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domenica, marzo 31, 2013

RISCOPRIRE IL PASSATO CI AIUTA A VIVERE MEGLIO IL PRESENTE. UNA NOVELLA CHE DEVE FARCI RIFLETTERE.


Oristano 31 Marzo 2013
Cari amici,
oggi è il giorno della Pasqua di Resurrezione del Signore! Auguri a tutti Voi che possiate trascorrerla in serenità, pace, gioia e armonia. In questo giorno beato mi piace, come è mio solito, fare con Voi una piccola ma interessante riflessione sul moderno che avanza, spesso a scapito dell’antico: antico e moderno non sono antagonisti ma complementari, l’uno deve essere di supporto all’altro. La storiella che sto per riportarvi (reperita su Internet e riportata da Giancarlo Beltrame) è molto più vera di quanto apparentemente possa sembrare. Leggiamola insieme.
C'era una volta un contadino che aveva uno splendido giardino, nel quale coltivava ogni specie di alberi da frutta. Ciascuna stagione aveva la sua delizia: mele, pere, ciliegie, albicocche, prugne, susine, noci, mandorle, fichi... Nulla mancava in quel piccolo Eden. L'unico cruccio per l'agricoltore era un roveto, proprio all'ingresso. Germogliava selvatico e disordinato, resistendo a qualsivoglia tentativo di impedirne la crescita. A nulla erano servite le reiterate potature e anche i diserbanti avevano fallito. Imperterrito, seguendo la propria natura, lo spinoso cespuglio continuava a spingere i suoi serpentini rami spinosi ovunque, andando a ricoprire i muri a secco, allungandosi verso l'alto e invadendo persino la strada.
Un giorno passò di lì un inglese. Guardò con compiacente cortesia i filari perfettamente ordinati delle piante, studiò con malcelata ammirazione i sistemi di sicurezza per impedire il furto dei frutti maturi, ma rimase affascinato soprattutto dal caos magmatico e pungente del roveto. Chiese al contadino se poteva occuparsene per un po' lui. Costui, al quale non sembrava vero di liberarsi di quell'intrigo di fastidiose ramaglie, gli disse che se voleva era tutto suo.
Trascorse del tempo e l’inglese, un colpo di forbice qui, due spuntatine di là, una ripulitura in basso, trasformò in modo eccellente il roveto che cominciò a produrre delle belle, grosse e succose more. La bontà del prodotto era tale che l'inglese iniziò a vendere i frutti raccolti a prezzi che mai il contadino aveva spuntato per tutti gli altri frutti del suo giardino. Un bel mattino, per esternare al contadino la sua riconoscenza, l’inglese si presentò a casa sua con un cestino pieno delle preziose more. «Questo è un dono per te», gli disse, di fronte agli amici che si trovavano con lui, «perché sei stato tu a farmi venire l'ispirazione di far prosperare questo bendidio. Io continuerò a coltivare e vendere more e, per dimostrarti la mia riconoscenza, ti prometto che a tutti dirò che l'idea mi è nata qui, nella tua campagna». Il contadino, pur con un forzato sorriso, capì la lezione: mai rigettare l’antico per il moderno. Sono le nostre radici che ci aiutano ad andare avanti e trovare nuove strade.
Cari amici la riscoperta del passato, che spesso gettiamo proprio alle ortiche, falsamente convinti che non ci riguardi, è spesso l’antidoto per i nuovi mali, frutto di quella “modernità” che sembra aver rinnegato sistemi e modi di vivere che per secoli ci hanno accompagnato. La precedente mia riflessione su questo blog, che riguardava quella brillante iniziativa presa a Verona per evitare la deturpazione di uno dei suoi angoli più belli, conferma la validità dell’affermazione che non c’è futuro senza passato. La scala della crescita dell’uomo sulla terra, è costituita da tanti gradini che, uno dietro l’altro, lo accompagnano nella crescita. Ma tutti i gradini sono necessari: nessun operaio taglia i gradini più bassi, una volta arrivato in cima alla scala! Il passato è quel grande contenitore dove è concentrato l’antico sapere, quel grande “dizionario” dove in ogni voce possiamo trovare l’esperienza maturata da chi ci ha preceduto e che può aiutarci a vivere il presente orientandoci verso il futuro.

Dio ci ha dato un mondo meraviglioso. Un giardino dell’Eden dove l’uomo ha a disposizione quanto e forse anche più di quello che gli necessita per una vita sana e serena. Non abusiamo di questo regalo. Anche il nuovo Papa Francesco, già dai primi sui discorsi al mondo, ha chiesto all’uomo di salvaguardare il creato e di usare più equamente i frutti che questo meraviglioso giardino ci fornisce. Nella nostra ansiosa corsa verso il “nuovo”, verso il cambiamento, imboccando spesso sentieri sconosciuti e pericolosi, imitando e pensando anche di sostituirci a Dio, ricordiamoci che il mondo non è “nostro” ma ci è stato affidato e che dovremo riconsegnarlo migliorato, come la “parabola dei talenti” ha cercato fortemente di farci capire. Nel difficile momento che stiamo vivendo, particolarmente impegnativo sia dal punto di vista sociale che economico, deve prevalere il nostro massimo senso di responsabilità. Mettiamo da parte l’accentuazione delle differenze, non inaspriamo le diverse visioni che ciascuno di noi ha sulla strada da seguire, cerchiamo invece, con ponderata tolleranza, di trovare “insieme” la strada per uscire dalle difficoltà.
Riflettiamo tutti con serietà e grande senso di responsabilità, pensando in modo particolare ai più deboli.
Rinnovo a tutti gli auguri di una splendida Pasqua!
Mario

sabato, marzo 30, 2013

CHEWING GUM ART: COME TRASFORMARE UN PERICOLOSO RIFIUTO IN RISORSA. LA MAREA DI CHEWING GUM, CHE A VERONA HA IMBRATTATO PER ANNI LA CASA DI GIULIETTA E ROMEO, TRASFORMATA IN OPERE D’ARTE.


Oristano 30 Marzo 2013

Cari amici,

la notizia che riporto non è solo curiosa ma di una genialità incredibile. Un artista famoso trasforma in quadri le numerose espressioni “graffitare” che milioni di innamorati continuano a realizzare a Verona nella famosa casa Capuleti, quella che vide sbocciare l’amore tra Giulietta e Romeo. Vediamo nei dettagli questo fatto curioso.

Che l’esuberanza dei giovani si trasformi spesso in gravi problematiche per le città di tutto il mondo è ormai cosa nota. Graffiti realizzati con lo spray o con robusti pennarelli dai colori forti ed indelebili, capaci di deturpare facciate storiche e preziose, tonnellate di chewing gum masticato, sputato con disinvoltura e appiccicato per le  strade,  su storiche facciate o  monumenti ed opere d’arte, sono quotidiane manifestazioni senza soluzione. Azioni irresponsabili che creano una desolante immagine di degrado, oltre che comportare spese non indifferenti alle Amministrazioni per la ripulitura o la rimozione.
A Verona l’amministrazione comunale, dopo innumerevoli tentativi fatti per impedire l’indecorosa visione della facciata di casa Capuleti, in gran parte ricoperta di scritte, chewing gum e foglietti adesivi, visto che neanche le multe salate ottenevano lo scopo, ha deciso, per preservarle dal degrado, di ricoprire le pareti incriminate con dei panelli mobili, facilmente rimovibili e periodicamente sostituiti. Questo artifizio ha non solo protetto le pareti ma anche creato dei risparmi sui costi di pulitura, considerata la facilità di ricambio dei pannelli. E’ l’assessore all’Edilizia pubblica del Comune, Vittorio Di Dio, che ha avuto la brillante idea di chiedere alla Casa di Produzione del film "Letters to Juliet" (realizzato proprio nella famosa casa Capuleti)  di ottenere gratuitamente i fondali di cartongesso con i quali era stato rivestito il porticato della casa di Giulietta in occasione delle riprese del film. Lo scopo dell’assessore era quello di utilizzare quei fondali per proteggere le pareti retrostanti dall’aggressione dei pennarelli e dalla montagna di chewing gum dei visitatori. Inoltre si era convinto che le ampie superfici “pulite” avrebbero invogliato i visitatori a riempirle con fantasia, dissuadendoli dall’imbrattare le pareti originali.
L’idea geniale ebbe successo: l’adozione di questi pannelli risultò vincente, catturando subito i “love writers” che li presero d’assalto. Ma un’idea ingegnosa, come spesso capita, ne scatena delle altre, proprio come la reazione a catena! Una mente ancora più intrigante di quella dell’assessore, quella di un artista, ha messo in atto un’idea ancora più geniale: trasformare quelle multicolori “opere collettive”, realizzate da migliaia di innamorati, in vere e proprie opere d’arte.
Marc Quinn, guru inglese dell’arte contemporanea, capì subito che proprio quelle scritte, più che banali vandalismi, erano da considerarsi vere e proprie opere d’arte, preziose a tal punto da meritarsi un posto nei più importanti musei del mondo.

Marc Quinn, col suo genio d’artista, studiò di sovrapporre ai fondali di cartongesso delle tele bianche di diverso formato, creando nelle pareti del portico di accesso alla casa di Giulietta un formidabile grande studio creativo, dove migliaia di estemporanei artisti si sarebbero cimentati in competizione per depositare le loro fantasie amorose, attraverso l’utilizzo di migliaia di chewing gum multicolori, pennarelli, bigliettini autoadesivi e scritte amorose. Un’opera «collettiva», realizzata con passione giovanile, frutto dello spontaneo e ribollente grafismo spontaneo, che sempre ha caratterizzato l’accesso alla mitica dimora dei Capuleti. Grafismo che Quinn, da artista qual è (oltre che un po’ mercante), ha sfruttato a proprio favore, scegliendo le parti migliori delle opere realizzate e apponendo la propria firma sul retro delle tele, per attestare la proprietà intellettuale dell’opera finita. Un’opera multipla quindi, con le firme, oltre che del noto artista, delle decine e decine di esibizionisti della passione amorosa, immortalati sulla parte esterna, visibile, del quadro. Lo stesso Marc Quinn ha chiamato «Love Painting» questa nuova forma d’espressione artistica, battezzando ogni quadro con una delle tante frasi impresse dagli innamorati. Le tele esposte alla mostra si sono rivelate un vero e proprio affare per l’artista. Quelle di grandi dimensioni hanno quotato anche oltre 200 mila euro, mentre tele più piccole sono state acquistate da appassionati per cifre sotto i 100 mila euro, anche se alcune sono state vendute per cifre meno impegnative. Una fra le più importanti è stata donata dall'artista al Comune di Verona.
Cari amici, io sono sicuro che certi problemi tipici delle società fortemente industrializzate, anche quelli più spinosi e di più difficile soluzione come lo smaltimento dei rifiuti di lunga durata, possono essere risolti proprio con soluzioni intelligenti ed ingegnose. La brillante idea nata a Verona si può certamente esportare in molte altre città, compresa la nostra Oristano. Se passeggiando nel centro storico abbassiamo lo sguardo, sui lastroni di granito è difficile vedere il colore delle pietre perché oscurato dalle migliaia di gomme appiccicate. Se alziamo lo sguardo le facciate dei palazzi, anche i più importanti, sono deturpate da una miriade di scritte multicolori, senza tralasciare monumenti, cartelli indicativi e quant’altro. Credo che l’idea di realizzare dei pannelli mobili, da sostituire di tanto in tanto, e da collocare nei punti strategici, dove maggiore è la concentrazione dei gruppi giovanili, sia un modo intelligente per invogliare questi “artisti di strada” a cimentarsi nella loro arte esuberante in modo più corretto. Se domani, anche ad Oristano, potessimo curiosamente osservare dei multicolori ampi pannelli, realizzati con migliaia di chewing gum, scritte e foglietti, sarebbe già un successo, a prescindere dalla qualità pittorica e dei collage dei novelli artisti e dei creativi realizzatori. Sarebbero, comunque, molte migliaia di chewing gum che non si attaccherebbero più alle nostre scarpe e molti metri quadri di facciate risparmiate dall’imbrattamento. Inoltre, bandendo qualche concorso di creatività, potremo, con i pannelli rimossi, realizzare delle mostre sull’arte di strada, ottenendo non solo maggiore pulizia e decoro nella città ma anche il risultato di stimolare e correggere l’esuberante passione artistica giovanile.

Che ne pensate? Giro il quesito anche al nostro Sindaco, che ritengo sensibile al decoro della nostra città.

Grazie della Vostra attenzione.

Mario

                          

lunedì, marzo 25, 2013

IL PRIMO, FORTE, INVITO DEL PAPA ALLA CHIESA ED AL MONDO: “CAMMINARE, COSTRUIRE, CONFESSARE”. RIVOLTO, POI, AI GIOVANI, LA DOMENICA DELLE PALME, LI ESORTA: “NON LASCIATEVI RUBARE LA SPERANZA!”

Oristano, 25 Marzo 2013,

Cari amici,

inizio questa mia riflessione rincuorato dall’invito, dall’incitamento del nuovo Papa, rivolto alla Chiesa ed al mondo: quello di non mollare, di avere fiducia, di continuare a percorrere la strada giusta, nonostante le difficoltà. Francesco è un Papa che investe nel futuro, in particolare quello dei giovani, ai quali rivolge un pressante quanto accorato invito: “ non lasciatevi rubare la speranza!

                         
Motivi di scoraggiamento non ne mancano, lo sappiamo, in tutto il mondo. Senza allontanarci troppo basta dare uno sguardo alla nostra situazione italiana. Un Paese diviso, contaminato da ruberie, indifferenza verso le classi più deboli, gravato da un debito pubblico che è un pesante macigno che ci sovrasta pericolosamente e che nessuno è disposto a rimuovere. Nessuno sembra disponibile a fare anche il minimo sacrificio in favore “degli altri”, dei più deboli. Senza addentrarci nell’argomento “lavoro”, in particolare quello dei giovani, dove ormai anche le più tenui speranze sembrano tramontate. E’ di ieri la notizia che oltre 200mila giovani, con fior di laurea e di master, seri e preparati, non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro, perché è il lavoro che manca! In questo triste momento di “vacche magre”, per usare una citazione biblica, nessuno può tirare i remi in barca, nessuno può nascondersi “lavandosene le mani”, a partire dai nostri rappresentanti appena eletti in Parlamento e da noi delegati a governare questa Italia, a governare questa barca ormai acciaccata da molte tempeste, e con “di fronte” non poche bufere ancora da superare, a partire da quelle della finanza e dell’economia. La nostra proverbiale conflittualità, le nostre divisioni, anche solo ideologiche, stanno spingendo il nostro Paese verso il baratro. E’ tempo che, se vogliamo bene ai nostri figli, se crediamo in un possibile futuro migliore, riprendiamo il cammino litigiosamente interrotto, senza abbandonare la speranza.
Le prime parole di conforto, di invito a riprendere il cammino interrotto, ci vengono proprio dal nuovo Pontefice, da Papa Francesco. Celebrando nella Cappella Sistina la Santa Messa «pro Ecclesia» (per la Chiesa) con i cardinali elettori che hanno partecipato al Conclave, dopo la proclamazione del Vangelo nel commentare le letture (Isaia 2, 2-5; Pietro 2, 4-9; Matteo 16, 13-19), Papa Francesco ha tenuto una straordinari omelia. Le tre letture, ha detto il Papa, sono legate tra di loro da un importante “filo comune”: il movimento. Nella prima il movimento nel cammino, nella seconda il movimento nell’edificazione della Chiesa, nella terza, nel Vangelo, il movimento nella confessione. Camminare, Edificare, Confessare, questo il cammino dell’uomo! Continua il Pontefice: «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Isaia 2,5). Questa è la prima cosa che Dio ha detto ad Abramo: “…Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile…”. Ma… come? Ecco la riflessione di Papa Francesco.

Camminare. La nostra vita è un cammino e quando ci fermiamo, la cosa non va. Camminare sempre, in presenza del Signore, alla luce del Signore, cercando di vivere con quella irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo, nella sua promessa.

Edificare. Edificare la Chiesa. Si parla di pietre: le pietre hanno consistenza; ma pietre vive, pietre unte dallo Spirito Santo. Edificare la Chiesa, la Sposa di Cristo, su quella pietra angolare che è lo stesso Signore. Ecco un altro movimento della nostra vita: edificare.

Confessare. Il terzo punto è riferito alla consapevolezza del nostro essere cristiani. Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo, se non professiamo Gesù Cristo, a nulla valgono i nostri sforzi. Saremo una delle tante Organizzazioni assistenziali, una ONG, ma non la Chiesa, Sposa del Signore. Quando non si cammina, ci si ferma. Quando non si edifica sulle pietre, cosa succede? Succede quello che succede ai bambini sulla spiaggia quando fanno dei palazzi di sabbia, tutto viene giù, alla prima onda, al primo soffio di vento. Papa Francesco ha ricordato nell’omelia le parole di Léon Bloy: «Chi non prega il Signore, prega il diavolo». Quando non si testimonia Gesù Cristo, si accetta la mondanità del diavolo, si condivide la mondanità del demonio.

Camminare, edificare-costruire, confessare. Ma la cosa non è così facile, perché nel camminare, nel costruire, nel confessare, dobbiamo avere sempre presente Gesù Cristo, che ha versato il Suo sangue per noi sulla croce. E’ un cammino che dobbiamo percorrere portando su di noi quella croce! “Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando professiamo Cristo senza il carico della Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore”, ha affermato Papa Francesco.

                         

Parole davvero pesanti come macigni, monito di grande forza verso una Umanità intera, che vive con superficialità, anche nelle strutture vicine e addirittura parte viva della Chiesa. Papa Francesco con il suo nuovo stile umile, francescano, umano e semplice, vuole scendere dal podio, amalgamarsi con la gente comune, come fece Gesù, amando gli umili e abbracciando l’uomo peccatore. Stile diverso quello di Francesco, anche dai sui più immediati predecessori. Dal "non abbiate paura" di Giovanni Paolo II, alla reazione "dell'uomo davanti al male" di Benedetto alla "tenerezza" di Francesco. Differenze ed allo stesso tempo analogie tra i vari pontificati, che, pur nei diversi stili, hanno cercato e cercano di riportare l’uomo, allontanatosi da Dio, sulla retta via.

Tenerezza, quella espressa da Papa Francesco, che parte dall’elogio e dall’imitazione di Francesco il santo della povertà; tenerezza che riporta alla gioia evangelica della povertà ("Oh come vorrei una Chiesa povera e per i poveri"), dell’amore, della pace, del rispetto del creato. L'attenzione dell'ormai ex arcivescovo della metropoli argentina, ora Pontefice Romano, per i poveri e i diseredati, le sue abitudini umili, il tratto umano di grande semplicità, sono segnali fortissimi di cambiamento, in questi tempi di crisi. E che ad impersonarli sia il capo della Chiesa universale riporta il cattolicesimo alle sue umili e forti origini: alla profondità di un messaggio di vicinanza alla gente comune, alle prese con i disagi di tempi grami, tra congiuntura economica, recessione e mancanza di lavoro. Sono i giovani, in particolare, la sua grande preoccupazione.

                            
Nell’omelia fatta durante la messa della “Domenica delle Palme”, ieri 24 marzo, Il Papa rivolto ai giovani presenti in Piazza S. Pietro ha detto loro: “Non lasciatevi rubare la speranza, per favore, non lasciatevi mai rubare la speranza”. Portate la “gioia” di Cristo “in tutto il mondo, fino alle periferie”. Non fatevi illudere dalla “sete di denaro”, “nessuno lo può portare con sé, il denaro lo deve lasciare”. “Il denaro - aggiunge citando poi le parole che gli aveva detto sua nonna quando era piccolo - nessuno può portarlo con sé, deve lasciarlo, perché il sudario non ha tasche”. Tra inserti a braccio e testo scritto Papa Francesco valorizza con spontaneità il suo primo discorso ai giovani fatto nella “Domenica delle Palme”, giorno in cui la Chiesa celebra in tutte le Diocesi la Giornata della gioventù. Ogni due o tre anni, poi, è previsto l'incontro mondiale di tutti i giovani con il Papa; il prossimo, come ha annunciato ufficialmente Papa Francesco nell’omelia, si terrà in Brasile dal 23 al 28 luglio. Ha poi continuato, rivolto soprattutto ai giovani,: "…non siate mai uomini, donne tristi: un cristiano non può mai esserlo. Non lasciatevi prendere mai dallo scoraggiamento". "La nostra - ha spiegato Francesco - non e' una gioia che nasce dal possedere tante cose, ma dall'aver incontrato una Persona: Gesù, dal sapere che con Lui non siamo mai soli, anche nei momenti difficili, anche quando il cammino della vita si scontra con problemi e ostacoli che sembrano insormontabili, e ce ne sono tanti".

Il grido di dolore di Papa Francesco, rivolto al mondo intero oltre che ai giovani, ha con preoccupazione evidenziato e denunciato il forte rischio che nel mondo di oggi si ceda allo scoraggiamento, non solo da parte dei laici ma anche dalla Chiesa di Cristo. E’ tempo, ha detto il papa, di respingere “Satana”, di abbandonare le tentazioni terrene, da parte di tutti, anche da parte degli esponenti della Chiesa, sgombrando il campo da “carrierismo, affarismo e omertà".

                          
Congedandosi dagli oltre 250mila fedeli presenti in Piazza S. Pietro il Papa, salutando la moltitudine dei giovani presenti, ha dato loro appuntamento a Rio de Janeiro il prossimo Luglio, utilizzando per la prima volta ben 5 lingue: "A luglio a Rio. Preparatevi spiritualmente il cuore. Buon cammino a tutti", ha detto in tedesco, polacco, spagnolo, francese e inglese. E alla fine ha concluso con un italianissimo "Così sia" invece del previsto "Amen" in latino.

Spero che questo Papa Francesco con la Sua grande sensibilità, rispetto per la povertà e per i più deboli, riesca a far ragionare anche i nostri rappresentanti politici che arroccati nel loro Aventino continuano, proprio per “carrierismo, affarismo e omertà", a lasciare il popolo che li ha eletti davanti ad un precipizio che potrebbe avere conseguenze non solo drammatiche ma irreversibili.

Non perdiamo mai la speranza!

Grazie della Vostra attenzione.

Mario

                         

domenica, marzo 24, 2013

FIOCCO ROSA E FIOCCO CELESTE, VENERDI’ 22 MARZO NEL NOSTRO CLUB, PER L’INGRESSO DI DUE NUOVI SOCI. POTENZIAMO NEL MODO MIGLIORE IL NOSTRO SERVIZIO.

Oristano 24 Marzo 2013,
Cari amici,

come nelle famiglie l’arrivo dei figli è salutato con grande gioia, anche l’ingresso di nuovi soci in una struttura associativa crea il medesimo entusiasmo gioioso. L’aggiunta di altri componenti in grado di rafforzare e proseguire il fine dell’associazione, può essere paragonato proprio a quello della nascita dei figli che, come nuova linfa vitale, fanno crescere e sviluppare la famiglia.

Il mitico rotariano Chesley R. Perry, Segretario Generale del Rotary International dal 1910 al 1942 e definito da P. Harris “il costruttore” del Rotary, sosteneva con forza che “Aumentando  il  numero  di  coloro    che accettano e praticano  l’ideale del “Service” possiamo tentare di migliorare la vita, nelle varie  comunità, sia a  livello personale che collettivo, marciando con i tempi.”
Anche quest’anno cercheremo di rinnovare il nostro club apportando forze fresche e nuove. Il nostro impegno deve continuare e proseguire nel servizio alla città ed al territorio, iniziato ben 45 anni fa. Essere rotariani è un grande orgoglio e noi, da parte nostra, cercheremo di fare sempre, al meglio, la nostra parte. Ero presentatore di uno dei due nuovi soci l’altra sera. Prima di leggere il curriculum della nuova socia ho voluto fare con i presenti una breve riflessione proprio sulla necessità del rinnovamento e sulla necessità di coinvolgere, subito, i nuovi soci nel club. Essi debbono essere prontamente inseriti e resi partecipi  delle iniziative non solo del club ma anche dell’intera associazione. Ho anche ricordato a tutti i presenti che il Rotary celebra ogni anno il 22 marzo come “GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA”. I club di tutto il mondo si uniscono alla comunità globale per riaffermare l’impegno del Rotary per migliorare l’accesso all’acqua sicura, alle strutture igienico sanitarie e all’igiene. In piena sintonia con l’ONU che ha dichiarato il 2013 come “Anno Internazionale della Cooperazione Idrica”, nell’intento di sensibilizzare tutti per il miglioramento dell’accesso alle fonti idriche, della maggiore disponibilità di acqua pulita in tutto il pianeta e del miglioramento dell’igiene. Come ultima notizia, che certamente rafforza la pubblica immagine del Rotary e ne garantisce l’autentica vocazione al servizio, ho dato anche ai presenti la notizia che il nuovo Papa, S.S. Francesco I, quando era ancora J. Mario Bergoglio, cardinale arcivescovo di Buenos Aires, accettò fin dal 1999 di entrare come“socio onorario” del Rotary club di Buenos Aires. Credo che sia il primo Papa rotariano della storia!
Un caro saluto di benvenuto, quindi, ai due nuovi soci Antonella Congiu, dottore commercialista e revisore contabile e Maurizio Picciau, medico radiologo. Sono certo che si inseriranno subito nel club e verranno quanto prima coinvolti per apportare il loro contributo.

Ecco alcune immagini della bella serata.

Grazie dell’attenzione

Mario







venerdì, marzo 22, 2013

DEMOCRAZIA E LIBERTA’, UN BINOMIO INSCINDIBILE. LE SEI CONDIZIONI DI ALEXIS DE TOCQUEVILLE PER LA DIFESA DELLA LIBERTA’ NELLE SOCIETA’ DEMOCRATICHE.


Oristano 21 Marzo 2013


Cari amici,

con questa ulteriore riflessione vorrei completare il discorso iniziato qualche giorno fa sulla democrazia.

Strumento delicato quello della democrazia, non facile da gestire da parte degli uomini che, in breve tempo, si affezionano “troppo” al potere trasformando il governo democratico in qualcosa di molto diverso. L’analisi della nascente democrazia americana, fatta oltre 150 anni fa da Alexis de Tocqueville, evidenziava già questi rischi, pur mettendo in risalto la bontà di quel “nuovo regime” libero e democratico. Tocqueville osservava che con il trascorrere del tempo gli uomini in posizione di comando si affezionano al potere, mettendo in serio rischio e pericolo la libertà e l’uguaglianza garantita dal potere democratico. La seria riflessione fatta da Tocqueville sui rischi che corre la democrazia è riportata nella seconda parte del suo interessante libro “Democrazia in America”. La sua analisi mette in evidenza i “punti critici” che mettono in pericolo il perdurare della democrazia: sono almeno sei i punti chiave da Lui individuati, le “condizioni” per il mantenimento e la  difesa della libertà nelle società democratiche.
Tocqueville, pur apprezzando il sistema democratico americano, si rendeva conto che la libertà, insita in quella democrazia, si reggeva su un equilibrio precario e poteva essere annullata dalle derive dispotiche messe in atto dagli uomini al potere; derive che già aveva potuto constatare in Europa ed in particolare nella Francia rivoluzionaria. Come antidoto identificò una serie di condizioni che, a Suo avviso, erano necessarie per la difesa delle libertà nelle nuove società democratiche. Sei sono le condizioni indicate da Tocqueville: la divisione dell’autorità, la varietà delle Istituzioni (intese come centrali e locali), il sistema federale, la libertà di stampa, la necessità di uno Stato minimale (che crea una grande vivacità associativa) e la capacità di coniugare lo spirito religioso con quello liberale. Vediamole in dettaglio queste condizioni.

La divisione dell’autorità. Lo studioso francese riteneva che in America i diritti individuali fossero ottenuti e garantiti attraverso la diversificazione dell'autorità; questo principio sta alla base non solo della struttura di “autorità complessiva” in America, ma anche di tutte le istituzioni fondamentali della vita americana, inclusa la religione, l'economia e lo stesso governo politico.

La varietà delle Istituzioni. Una seconda fonte di libertà negli Stati Uniti, secondo Tocqueville, era la presenza e la rilevanza delle istituzioni locali, intese come vere e proprie scuole di cittadinanza e di libertà. Non centralismo accentratore, quindi, ma potere condiviso.

Il sistema federale. Intimamente collegata alla seconda condizione vi è questa terza: il sistema federale, che separa l'una dall'altra le branche esecutiva, giudiziaria e legislativa del governo nazionale e separa i poteri del governo nazionale dai poteri statali e locali.

La libertà di stampa. Quarta tra le condizioni necessarie, la libertà di stampa, ritenuta decisiva non tanto per un'astratta possibilità di giudizio individuale sulle cose pubbliche (come penseremmo forse oggi), ma innanzitutto perché agli occhi di Tocqueville una stampa libera era essenziale per stimolare le persone a formare associazioni di grandezza sufficiente per dedicarsi alle cause importanti.

La necessità di uno Stato minimale. La società democratica, secondo Tocqueville, è una società individualistica nella quale ognuno, con la sua famiglia, tende a isolarsi dagli altri. I cittadini americani amano auto amministrarsi, programmare, progredire in senso individualistico. Sono convinti che lo Stato debba lasciare il campo “perfettamente libero”, sgombro dagli effetti perversi generati dalle buone intenzioni dello Stato". Quello Stato che, sostituendosi al privato, non soltanto diventa imprenditore, educatore, assistente sociale, ma detta e definisce anche le idee e i valori da portare avanti. In questo modo la democrazia tende verso una forma di «dispotismo», vicino anche se abbastanza differente dalle passate forme di tirannia ancora ben presenti in Europa. La libertà dallo Stato consente in America ai cittadini di esprimersi liberamente, di associarsi liberamente. La società americana, come ha potuto rilevare Tocqueville, pur individualista, è capace di superare le barriere dell’individualismo attraverso la partecipazione associativa. Nel suo viaggio americano lo studioso francese era rimasto colpito sia dal numero delle associazioni civili e politiche, sia dalla loro grande vitalità. Queste associazioni erano essenziali per superare l'innata divisione degli individui all'interno della democrazia e per difenderli contro la centralizzazione del potere. In breve, le associazioni volontarie combattevano simultaneamente i due mali dell'individualismo e del dispotismo democratico.

La capacità di coniugare lo spirito religioso con quello liberale. Sesta ed ultima condizione la religiosità come fatto pubblico. La società americana è, agli occhi del non credente Tocqueville, quella che ha saputo unire in modo perfetto lo spirito religioso e quello liberale. Tutto l'opposto della Francia descritta in «L'antico regime e la rivoluzione», dove a un fortissimo centralismo politico si affiancò un diffuso sentimento antireligioso. Per il laico Tocqueville, dunque, la religione non doveva e non poteva essere semplicemente un “fatto privato” ma un “fatto pubblico”, anzi una «istituzione politica», pur nella rigorosa separazione dallo Stato. Solo la religione, agli occhi dello studioso francese, può formare uomini moralmente liberi, capaci di contrastare e superare i mali connessi all'egualitarismo democratico e alla materialistica riduzione della vita a “ricerca del benessere”. Dunque la religione non è soltanto una componente connaturata alla natura umana, ma una necessità civile e sociale per il mantenimento della libertà.

Queste le condizioni scaturite dalla lucida analisi di Tocqueville fatta ormai oltre 150 anni fa. Ma oggi, queste condizioni per il mantenimento della libertà nella democrazia, sono ancora valide?

Ferme restando le condizioni richiamate da Tocqueville oggi assistiamo a due fenomeni che, pur opposti, sono intrinsecamente legati e rendono il funzionamento democratico ancora più complesso e precario. I due fenomeni sono l’apatia politica ed il privilegio delle caste, fenomeni, entrambi, che mettono in serio pericolo l’uguaglianza democratica.

L’indifferenza politica o apatia, è stata denunciata in particolare da Norberto Bobbio, nell’ambito della trattazione delle cosiddette “promesse non mantenute della democrazia”. “ Guardiamoci attorno. – dice Bobbio – Si assiste impotenti al fenomeno dell’apatia politica, che coinvolge spesso la metà circa degli aventi diritto al voto. Dal punto di vista della cultura politica, costoro sono persone [...] semplicemente disinteressate per quello che avviene, come si dice in Italia, ‘nel palazzo’. So bene che si possono anche dare interpretazioni benevole dell’apatia politica...”.

A questo fenomeno, continua Bobbio, si aggiunge quello della vendita della propria dignità attraverso il cosi detto “voto di scambio”. Entrambi, l’apatia ed il voto di scambio, “venduto” per mero interesse personale, sottolineano in modo inequivocabile quel fenomeno terribile di indifferenza politica, ormai diffusa nelle nostre democrazia. E’ quasi un abbandono da parte dei cittadini governati del compito di agire, attraverso il voto, se non per governarsi da sé, almeno per influire sul governo!
Scarsa partecipazione o partecipazione egoisticamente interessata portano a quella artefatta “democrazia per assuefazione”, portata avanti in modo subdolo dai gruppi di interesse. La consolidata decisione di molti cittadini di “lavarsene le mani”, rinunciando al voto, ha come risultato quello di delegare impropriamente ai “gruppo interessati” il diritto di governare, con conseguenze e danni gravissimi. La sindrome di disaffezione, connessa alle logiche predatorie portate avanti dai gruppi di potere, e la conseguente crisi di rigetto dell’intera classe politica governante ha favorito il coagularsi del malessere intorno ad un nuovo soggetto (Grillo) che ha impersonato un nuovo “Batman”, e catalizzato una grossa percentuale dei voti degli elettori delusi. Bisogna stare attenti agli effetti di questo nuovo populismo che, sotto certi aspetti, può essere ancora più dannoso per la democrazia di quelle corrotte “aristocrazie o élites di governo” che si volevano combattere. Gli eccessi, da una parte o dall’altra non pagano, avvelenano solo la democrazia.

                           
La democrazia, come ben sappiamo, è fondata sugli individui, non sulla massa. Come Tocqueville stesso aveva constatato studiando la società americana del primo ottocento, la massificazione della società tramite l’uguaglianza e la spersonalizzazione dei suoi membri è un pericolo mortale per la democrazia perché apre le porte alla tirannide. Perché la massa informe, dove tutti sono uguali, non ha bisogno di democrazia ma si può accontentare di identificarsi in qualche demagogo che ne interpreta direttamente gli umori istintivi, senza bisogno di procedure democratiche di partecipazione politica. I regimi totalitari del secolo scorso sono la riprova di entrambe queste affermazioni: una democrazia senza qualità individuali apre la strada ai demagoghi. Per questo, una democrazia che vuole preservarsi dalla degenerazione demagogica deve curare nel massimo grado l’originalità di ciascuno dei suoi membri, la loro qualità ed onestà. E’ proprio dai cittadini di qualità che la democrazia attinge per creare le condizioni di buon governo, dove gli scelti, i migliori, operano nel vero interesse della collettività. E’ proprio all’interno di una popolazione composta da cittadini attivi, non massificata, che si può concretamente realizzare quella democrazia basata sull’uguaglianza. E’ proprio per merito di questa “cittadinanza attiva” che il privilegio, spesso portato avanti da certe élite di potere, viene combattuto mortalmente. Privilegio, come ben sappiamo, che ha conseguenze nefaste per gli amministrati. Una società “divisa per privilegi” dispone i suoi membri come su una scala: chi sta su e chi sta giù; chi sta su guarda dall’alto in basso chi sta giù. Inutile riepilogare qui il lungo elenco delle ruberie, degli scandali, della corruzione che ha contagiato tutte le élite che ci hanno governato e ancora ci governano. E’ necessario intervenire con forza e determinazione.

                        
Credo, però , che il male sia da combattere con mezzi adeguati, non con la disaffezione o con il populismo. La nostra reazione deve essere più composta e responsabile. Dobbiamo innanzitutto ritrovare quell’atteggiamento altruistico, quell’amore per la cosa pubblica che presuppone la nostra disponibilità a mettere in comune qualcosa di sé, anzi il meglio di sé: tempo, capacità e risorse materiali. Nessuno escluso. Senza lasciarci, però, ne incantare ne soggiogare dal santone di turno! Dobbiamo rimboccarci le maniche e mettere sul “piatto comune” la nostra capace individualità, con intelligenza e coraggio: non portando “il cervello all’ammasso”, ma fornendo, ciascuno il proprio proficuo contributo individuale. Cosi salveremo democrazia e libertà.

Alle recenti elezioni abbiamo assistito ad una incredibile “rivoluzione popolare”, che ha sconvolto come un uragano i precedenti e obsoleti schieramenti politici. Il dissenso, espresso in modo inequivocabile e pari ad un 25% dei votanti, credo però che abbia peccato di non poca ingenuità. Il movimento 5 stelle, destinatario di questo fortissimo consenso, espresso certamente perché esso avviasse un serio e concreto cambiamento, sembra, invece, voler utilizzare il consenso ricevuto in modo poco democratico, oserei dire addirittura autoritario e dittatoriale. Il movimento, anzi il “non movimento”, come i suoi capi amano definirlo, appare preda di gestori poco inclini alla democrazia.

                           
Le menti del movimento (Grillo e Casaleggio), credo siano convinti di essere non i democratici rappresentanti degli elettori ma “i padroni” di un gregge massificato (gli eletti), pronto ad eseguire, come un automa, le loro semplici “istruzioni d’uso”. Credo che questo sia un errore imperdonabile. Anziché cogliere, in un momento cosi delicato per la nazione, le irripetibili opportunità offerte da un pacchetto consistente di voti, ancorché di protesta, sembrano orientati verso obiettivi che oserei definire deliranti e, comunque, poco democratici. Se cosi fosse credo che quello stuolo numeroso di votanti più che un salto in avanti sia riuscito a fare solo il salto della quaglia. Diffidiamo dai facili imbonitori, e dai venditori di fumo. E’ bastato poco ad accertare che dietro le parole urlate c’erano anche interessi poco chiari. Anche sullo sbandierato “movimento” o “non movimento”. Il movimento esiste ed ha pure uno statuto redatto da un notaio. Nello statuto di questo movimento (che, ripeto, esiste anche se fino all’ultimo negato) , è ribadito che lo scopo “…è la convivenza armoniosa tra gli uomini, attraverso lo sviluppo del talento e delle capacità personali dell’individuo, che deve trovare piena possibilità di cogliere tutte le opportunità realizzabili all’interno della società civile, nel rispetto delle regole istituite dallo Stato nella sua fondazione”. Inoltre che “i valori fondanti del movimento sono libertà, uguaglianza, dignità, solidarietà, fratellanza e rispetto”. Nello statuto poi è anche prevista l’assenza del vincolo di mandato, proprio come scritto nell’articolo 67 della Costituzione, tanto criticato da Beppe Grillo giusto pochi giorni fa. Perché tanta segretezza e reticenza? A quale scopo?

Credo che anche gli eletti del movimento 5 stelle, oltre che i numerosi elettori, si stiano ponendo gli stessi dubbi che mi sto ponendo io. La libertà e la democrazia, ne sono convinto, sono tutt’altra cosa!

Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.

Mario

                        

mercoledì, marzo 20, 2013

ALEXIS DE TACQUEVILLE UN “ARISTOCRATICO” EUROPEO DELLA PRIMA META’ DELL’800. UN NOBILE DAL LUNGIMIRANTE PENSIERO DEMOCRATICO, ANCORA OGGI DI STRINGENTE ATTUALITA’.

Oristano 20 Marzo 2013
Cari amici,

ho conosciuto meglio il pensiero di Alexis de Tocqueville durante la preparazione della mia prima tesi di laurea in Scienze della Comunicazione e Giornalismo. In questo studio sociologico su una importante associazione di servizio (il Rotary International) ebbi modo di conoscere le diverse opere di Tocqueville, considerato uno dei maggiori studiosi dell’associazionismo. Mi resi conto anche, attraverso la lettura delle sue opere, che Tocqueville, per quei tempi, era stato un uomo straordinariamente moderno, con una visione della democrazia e del suo successivo sviluppo quasi profetica. Oggi Alexis de Tocqueville, come scrive Luca Pesenti, docente dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (su “Tracce. Litterae Communionis”, febbraio 2004, p. 90-92), è ancora di incredibile e straordinaria attualità. Per comprenderne a fondo la sua “modernità” ecco una sintesi della sua biografia, la cui attenta lettura ci consente di capire meglio l’uomo, il politico, il filosofo e lo storico.

Il visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville nasce a Parigi il 29 luglio 1805. Suo padre era un osservante sostenitore della monarchia borbonica ed il suo bisnonno era un aristocratico liberale ucciso durante la Rivoluzione francese; sua madre, invece, era una devota cattolica romana. Gli impegni del padre di Tocqueville, importante prefetto presso diverse città, lo fecero crescere lontano dalla famiglia per gran parte della sua giovinezza. In assenza del padre, l'abate Lesueur lo seguì a lungo come suo tutore. All'età di 16 anni Tocqueville entrò al Royal College a Metz per studiare filosofia. E’ in questo periodo che le idee liberali iniziano a farlo dubitare circa il ruolo dell'aristocrazia nel governo francese; lo travaglia anche una profonda crisi religiosa che lo segnerà per il resto della sua vita. Terminati gli studi al Royal College all'età di 18 anni, Tocqueville si trasferisce a Parigi per studiare legge. In questo frattempo la carriera del padre di Tocqueville continuava la sua ascesa e nel 1826 diventa prefetto di Versailles, la prefettura più influente di tutta la Francia, tanto che nel 1827 è nominato “Pari” da Carlo X. Il giovane Alexis, nel frattempo ottiene il suo primo incarico come apprendista magistrato presso la corte di Versailles. La sua crescita professionale, però, camminava di pari passo con le sue aumentate simpatie liberali, e la  crescente convinzione che il declino dell'aristocrazia era ormai inevitabile.

La rivoluzione di luglio del 1830, in cui Carlo X abdicò e Luigi Filippo salì al trono, ebbe forti ripercussioni sulla vita familiare di Tocqueville. Il primo risultato negativo fu che il padre di Tocqueville perdette la sua nobiltà e anche la sua posizione di magistrato divenne precaria. Vedendo che la Francia si stava muovendo verso una democratizzazione crescente, il giovane Tocqueville rivolse le sue attenzioni verso gli Stati Uniti, visti come modello politico democratico. Con il pretesto di voler studiare le riforme carcerarie in America, ottenne il permesso di recarvisi, al fine di acquisire una maggiore conoscenza della politica americana. La sua convinzione era che conoscendo meglio la democrazia in atto negli Stati Uniti, avrebbe potuto, poi, utilizzare questa conoscenza per influenzare lo sviluppo politico della Francia. Prima del rientro in Francia Tocqueville visitò anche l'Inghilterra per studiare meglio il sistema di governo inglese.
Nel 1835 pubblicò la prima parte dei risultati del suo soggiorno americano che diede alle stampe con il titolo “Democrazia in America”. Era un’analisi molto positiva della società americana e della forma di governo che la reggeva. Il libro fu molto ben accolto in tutta Europa. Il 1935 fu anche l’anno del suo matrimonio: Tocqueville sposò Maria Motley, una ragazza inglese non di nobili origini, scandalizzando tutto il suo aristocratico nucleo familiare. L’anno successivo, nel 1836, la madre di Tocqueville morì. Dopo la morte di sua madre Tocqueville rientrò nell'attività politica. Nel 1837 corse per la Camera dei Deputati ma non fu eletto. L'anno successivo fu nominato alla Legione d'Onore per la “democrazia in America” e nel 1839 riuscì a farsi eleggere alla Camera dei Deputati. Nel 1840 completò e diede alle stampe la seconda parte della “Democrazia in America”.

Questo volume, a differenza del primo, muoveva precise critiche agli eccessi della democrazia americana, mettendo a fuoco i pericoli che si nascondevano all’interno della democrazia: dall’aumentato “dispotismo” della pubblica amministrazione all’eccessiva centralizzazione governativa. Nel 1841 fu eletto all'Accademia francese e all'Accademia delle Scienze morali e politiche. Alla Camera dei Deputati, Tocqueville sostenne l'espansione della potenza navale nello sfidare il dominio britannico e il ruolo dell'insegnamento della Chiesa cattolica in una disputa nata tra la Chiesa e l'Università. Questo atto, coerente con quanto affermato in “Democrazia in America", ribadiva l'importanza rivestita dalla religione in una democrazia. Dal punto di vista politico, il pensiero di Tocqueville si stava muovendo, ormai, sempre più verso sinistra. Nel 1844 divenne uno dei proprietari del giornale radicale Le Commerce ma l’anno successivo lasciò il giornale a causa del suo fallimento finanziario immanente. Tocqueville, perfetto conoscitore delle logiche di potere, tenne un discorso all'inizio del 1848 predicendo lo scoppio di una rivoluzione, ma il suo avvertimento fu ignorato. La rivoluzione, invece, come preventivato scoppiò, anche se da Lui non condivisa. Lavorò, comunque, per aiutare a formare il nuovo governo all'indomani della rivoluzione. Venne eletto all'Assemblea Costituente e contribuì a scrivere la costituzione della Seconda Repubblica. Tocqueville l'anno successivo fu eletto all'Assemblea legislativa e divenne Vice Presidente dell'Assemblea e Ministro degli Affari Esteri. Questa posizione non durò a lungo, però, perché il presidente Luigi Napoleone Bonaparte lo licenziò quello stesso anno. Dopo il suo licenziamento Tocqueville subì un crollo fisico e andò in Italia per curarsi e rimettersi in salute. Tornò a Parigi nel 1851, prima del colpo di stato di Luigi Napoleone. Fortemente contrario al colpo di stato, Tocqueville fu incarcerato per breve tempo e poi escluso dai pubblici uffici per essersi rifiutato di giurare fedeltà al nuovo regime. Escluso dalla vita politica tornò ai suoi studi e si concentrò sullo scritto "L'antico regime e la rivoluzione francese nel 1850". Questo lavoro è un fedele resoconto della storia francese fino alla rivoluzione del 1789 e mette in risalto tutti quei fattori che portarono al fallimento della Rivoluzione. Nel 1856 morì il padre. Solo pochi anni dopo, il 16 aprile 1859, Tocqueville morì di tubercolosi. I suoi Ricordi sono stati pubblicati postumi nel 1893.
L’attenta lettura della sua non certo tranquilla esistenza dimostra quanto “avanti” fosse il pensiero di Tocqueville in un’epoca in cui la democrazia era ancora un grande e misterioso oggetto. Gli studiosi di oggi, in particolare Luca Pesenti, accreditano a Tocqueville una modernità di pensiero di straordinaria attualità ancora oggi. Scrive di Lui Luca Pesenti (nell’opera prima citata):
“Ogni epoca ha i suoi simboli, i suoi feticci, i suoi spettri. Prima l'epoca di Marx, della classe operaia pronta per il paradiso, della rivoluzione permanente, dell'eguaglianza contro la libertà. Poi l'epoca di Max Weber, dell'individualismo protestante al servizio del capitalismo, della caduta dei legami che tengono insieme popoli e uomini, dell'utilitarismo di massa, della libertà contro la fraternità.
Oggi, non sembrano esserci dubbi: il simbolo più coerente con lo spirito del tempo è Alexis de Tocqueville, che, benché morto da quasi centocinquanta anni, non ha perso la sua stringente attualità: la democrazia e l'America, la religione e lo Stato, le comunità e la libertà. Tutto sintetizzato nelle sue opere, «La democrazia in America» e «L'antico regime e la rivoluzione». A lui guardano tutti quelli che ragionano di crocifissi sui muri delle scuole, di scontri di civiltà da evitare, di democrazia da difendere o magari da esportare, di comunità da rifondare, di libertà da proclamare. A Tocqueville si rifanno i neo-comunitaristi, preoccupati per la crisi dei legami caldi, di parentela e solidarietà, e per le conseguenze sulla tenuta stessa della civiltà d'Occidente. Ma a lui guardano anche alcuni elementi di punta del pensiero neoconservatore, balzati agli onori delle cronache per essere divenuti le guide teoriche della presidenza Bush: a loro piace molto il teorico della libertà e del suo rapporto stringente con la religione, il sostenitore dell'autonomia della società rispetto allo Stato. E anche dentro la Chiesa c'è chi, come il cardinale Camillo Ruini, guarda a Tocqueville come a un riferimento teorico inevitabile. Insomma, oggi si direbbe che Tocqueville è un pensatore "bipartisan": scavalca le tradizionali categorie e pone nel cuore dell'Occidente domande decisive per la sua stessa sopravvivenza.”.

Tocqueville nei suoi studi afferma che non c’è democrazia senza libertà. “Ci vuole un popolo educato e responsabilizzato, capace di superare i rischi, che pur ci sono, di un regime democratico.”. In questa affermazione  Tocqueville ribadisce che la democrazia va costantemente “difesa” dagli eccessi.

Come? “Attraverso sei condizioni necessarie.”

Tocqueville ha identificato una serie di condizioni (sei per l’esattezza), necessarie per la difesa della libertà nelle società democratiche.

L’attento esame di queste sei condizioni, se avrete la pazienza di seguirmi, le troverete nella mia prossima riflessione, dove cercherò anche di affrontare il problema della difficile “democrazia interna” dell’ormai famoso “MOVIMENTO 5 STELLE”.

Grazie della Vostra attenzione.

Mario


martedì, marzo 19, 2013

DOPO LA FAMIGLIA ENTRA IN CRISI ANCHE L’ASSOCIAZIONISMO SOCIALE. ALLA RICERCA DEL “FILO DI ARIANNA” PER USCIRE DAL LABIRINTO E RITROVARE IL GIUSTO PERCORSO.

Oristano 19 Marzo 2013


Cari amici,

la lenta trasformazione della famiglia e la conseguente crisi d’identità della stessa ha contagiato anche le collaterali strutture che ne derivano, in primis le associazioni. Oggi assistiamo non solo ad un rallentamento della partecipazione alle diverse forme associative, utili in tutti i campi, ma addirittura ad una diminuzione del numero dei partecipanti. Frutto, questo, certamente della lunga crisi economica che, principalmente a causa della globalizzazione dei mercati, ha radicalmente trasformato le precedenti autonome economie dei singoli Stati. L’associazionismo, come ben sappiamo, ha radici antiche anche se la vera consacrazione, sotto forma di strutture regolamentate, cresce e si sviluppa in America nell’Ottocento. E’, infatti, la particolare e “nuova” libertà che in America vivono le popolazioni emigrate dalle parti più svariate del mondo a moltiplicare queste libere forme di aggregazione. Nel nuovo mondo costruito senza re, sovrani o nobiltà, i cittadini impostano la loro nuova vita in libertà e democrazia, dando vita ad un nuovo modello di Società.

Lo studio più completo ed interessante sulla nascita e sullo sviluppo dell’associazionismo lo realizzò Alexis de Tocqueville (Verneuil-sur-Seine, 29 luglio 1805 - Cannes, 16 aprile 1859), un nobile francese che nel 1830 si recò negli Stati Uniti per studiare l’evoluzione della democrazia americana. Al suo rientro in Francia riportò la sua esperienza americana nel libro “ Democrazia in America”  che gli diede fama e notorietà. L’interesse di Tocqueville verso il sistema democratico  americano scaturiva  dalla convinzione che la democrazia era il fine ultimo cui tendeva il nuovo processo storico; era quel nuovo “movimento sociale” che, contribuendo a dissolvere il precedente ordinamento aristocratico-feudale, metteva le basi per l’eliminazione delle monarchie, ancora ben presenti e ben radicate in Europa. Sull’onda di questa libertà vissuta nel “nuovo mondo”, assenti le farraginose strutture aristocratiche europee, il nuovo Stato aveva assunto una funzione minimale. Libertà che fece sorgere, praticamente in modo spontaneo, associazioni di ogni tipo da parte dei cittadini.
Scrive nel suo libro prima citato “Democrazia in America”, Alexis de Tocqueville:

“… L’abitante degli Stati Uniti impara fin dalla nascita che bisogna contare su se stessi per lottare contro i mali e le difficoltà della vita; egli rivolge all’autorità sociale uno sguardo diffidente e inquieto, e fa appello al suo potere solo quando non ne può fare a meno. Si comincia a notare questo fin dalla scuola, dove i bambini si sottomettono, persino nei loro giochi, a regole che essi hanno stabilito e puniscono fra loro colpe da essi stessi definite. Lo stesso spirito si ritrova in tutti gli atti della vita sociale. Si crea un ostacolo sulla pubblica via, il passaggio è interrotto, la circolazione bloccata; i vicini si costituiscono subito in corpo deliberante; da questa assemblea improvvisata uscirà un potere esecutivo che rimedierà al male, ancor prima che l’idea di un’autorità preesistente a quella degli interessati sia venuta in mente a qualcuno. Se si tratta di divertimenti ci si assocerà per dare più splendore e organizzazione alla festa.[….] Negli Stati Uniti ci si associa per scopi di sicurezza pubblica, di commercio, di industria, di morale e di religione. Non vi è nulla che la volontà umana non creda di poter ottenere grazie alla libera azione del potere collettivo degli individui…”.

                      
Perché dunque, oggi, l’associazionismo, quella struttura cosi libera ed aggregante che ha svolto nel tempo una funzione insostituibile nella Società, è entrato in crisi? E’ solo per un fatto esclusivamente di natura economica o c’è dell’altro? L’utilità dell’associazionismo è certamente fuori discussione. E’ una di quelle verità che sembrano “di per se stesse evidenti”, per adoperare l’espressione resa popolare da Thomas Jefferson. Eppure anche un sostenitore convinto dell’associazionismo, si trova a volte ad essere dubbioso sulla validità universale dell’approccio associativo ai problemi sociali. Nella scala dei valori l’associazione viene certamente dopo la famiglia, primo ed insostituibile nucleo fondante della Società. Preso atto di questa gerarchia credo che la crisi dell’associazionismo, parta proprio da questa dipendenza. La crisi economica che sta colpendo in questo periodo soprattutto i Paesi industrializzati ha messo in crisi fasce sociali prima in possesso di un “benessere sociale” con un surplus da redistribuire all’esterno della famiglia. La diminuzione di questo surplus, spesso al di sotto anche della soglia delle necessità, ha costretto la famiglia a svolgere un ruolo inatteso: un ruolo di compensazione interna, rispetto al precedente impiego delle risorse. Ridistribuendo il reddito al proprio interno, la famiglia ha dovuto sacrificare, prima diminuendo e poi anche azzerando, la relazionalità economica e sociale precedentemente rivolta verso l’esterno. E questo ha provocato e sta provocando “una necrotizzazione” delle relazioni sociali.
Ma l’associazionismo, in particolare quello sociale, non può e non deve assolutamente perire! Il suo ruolo è fondamentale come valvola di compensazione tra le varie fasce reddituali e la sua scomparsa creerebbe un danno incalcolabile. Tutti insieme, a partire dalle Istituzioni, dovremo operare per la sua salvaguardia, riscoprendo e dando un ruolo fondamentale al “Terzo Settore”, fondato sulla logica del “dono”. La crisi in atto della socialità imperniata sull’economia trasforma “l’associazionismo sociale” in un attore strategico imprescindibile per la funzione sociogenetica che è alla base della sua essenza. Questo associazionismo, legato a quel “terzo circuito” imperniato sul dono e non sul mercato, sulla liberalità e sulla reciprocità, ha oggi una funzione fondamentale: quella di non far dissolvere i legami sociali. Questo terzo polo fondato sulla logica del dono, concepito non come meccanismo residuale ma centrale della società, acquisirebbe l’importante compito di ricreare, di rigenerare quelle relazioni sociali in crisi. Contrariamente allo scambio di mercato, rapporto che si esaurisce in maniera immediata, il dono è capace di stabilire un legame, di ricreare relazioni latenti o interrotte, con una potenza superiore alla logica ed alla forza del mercato. Per dare maggior valore e forza all’associazionismo sociale è necessario un ineludibile coinvolgimento da parte dell’autorità pubblica. Lo Stato non può e non deve ritirarsi da questo terreno, poiché mancando la funzione svolta da queste strutture la distanza tra le fasce sociali abbienti e quelle in difficoltà si allungherebbe eccessivamente. Il peso della crisi che stiamo vivendo deve vedere tutti coinvolti: cittadini ed Istituzioni. E’ necessario bandire la tentazione di scaricare unicamente sul volontariato compiti che non sono i suoi. Aiutare i più deboli è una necessità che riguarda tutti. Il Terzo Settore ha svolto e deve continuare a svolgere quella funzione insostituibile di “stanza di compensazione”, deve lottare a viso aperto, tirar fuori l’orgoglio della propria missione, quella di saggio equilibrio tra le logiche del mercato e quelle della solidarietà.

Nessuno può tirarsi indietro!

Mario