi il miele rappresentava una preziosa offerta votiva.
Nel mondo greco iI miele era considerato il “prodotto degli arcobaleni e delle stelle” e quindi proveniente dagli Dei, di cui era considerato il cibo. L'allora comune credenza voleva che le divinità si cibassero di nettare e ambrosia e che gli dei, in uno slancio di generosità, non potendo dare l'immortalità agli uomini, per confortarli per la loro condizione svantaggiata, permettessero loro di poter gustare il miele facendolo cadere sulla terra dalle loro tavole riccamente imbandite. La forza energetica del miele era tale che i greci lo consideravano un potente elisir di giovinezza e lo somministravano regolarmente agli atleti che concorrevano ai Giochi Olimpici. Aristotele (384-322 a.C.) fu il primo a studiare scientificamente le api analizzandole sia nel modo di riprodursi che nella complessa organizzazione.
Nell'antico mondo romano troviamo importanti studi sulle api e l'apicoltura. Plinio il Vecchio pubblica nel 79 d.C. la "Storia degli animali" dove parla spesso delle api e dell'apiario. Sappiamo per certo che presso i Romani l'apicoltura doveva essere particolarmente sviluppata; essi praticavano la sciamatura artificiale, costruivano arnie e sperimentavano nuove tecniche. Virgilio, apicoltore e poeta, nelle "Georgiche" tratta dell'organizzazione dell'apiario e della flora apistica; è il primo vero e proprio trattato di apicoltura che sarà utilizzato in tutto il mondo occidentale fino al Cinquecento. I Romani facevano grande uso del miele a scopo terapeutico, cosmetico e in cucina, tanto che era considerato un alimento fondamentale, presente in ogni pasto. Essi ne importavano grandi quantitativi da Creta, da Cipro, dalla Spagna e da Malta. Lo stesso nome Malta pare derivi dal termine originale Meilat, appunto terra del miele. I romani non lo utilizzavano solo come dolcificante ma anche per la produzione di idromele, di birra e come conservante alimentare e per preparare salse agrodolci.
Il passare dei secoli non fece mutare il piacere e la passione per il miele: esso continuò ad avere un ruolo centrale nell’alimentazione: basti pensare che fino al Medioevo era  l’unico prodotto dolcificante e fu gradualmente soppiantato come agente dolcificante solo nei secoli successivi, soprattutto dopo l'introduzione dello zucchero raffinato industrialmente. Recentemente, però, in virtù delle sue proprietà terapeutiche, il miele sta in parte ritornando in voga. La suprema bontà del prodotto “miele” non è scaturita casualmente, ma è frutto di una perfetta organizzazione produttiva: le fabbriche del miele (le arnie) ed i suoi impareggiabili ingegneri-fabbricanti, le api, dotate di una fantastica capacità organizzativa.
L’organizzazione sociale di questo insetto, e la gestione della sua  città-fabbrica, “l’alveare”, ha sempre affascinato l’uomo che dell’ape ha voluto spesso farne un simbolo. Già nell’antico Egitto l’ape era stata scelta a simbolo dei Faraoni del Basso Egitto (a partire dalla I dinastia (3200 a.C.): rappresentazioni dell’ape stilizzata sono state rinvenute su tombe, statue ed in pitture rupestri. Anche i I greci apprezzavano la perfetta organizzazione delle api. Queste erano definite “uccelli della musa”, in quanto ad esse veniva attribuito il potere di conferire all’uomo il dono dell’eloquenza.  La religione cristiana considerava le api dotate di forza ed integrità, perché sciamarono dal Giardino dell’Eden dopo la caduta dell’uomo. Anche Maometto si rivolgeva all’ape con deferenza, credendola l’unico animale a cui Dio si potesse rivolgere direttamente. Anche in tempi più recenti l’ape è stata utilizzata come emblema di Papi e Regnanti: si ricordano papa Urbano VIII e Napoleone.
La zoologia classifica le api come Imenotteri, appartenenti alla famiglia degli apidi, genere Apis, che conta diverse specie, tra cui le più comuni italiane sono: l’Ape comune (Apis mellifica ), l’Ape italiana (Apis ligustica), l’Ape carnica (Apis carnica) e l’Ape sicula (Apis sicula). La struttura sociale della comunità delle api, l’alveare, è imperniata sulla superiore importanza della vita sociale rispetto a quella individuale. Nella società delle api ogni singolo individuo esiste in funzione del suo essere “parte necessaria” della comunità: non esiste come individuo a se stante ma come parte integrante di un organismo complesso di cui è compartecipe. In questa “Società”, perfettamente organizzata, l’insieme  (l’alveare) ha raggiunto un grado di organizzazione talmente perfetto da essere considerata come un vero “unicum”, un organismo complesso ma unico, perfettamente funzionante.
In questa città-alveare, come in ogni Società che si rispetti, ognuno ha il suo compito ben preciso e la sua funzione. La regina, i fuchi, le api operaie, che si dividono in esterne (bottinatrici) ed interne (casalinghe), operano in perfetta sintonia. Un alveare tipo, nel pieno della sua attività, comprende una struttura cosi concepita: una regina, 300 fuchi, 25mila api esterne, 25mila api interne, 9mila larve nell’incubatoio (da nutrire), 20mila larve nella fase di pupe e circa 6mila uova depositate nelle celle. Nell’alveare la divisione dei compiti stabilisce la reale gerarchia che le caste rivestono all’interno: La regina, i fuchi e le operaie. Il riconoscimento degli appartenenti alle tre caste è semplificato anche dalle differenze nell’aspetto esteriore e per la diversa struttura anatomica.La riproduzione della specie avviene solo ed esclusivamente attraverso l’ape regina, l’unica dotata di apparato riproduttivo e quindi feconda, perché tutte le altre api sono sterili. Il sistema riproduttivo è semplice e complesso allo stesso tempo. Nel periodo stabilito la regina, dopo aver effettuato il volo nuziale e l’accoppiamento che la feconda, ritorna nell’alveare e comincia a depositare un uovo in ogni celletta; dopo tre giorni dalle uova escono le larve vermiformi che vengono nutrite per tre giorni con pappa reale, tutte indistintamente. Dal quarto giorno solo una, la nuova ape regina, continuerà ad essere nutrite con questo alimento, mentre le altre, che diventeranno operaie, riceveranno solo miele e polline). E’ questa una straordinaria alimentazione selettiva che stabilisce, partendo da un’unica base uguale, la scelta della nuova matriarca che dovrà successivamente guidare la comunità. Il costante nutrimento con la pappa reale, infatti, consente lo sviluppo completo dell’organismo dell’ape che diventerà regina, in particolare del suo sistema riproduttivo. A differenza delle api operaie, nate da uova fecondate, i fuchi sono generati da uova non fecondate: non tutte le uova, infatti, vengono fecondate durante il volo nuziale: le uova “vergini” daranno vita a larve da cui nasceranno i fuchi. E’ questo un tipico esempio di riproduzione senza fecondazione o partenogenesi. 
La città alveare è un vero regno matriarcale. L’ape regina, la matriarca della comunità, vive fra i tre e i quattro anni. Essa è più lunga di circa un terzo dell’ape operaia: ha la testa più piccola, le antenne più corte e l’addome, più grosso ed allungato, oltre che presentare una colorazione più brillante; le sue ali sembrano più piccole di quelle dell’operaia. Essa, al pari delle operaie, possiede un pungiglione che utilizza contemporaneamente come ovodepositore ed organo di difesa contro altre regine o fuchi. In ogni alveare, normalmente vi è una sola regina, che nasce da un uovo deposto dalla regina precedente e di cui prenderà il posto. Essa viene allevata in una speciale cella al centro del favo e alimentata con pappa reale dalle api operaie; viene accudita con grande attenzione, pulita e “coccolata”, finché, all’età di sedici giorni non è considerata adulta. Talvolta può succedere che vengano allevate contemporaneamente più regine, ma la maggior parte di esse viene uccisa a colpi di pungiglione dalle altre, mentre le superstiti sciamano.

Il governo attento dell’alveare da parte della regina è un compito non indifferente. Essa deve assicurare una regolare deposizione delle uova, l’unica maniera atta a garantire la sopravvivenza della comunità. L’alveare, infatti, è una città sterminata, popolata anche da centomila individui che devono sottostare ad una rigorosa suddivisione del lavoro. Tutti debbono essere perfettamente operativi: nemmeno l’ape regina si sottrae alla regola: la collettività esige da lei un’attività riproduttiva incessante; può deporre, infatti, più di duemila uova al giorno, che equivalgono ad un peso pressappoco pari a quello dell’ape regina stessa.   L’ape regina viene fecondata una sola volta in tutta la sua esistenza, durante il famoso volo nuziale; dopo l’accoppiamento immagazzina circa venticinque milioni di spermatozoi del maschio nella propria borsa  spermatica, una piccola sacca attaccata all’apparato riproduttore. Le cellule germinali maschili conservate in questo ricettacolo serviranno a fecondare le uova al momento del passaggio nell’ovidotto, dopo la maturazione negli ovai. Nell’alveare, come una vera citta stato, tutti hanno un compito ben definito a cui nessuno può sottrarsi.
I Fuchi, il cui compito è solo quello della riproduzione, quindi di fecondare la regina, non svolgono nessuna altra mansione se non quella riproduttiva. Privi dell’apparato nutritivo chiamato ‘ligula nettarifera’  i maschi sono incapaci di alimentarsi: debbono essere alimentati per tutta la vita dalle api operaie. La loro breve vita, che dura circa tre mesi, finisce al termine dell’estate, quando, cacciati via dall’alveare perché inutili ed incapaci di procurarsi il cibo, moriranno di  fame. Le api operaie, invece, sono l’asse portante dell’intera comunità. Esse svolgono tutte le funzioni necessarie al buon funzionamento dell’alveare. Già da giovanissime (a circa 20 giorni dalla nascita) iniziano a prestare la propria opera con l’adibizione a piccoli lavori interni nell’alveare. Il lavoro, ripartito in base all’età delle operaie, inizia con la pulizia dell’alveare, poi dopo circa 12 giorni di vita, le nuove api faranno le nutrici e alimenteranno la regina con la pappa reale; successivamente daranno inizio alla produzione della cera necessaria alla struttura dell’alveare, alla guardiania (contro gli intrusi) ed alla ventilazione dell’alveare per mantenere una temperatura costante. Infine, ormai adulte, cominceranno il lavoro più faticoso, quello di bottinatrici, raccogliendo il nettare e volando incessantemente da e per l’alveare, macinando un’infinità di kilometri. L’attività di bottinatrice è certamente quella più pesante: per trasportare nell’alveare un litro di nettare occorrono circa 100.000 viaggi. Spesso in quest’ultimo compito da adulte le api muoiono di stanchezza fisica, dopo aver dato tutto se stesse alla comunità di appartenenza.
L'ape, da che mondo è mondo, è stato considerato sempre un essere avvolto da un inspiegabile velo di mistero! Agli occhi degli antichi l’ape era considerata una messaggera, che “viaggiava sui sentieri della luce” portando con sé i messaggi che gli uomini inviavano agli Dei.  Emblema indiscusso dell'operosità fin dai tempi antichi l’ape è stata protagonista e  simbolo in miti, leggende e religioni. Protagonista, nota fin dalla preistoria, per la propria utilità. La mitologia greca considerava le api “messaggere delle Muse” per la loro sensibilità ai suoni, ma anche il simbolo del popolo obbediente al suo re. Quando, secondo la leggenda, Zeus bambino fu nascosto dalla madre Rea in una grotta del monte Ida a Creta per sottrarlo al padre Crono che voleva divorarlo, fu nutrito, oltre che dal latte della capra Amaltea, da un miele prodotto dalle api locali. Particolarmente considerata era anche l'organizzazione dell'alveare, descritta con ammirazione da Plinio il Vecchio e presa a paragone per la sua laboriosità dallo stesso Cicerone. L'ape era considerata anche simbolo del coraggio, per la sua determinazione nell'attaccare gli aggressori.
Cari amici studiare il mondo delle api, quel fantastico mondo costituito di una perfetta e funzionante città-alveare, dove regna un ordine armonico e incredibilmente operoso, mi ha fatto riflettere molto. Mi ha fatto paragonare, rapportare, quel loro mondo al nostro. L’evoluzione umana, lenta ma continua nel tempo, non è riuscita nel lunghissimo periodo, dall'apparizione dell’uomo sulla terra ai nostri giorni, a trovare una armonica organizzazione che consentisse di vivere ed operare nel pianeta in modo pacifico e operoso, dove a ciascuno viene affidato il suo compito. Il nostro mondo si evoluto poco saggiamente (forse in molti periodi involuto), creando quel clima caotico e litigioso, di odio inestinguibile tra le parti, che da millenni ci perseguita. Certo nessun modello, perfettamente funzionante e funzionale in una comunità, può essere applicato banalmente ad un’altra dove, invece, può rivelarsi inadeguato. Può, però, costituire modello di analisi. Lo studio attento  di un modello che funziona “bene” può servire per capirne l’essenza, per estrapolare da esso ciò che può essere felicemente applicato in un altro modello. Ecco perché credo che un’attenta osservazione del mondo delle api possa essere utile ad introdurre nella nostra organizzazione umana accorgimenti e sistemi migliorativi dello status quo.
Situazione, quella nostra attuale, litigiosa e conflittuale, dove l’individualismo continua a crescere mentre i valori comuni,  quelli che costituiscono il “patrimonio dell’intera comunità”, si stanno sempre più impoverendo. Non sta a me suggerire o dare soluzioni; vorrei solo invitare tutti  a riflettere sul funzionamento sbagliato del “nostro mondo”, un mondo cosi imperfetto, rispetto a quello dell’alveare! Basterebbe una sola considerazione per dimostrarlo. Nella città-alveare tutti lavorano, ognuno nella sua mansione, alta o qualificata che sia. Nessuno resta inoperoso ma tutti apportano la propria capacità al servizio e nell’interesse della Comunità. A differenza della nostra società dove in pochi lavorano e in tanti, soprattutto giovani, sono invece costretti a mendicare il pane ai pochi “privilegiati” che lavorano! C’è proprio da meditare e riflettere, molto!

Giunto al termine di questa lunga chiacchierata sulle api, debbo dirvi che non sono riuscito, come avrei voluto, a parlarvi delle straordinarie qualità del loro prodotto: il “MIELE”. Credo che potrà essere oggetto di una delle mie prossime riflessioni. Sono certo che ne varrà la pena!
Grazie, cari amici, della Vostra sempre splendida attenzione.
Mario


lunedì, novembre 19, 2012

IL FUMO, CROCE E DELIZIA DEL GENERE UMANO. IL SUO USO (ABUSO) COSTRINGE A PRIVARSI DELLE “TRE ESSE” PIU’ IMPORTANTI: SOLDI, SESSO E SALUTE.

Oristano 19 Novembre 2012
Cari amici,
questa mattina mentre facevo la mia solita passeggiata in città ho avuto occasione di osservare, mentre chiacchieravano sedute al tavolino di un bar abbastanza frequentato, tre ragazze molto giovani. Credo fossero ancora sotto i 18 anni, anno più anno meno. La mia attenzione è stata attratta soprattutto da una di esse, forse la più giovane, che appoggiata allo schienale della poltroncina d’alluminio, fumava una lunga sigaretta ben stretta dalle Sue labbra; con forza, mantenendola tra l’indice ed il medio della mano, effettuava una lunghissima inspirazione, quasi volesse consumare in un solo istante la sigaretta. Sembrava un bisogno forte, un desiderio da appagare in modo totale, senza indugi. Anche le altre due, al tavolino con Lei, fumavano ma in modo più distaccato.

L’immagine di questa forte “voglia di tabacco” mi è rimasta impressa e, continuando la mia strada, mi sono trovato a riflettere, ad interrogarmi, su cosa abbiamo fatto in questi anni per scoraggiare questa cattiva abitudine al fumo, questo “vizio”, che tanto danno crea non solo agli individui ma alla collettività intera. L’Italia fino al 2004 figurava al secondo posto nella classifica mondiale dei paesi importatori di tabacco pur avendo una produzione interna considerevole. La legge, che a partire dal 2004 ha bandito il fumo dai locali pubblici e aperti al pubblico, ha portato l’Italia ad essere il Paese all'avanguardia nel mondo nella battaglia scatenata contro il fumo. Gli studi condotti dalla Doxa per conto dell’Osservatorio su Fumo Alcol e Droghe (OSSFAD) dell’Istituto Superiore di Sanità hanno dimostrato che il provvedimento legislativo ha iniziato a produrre la sua efficacia e confermato la seppur lenta ma costante diminuzione della percentuale di fumatori nel nostro Paese.

L’abitudine al fumo in Italia  è un’abitudine ancora molto radicata. Se gli effetti della Legge del 2004 hanno inizialmente fatto calare lentamente il consumo (il picco del calo è stato raggiunto nel 2008), secondo il "Rapporto sul fumo in Italia – 2009” i dati ricavati dall'OSSFAD evidenziano, già a partire dal 2009, una brusca risalita nella crescita del numero degli italiani che fumano. Stando alle statistiche effettuate su un campione rappresentativo della popolazione, in Italia ci sono oggi circa 13 milioni di fumatori (circa 7,1 milioni, pari al 54,6%, di uomini e 5,9 milioni, pari al 45,4%, di donne). L’età media alla quale si accende la prima sigaretta resta pericolosamente al di sotto dei 18 anni e la diffusione del fumo tra i giovani, nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni, è alta: un maschio su tre e una femmina su cinque fumano, e la percentuale sale addirittura un po’ nella fascia di età tra i 25 e i 44. Anche sugli effetti delle legge del 2004 il dato “giovanile” risulta in  controtendenza e deve, perciò, costituire motivo di grande attenzione; emerge, dalla lettura delle statistiche, che ad una generale tendenza alla diminuzione dei fumatori fa eccezione la fascia di età più giovane: la sigaretta, nonostante il divieto, è riuscita ad accrescere il suo fascino tra giovani fumatori sia maschi che femmine. In sostanza il numero globale dei fumatori diminuisce, mentre il numero dei fumatori e delle fumatrici “giovani” aumenta.
Se in passato le donne fumatrici erano molto meno degli uomini, ora le statistiche dicono che sono quasi in parità. In Italia il tabagismo è diffuso tra li 19,7 per cento della popolazione femminile (quella maschile è al 23,9 per cento). Nella sostanza ben 5,2 milioni di italiane sono dipendenti dalle sigarette! I nostri dati non sono molto diversi da quelli del resto del mondo. Di fronte a questi dati, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di orientare la campagna anti-tabacco proprio verso le donne e ha dato vita alla “World No-Tobacco Day”, alla giornata mondiale senza tabacco. Particolarmente preoccupante è la crescita del consumo di tabacco tra le ragazze: il nuovo rapporto dell'OMS "Donne e Salute" ha evidenziato che la pubblicità del tabacco è sempre più indirizzata alle giovani. 

“I dati provenienti da 151 Paesi mostrano che circa il 7 per cento delle adolescenti fuma sigarette, rispetto al 12 per cento dei ragazzi", ha dichiarato Enrico Garaci, Presidente dell'Istituto Superiore di Sanità in occasione dell'inaugurazione del XII Convengo Nazionale sul Tabagismo e Servizio Sanitario Nazionale. Oltre a fermare al più presto il consumo di sigarette tra gli adolescenti, è fondamentale e prioritario "Che le generazioni di italiane tra i 40 e i 60 anni smettano di fumare" afferma Carlo La Vecchia, dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, "È infatti tra queste generazioni di donne che cominciano ora a diffondersi le malattie e le morti legate al fumo".
Le statistiche sul fumo, a leggerle, sono proprio impietose. I fumatori nel mondo sono più di 1 miliardo e 100 milioni (800 milioni nel Terzo Mondo; 300 milioni in Occidente). Ecco qualche dato. I tredici milioni di fumatori italiani spendono “in fumo” circa 13 miliardi di Euro ! Di questa cifra lo Stato ne introita una buona parte: circa 11 miliardi. All’apparenza queste cifre indicherebbero un buon introito per lo Stato, ma cosi non è. Il costo annuo per curare le patologie dei fumatori in Italia oscilla tra i 10 ed i 25 miliardi di Euro! In Italia ogni anno il fumo causa la morte di 80-90.000 persone (è come se ogni giorno precipitasse un jumbo jet senza alcun superstite a bordo),  il fumo è responsabile di 1/3 di tutte le morti per cancro e del 15% di tutte le cause di morte: una morte ogni 6-7 è attribuibile al fumo; il fumo fa una vittima ogni 7 minuti: un numero di morti circa 10 volte superiore a quello di tutti gli incidenti stradali e circa 100 volte superiore a tutti gli omicidi.
Cari amici che dire? Il fumo, questa voluttuosa nuvola profumata che ammalia,  è capace di “mandare in fumo” almeno tre cose importanti della nostra vita: SOLDI, SESSO E SALUTE. i Soldi, che, spesi per il fumo, mancano per altri acquisti importanti e minano il già magro bilancio della nostra famiglia;  il sesso, in quanto la normale vita di coppia risente pesantemente del fattore fumo. Basti pensare che il fumo è tra i maggiori colpevoli delle disfunzioni sessuali. Nella cura delle disfunzioni erettili si è appurato che oltre il 48% del campione esaminato era fumatore o lo era stato. Tale disfunzione era presente anche nel campione esaminato dei giovani sotto i 40 anni, dove il fumo incideva in modo credibile; la salute in generale, soprattutto quella relativa all’apparato respiratorio e cardio circolatorio,  risente in modo concreto dei danni causati dal fumo.
"Il fumo uccide". Questa la frase scritta sui pacchetti di sigarette che ha colpito gli italiani più delle altre che obbligatoriamente compaiono su tutti i prodotti da fumo. Se la ricorda l'83.4% dei fumatori. Seguono "il fumo provoca cancro mortale ai polmoni" (57.8%), "il fumo danneggia gravemente te e chi ti sta intorno" (51.6%), "fumare in gravidanza fa male al bambino" (45.7% ), "il fumo ostruisce le arterie e provoca infarti e ictus" 37%. Una stessa percentuale di fumatori (il 36.8%), sensibile alla perdita della bellezza, ricorda bene che "il fumo invecchia la pelle", mentre al 35% è rimasto maggiormente impresso che "smettere di fumare riduce il rischio di malattie cardiovascolari e polmonari mortali" e il 30.4% del campione ha avuto un forte impatto di fronte alla frase "proteggi i bambini: non far loro respirare il tuo fumo".
E’ tempo, davvero, di trovare una valida soluzione per una drastica riduzione del consumo di tabacco. Non aspettiamo che siano le leggi o la pubblicità positiva a farlo. Possiamo farlo noi, da soli, in modo responsabile. Io sono stato un accanito fumatore per oltre vent’anni. Quando ho deciso di smettere (circa trent’anni fa) l’ho fatto senza usare prodotti o consulenze psicologiche: ho usato solo la mia forza di volontà e ci sono riuscito. Credo che in tanti possano farcela!
Cari amici, la scoperta dell’America, fatta da Colombo nel 1492, ha aperto all’Europa le porte del Nuovo Mondo, ma ha anche portato “nuovi prodotti”, come il tabacco, che hanno radicalmente cambiato il modo di vivere precedente! Utilizziamo, sempre, il “nuovo” con saggezza. Anche quando il ‘nuovo’ sembra portarci la felicità!
Grazie dell’attenzione.
Mario

mercoledì, novembre 07, 2012

GLI STATI UNITI E LA VERA DEMOCRAZIA AMERICANA DELL’ALTERNANZA. OBAMA, RIELETTO PRESIDENTE, RICEVE SUBITO DALLO SCONFITTO ROMNEY GLI AUGURI COME PRESIDENTE DI TUTTI.

Oristano, 7 Novembre 2012
Cari amici,
l’attesa è finita. Il lungo spoglio della notte scorsa, tra l'una e le 7 del mattino (in Italia), dopo la chiusura dei seggi per l’elezione del 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, ha dato il suo responso: Obama, dopo una lunghissima e combattuta battaglia, è stato confermato, per un secondo mandato, alla presidenza dello stato simbolo della democrazia nel mondo: gli U.S.A.
Gli Stati Uniti hanno dunque scelto il rappresentante democratico per altri 4 anni. Fra i primi a complimentarsi con lui, sgombrando il campo da possibili contestazioni, è stato proprio Romney, tributandogli il riconoscimento di Presidente di tutti gli americani. Romney, lo sfidante che ha lottato strenuamente fino all’ultimo, non ha esitato ad ammettere subito la vittoria dei democratici e di Obama, non vergognandosi di ammettere la sconfitta. Con grande senso di responsabilità, rivolgendosi alla platea che lo ascoltava, ha detto: "Auguro il meglio a Obama, vi invito a pregare per il presidente eletto". Ha ringraziato poi gli elettori e tutti i supporters che hanno alacremente lavorato per Lui. I repubblicani, comunque, in queste elezioni mantengono il controllo della Camera, mentre i democratici quello del Senato, dove è record per il numero delle donne che ne fanno parte.
Anche Obama, il vincitore, che prima di mostrarsi alla folla ha aspettato il discorso di Romney, nell’atteso discorso alla Nazione da nuovo Presidente per i prossimi quattro anni, ha reso omaggio a tutto il popolo americano per la rinnovata fiducia, confermando che ora sarà in grado di “completare” il suo programma. "Il meglio deve ancora venire" ha detto alla folla che, numerosissima, attendeva le Sue parole. Ha, poi ringraziato tutti i supporters che, ha detto, “hanno lavorato in modo fantastico”, la moglie e tutti gli americani. 

“Grazie, avete portato speranza", ha sostenuto con forza. Nell’applaudito discorso Obama ha parlato in particolare della forte coesione che tiene unito il popolo americano. “La nostra nazione è una famiglia”, ha detto, “che si alzerà o cadrà ‘tutti insieme’, mai disunita”. La famiglia, ha detto, è la vera forza del popolo americano: è dalla famiglia che parte la coesione, l’impegno e lo stimolo a lottare, alla ricerca di quel vivere “tutti insieme” in pace. Ha ringraziato in particolare la moglie Michelle, dichiarando quanto la ami e stimi, oggi più di ieri e  le due figlie, che si augura possano crescere in libertà e serenità. L’unità della famiglia ha aggiunto è la forza basilare di ogni comunità,  aggiungendo poi, scherzando e rivolto alle figlie, che, però, “ in casa un solo cane è abbastanza”! 

Obama, dunque, torna per altri quattro anni alla Casa Bianca più forte di prima. Sicuramente la sua conferma eviterà quel necessario “terremoto” che ad ogni “cambio” di presidenza si verifica nella compagine presidenziale: quello “spoil system” che vede un grande avvicendarsi nelle cariche più importanti di supporto al Presidente. Figura di grande prestigio e potere quella del presidente degli Stati Uniti. Nazione questa, forte di una Costituzione che è tra le più antiche in vigore nel mondo.
La Carta Costituzionale infatti è sempre quella del 1787, con pochi emendamenti,  e regola un immensa federazione: sono 50 gli Stati federati. Al momento della dichiarazione di indipendenza (1776), gli Stati Uniti erano costituiti da 13 stati, ex colonie del Regno Unito. Negli anni seguenti il numero è costantemente cresciuto stante l'espansione verso ovest, con la conquista e l'acquisto di terre da parte del governo americano, e anche a causa della suddivisione degli stati già esistenti, fino a portare all'attuale numero di 50. La bandiera, il simbolo che rappresenta gli Stati Uniti, contiene “la memoria” dello Stato: tredici strisce orizzontali rosse e bianche alternate (la prima dall'alto è rossa) e nel quadrante superiore (sul lato dell'asta)  un rettangolo blu con 50 piccole stelle bianche a cinque punte, disposte su nove file da sei o cinque stelle che si alternano (la prima è da sei). Le 50 stelle rappresentano i 50 Stati federati degli Stati Uniti e le 13 strisce rappresentano le tredici colonie originarie. 

La domanda che molti certamente si pongono è: Come viene eletto negli Stati Uniti il Presidente? All’apparente semplice risposta “viene eletto dal popolo” (che è inesatta) corrisponde, invece, un sistema elettorale,  apparentemente semplice, ma più complicato di quanto possa apparire. Per sfatare un luogo comune, il Presidente americano non è eletto “direttamente” dagli elettori. Essi nella scheda consegnata per l’espressione della preferenza non votano per ”OBAMA O ROMNEY”, ma danno la preferenza ad uno dei “Grandi Elettori” indicati nella scheda, i quali in precedenza si sono già “espressamente dichiarati” verso uno dei due candidati. Per capire meglio il complesso sistema di voto in vigore negli Stati Uniti ecco un breve riepilogo  delle modalità di elezione, ovvero come si arriva a “costruire” un candidato presidente. Il sistema in uso è un marchingegno  poco semplice e abbastanza variegato al suo interno.
Il Sistema americano è un sistema bipartitico, considerata la legge elettorale maggioritaria.  Fondamentalmente i due partiti chiamati in causa sono il Partito Democratico e il Partito Repubblicano, pur essendo presenti altri schieramenti minori. I candidati Presidente e Vice-Presidente vengono scelti in una grande assemblea di partito, chiamata Convention. Fanno parte di questa grande assemblea, i delegati che sono legati ad un candidato e che sono scelti o tramite Caucuses (Caucus: questa parola trova origine nella tribù indiana Algonquin e significa "consiglio", "assemblea"), che sono riunioni di partito, o tramite le più famose Primarie che possono essere aperte o chiuse. La maggior parte degli Stati degli USA si avvale delle Primarie. Nelle Primarie aperte, possono partecipare tutti i cittadini mentre in quelle chiuse partecipano i membri o i simpatizzanti di quel partito. Quindi il candidato Presidente deve ottenere la Candidatura dal Partito e conquistare, poi, per essere eletto la maggioranza dei Grandi Elettori, che rappresentano i singoli stati e formano il Collegio elettorale degli Stati Uniti.

Gli USA, stato federale, assegnano ad ogni stato appartenente, un numero di voti elettorali, equivalente alla somma dei rappresentanti spettanti: con questo sistema sono assegnati un minimo di due grandi elettori più un numero che varia a seconda della popolazione. Negli Usa, per chiarire, è ogni singolo Stato a contare e pesare direttamente nell’elezione presidenziale. I “voti popolari” dei cittadini si contano Stato per Stato, non al livello nazionale. Colui che vince, anche di uno solo voto, in uno Stato conquista tutti i Grandi Elettori in palio in quello Stato. I grandi elettori, insieme, formano il “ Collegio dei Grandi elettori”, costituito da 538 delegati (100 senatori e 438 deputati) e sono l’organo deputato a eleggere il presidente degli Stati Uniti. Le elezioni presidenziali sono quindi “indirette”: è loro tramite che i cittadini americani, esprimono la loro preferenza e quindi sono successivamente i “Grandi elettori” che, una volta eletti, si riuniranno per eleggere il Presidente, nel mese di dicembre. La particolarità del sistema bipolare americano fa si che, considerato che al candidato-presidente che ottiene la maggioranza in un determinato Stato sono assegnati tutti i grandi elettori del suddetto stato, Esso può essere eletto presidente pur non avendo ottenuto la maggioranza del voto “globale” espresso da tutti gli elettori americani, come successe nel caso Bush - Al Gore nel 2000, e come pare sia avvenuto anche ieri, avendo Romney avuto a suo favore un maggiore “globale” voto popolare rispetto a Obama. E’ sufficiente, dunque, avere a proprio favore almeno 270 grandi elettori per assicurarsi la vittoria.
“La democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo”, sosteneva Abraham Lincoln, e gli americani continuano su questa strada. L’evento conclusosi eri notte è stato seguito in diretta Tv, via satellite e su Internet, da miliardi di persone. L’importanza di questa scelta interessa il mondi intero. L’ansia per la scelta tra il democratico Barack Hussein Obama, avvocato e professore di diritto costituzionale, e l’imprenditore repubblicano pluri-laureto Mitt Romney ha tenuto col fiato sospeso il mondo intero da est a ovest, da nord a sud. Ora, senza scossoni, senza cambi di rotta, la politica avviata da Obama prosegue e gli consente di dichiarare che porterà avanti il suo piano “più forte di prima”. Si raccolgono già le prime impressioni negli altri Stati e Organizzazioni del mondo. Dalla NATO (che si augura di poter continuare una stretta collaborazione) alla ANP (i palestinesi sperano che il rinnovato mandato sia foriero di pace in M.O.), dall’Europa (la Merkel si augura che Obama porti avanti quella iniziata collaborazione che possa sconfiggere la grave crisi economica e finanziaria) all’Italia (il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha dichiarato che "L'America è più forte e rappresenta un'ulteriore grande opportunità per l'Europa e l'Italia"), tutto il mondo plaude al rinnovato incarico presidenziale ad Obama.
Nonostante tutto Obama è atteso da sfide di grande spessore. La grande pesantezza del debito pubblico americano, la recessione che comincia come un cancro ad insinuarsi anche in larghi strati della popolazione americana, è una grande sfida che Obama cercherà di combattere e vincere. In questo millennio, governato più che dalla sapienza e lungimiranza di ogni singolo Stato, da quella “Globalizzazione” che mette insieme ricchi e  poveri, stati industrializzati ed in via di sviluppo o molto arretrati, giocherà un ruolo importante e, forse, determinante la capacità di uscire dai singoli egoismi di parte: senza la necessaria sussidiarietà, senza guardare alle necessità, ai bisogni, del vicino neanche chi è benestante potrà godere in solitudine del suo apparente benessere.
 “Aggiungiamo un posto a tavola”, non facciamo come il ricco Epulone citato nel Vangelo che dalla sua tavola imbandita lasciava cadere solo le briciole con le quali il povero cercava di sfamarsi. E’ tempo di allargare la tavola, far partecipare anche gli altri, dividendo equamente le risorse. Non sarà facile ma, credo, che sia necessario almeno provarci, se vogliamo, davvero, sperare in un mondo migliore, di pace e serenità.
Grazie della Vostra attenzione.
Mario