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mercoledì, gennaio 30, 2013

SCANDALO “STRUMENTI DERIVATI”. QUANDO I NUOVI PRODOTTI DELLA “FINANZA CREATIVA” ABBANDONANO L’ECONOMIA REALE PER COSTRUIRNE UNA VIRTUALE.


Oristano 30 Gennaio 2013
Cari amici,
la riflessione di oggi affronta un tema particolarmente preoccupante che riguarda certamente tutti noi: l’evoluzione “anomala” del sistema finanziario. Preoccupazione “globale” che non riguarda solo noi italiani, in ansia per il futuro della più antica banca italiana, il Monte dei Paschi di Siena, nelle cui casse è depositata una buona fetta del risparmio di tante famiglie, ma i risparmiatori di tutto il mondo. 
Ad impensierire il risparmiatore-formica è lo stravolgimento degli strumenti finanziari messi in atto, quasi come in un gioco, dai maghi della “finanza creativa” che, passando disinvoltamente dall’economia reale a quella virtuale, hanno costruito castelli di carta sulla sabbia, facendo volatilizzare i sudati risparmi  di numerose famiglie.
Giocare sui risparmi degli altri, cari amici, è un gioco indegno ed aberrante, portato avanti da quotati manager che, invece, avrebbero dovuto agire in modo ben più etico! 

L’uomo, è pur vero, ha sempre amato il gioco. Fin da epoca remota re e imperatori, principi e nobili, classi sociali alte e infime, hanno cercato sempre di giocare con la sorte. Dai dadi alle scommesse, dalle corse degli animali alle manifestazioni sportive: tutto quello che era rischio creava, e ancora oggi crea, un morboso interesse a “rischiare”, a sfidare la sorte, scommettendo sull’esito, favorevole o meno, del risultato. Nel tempo questo bisogno dell’uomo di anticipare, “prevedere” il futuro, rischiando anche intere fortune, non è cambiato. Non solo. Nel tempo è avvenuto l’allargamento del raggio d’azione delle “previsioni dell’alea”, includendo anche  l’andamento futuro dell’economia. Il gioco, quindi, è passato dalle scommesse giocose, fini a se stesse, anche a quelle che invece coinvolgevano l’economia reale, scommettendo sull’andamento delle stagioni, dei raccolti, e di quant’altro poteva avere oscillazioni. A questo fine sono nati appositi strumenti capaci di mitigare o annullare il rischio, dietro pagamento di un corrispettivo definito.

Strumenti, dunque, nati per cautelarsi sui rischi che nei vari campi dell’economia reale si corrono, al fine diminuirne la rischiosità. Da utile, però, lo strumento finanziario creato si è trasformato in un aberrante gioco che, come un grande mostro, si è rivoltato contro i suoi stessi improvvidi creatori. Dai primi contratti di copertura, i “Futures”, nati per stabilizzare il prezzo dei cereali, si è arrivati a moltiplicare lo strumento iniziale, “creando” ad imitazione altri nuovi strumenti dai nomi più fantasiosi. : Cds,  swap, Interest Rate Swap e numerosi altri. Dal previdente scopo iniziale la fantasia della “Finanza Creativa” ha, di volta in volta, messo in campo marchingegni nuovi, capaci di mettere l’economia reale in secondo piano, in favore di un’inesistente economia “virtuale” . Le cifre che evidenziano questi strumenti, diffusi ormai in tutto il mondo, sono impressionanti: gli strumenti derivati valgono oggi 637 mila miliardi di dollari, circa dieci volte il PIL mondiale, e hanno scatenato i maggiori scandali economici degli ultimi anni, a partire dai mutui “Sub Prime”. I “derivati”, come possiamo immaginare, sono strumenti ad altissimo rischio, ma i guadagni che garantiscono (in casi di previsione positiva) li rendono difficili da abbandonare. Rischi pericolosissimi che finora hanno causato buchi pesanti nei bilanci di alcune delle più grandi banche: dai colossi di Wall Street al recente caso della più antica banca italiana, il Monte dei Paschi di Siena.


Credo che il piccolo risparmiatore, quello abituato a portare il modesto risparmio frutto del suo lavoro in banca, sia curioso (non solo Lui, in verità) di sapere qualcosa di più su questi infernali strumenti che, arbitrariamente e senza il suo consenso, mettono in serio rischio e pericolo la solidità della “sua Banca”, quella che custodisce i suoi sudati risparmi. E’ pensando di fare cosa utile che ho deciso di mettere nero su bianco quanto è a mia conoscenza sugli  “STRUMENTI DERIVATI”.
In finanza, è denominato strumento derivato (o anche, semplicemente derivato) ogni contratto o titolo il cui prezzo sia basato sul valore di mercato di uno o più beni (quali, ad esempio, azioni, indici finanziari, valute, tassi d'interesse), di cui è riferimento e che costituisce il “bene reale sottostante”. Questi beni di riferimento possono avere diversa natura: può trattarsi come detto di azioni, di obbligazioni, indici finanziari, prodotti di commodity come il petrolio, il grano o  altro bene reale, anche se esistono derivati basati sulle più diverse variabili, perfino sulla quantità di neve caduta in una determinata zona o sulle precipitazioni o variazioni climatiche. I derivati sono normalmente oggetto di contrattazione in molti mercati finanziari regolamentati, ma non in esclusiva. Essi, infatti, sono anche massicciamente trattati in mercati al di fuori dei centri borsistici ufficiali, ossia in mercati alternativi alle borse vere e proprie, detti over the counter: si tratta di mercati creati da istituzioni finanziarie e da professionisti tramite reti telematiche e, quindi, non regolamentati. La notevole diffusione raggiunta recentemente dagli strumenti derivati è dovuta alla “globalizzazione dei mercati” ed alla contestuale introduzione dei computer che permette di svolgere velocemente il complesso calcolo di prezzi che sono relazionati tra loro.

Derivati, quindi, nati come strumenti  capaci di “coprire un rischio” (hedging). L’operazione di utilizzo di un “derivato” è semplice: basta impostarla in modo da creare l’effetto opposto rispetto all'operazione che si vuole coprire (ad esempio, una opzione put può coprire il rischio di un acquisto di uno strumento finanziario; se le quotazioni calano, l'opzione put aumenta di valore più che proporzionalmente, riducendo la perdita maturata del sottostante). In questa configurazione risultano molto utili per coprirsi dai rischi di prezzo (oscillazioni del prezzo del sottostante), tasso (modifica dei tassi di interesse) o cambio (oscillazioni del tasso di cambio). Nel corso degli anni l’uso dei derivati si è esteso ad altre aree, come ad esempio  quella della copertura dei rischi di credito. Sono nati così i credit default swap, che ora sono tra i derivati più diffusi. Con questo strumento una delle due parti si “assicura” contro l’eventualità di un default di una terza parte, cioè di un suo fallimento. Il pesante allarme derivati è scattato con la crisi finanziaria del 2008, causata appunto da una categoria particolare di questi strumenti finanziari. Tali derivati erano costruiti sui mutui che sarebbero diventati presto spazzatura perché i sottoscrittori, che li avevano ottenuti a prezzi bassissimi (sub-prime), non avrebbero saputo più come pagarli. La crisi del settore immobiliare ha quindi trascinato con sé il mercato dei derivati e lo stesso settore bancario, scatenando poi una reazione a catena. Nonostante le nefaste conseguenze, che hanno causato buchi pesantissimi nei bilanci di alcune delle più grandi banche di tutto il mondo, l’uso dei derivati non è calato ed ora ha fatto scoppiare i bilanci della più antica banca italiana: il Monte dei Paschi di Siena.

Il rischio di un derivato, cari amici, è qualcosa di difficile da stimare poiché la funzione di pay-off dipende da una variabile sottostante di cui non è nota la distribuzione di probabilità. Se apparentemente il rischio è limitato al capitale investito, questa è solo ipotesi, poiché mentre con le opzioni è possibile perdere al massimo il valore di acquisto dell'opzione (l'intero capitale, se si comprano senza copertura), nel caso dei future non è infrequente poter subire perdite superiori rispetto all'intero capitale. Ad esempio, acquistando un future call di un bene che subisca un notevole apprezzamento (ci si è impegnati ad acquistare una certa quantità di una commodity, nel futuro, ad un prezzo non noto): se il prezzo di quest'ultima sale alle stelle, le perdite possono essere potenzialmente illimitate!

Nel recente caso che sta impensierendo l’opinione pubblica italiana, avvelenando anche la campagna elettorale in corso, lo “Strumento Derivato” usato da MPS era basato sui mutui ipotecari. Il caso, esploso in tutta la sua gravità dopo il 20 gennaio con le dimissioni di Giuseppe Mussari dalla presidenza dell’Abi, si basava su una operazione in derivati nota con il nome di Alexandria. Il contratto, stipulato tra Mps e la nota banca giapponese Nomura, avrebbe consentito una correzione nel bilancio di Mps di 220 milioni di euro. L’operazione Alexandria sarebbe servita alla banca senese di Rocca Salimbeni per abbellire i conti del 2009, scaricando su Nomura le perdite di un derivato basato su rischiosi mutui ipotecari. L’operazione, però, non finiva li. Un patto rimasto segreto tra MPS e Nomura avrebbe consentito ai giapponesi di riversare su MPS la perdita, attraverso un contratto a lungo termine, non trasmesso dall’allora vertice di Mps, guidato da Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, ai revisori dei conti Kpmg e a Bankitalia.

La tempesta scatenatasi su MontePaschi si arricchisce anche di ipotesi ancora più allarmanti: un giro di tangenti legate alle passate e presenti operazioni spericolate in “derivati”. Una traccia la si rileva in un vecchio rapporto della Guardia di finanza, protocollato con la data del 12 maggio 2010 e inviato alla Procura di Milano. Vi si racconta per filo e per segno la storia di come una filiale estera del Monte dei Paschi fece da tramite per un'operazione apparentemente senza senso. Una banca tedesca, la Dresdner Bank, emette dei derivati, il Montepaschi li compra e poi li rivende alla stessa Dresdner, dopo averli - come dire - ripuliti dai rischi. Una stecca da 600mila euro prende la strada di una fiduciaria svizzera, la Lutifin Services. L'indagine svolta dalla Finanza ed il rapporto relativo, però, non decollano, e le accuse a Baldassarre e al suo vice vengono archiviate. In MPS le operazioni sui derivati, nonostante tutto, continuano senza limitazioni: oggi sono al vaglio degli inquirenti altre pesanti operazioni poco chiare, come 8 bonifici per 17 miliardi di euro che da Siena si dirigono verso Londra, Amsterdam e Madrid. Per i PM che indagano e cercano di seguire il tortuoso percorso,  oltre 2 miliardi dei 17 rientrano in Italia con lo scudo fiscale: sono una probabile mazzetta?

Credo che ci sia poco da commentare. Quando nell’economia e nella finanza non si applicano quelle norme di corretta gestione, di trasparenza e di etica è necessario porre, da parte delle Autorità di vigilanza, concreti argini per la salvaguardia del pubblico risparmio garantito dalla nostra Costituzione. Quando anche la più antica banca italiana, con una antica è nobile tradizione, ha tradito il suo passato, non è più tempo per stare a guardare. Quando il suo orgoglioso motto "Riferire ogni comportamento all'etica della responsabilità, che impegna ad essere sempre orientati al servizio, all'integrità e alla trasparenza, alla correttezza negli affari",  che costituiva  l'incipit della sua “Carta dei Valori”, è stato stravolto e stracciato da amministratori senza scrupoli , è tempo di “Reali e concreti cambiamenti”. 

L’etica deve tornare a governare l’economia.
Tutti, a parole, sostengono che è tempo di “Cambiare l’Italia” ma è necessario farlo con i fatti, non con le parole!

Chissà se gli italiani hanno preso coscienza che in giro ci sono troppi furbetti che come “il Gatto e la Volpe” cercano di allettare e depredare “Pinocchio”.  E’ tempo per gli italiani di chiudere per sempre il libro delle “favole” e operare concretamente, con forza e determinazione, per “ ricostruire la squadra” (abbiamo gli strumenti per farlo, non estraniamoci delegando ad altri), augurandosi che sarà capace di rivitalizzare l’economia, eliminare gli sprechi e ridare serenità, dignità e lavoro, a partire dalle nuove generazioni.
Grazie della Vostra attenzione.
Mario


lunedì, gennaio 28, 2013

FAMIGLIA E GENITORIALITA’. LA DIFFICILE TRANSIZIONE DALLA VITA DI COPPIA A QUELLA DI GENITORI. COSA CAMBIA NELLA COPPIA CON L’ARRIVO DI UN FIGLIO.


Oristano, 28 Gennaio 2013
Cari amici,
l’argomento di oggi è certamente complesso e delicato. Argomento che risulta strettamente legato all’evoluzione che nel tempo la famiglia ha avuto, passando da quella “patriarcale” a quella “nucleare”, con conseguenze straordinariamente differenti. E’ una riflessione, questa mia, che nasce in un momento di grandi fermenti, legati alle successive evoluzioni che la famiglia continua a manifestare e  che consistono anche nella ipotizzata genitorialità per le coppie omosessuali.
Il passaggio dalla semplice vita di coppia a quella più complessa, che include dei figli, è un processo delicato e difficile che trasforma i “due”  soggetti in “genitori”. La “transizione alla genitorialità” non è una transizione semplice e porta con sé una complessa rivoluzione nei soggetti coinvolti che, spesso, debbono affrontare una “crisi di coppia”. Tale crisi non è necessariamente sinonimo di un problema insuperabile ma è sinonimo di cambiamento, e il cambiamento, quasi sempre, implica la possibilità di correre dei rischi.

La genitorialità trasforma, e non poco, i comportamenti individuali precedentemente in atto nella coppia e le modalità relazionali con il partner, con il quale, insieme, è necessario affrontare, risolvere e condividere gli oneri nell’assolvimento del nuovo e specifico compito che l’arrivo di un figlio comporta. Compito, badiamo bene, che non consiste solo nel semplice accoglimento di una terzo soggetto nella vita di coppia! Le difficoltà create dall’assunzione del ruolo di genitorialità non sono relative solo a quella della paternità e maternità “biologica”, vissuta con una preparazione abbastanza lunga durante tutto il periodo della gestazione, ma sono estese anche a tutte le altre forme di genitorialità acquisita, come l’affido o l’adozione. Diventare genitori, è assolvere ad un compito educativo e sociale complesso, diverso nel tempo, che comporta una modifica costante dell’impegno di cui ci si è fatti carico. Impegno variabile, che non può essere svolto sempre allo stesso modo, perché sarà necessario adeguare il proprio comportamento all’evoluzione del minore, con modalità comunicative e interattive diverse a seconda dell’età dei figli. Tutto ciò implica, quindi, una capacità dinamica di “rivisitare” continuamente il proprio stile educativo, affrontando in modo funzionale i cambiamenti che il crescere comporta. E’ facilmente comprensibile, quindi, come  l’ingresso di un nuovo membro nella vita di coppia modifichi ampiamente le relazioni precedentemente in atto. E’ un cambiamento epocale quello che attende i neogenitori che, oltre a reperire un adeguato spazio fisico per il bambino dovranno necessariamente modificare il loro precedente modo comune di vivere insieme la relazione di coppia.


Non pochi i problemi anche pratici, oltre che psicologici, che improvvisamente la coppia deve affrontare per il corretto inserimento di un bambino all’interno della propria vita comune, sia che si tratti della nascita di un figlio proprio che dell’eventuale adozione di un minore. Tra i problemi più importanti certamente questi.

Primo problema. Comprendere e mettere in atto le giuste attenzioni di cui il minore necessita. Le cure di cui un bambino piccolo ha bisogno, di norma, richiedono tempi significativi che prima la coppia dedicava a se stessa ed al proprio tempo libero. Il tempo per stare insieme, divertirsi, rilassarsi, dopo l’arrivo di un figlio si riduce drasticamente.
Secondo problema. Farsi, entrambi, consapevolmente carico delle nuove responsabilità. Prima della nascita di un figlio la coppia aveva come unica responsabilità il sostentamento, il mantenimento e la sopravvivenza di sé stessa. Con la nascita di un figlio il carico di responsabilità sulle spalle dei genitori aumenta notevolmente e con esso possono aumentare anche la paura di non farcela a sostenere tale carico e si sviluppa la sensazione di “perdita di libertà”.
Terzo problema. Acquisire consapevolezza del nuovo ruolo. Con il diffondersi della famiglia nucleare a scapito di quella patriarcale, la coppia genitoriale si trova a dover affrontare le sue nuove importanti responsabilità praticamente da sola. Le strutture di supporto sul territorio sono spesso assenti o hanno costi che le rendono poco accessibili. Questo isolamento rende tutto molto più difficile e i momenti di scoraggiamento per la coppia di neogenitori possono essere decisamente più frequenti.
Quarto problema. Non trascurare il partner ma coinvolgerlo emotivamente. Con l’arrivo di un figlio, l’attenzione delle mamme viene catalizzata quasi interamente dal bambino e dal suo accudimento e questo, spesso, fa si che i papà si sentano trascurati ed estromessi dal rapporto privilegiato tra madre e bambino. Accade anche di assistere all’esatto contrario, ovvero papà che diventano un tutt’uno con il loro nuovo ruolo di padri, causando sofferenza alle mamme che si sentono trascurate e messe da parte.

Come fare per far sì che questo delicato passaggio di vita possa costituire per la coppia un momento in cui ritrovarsi anziché perdersi? Non è un compito semplice ed è strettamente legato alla “situazione precedentemente in essere” nel rapporto di coppia. Se l’equilibrio che la coppia aveva stabilito prima della nascita di un figlio era di buon livello sarà più semplice affrontare i cambiamenti, ma se, invece, già la coppia viveva un equilibrio instabile la nuova situazione potrebbe aggravare lo status precedente.
Cari amici, trasformarsi da semplice “coppia” in “famiglia” non è mai stato semplice. Io, personalmente, ho vissuto la genitorialità adottando con mia moglie un bambino, che allora aveva due anni, e che oggi di anni ne ha 28. A distanza di oltre 26 anni dall’adozione posso dire che non solo non mi sono pentito di essere voluto diventare padre di un bambino non mio, ma che questa paternità acquisita mi ha dato molto di più di quanto io sono riuscito a dargli. Questi 26 anni “insieme” sono stati capaci di trasformare sia me che mia moglie in attenti e premurosi genitori, che, davvero insieme, abbiamo vissuto il cambiamento senza troppi traumi. La nostra consapevolezza era che occuparsi di un minore bisognoso ci appagava forse anche di più che occuparci di un nostro figlio naturale. Ricordo l’ansia dei primi anni quando con trepidazione seguivo l’evolversi della sue ripetute crisi asmatiche passando la notte accanto a lui, seduto su una sedia, di fronte al suo lettino. Sarà stata anche fortuna ma mai l’arrivo di Santino ha compromesso il nostro rapporto di coppia. 

Oggi, con l’esperienza acquisita, mi sento di dire, a chi intende affrontare gli stessi problemi, di lottare con coraggio e non arrendersi alle prime difficoltà. Vorrei anche dare alcuni consigli pratici a chi si appresta ad affrontare l’arrivo di un figlio che, per quanto atteso, “irrompe”, spesso rumorosamente, nel tranquillo ménage precedente della coppia.
1) Non abbandonare mai il partner da solo al sorgere dei nuovi problemi, ma sforzarsi di trovare del tempo per la vita di coppia. Può sembrare impossibile farlo quando in due, oltre a lavorare, ci si deve occupare di un neonato ma è di fondamentale importanza che la coppia si ritagli uno spazio proprio nel quale il bambino non c’è o è sullo sfondo. La coppia dovrebbe vivere questo spazio come un appuntamento (quotidiano, settimanale ecc.) irrinunciabile da pianificare a tutti i costi.
2) Non dare troppo peso alle proprie paure, anzi perdonarsi per averle. Avere paura di diventare genitori,  occuparsi e accudire un bambino, è la cosa più normale del mondo. Non c’è nulla di male o di patologico nell’avere paura, anzi, la paura ci serve per mettere in campo tutte le nostre risorse per svolgere al meglio i compiti difficili.
3) Non avere timore di chiedere aiuto. Quando il peso dei problemi e delle difficoltà quotidiane diventa insostenibile è bene allentare la tensione e lasciarsi aiutare. Chiedere aiuto non è sempre facile. A volte la coppia ha la sensazione di non potercela fare, da sola, a gestire il bambino ma pensa che chiedere aiuto rappresenti una sorta di piccolo fallimento. E’ bello, invece, scoprire che  a volte altri genitori amici o parenti sono ben contenti di rendersi utili.
4) Ricordarsi sempre che i genitori perfetti non esistono. E’ quello che ogni neogenitore dovrebbe ripetere a sé stesso tutte le volte che si sente inadeguato o teme di poter sbagliare con il proprio figlio. Sentirsi preoccupati e paralizzati dalla paura di sbagliare è normale, fa parte delle normali paure dell’uomo. L’importante è essere sempre certi che si è fatto, o cercato di fare, tutto quello che era nelle proprie possibilità.

Credo che diventare genitori non debba servire solo ad appagare il nostro bisogno egoistico di “paternità” o di “maternità” ma assolvere, invece,  l’alto compito di salvaguardia della nostra specie umana. Ciascuno di noi quando è pervaso dalla incontenibile voglia di “genitorialità”, deve riflettere e interrogarsi se in lui prevale il desiderio egoistico di diventare genitore o, invece,  Egli sia animato da quella voglia di “genitorialità responsabile”, capace di assolvere ai bisogni ed alle necessità di un bambino che ha diritto a crescere sano e sereno in un contesto adeguato. Bambino che, piccolo o grande che sia, figlio naturale o adottivo, potrà vivere serenamente e senza traumi, la sua crescita.














Invito tutti alla riflessione più attenta: coppie normali e coppie di fatto, coppie eterosessuali e coppie omosessuali. Mai il desiderio di genitorialità deve servire ad appagare il nostro Io egoistico, ma trasformarci, invece,  in preziosi strumenti di Dio, capaci di costruire, anche con sacrificio, le generazioni future.
Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.

Mario


mercoledì, gennaio 16, 2013

L’AMICIZIA E IL VALORE DEL DONO NELLA CULTURA DEL POPOLO SARDO.


Oristano, 15 Gennaio 2013
Cari amici,
nella mia precedente riflessione su questo blog ho affrontato il tema delle relazioni sociali e del valore del “DONO” ad esse associate. La millenaria cultura del Popolo Sardo, maturata nel tempo e ben evidenziata in quel compendio di norme che prende il nome di “Codice Barbaricino”, attribuisce un alto valore allo scambio di “doni” tra i componenti la Comunità di appartenenza, oltre che nelle relazioni esterne. Il dono, quindi, anche nella civiltà sarda, elemento vitale di un sistema capace di costruire, ricostruire o rinsaldare quella vasta rete di amicizie, necessarie alla pacifica convivenza nella Comunità. Costante scambio di doni che, a prescindere dal valore venale, incorporano un forte valore aggiunto: «un’offerta di relazione amichevole», capace di rinsaldare la relazione sociale sottostante. Offerta, quella del dono, che innesca un meccanismo complesso, dove, all’iniziale e libera  prestazione del donante, segue la risposta: il ricambio del dono ricevuto. Atto del donare quindi che da libero e volontario si trasforma in atto “moralmente costrittivo”, nel senso che il dono spontaneamente concesso obbliga il donatario a ricambiare attraverso un contro dono, dando luogo ad un continuo andirivieni di doni offerti e di doni  ricambiati. Dare, Ricevere e Ricambiare, le tre fasi in cui si articola e si moltiplica l’atto dell'offerta omaggiante, costituiva, nelle società arcaiche, il modo più semplice per la stabilizzazione delle relazioni sociali, considerate prevalenti e ‘privilegiate’, rispetto alle pur importanti esigenze di natura economica. Il dono quindi elemento vitale di “libera e pacifica” convivenza nella Comunità.

Personalmente ho avuto modo, riprendendo gli studi all’università “in età matura”, dopo aver terminato la mia vita lavorativa, di migliorare in modo significativo la mia precedente modesta conoscenza della cultura del Popolo Sardo. E’ stato un interessante percorso scolastico “senile”, effettuato presso l’Università degli Studi di Sassari, facoltà di Scienze Politiche, durato ben otto anni, e che mi ha consentito di aggiungere non pochi preziosi tasselli al puzzle della mia conoscenza. Dopo aver conseguito una laurea triennale in Scienze della Comunicazione ed una successiva “specialistica” in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo, ho voluto completare il percorso con una terza laurea “magistrale” in “Politiche pubbliche e Governance”, effettuando una tesi di ricerca proprio sull’importanza del Codice Barbaricino, ancora oggi strumento ”vivo”, capace di agevolare la nostra ricerca di miglioramento della giustizia, attraverso la rivalutazione dello strumento della “mediazione”, che la nostra cultura millenaria utilizzava ed ancora utilizza per la pacificazione sociale ed il ripristino delle relazioni amichevoli interrotte.

 L’idea di affrontare un argomento cosi complesso con una tesi universitaria di ricerca derivò da due profonde ragioni. La prima fu che durante la mia vita lavorativa  ebbi occasione di conoscere, soggiornando per tre anni a Fonni, la realtà e la diversità della cultura barbaricina, rispetto a quella del resto dell’Isola. La seconda scaturì dal pressante invito rivoltomi dalla mia docente di Psicologia Giuridica, la prof. Patrizia Patrizi, che, sapendomi appassionato della cultura sarda, in particolare di quella giuridica, mi propose di cimentarmi in un’analisi del Codice Barbaricino e delle sue possibili implicanze con l’odierno orientamento della giustizia, indirizzata verso la rivalutazione della mediazione, come mezzo per dirimere le controversie. L’analisi da me fatta è riuscita certamente a dimostrare che le relazioni sociali  tra gli individui di una Comunità crescono notevolmente attraverso il meccanismo del costante e ripetuto scambio reciproco di doni, sia materiali che immateriali, migliorando l’armonia e la pace sociale. La pacifica convivenza all’interno della Comunità era ed è agevolata dai “Prob’homines”, i saggi uomini di valore della Comunità che, proprio come “Uomini Probi”, cercano, con la mediazione e la proposta di riparazione, di “ricucire” le controversie tra i suoi appartenenti. Nella cultura barbaricina non esiste “visita di cortesia” che non sia accompagnata da un dono, anche simbolico, anche di scarso valore, ma che, qualunque esso sia, incorpora «quell’offerta di relazione amichevole», che prescinde dal valore intrinseco del dono.
E’ una cultura, quella barbaricina, che potremo definire antica e moderna insieme, perché a differenza di quella ritenuta più evoluta, avanzata e globalizzata, ha mantenuto forti le antiche radici. L’ho potuto constatare, toccare con mano, proprio durante i miei tre anni di soggiorno a Fonni. A questo proposito vorrei raccontarvi un fatto, curioso ed allo stesso tempo inquietante, che mi capitò in quel periodo. Opportunamente reso anonimo, per evitare precisi riferimenti alle persone, ecco il ricordo di quel fatto che, credo, possa dare una dimostrazione inequivocabile del “grande valore” ancora oggi attribuito al “dono”, materiale o immateriale che sia, nella cultura millenaria della Sardegna. Eccolo.


QUELLA MISTERIOSA E INASPETTATA OFFERTA.
Arrivato dal Campidano senza essere mai stato in Barbagia, ormai ero a Fonni da oltre un anno. Il mio lavoro di manager bancario veniva apprezzato dalla popolazione ed io, come persona, ero ritenuto serio ed affidabile. I dati statistici dell’andamento della nuova dipendenza bancaria (che avevo aperto nel Febbraio del 1979) erano positivi e godevo della stima della  Direzione di appartenenza che aveva sede a Nuoro. Nonostante i timori iniziali avevo superato le prime difficoltà e il mio inserimento nel tessuto sociale barbaricino era da considerarsi cosa fatta. Per evitare legami e mantenere la mia indipendenza mi stabilii in albergo: non volevo legarmi, stando a pensione, a nessun gruppo familiare (in Barbagia le famiglie allargate sono ancora una realtà e, spesso, tra gruppi familiari rivali non corre troppo buon sangue); meglio stare equidistante da tutti in modo da essere considerato un “super partes”,  mi avrebbe agevolato non poco il lavoro. Soggiornando in albergo ero avvantaggiato, potevo ricevere tutti anche quando l’ufficio era chiuso.  La sera, dopo cena, non pochi erano gli incontro informali che, dietro una semplice richiesta di informazioni, sorseggiando una bevanda calda al bar, mettevano le basi per un successivo contatto in banca per definire una nuova operazione bancaria.
La storia che sto per raccontarvi successe circa un anno dopo il mio arrivo. Premetto che Fonni è un centro agro pastorale importante e che i litigi per problemi di pascolo e di bestiame non sono mai mancati. Litigi che non poche volte si sono tramutati anche in feroci scontri che causavano anche degli omicidi. Nel periodo che accennavo  rientrò a Fonni, dopo parecchi anni di detenzione, un fonnese che aveva scontato una pena per omicidio. In questi casi il reinserimento nella società agro-pastorale barbaricina avviene senza troppi traumi; normalmente l’uomo di nuovo libero riprende la precedente attività di allevatore. L’uomo in parola, ancora abbastanza giovane, si preparava a riprendere la sua precedente attività e, possedendo anche dei terreni, necessitava di capitale per ricostituirsi il gregge. Per farla breve necessitava di un prestito bancario per l‘acquisto del bestiame, prestito che avrebbe restituito con il suo lavoro in cinque anni. Le provvidenze creditizie per queste necessità esistevano ed erano previste  anche a tasso agevolato. Le banche, come è noto, concedono i prestiti seguendo due parametri importanti: le garanzie reali e quelle personali, legate alla serietà e moralità del richiedente. L’uomo, che ben conosceva queste regole, era titubante a rivolgersi alla Banca, ipotizzando (con ragione) che qualche difficoltà gli sarebbe derivata dal suo passato. Per saggiare la possibilità di ottenere l’agevolazione mandò in avanscoperta un amico che mi contattò riservatamente. In un lungo colloquio mi espose tutta la situazione, evidenziandomi anche diversi risvolti del passato, dove cercava di dimostrare che questa persona, pur colpevole, non era persona inaffidabile ma coinvolta nei fatti suo malgrado. Risposi a questa persona che avrei fatto tutto il mio possibile per soddisfare le sue necessità.
Con la maggiore riservatezza possibile contattai persone affidabili, da sempre clienti della mia banca, che mi confermarono che, stante anche la discreta proprietà terriera, il rischio era accoglibile. Pochi giorni dopo confermai all’emissario che la persona poteva venire in banca e inoltrare la domanda di prestito. Aspettai qualche giorno e, finalmente, l’uomo venne a trovarmi in ufficio. Lo ricevetti in direzione, riservatamente. Era un po’ imbarazzato, titubante, e cercai di metterlo a suo agio con cortesia, incoraggiandolo a espormi le sue necessità. All’inizio non fu facile ma, lentamente, l’uomo trovò sicurezza e riuscì ad espormi in che modo intendeva realizzare il suo progetto per cui necessitava del prestito. Sul suo passato fu abbastanza parco di informazioni. Mi disse solo che certamente io sapevo già molto di lui e che nella vita, purtroppo, a tutti può succedere di sbagliare. Raccolsi la domanda, gli diedi l’elenco dei documenti che doveva presentare e lo accomiatai.

Confortato, oltre che dal patrimonio anche dalle informazioni positive, decisi di istruire favorevolmente la richiesta ed in tempi brevi la deliberai, riuscendo a mettergli velocemente il denaro a disposizione. Il giorno dell’erogazione si trattenne poco, firmò tutto il necessario, e ringraziandomi con una forte stretta di mano, guardandomi negli occhi, mi disse: Grazie, senza aggiungere altro. Restai molto colpito sia dalla stretta di mano, particolarmente forte, che dallo sguardo deciso, diretto sui miei occhi, che sembrava volermi dire qualcos’altro. Fu solo un attimo, però, e presto, assorbito dal lavoro, dimenticai il particolare. Era passato forse più di un mese quando una mattina venne a trovarmi in ufficio. Salutandolo lo pregai di accomodarsi in direzione ma declinò; mi disse che voleva offrimi un caffè e accettai. Uscimmo e passeggiando verso il bar mi disse che aveva già acquistato il bestiame e che con grande passione aveva ripreso a “vivere” la vita di campagna che aveva fatto in precedenza. Parlava lentamente, come lentamente camminava. Chissà perché mi dava l’impressione che volesse dirmi qualcos’altro e che cercasse di trovare le parole giuste per dirmelo. Prendemmo il caffè e poi tornammo in strada avviandoci nuovamente verso la banca senza parlare. Ad un certo punto si fermò (in quel momento per strada non c’era nessuno), mi mise la mano sul braccio e guardandomi dritto negli occhi mi disse, con forza e determinazione, che Lui era debitore nei miei confronti. Aggiunse che io avevo creduto in Lui dandogli fiducia, “nonostante tutto”, e che “certi favori non si dimenticano”. Non ricordo esattamente tutte le parole che mi disse ma alla fine stringendomi fortemente il braccio mi disse: “potrà passare anche molto tempo ma io sono e resto suo debitore e sarò sempre pronto a pagare il mio debito nei suoi confronti”. Cercai di schermirmi dicendogli che io avevo fatto solo il mio dovere, che nulla mi doveva, ma sembrava quasi ignorare quello che dicevo io. Di fronte all’ufficio mi salutò stringendomi la mano e dicendomi “grazie, mi cerchi quando vuole se ha bisogno, io per lei ci sono”.

Pur un po’ adombrato, rientrato in ufficio ripresi il mio lavoro e presto dimenticai le sue pesanti parole, forse perché, “da non barbaricino” non ne avevo appieno compreso il loro reale contenuto. Il tempo passava e io, ormai stanco della lontananza da casa, speravo in un avvicinamento che non tardò ad arrivare. A fine estate del 1982 rientrai ad Oristano lasciando definitivamente la sede barbaricina, tornando in quel “campidano” che avevo lasciato malvolentieri tre anni prima. Capitò, qualche mese dopo il mio rientro, che partecipando ad una festicciola in campagna mi ritrovassi con degli amici tra i quali anche diversi allevatori barbaricini. Sapevano del mio lungo soggiorno a Fonni e, chiacchierando,  mi chiesero come mi fossi trovato e cosi via. Normalmente a fine pasto, la maggiore allegria scatenata da un bicchiere di vino in più agevola la chiacchiera; io confermai di essermi trovato abbastanza bene e, parlando del più e del meno, mi venne in mente il curioso fatto di prima. Tralasciando ovviamente i riferimenti alle persone raccontai il fatto dei particolari ringraziamenti ricevuti per il “prestito” concesso, confermando tutta la mia meraviglia per un comportamento cosi particolare. Mentre raccontavo della mia meraviglia per un comportamento così inusuale, uno di questi amici barbaricini  sorrideva sornione e mi guardava come si guarda uno a cui è stata raccontata una barzelletta che non ha capito! Al termine della mia esposizione mi guardò sorridendo e mi disse: “tu, davvero, non hai capito nulla di quello che Lui voleva dirti! Tu, non hai inteso il significato della sua dichiarazione di debito nei tuoi confronti  e della sua disponibilità ad estinguere quel debito, sempre, a Tua semplice richiesta”. Lo guardai curiosamente, ancora senza capire il significato delle sue parole. Lui capì che io “non avevo capito” e, presomi da parte, mi disse che la cultura barbaricina ha un rituale ed un codice che io non potevo conoscere. L’offerta fattami da questa persona era una vera e propria dichiarazione di “debito” nei miei confronti, che Lui intendeva pagare, quando io ne avessi avuto bisogno. Debito, cercò di farmi capire, che non è quantificabile facilmente. Mi precisò anche cha una dichiarazione di debito come quella a me fatta in modo cosi deciso, sottintendeva che nulla io gli avessi chiesto di fare lui avrebbe rifiutato, fosse anche un omicidio. Lo guardai senza parlare, come se i miei occhi lo interrogassero, chiedendogli se quello che diceva era vero. Capii che lo era! In un attimo un brivido freddo mi attraversò la schiena accapponandomi la pelle; mi rividi di fronte a Lui, in strada, mentre guardandomi negli occhi mi offriva la sua disponibilità senza limiti. Da campidanese, da “Bacheo” (come loro in senso dispregiativo appellano quelli della pianura) allora non avevo capito. Forse, è stato meglio cosi.
Cari amici, la cultura millenaria del Popolo Sardo può sembrare anche “barbara”, ma non lo è affatto! Nel bene e nel male l’amicizia è un valore raro ed apprezzato, capace di donare e di donarsi senza limiti. L’amicizia ed il “dono” sono e saranno sempre strettamente legati.
Grazie della Vostra attenzione.
Mario



lunedì, gennaio 14, 2013

RELAZIONI SOCIALI: L’AMICIZIA E L’ANTICO RITO DEL “DONO”. UNA CONSUETUDINE DELLE SOCIETA’ARCAICHE CHE E’ POSSIBILE RECUPERARE ANCHE OGGI.

Oristano, 14 Gennaio 2013
Cari amici,


la riflessione di oggi riguarda il “Dono”, quell’antico rito comunitario messo in atto dalla specie umana, effettuato da un individuo nei confronti di un altro, con l’offerta spontanea e volontaria di un dono senza richiesta di contropartita. L’antica consuetudine di relazionarsi con i propri simili attraverso il “Dono” nasce in epoca lontanissima e si è sviluppato con lo scopo di creare, mantenere o ricreare forti legami sociali all’interno delle Comunità. L’offerta libera, senza contropartita, del dono è slegata dal  “valore” economico del dono stesso. Capire il reale significato dell’offrire, del donare, è comprendere appieno “che cosa” incorpora in se il dono offerto: non solo la materialità, il valore della cosa ma quel di più che in essa è stato inserito: quella pacifica e spontanea «offerta di relazione amichevole», così come ben evidenziata dal celebre saggio sul dono di Marcel Mauss (1923-24).

In questo libro-analisi  Marcel Mauss ha illustrato in modo chiaro il rituale del dono, mezzo particolarmente adatto al consolidamento dei legami sociali nelle Comunità. Legami che, attraverso il dono, si cementano, si moltiplicano, creando un circuito di ripetuti scambi. All’azione del donare seguono, infatti, come in un movimento di azione – reazione, i successivi gesti del ricevere e ricambiare, in un triplice scambio di dare, ricevere e ricambiare – le tre fasi in cui si articola e si moltiplica l’atto dell'offerta. Questo sistema costituiva, nelle società arcaiche, il modo più semplice per la stabilizzazione delle relazioni, considerate prevalenti e ‘privilegiate’ rispetto alle esigenze di natura prettamente economica. Il dono quindi elemento vitale di un sistema di reciproche prestazioni, allo stesso tempo libere e costrittive, nel senso che il dono spontaneamente concesso obbligherebbe il donatario a ricambiare attraverso un contro dono, dando luogo ad un continuo andirivieni di doni offerti e di doni compensativi. È l'alternanza di questi passaggi che origina lo scambio; uno scambio che non si limita al rapporto tra i singoli individui ma si estende ad una relazione più vasta che interessa l'intera comunità. Lo scambio, dunque, inteso non in semplice senso economico ma come un circuito ben più complesso, capace di associare la socialità all’economia ed al mercato. Dalle società arcaiche a quelle successive, fino ad arrivare a quella attuale, ormai globalizzata, il passo non è stato certo breve e la “filosofia del donare” è stata abbondantemente superata e stravolta dalla arida filosofia economica, dove l’individualismo e l’egoismo hanno sostituito la comune logica iniziale della  vita comunitaria, dove ognuno offriva spontaneamente, senza obbligo di contropartita. Secondo Alain Caillè, che ha studiato a lungo ed in modo esaustivo i comportamenti degli individui nella Società, a dominare le relazioni sociali ed economiche sono i diversi comportamenti sociali messi in atto, i ‘modi di agire’ tempo per tempo, e che vengono distinti in tre filoni diversi, denominati “Paradigmi” e che si possono così riassumere:

1. Il Primo Paradigma, definito di “individualismo metodologico”, mette in luce un agire secondo cui l’insieme dei fenomeni sociali è vissuto dai singoli individui con comportamenti tesi alla salvaguardia dei loro interessi materiali. Primo paradigma, quindi, che focalizza l’immagine dell’homo oeconomicus. L’uomo, individualista, mosso dal solo tornaconto personale, alla ricerca del massimo profitto da raggiungere secondo una logica di costi-benefici, che non tiene conto della logica del “bene comune”. Il dono, secondo tale approccio individualistico, è considerato “dono per interesse”, per creare una contropartita, non con lo scopo di ottenere una migliore socialità. E’ il calcolo del vantaggio, quindi, che spinge gli individui a “donare”.  Se il dono è una forma di scambio, dietro a questo si cela sempre e comunque un interesse economico. Individualismo che prevale e che trova ampi spazi, dal liberismo in economia al contrattualismo in ambito giuridico. Da qui alle scelte ed alle opzioni di tipo politico il passo è breve. I comportamenti che appartengono al primo paradigma sono quelli che hanno creato i presupposti del liberalismo e delle politiche ad esso connesse, secondo cui la comunità politica non trova altra ragion d’essere se non la difesa degli interessi individuali, dalla cui interazione scaturirà quasi per incanto – attraverso la famosa “mano invisibile” - il benessere di tutti i componenti la Comunità.

2. Il Secondo Paradigma. Se il primo paradigma sembra evidenziare la prevalenza dell’interesse individuale, da cui discende poi il benessere di tutti, il “secondo paradigma” rovescia totalmente il concetto. E’ questo il paradigma “olistico”, secondo cui, in base ad una logica per molti versi opposta e speculare alla prima, è il “tutto”, ovvero la Comunità nel suo insieme, a precedere il valore dei singoli individui, le “parti” che la compongono. Il secondo paradigma rovescia quindi i valori portati dal primo: non viene prima l’individuo e da questo discende il valore della Società di appartenenza ma, al contrario, è la Società a dare corpo e valore all’individuo. Se il primo paradigma svuota il valore del “tutto”, essendo questo solo la somma, per così dire, degli interessi individuali, il secondo finisce per svalorizzare gli individui medesimi, dato che essi risultano essere, in fin dei conti, solo “elementi” che diventano “valore” solo nell’insieme. Nel secondo paradigma la reale e concreta importanza del dono finisce per svanire: esso perde quei caratteri di libertà e spontaneità che lo connotano, finendo per essere ricompreso nell’ambito degli “atti rituali e consuetudinari” a cui tutte le azioni individuali sono ridotte, stando alla logica olistica prevalente.

3. Il Terzo Paradigma. Superando i limiti e l’unilateralismo dei primi due il “terzo paradigma” rivaluta in modo coerente la funzione logica del “dono”, riconoscendogli quel “valore aggiunto” che incorpora. Il reciproco obbligo di dare, ricevere e ricambiare stringe gli individui in un legame stabile e vincolante che esula dagli interessi e dall’utilità immediata. Il dono è considerato come l’espressione della libera azione di ciascun soggetto, e non come una consuetudine preesistente che va a determinare, a priori, i comportamenti messi in atto. Se il paradigma individualistico e quello olistico cercano di spiegare entrambi il fatto sociale ponendosi su di un piano verticale (l’uno operando dal basso verso l’alto, ovvero dagli individui al tutto, l’altro dall’alto verso il basso, ovvero dal tutto agli individui), il paradigma del dono si colloca su di un piano orizzontale, vedendo la società quale espressione della continua ed incessante interrelazione di una pluralità di soggetti e delle interconnessioni relative. Da una parte viene superato l’individualismo, legandosi i soggetti gli uni agli altri attraverso gli obblighi che la pratica del dono impone loro, dall’altra il formalismo e la costrizione insiti nel paradigma olistico, a partire da quell’atto di libera determinazione dal quale la logica del dono viene innescata. 

Il terzo paradigma è quello che riporta il dono alla sua originaria funzione. Il bene scambiato si spoglia dei suoi connotati “materiali” per assumere quelli “simbolici”, quelli di un medium per consolidare il legame sociale. Il dono instaura quindi un vincolo personale, e solo subordinatamente una relazione economica, a differenza di ciò che avviene nella società moderna, dove sono i rapporti economici a prevalere. In questa arida società  moderna il valore delle cose è distaccato dai soggetti a cui appartengono. E’ questa una società che privilegia l’apparire sull’essere. Quando andiamo a fare la spesa al supermercato compriamo con gli occhi prima ancora che con il buon senso. Il valore delle persone è misurato non sul valore umano, morale,  ma sempre di più sulle cose che possiede. L’individuo vale non per quello che è ma per quello che ha!  Non può che essere così, da quando questa nostra società  ha messo davanti a tutto il denaro, l’economia, da quando non è più l’economia al servizio dell’umanità  ma l’umanità, e l’ambiente, al servizio dell’economia. Un’economia fine a se stessa che per tenere fede al principio della “crescita infinita”, è diventata un cancro per l’ambiente e una patologia per la società. Oggi l’uomo è sola tra la “folla solitaria”, in un deserto sempre più arido.

E’ tempo che l’uomo torni ad una vita sociale e comunitaria più vivibile. Tornare alla realtà del semplice vivere quotidiano in Comunità significa “ripartire” dalla ricostituzione dei legami sociali, disgregati dall’individualismo e dall’egoismo, dal recupero dei valori morali, frustrati e frantumati. Dobbiamo curare senza perdere tempo questa arida società che ha perduto la socialità. Possiamo sperare di far guarire questo malato grave? Possiamo sperare di far uscire le persone dal gelo dell’egoismo calcolatore, dall’individualismo esasperato, per ripristinare relazioni sociali dove l’altruismo possa ancora avere un suo ruolo attivo? Credo che l’unica medicina per tutto ciò sia il riappropriarsi dell’antica e mai dimenticata pratica del dono. Il donare non è un fenomeno obsoleto, limitato alle comunità  antiche basate sul rispetto e sul valore della reciprocità, ma al contrario esso è ancora il veicolo privilegiato per la creazione ed il mantenimento di qualsiasi legame sociale e affettivo. Il dono insomma come quel veicolo che realizza ed esprime una delle qualità  umane più importanti: la capacità di associarsi, di fare “comunità”. Dai legami affettivi più stretti e affiatati, alle alleanze tra gruppi numerosi ed eterogenei, dal nucleo familiare alla politica di un paese, ogni relazione sociale si sviluppa, si mantiene o s’interrompe secondo una catena infinita di scambi materiali o immateriali immersi nello spirito del dono.

Cari amici, la capacità dell’uomo di relazionarsi agli altri “donando” è vero che si è notevolmente assopita ma non è morta. Nell’uomo moderno è senz’altro evidente, prevalente e dominante la forza  dell’homo economicus, ma esso non potrà mai far scomparire l’homo donator, perché in ogni essere umano esso è presente e pronto a riapparire. Se la società  moderna spinge, o costringe, le persone a vivere in sé stesse, nel gelo dell’egoismo calcolatore, ciò non significa che così debba essere in ogni caso per sempre. Questa non è solo una mia convinzione, tutt’altro! Tale convinzione è ben più diffusa: basta osservare le innumerevoli persone impegnate volontariamente in numerose associazioni umanitarie e di volontariato, che offrono spontaneamente la loro opera e la loro professionalità senza nulla chiedere in cambio. La scintilla del cambiamento arriverà e colpirà la nostra società arida ed egoista; il cambiamento ci sarà proprio partendo dal ripristino del valore del dono, dal donare senza contropartita. Tutti possiamo farlo. Donare sé stessi, il proprio tempo ed il proprio talento; senza nulla chiedere e senza esclusioni, verso tutti, verso chi non se lo aspetta. Donare è un meccanismo contagioso: dal primo che inizia con coraggio, che mette la ruota in movimento, nasce una catena di speranza, fatta dai tanti che vogliono dare, donarsi, ricreando in entrambi una duplice gioia: quella di chi dona e quella di chi riceve. Solo rivalutando il dono l’uomo potrà riappropriarsi di se stesso come essere sociale. Solo così l’economia sarà al servizio dell’uomo e non l’uomo al suo servizio.
Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario


mercoledì, gennaio 09, 2013

LA VITA OLTRE LA VITA. IL TUNNEL DI LUCE: IL PASSAGGIO DA QUESTA ALL’ALTRA VITA, NEI RICORDI DI CHI E’ TORNATO INDIETRO.

Oristano 9 Gennaio 2013
L’argomento di oggi, cari amici, non è un argomento allegro perché la riflessione che voglio fare con Voi è sulla morte, il passaggio da questa all’altra vita. Un riflettere sulla fine del nostro corpo mortale, quella scatola fatta di materia, che ci accompagna fin dalla nascita e all’interno della quale alberga il nostro spirito. Non è un argomento facile, difficile da affrontare anche tra amici, ma che comunque resta un problema che ci angoscia, ci tiene compagnia sempre, fino alla fine della nostra vita terrena. Personalmente debbo confessarvi che sono stato sfiorato dal gelido alito della morte almeno in due occasioni: quando avevo 14 anni, durante una gita al mare, e quando di anni ne avevo 46 e, rientrando a casa in auto, ebbi un terribile incidente stradale. Trovarsi, in modo cosciente, di fronte alla fine della propria esistenza è una sensazione molto particolare.
Cosa succede alla persona che si trova improvvisamente di fronte il baratro della fine? Negli istanti che precedono la fine della nostra vita terrena, le reazioni che abbiamo sono, davvero, del tutto particolari. Trovarsi lucidi, coscienti, in punto di morte scatena nell’individuo una serie di velocissime reazioni, tra cui una, forse la più importante, è quella di rivedere in pochi istanti il percorso della propria vita. Egli,  come in un film, si rivede in una ininterrotta serie di immagini, di azioni compiute, belle e meno belle, nella gioia e nel dolore; si rivede “dall’esterno”, però, separato dal proprio corpo, come “sdoppiato”: l’uno che osserva l’altro. Affermo questo non tanto per aver letto libri o studiato testi appositi, ma per aver vissuto,  “personalmente” questa sensazione. Vi ho detto prima che la morte mi è passata accanto almeno due volte ma solo la prima volta, quella dei miei 14 anni, mi è rimasta impressa indelebilmente nella mente, tanto che il suo ricordo è ancora vivissimo dentro di me. Voglio raccontare a Voi quei terribili momenti vissuti, quando ancora ragazzo stavo per lasciare, stupidamente, questo mondo. Ecco il ricordo di quella terribile giornata al mare che, iniziata in modo gioioso, stava per concludersi in modo tragico.

GIOCHI PERICOLOSI AL MARE.
Quand’ero ragazzo (parlo degli anni ’60) al termine dell’anno scolastico, quando il caldo sole di Luglio arroventa le stradine in terra battuta del paese e l’aria si fa torrida, la voglia di bagnarsi, di fare un tuffo nelle fresche acque del mare era un desiderio difficile da spegnere ma anche da realizzare. Anche se Bauladu non era troppo distante da Torregrande i mezzi per raggiungere la località marina erano scarsi e, tra l’altro, procurarsi i soldi per il biglietto creava ulteriori limitazioni. Anche se con grande fatica, però, si riusciva a trovare soluzione ed a fare “gruppo” per raggiungere con immensa gioia l’agognata spiaggia di Torregrande. Raggiunta Oristano con il pullman della Frau bisognava aspettare l’altro mezzo che dalla città portava gli appassionati del mare a Torregrande. Il pullman si fermava proprio di fronte all’antica torre, davanti alla quale nel grande arenile era stato costruito il lido. Nei mesi estivi questa grande costruzione bianca, dotata di una lunga serie di cabine, di bar e servizi, era meta dei molti oristanesi benestanti che prendevano in affitto le strutture ricettive e potevano cosi godersi beatamente le agognate vacanze. I comuni mortali invece, raggiunta la spiaggia, cercavano un angolino riparato dove poter indossare il costume, lontano da occhi indiscreti, per poi tuffarsi in acqua per un lungo bagno ristoratore.
Il nostro gruppetto di amici appena sceso dal pullman si avviò verso la zona del porticciolo, lontano dalla zona affollata, in modo da poter, in piena libertà,  dare sfogo alla nostra esuberanza giocando a pallone o rincorrendoci nella sabbia. Per poter meglio trascorrere le ore in acqua ci eravamo portati una camera d’aria di camion che, gonfiata a turno dai vari componenti del gruppo consentiva, usata come canotto, di stare a galla e prendere a turno il sole in acqua. La giornata trascorreva in allegria e al mio turno di usare la camera d’aria mi sistemai per benino sopra (il metodo migliore era quello di sedersi al centro della camera d’aria tenendo le gambe e la schiena appoggiate ai bordi e con il sedere in acqua) e facendo un po’ di movimento con le mani mi allontanai di qualche metro e rimasi cosi a godermi il sole, rinfrescato dall’acqua che si muoveva dolcemente. Gli amici del gruppo, alcuni in spiaggia altri in acqua, continuavano a sbizzarrirsi con scherzi e giochi. Ad un certo punto, accortisi che io sonnecchiavo beatamente adagiato sull’improvvisato canotto, decisero di farmi uno scherzo: avvicinarsi a me senza fare rumore e  buttarmi in acqua rovesciando la camera d’aria. Così fecero. Io un po’ intontito dal sole non mi accorsi della loro manovra e non li sentii arrivare. Mi circondarono e, in un attimo, sollevarono me e la gomma su cui ero adagiato e mi scaraventarono in acqua. L’improvvisa azione da loro messa in atto mi colse di sorpresa;  annebbiato dal caldo e dal sole cocente non fui in grado di reagire prontamente e, senza aver prima preso fiato, andai rapidamente a fondo.

La spiaggia di Torregrande, pur completamente sabbiosa e priva di sassi e scogli, non degrada dolcemente verso l’acqua ma, già dopo pochi passi, si inclina improvvisamente togliendoti l’appoggio e costringendoti a nuotare. A pochi metri dal bagnasciuga l’acqua raggiunge già la profondità di due o tre metri. Scaraventato in acqua cosi all’improvviso mi trovai sott’acqua senza fiato. Ancora annebbiato mi muovevo disordinatamente senza riuscire ad intravedere la superficie dell’acqua.  in pochi istanti consumai il pochissimo ossigeno che avevo in corpo e il bisogno di respirare si fece pressante, drammatico. Una paura terribile si impadronì di me paralizzandomi. Anziché puntare in superficie e con poche bracciate risalire e mettere la testa fuori dall’acqua per respirare, lo spavento mi teneva bloccato e, trattenendo a stento la voglia di respirare, chiusi gli occhi. Il terrore si era ormai impadronito di me. Pensai di morire: la mia resistenza era ormai al termine ed il folle desiderio di inspirare aria era ormai incontrollabile.
In un attimo sembrò che il tempo si fosse fermato: qualcosa aveva fatto scomparire la paura. Stranamente rividi, come in un film che mi scorreva davanti, la mia breve vita di quattordicenne. Le immagini si muovevano con grande velocità . Mi rividi a casa, a scuola, con gli amici. Mi rividi felice mentre scorrazzavo per strada pieno della mia esuberanza e della mia voglia di vivere. La cosa più strana era che vedevo il film della mia vita da “estraneo”, da spettatore. Non ero agitato ma sereno, rilassato; non so come, ma la mia ansia, la mia paura di morire erano scomparse. Vedevo me stesso come fossi un’altra persona, come se osservassi, dall’alto, un altro Mario. Come risvegliandomi da un sonno mi accorsi ad un certo punto che avevo esaurito la resistenza, che i miei polmoni non potevano più stare fermi, e inspirai profondamente facendo entrare una grande quantità d’acqua. Mi lasciai andare ed il mio corpo si adagiò sul fondale sabbioso, come su un letto. Avevo perso i sensi ma io non me ne ero reso conto. Vedevo dall’alto il mio corpo disteso e subito dopo mi accorsi di una luce che velocemente si avvicinava. Non era la luce del sole che penetrava in profondità nell’acqua ma una luce diversa. Una luce di una intensità strana: forte e calda, non fastidiosa come quella del sole quando lo guardi, ma morbida, dolce, riposante. La luce mi illuminò e  sembrò avvolgermi come in un abbraccio. Mi sembrò anche di sentire anche una dolce musica in lontananza. Poi tutto finì e tornò il buio. Ripresi conoscenza poco dopo: ero in spiaggia circondato dagli amici preoccupati che cercavano di rianimarmi.
Quando riaprii gli occhi respiravo con molta fatica. Il mio respiro era cortissimo. Mi dolevano tanto i polmoni come oppressi di un peso immane. Quelli che mi stavano intorno  mi battevano sulla schiena e premevano sul petto nel tentativo di farmi espellere l’acqua che avevo ancora nei polmoni. Piano piano, espellendo l’acqua con piccoli rigurgiti  mi ripresi quasi del tutto, riprendendo a respirare con regolarità, anche se il dolore al petto ed un forte bruciore alla trachea ed alla gola continuavano a farmi compagnia. I miei compagni mi raccontarono che mi avevano portato fuori dall’acqua svenuto e che, terrorizzati, pensavano fossi addirittura morto.   Erano afflitti e certamente si rendevano conto dello scherzo di cattivo gusto che mi avevano giocato. All’ora del rientro mi aiutarono a rivestirmi e, senza gioia, rientrammo a casa senza commentare ulteriormente l’accaduto. In pochi giorni mi ripresi del tutto ma lo spavento per l’accaduto mi aveva segnato: non solo non tornai più al mare per quell’estate ma per alcuni anni non misi più piede in nessuna spiaggia. Non solo. Quando ritornai al mare il terrore dell’acqua mi impediva di muovermi liberamente in questo elemento. Non riuscivo ad entrare in acqua e abbandonarmi, nuotando liberamente come prima. Anche oggi cari amici entro in acqua solo “camminando lentamente” sul fondale. Non oltrepasso mai il limite di altezza delle mie spalle e quando l’acqua arriva al mio collo, torno indietro, sempre camminando cautamente sul fondo. Credo che niente e nessuno potrà, mai, farmi dimenticare quella terribile giornata.

Trovarsi di fronte al “capolinea” della propria esistenza, vivere coscientemente il momento del “passaggio”, dalla vita che conduciamo su questa terra a quella successiva, è un fatto che ci segna in modo indelebile. Il misterioso fenomeno del “Tunnel di Luce”, quel misterioso ponte che collega la nostra vita terrena a quella futura, quella del nostro spirito, è presente nella gran parte dei soggetti che coscientemente hanno vissuto le fasi che precedono la fine della vita. Il fenomeno denominato Near-Death Experiences (NDE) oppure Stato di Pre-Morte (SPM) o Esperienze di Pre-Morte (EPM), solitamente si verifica nei soggetti che dopo aver avuto un trauma fisico che avrebbe dovuto portarli alla morte sono, invece, sopravvissuti. Il Tunnel, dunque, fase di passaggio che ‘lega’ l’abbandono del corpo da parte dello spirito ed il suo librarsi, libero, sopra le cose terrene prima vissute. Questa esperienza straordinaria solitamente è vissuta dall’individuo senza ansia, senza angoscia, e subentra subito dopo che il suo spirito ha lasciato il corpo. La persona si trova di fronte ad un tunnel, oppure davanti ad un portale e si sente spinta verso le tenebre. Dopo avere attraversato questo spazio buio, entra in una luce splendente. Alcune persone invece di entrare nel tunnel dicono d’essere salite lungo una scalinata. Altri hanno affermato d’avere visto delle bellissime porte dorate che indicano il passaggio in un altro regno. Alcuni soggetti hanno dichiarato che, nell’entrare nel tunnel, hanno sentito un sibilo o una specie di vibrazione elettrica oppure un ronzio. L’esperienza del tunnel non è una particolare scoperta degli attuali studiosi e ricercatori. Già nel quindicesimo secolo, Hieronymus Bosch nel dipinto che ha per titolo “Visioni dell’aldilà: Il paradiso terrestre – L’Ascesa all’Empireo”, descrive quello che solitamente racconta chi ha vissuto una NDE. Questo quadro, che si può ammirare nel Palazzo Ducale di Venezia, rappresenta il misterioso e definitivo passaggio dalla vita alla morte; un buio tunnel che conduce a una sfolgorante luce, resa ancor più vivida dallo sfondo nero, verso il quale si avviano esili creature ancora in possesso del proprio involucro corporale accompagnate e sorrette dai propri angeli custodi. 

Secondo alcune ricerche sviluppatesi negli ultimi vent’anni, le visioni di coloro che avvicinatisi alle frontiere della morte sono ” ritornati alla vita” rassomigliano in modo impressionante al dipinto di Bosch. Tra i primi a raccoglierle in modo sistematico e a pubblicare un libro intitolato ” Life after life”, libro tradotto in tutto il mondo, è stato un medico americano Raymond Moody. L’interesse di Moody sull’argomento nacque quando, ancora studente, un suo insegnante George Ricthie gli raccontò l’incredibile ” avventura” capitatagli alcuni  anni addietro. Considerato clinicamente morto Richtie aveva avuto la sensazione di separarsi dal proprio corpo, di avviarsi nel famoso tunnel in fondo al quale brillava una luce che si era rivelata essere un‘ entità. L’entità gli aveva trasmesso un enorme beatitudine, gli aveva tuttavia comunicato che, non essendo la sua ora ancora venuta, sarebbe ritornato sulla terra e avrebbe ripreso a vivere. E così infatti avvenne.
Cari amici, chi, come me, è  credente in Dio è certo che la fine del nostro corpo è solo un ‘passaggio’ dalla vita terrena alla vita senza fine della nostra anima, che, se meritevole, troverà gioia e pace eterna insieme a Dio, puro Spirito, vera Entità luminosa che guida anche il nostro cammino terreno. Sono stato sfiorato dalla morte ma, certamente, la mia ora non era, e non è,  ancora giunta: il mio cammino, il mio compito su questa terra, credo sia ancora pieno di impegni, che mi auguro di portare tutti a termine. Io ne sono pienamente convinto e ringrazio il Signore per la Sua bontà. Cercherò di fare la mia parte sempre, finché Lui vorrà.
Grazie cari amici della Vostra simpatica ed affettuosa attenzione.
Mario