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lunedì, maggio 27, 2013

LA LUNGA E TORMENTATA STORIA DEL CREDITO IN SARDEGNA. PRIMA PARTE.


Oristano 27 Maggio 2013
Cari amici,
credo Vi farà piacere ripercorrere con me la lunga e tormentata storia del “credito” in Sardegna. Sono partito dalle origini, dal 1.600, circa, quando gli spagnoli introdussero anche nell’Isola i Monti Frumentari. Ecco la prima parte della storia.
La Sardegna ha sempre pagato a caro prezzo il suo splendido isolamento. La causa principale è la sua posizione al centro del Mediterraneo, lontana dalla terraferma e dai  più importanti centri commerciali e culturali. Nel Seicento, durante la dominazione spagnola, la scarsa popolazione viveva miseramente di agricoltura e pastorizia. L’agricoltura, con produzione prevalentemente granaria, praticata negli spazi pianeggianti del Campidano e della Marmilla, veniva condotta con metodi arcaici; la pastorizia, limitata al pascolo brado di ovini e caprini, praticata nelle zone interne. La Spagna fin dalla prima metà del Seicento cercò di introdurre i primi miglioramenti produttivi. Nel 1612 l’inviato della Corona, tale Martin Carrillo,  visitatore (una sorta di ispettore) del Re di Spagna Filippo III, nella sua relazione al sovrano mise in luce una realtà fatta di fame e arretratezza.  I contadini sardi, costantemente taglieggiati dalla rapace burocrazia regia, diretta dal viceré, non erano mai stati incoraggiati a migliorare la qualità e la quantità dei raccolti cerealicoli. Per tentare un certo  miglioramento, nel 1624, il Parlamento riunito a Cagliari votò per la nomina in ogni villaggio del “Padre Censore”, un esperto agricolo locale, capace di indirizzare e coordinare l’attività agricola. A lui doveva far capo un grande magazzino dove far convergere le riserve comunitarie del grano, necessario per far fronte non solo ai bisogni della comunità, ma anche per anticipare le sementi ai coltivatori in difficoltà. Era il primo segno, il primo passo, per la costituzione anche in Sardegna dei Monti frumentari, già sperimentati in altre parti del regno.
Il vessatorio sistema feudale allora imperante era però nella sua fase discendente e non tardò ad estinguersi,  spazzato via, quasi dappertutto, dalla Rivoluzione francese. In Sardegna, invece, resistette più a lungo. L’isola,  poco abitata ed economicamente isolata, nel 1720 passò ai Savoia come Regno di Sardegna.  Il 9 agosto del 1720 gli Stamenti sardi (quello militare, l’ecclesiastico e il reale) del Parlamento, prestando giuramento di fedeltà al nuovo viceré, il barone di Saint Remy , gli consegnarono una Sardegna popolata da appena 300 mila abitanti. Cagliari, capitale del regno, contava appena 16 mila anime e Sassari, capitale del capo di sopra, 13 mila. L’isola, oltre che spopolata era culturalmente arretrata e con un’economia di sopravvivenza. La società sarda, prevalentemente agro-pastorale, continuava a restare  oppressa dai soprusi dei feudatari e taglieggiata dai tributi e dalle decime del clero.

In totale abbandono l’Isola era priva anche delle più elementari infrastrutture, a partire dal sistema viario, con strade  pessime ed insicure, che potevano garantire ben pochi commerci.  Le coste, circondate in parte da stagni malsani infestati dalle zanzare (Anopheles Labranchiae),  erano poco abitate a causa dei frequenti cicli di febbri malariche che colpivano la popolazione, e dalle ricorrenti carestie. Le poche ricchezze dei proprietari della terra (feudatari e clero) derivavano soprattutto dall’allevamento del bestiame, praticato all’interno dell’Isola.
Una prima riforma radicale della gestione della terra venne attuata dai Savoia solo nel 1820. Con l’Editto delle Chiudende, emanato il 6 ottobre 1820 venne avviato un processo di privatizzazione della terra che, nonostante le buone intenzioni, finì per favorire i ceti più abbienti e, soprattutto, più spregiudicati. L’accaparramento consentì di ampliare ulteriormente le già vaste proprietà in mano ai latifondisti e conseguentemente di aumentare le rendite derivanti dagli aumentati canoni di affitto. Sedici anni dopo, nel 1936, solo dopo lunghe trattative e non poche difficoltà si giunse alla stesura della legge per l’abolizione del feudalesimo. L’operazione, stante le pressioni dei possessori della terra,  fu conclusa ad alto prezzo e con il sistema del riscatto. Questa soluzione, che comportò costi pesantissimi per il Governo Centrale, fu, però, volturata  a cascata,  sui Comuni, depauperando ulteriormente le già magre risorse. Altri provvedimenti, adottati nello stesso periodo, riguardarono l’agricoltura, l’allentamento delle barriere commerciali, la riforma delle leggi civili e penali e la costruzione delle prime importanti infrastrutture. Saranno le strade le prime ad essere migliorate, a partire dalla Cagliari-Sassari, che porta ancora  il nome di Carlo Felice. Seguirono, poi, l’istituzione del primo riparto catastale, la redazione di complete rilevazioni geografiche e l’effettuazione del primo censimento. Tutti questi atti, che modificarono profondamente i rapporti sociali ed economici della società sarda, costituirono un primo segnale di cambiamento: fu un  ufficializzare, anche in Sardegna, il passaggio al post-feudalesimo.
Nel prossimo numero, partendo dalle fonti storiche più note, esamineremo le strade che il Sistema creditizio sardo ha percorso fino ai nostri giorni.

Grazie dell’attenzione!
Mario


domenica, maggio 26, 2013

LE SCULTURE DI GIOVANNI ROSANO: GLI ANTIDILUVIANI MOSTRI DELLA NOSTRA FANTASIA, IMPRIGIONATI NELLE ANTICHE RADICI E DA LUI RIPORTATI ALLA LUCE.


Oristano 26 Maggio 2013
Cari amici,
sono passato nei giorni scorsi davanti al laboratorio di Giovanni Rosano. Con Lui ci conosciamo da un po’ e, poi, fermarsi nel Suo laboratorio ha un vantaggio esclusivo: inebriarsi di unici,  dolci e sensuali profumi. Provengono da antichi legni di ginepro e olivastro, le cui radici millenarie, sapientemente elaborate e trasformate, riprendono, per Sua mano, a rivivere, vestendosi di una “vita nuova”, attraverso un’alchimia unica, che solo Lui sa realizzare.
L'uomo è un sognatore che ha saputo trasformare l’incubo dei Suoi sogni in realtà. Tutti noi sogniamo: il sogno è quel misterioso processo mentale che, sicuramente influenzato dal DNA dei nostri geni, è capace di riportarci indietro nel tempo, al nostro lontanissimo passato. Spesso nei nostri sogni è presente il mostro, quella figura, indefinibile che ci carica di paure ancestrali, difficili da comprendere.  Il mostro nei sogni può assumere le forme più strane e toccare soggetti di ogni età e cultura. Da piccoli, replicando e ingigantendo le forme mostruose dei personaggi delle favole, da grandi,  ampliando le nostre ansie, dando figura concreta ai mali che ci assillano; ecco allora materializzarsi cervelli perversi in forma gigantesca, donne mostruose che impersonano la lussuria, complicati intrecci di reticoli, a simboleggiare le complesse e tormentate vicende umane.
Giovanni, nella Sua apparente e tranquilla vita da persona comune non ignora, però, non cancella  il Suo mondo onirico fatto di ripetuti sogni: ha trovato una via, forse unica, per rappresentarli questi Suoi sogni: estrarli dalle possenti radici di alberi millenari. E' un modo per  materializzarli, dargli corpo, con forme, colori e profumi antichi, riportando alla luce, attraverso il sogno, quei mostri preistorici, primi abitatori della terra ed oggi dei nostri sogni.
Al risveglio, dopo l'incubo popolato dai mostri, Giovanni nel suo laboratorio da corpo al sogno fatto ed al  messaggio contenuto. E’ un modo concreto il Suo di non respingerlo quel mostro, quel messaggio, ma di trasformarlo, facendolo parlare di sé, riportandolo in vita, in modo che anche altri possano essere messi in grado di recepire l’antico messaggio.

Come un novello dottor Jekill e mister Hyde, è come se vivesse due vite: quella onirica, fantastica, popolata di mostri multiformi e quella ordinaria, fatta del vivere quotidiano, arricchito, però, dalla trasformazione dei sogni in realtà. E’ un lavoro certosino il Suo, fatto di migliaia di ore, passate a trasformare in meravigliose sculture lignee, le possenti ed antiche radici, ricche di mille profumi, di varianti incredibili di colore, di ramificazioni e di sinuosità da labirinto, che solo pregiati e nobili legni come il ginepro e l’olivastro possiedono. Giovanni vive intensamente, come un moderno Geppetto, la trasformazione che, di volta in volta, mette in atto. Si arrampica personalmente sui monti sardi, percorre il Supramonte, i monti di Oliena, o quelli del Montiferru, alla ricerca delle “radici dei suoi sogni”. Le compra e le porta a casa, dove, come figli adottivi verranno seguiti fino alla completa trasformazione.
Prima di iniziare chirurgicamente la sua opera magica di moderno alchimista osserva con grande attenzione e curiosità le grezze radici dove si nascondono i suoi mostri. Con sicurezza li individua e li cattura, portandoli, lentamente ma inesorabilmente, alla luce del sole. E’ un lavoro di pazienza certosina. Appoggiata stabilmente la grossa e grezza radice su un solido basamento sta ore ad osservarla ancora; con qualche colpo di scalpello libera dalla corteccia qualche punto, mettendo a nudo il legno sottostante. Il “mostro” contenuto all’interno, ormai scoperto, inizia a risvegliarsi dal suo letargo: il suo profumo inizia ad espandersi nell’aria e le calde tonalità del suo corpo, pieno di colori dalle mille tonalità escono allo scoperto. Giovanni trascorre intere giornate a studiare la sua “preda”: sono ore di intense e infinite riflessioni, alla ricerca delle variegate e innumerevoli forme contorte che il mostro nasconde, all'interno delle spessi pareti del duro legno. E’ quasi una lunga lotta tra il mostro che si nasconde e Lui, novello cacciatore, che stana e porta allo scoperto la Sua preda. Una lotta non facile, lunga e sofferta, come quella tra due anime che si contrastano, tra lo spirito antico, integro e incontaminato del mostro, ed il Suo, che vuole riportarlo alla luce dalle tenebre millenarie. Le sue "sofferte" e amate sculture evidenziano questa impari lotta che alla fine lo lascia esausto ma vincitore.
Le sue sculture, che oggi sono davvero tantissime, non sono per Lui oggetto di mercato. Ama sì esibirle, mostrarle anche fuori da Oristano, ma l’idea di separarsene non lo convince. Sono Sue, gli appartengono, come figli nati in famiglia. E nessuno vende volentieri i suoi figli!
Che dirvi cari amici! La mia amicizia con Lui mi impedisce di insistere ancora. Potrebbe diventare un uomo ricco. Ma Lui è un puro. I soldi non gli ridarebbero mai l’ebbrezza di mostrare con orgoglio e carezzare anche il più piccolo dei suoi “figli” !
Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario

lunedì, maggio 20, 2013

LA CHIESA SARDA SI PREPARA A RICEVERE PAPA FRANCESCO! TUTTI A CAGLIARI DOMENICA 22 SETTEMBRE 2013!

Oristano 20 Maggio 2013
Cari amici,
è una notizia che riempie di gioia il cuore di tutti: Papa Francesco, visiterà la Sardegna a breve! Domenica 22 Settembre renderà omaggio alla Madonna di Bonaria, l’amata Vergine che ha un legame privilegiato con la Sua terra, Buenos Aires.
Il Papa lo ha annunciato ai vescovi sardi, a Roma per la consueta visita “Ad Limina”; nel corso del colloquio il Papa ha sottolineato la grande dignità dei lavoratori sardi e ha espresso la sua solidarietà verso coloro che vivono in particolari condizioni di disagio economico e di povertà. Papa Francesco ha ribadito quanto già affermato in precedenza circa il feticismo del denaro, a discapito dell’attenzione alla persona ed ai poveri.
 




Il Papa ha inoltre invitato i vescovi sardi ad una più intensa preghiera e ad un maggiore impegno per le vocazioni.  Nel contesto di questo incontro il Papa ha confermato la data della sua visita presso il Santuario della Madonna di Bonaria per Domenica 22 Settembre 2013. Sarà, per Papa Bergoglio un grande bagno di folla, e la Sardegna tutta Gli chiederà di pregare il Buon Dio per creare anche nell’Isola condizioni di vita più accettabili, soprattutto per il lavoro che manca, ai giovani in particolare.


Ma cosa sono in realtà queste visite denominate Ad Limina? Il reale significato del termine  “Visita ad limina apostolorum”, è quello di “visita alle soglie degli Apostoli”, nel senso che i vescovi sono periodicamente invitati ad andare a Roma per “videre Petrum”, compiere cioè un pellegrinaggio alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo, fondatori della Chiesa di Roma, ed esprimere e rafforzare l'unità e la collegialità della Chiesa.

                                                    LE 10 DIOCESI SARDE
E’ una specie di “chiamata a rapporto” del Papa a tutti Vescovi, per accertare lo stato di salute delle Diocesi a Loro affidate. Qual è, oggi, la situazione della Chiesa sarda? Vediamo in sintesi la composizione delle varie Diocesi e la loro consistenza. La Sardegna conta 3 Arcidiocesi: Cagliari, governata dall’Arc. Arrigo Miglio,  Sassari, governata dall’Arc. Paolo Atzei e Oristano, governata dall’Arc. Ignazio Sanna. Conta, inoltre 7 Diocesi: Iglesias affidata al Vescovo Giovanni Paolo Zedda, Lanusei, affidata al Vescovo Antioco Piseddu, Nuoro, affidata al Vescovo Mosè Marcia, Ales-Terralba, affidata al Vescovo Giovanni Dettori, Alghero-Bosa, affidata al Vescovo Mauro Maria Morfino, Tempio-Ampurias, affidata al Vescovo Sebastiano Sanguinetti e Ozieri, sede vacante, affidata alle cure dell’Amministratore Apostolico Mons. Sanguinetti, della Diocesi di Tempio. Per un totale di 10 Diocesi.
Il governo della Chiesa isolana nel suo complesso è in capo alla Conferenza Episcopale Sarda, che esprime le funzioni di indirizzo. Ha come Presidente l’Arcivescovo di Cagliari Arrigo Miglio, come Vice presidente l’Arcivescovo di Sassari Paolo Atzei e come Segretario il Vescovo di Tempio-Ampurias Sebastiano Sanguinetti. Nel suo complesso la Chiesa sarda annovera 622 Parrocchie, dove operano 863 sacerdoti secolari, 185 sacerdoti regolari e 93 diaconi permanenti.
I problemi certamente non mancano neanche nella Chiesa sarda che, tra l’altro a detta di molti annovera un numero eccessivo di Diocesi (alcune proprio sottodimensionate) che andrebbero “tagliate”, accorpate a quelle più importanti. Questo accorpamento libererebbe un certo numero di sacerdoti, oggi impiegati nelle varie incombenze delle Curie (Capitoli, Uffici economici e Seminari), forze che, applicando il nuovo spirito evangelico del nuovo papa,  potrebbero essere impiegate nella vera, primaria, funzione del sacerdote: la cura delle anime. Forse la ridistribuzione delle parrocchie sarde in 4 Diocesi, anziché in 10, consentirebbe di liberare non poche risorse.
Domenica 22 Settembre 2013 sarà Papa Bergoglio a toccare con mano la “forza lavoro” della Chiesa sarda, che affonda le sue nobili radici in epoca remota. La Chiesa cattolica Sarda ha, infatti, una storia antichissima. A portare pre primi il messaggio evangelico furono i cristiani che vennero inviati in esilio in Sardegna, nel terzo secolo d.C. Cristiani capaci e forti, tra i quali ritroviamo anche due personaggi eccellenti, due futuri Papi: Callisto e Ponziano. La prima Diocesi formatasi nell’Isola tra il terzo ed il quarto secolo fu la Chiesa cagliaritana, il cui importante vescovo Lucifero combatté con forza contro l’arianesimo. Dopo l’anno mille la Sardegna fu divisa in quattro Giudicati e anche la Chiesa sarda, rafforzata da numerose comunità monastiche, continuò la sua espansione. Sorsero numerose Diocesi in molti punti strategici dell’Isola. Con il tempo, però, esaurita l’importanza di quei territori, esse persero la loro forza e l’indipendenza, fondendosi con altre Diocesi vicine. Altre restarono in piedi solo “virtuali”, affidate nominalmente a Vescovi itineranti e governate effettivamente da un vescovo limitrofo.
E’ certamente tempo di un serio check up anche per Chiesa sarda. La politica della “spending review”, economica ed umana, dovrà riguardare anche la Chiesa sarda. Credo che Papa Bergoglio nella Sua lungimiranza troverà la soluzione più consona.
Grazia cari amici della Vostra attenzione!
Mario

                          

domenica, maggio 19, 2013

ORISTANO E LE SUE ANTICHE CORPORAZIONI : IL GREMIO DEI CONTADINI DI SAN GIOVANNI.


Oristano, 19 Maggio 2013
Cari amici,
uno dei retaggi storici dell’antica vita della nostra città sono i “Gremi”, quelle antiche corporazioni che in epoca medioevale, alla stregua dei moderni sindacati, organizzavano le strutture artigiane e produttive. Ad Oristano fino alla prima metà del XIX secolo, operavano ben sette Gremi: Muratori, Scarpari, Ferrari, Falegnami, Figoli, Sarti e Contadini. Ad oggi pochi di questi sono sopravvissuti: esistono ancora il Gremio dei Muratori di Santa Lucia, quello dei Falegnami di San Giuseppe ed il Gremio dei Contadini di San Giovanni Battista. Questi ultimi due, quello dei falegnami di S. Giuseppe e quello dei contadini di S. Giovanni Battista, mantengono tuttora il privilegio di organizzare il torneo della “Sartiglia”, competizione a cavallo con corsa alla stella, che si corre da oltre 500 anni.
Della splendida corsa alla stella della SARTIGLIA ho parlato più volte su questo blog, quindi non voglio ripetermi, vorrei solo ricordare a chi non la conosce la storia di uno di questi  antichi  Gremi, quello dei contadini, che esprimeva tutta la sua potenza quando l’agricoltura era la fonte economica principale. Circa la nascita e le origini del Gremio dei Contadini si sa ben poco. Alcuni documenti custoditi presso l’Archivio di Stato di Cagliari, documentano che questa corporazione era operativa già nel Seicento. Documenti in possesso di questo Gremio attestano la sua esistenza nel 1700: lo si rileva da libri e verbali riguardanti la nomina de Is Oberaius Majoris (Presidenti), le massime autorità del Gremio, i cui nomi compaiono a partire dalla seconda metà del 1800. Il Gremio orgogliosamente custodisce ancora l'antica Cassa a tre chiavi, arca a tre serrature, ciascuna delle quali con chiave diversa; chiavi affidate a tre differenti persone aventi importanti responsabilità all’interno del Gremio. Era questa la cassaforte dell’associazione, nella quale venivano custoditi valori e documenti importanti.
Il primo “Simbolo” del Gremio è la Bandiera costituita da un’asta in legno, a cui è appeso un drappo di broccato rosso. Chiamato anche stendardo, è un simbolo/trofeo, ricco di antichi significati. Il drappo, che ha incisa l’effigie del Santo Protettore (San Giovanni bambino), incorniciata da quattro mazzi di spighe, simboleggia non solo la devozione al Santo protettore ma anche l’appartenenza dei soci del “Gremio” ai campi, alla madre terra; il numero dei mazzi di spighe, 4 (quattro), simboleggia invece i quattro elementi di cui si compone la vita: acqua, terra, cielo e fuoco, portatori di  abbondanza ma anche di catastrofi. Fin dall’antichità, infatti, una delle motivazioni che davano vita alla cerimonie era il  ringraziamento agli Dei per l’abbondanza ricevuta, ma anche la richiesta di protezione per il futuro. Senza dimenticare che il numero 4 è anche il numero che nei secoli ha simboleggiato la regalità. All’asta, sormontata dalla croce di spighe, con al centro l’effigie del Santo Protettore, sono appesi numerosi nastri colorati recanti i nomi dei vari Presidenti del Gremio. Questo antico stendardo del Gremio, infatti, è arricchito di anno in anno di ulteriori nastri multicolori che vanno ad integrare i precedenti allacciati alla bandiera: essi  rappresentano la devozione al Gremio ed al Santo dei presidenti che si sono avvicendati; essi vengono  aggiunti da ogni Presidente e costituiscono una specie di “voto” fatto dai presidenti uscenti e dalle “priorisse”. In occasione delle uscite ufficiali, la Bandiera accompagna sempre il Gremio e lo rappresenta: sono la festa della Natività di San Giovanni Battista, la Processione di Corpus Domini, la festa di Sant’Isidoro patrono degli agricoltori, la Processione di Sant’Efisio Martire e l’organizzazione della Sartiglia, oltre che accompagnare nell’ultimo viaggio Is Oberaius (Presidenti) e Is Priorissas (mogli de is Oberaius) defunti. Per quest’ultima triste incombenza i molteplici nastri colorati sono sostituiti da un unico nastro nero.

Il ruolo del Gremio nella città di Oristano era originariamente quello di raggruppare, in una associazione che anticamente era definita Corporazione, gli addetti all’attività agricola, stabilendone le norme, con diritti ed i doveri degli associati; in sintesi un antico sindacato che regolava e teneva nella giusta considerazione le esigenze della categoria, mettendole in relazione con le altre attività economiche e sociali della città di Oristano. Il Gremio fin da data remota aveva l’obbligo di custodire e tenere in efficienza la Chiesa de Santu Giuanni de Froris (San Giovanni dei Fiori), organizzandone le feste in onore di San Giovanni, del patrono della categoria degli agricoltori Sant’Isidoro, oltre l’importante incarico di organizzare la Sartiglia dell’ultima domenica di Carnevale (quella del Martedì successivo era in carico, invece, al Gremio dei Falegnami di San Giuseppe). Questa antica Chiesa, ubicata a sud-ovest della Chiesa di San Martino, si trova a circa un chilometro dal centro della città e a duecento metri dal cimitero di San Pietro. La sua struttura, tipica delle chiese campestri, presenta una pianta quadrata ripartita da quattro pilastri racchiudenti una navata centrale, coperta con un tetto poggiante su capriate. Sui lati si collocano la sagrestia e un gruppo di stanze. L'attuale struttura architettonica si può riportare all'epoca spagnola, precisamente al XVI secolo. Ciò nonostante la chiesa ebbe probabilmente origini giudicali testimoniate da molteplici documenti, tra cui il testamento del 1335 del Giudice d'Arborea Ugone II de Bas-Serra che stabiliva un lascito per una Chiesa, di cui s'apprende la titolatura originaria: Sancti Iohannis de Venis, ovvero San Giovanni delle acque sorgive.
Per antica tradizione la chiesa è la cappella del Gremio, e viene aperta in occasione di tutte le feste dell’associazione. All'interno dell'edificio vi è l'altare maggiore dedicato a San Giovanni Battista, affiancato da due altari minori dedicati uno a Sant'Isidoro Agricoltore e l'altro allo stesso Santo precursore. Nella chiesa si conserva inoltre un interessante quadro, restaurato di recente, raffigurante il martirio di San Giovanni Battista, che riporta oltre al nome dell'autore i nomi de Is Oberajus Majoris, le massime autorità dell'associazione, e di altri soci che sul finire del 1700 commissionarono l'opera.
Il Gremio, come Corporazione, ha svolto per secoli anche l’attività di mutuo soccorso (ha continuato a svolgerla sino a pochi decenni fa), con i prestiti in denaro, semenze e attrezzature. Questi importanti valori di solidarietà e assistenza reciproca ne facevano un punto fermo della categoria e sono orgogliosamente arrivati fino a noi, nonostante il mutare dei tempi! Questa funzione ha permesso al Gremio di sopravvivere, attraversando indenne il tempo, custodendo orgogliosamente e tramandando, di generazione in generazione, i suoi valori, i suoi ideali e soprattutto mantenendo ferma la sua struttura organizzativa. Come nel passato i poteri all’interno del Gremio sono cosi distribuiti:
1) La Giunta, composta dai due massimi rappresentanti: Is “Oberaius Majoris” (di cui uno di cassa),
due “Probi Uomini Primi” e due “Probi Uomini Secondi”.
2) Il Consiglio, composto da 7 Componenti, di cui uno con funzioni di Segretario.

L’antica tradizione di queste Corporazioni stabiliva che tutti i Gremi onorassero, con la dovuta importanza, i Santi che, specificatamente, erano il loro riferimento spirituale. Nel Gremio di San Giovanni Is Oberaius Majoris erano (e sono ancora) tenuti a norma di Statuto alla celebrazione di tutte le feste religiose in onore di San Giovanni. Il 24 Giugno, in occasione della Festa della Natività di San Giovanni Battista, era stabilita la fine del mandato dei due Oberaius Majoris uscenti, con il contestuale inizio del mandato per quelli entranti. Probabilmente la ricorrenza del 24 Giugno non è casuale: i giorni a cavallo del 24 sono proprio quelli del solstizio, quando la luce raggiunge il suo apice e simboleggia l’abbondanza, ricordandoci che la luce è vita per l’uomo e ed il suo mondo, forza misteriosa che ci lascia godere e ci nutre con la forza benefica del sole. Inchinarsi alle grandi forze della natura è stato per l’uomo un rito perpetuato fin dalla notte dei tempi. Ricordiamo  che i giorni del solstizio sono da sempre stati considerati magici. Nelle antiche religioni naturali il solstizio era chiamato Litha ed una delle erbe sacre era l’ iperico, pianta officinale del genere Hypericum , detta anche erba di San Giovanni o scacciadiavoli. Festeggiare il protettore della vita campestre nei giorni del solstizio, quando la luce raggiunge il suo apice, simboleggia un sacro ringraziamento per l’abbondanza ricevuta e una preghiera per il futuro, anch’esso da vivere possibilmente nell’abbondanza. Ricco di fascino anche oggi il Solstizio!
Quello del 24 Giugno è un grande momento di aggregazione per gli esponenti del Gremio di S. Giovanni che si riuniscono per festeggiare il loro Santo protettore e, con la Sua assistenza, procedono al rinnovo delle cariche sociali. Assistere alla cerimonia di passaggio del testimone tra is Oberajus  Majoris uscenti, e quelli entranti è curioso è stimolante. Il passaggio dei poteri tra il “primus inter pares” dei due Oberajus  Majoris (quello che rappresenta ufficialmente il Gremio, l’altro e quello di “cassa”), cessante e subentrante, avviene con il “passaggio della bandana”. Simbolo importante la Bandana, perché  non solo sostiene la fronte ma assorbe il  sudore della fatica, nell’arduo lavoro dei campi. Apparentemente è un simbolo modesto ma ha antiche e nobili radici: ricorda è mima il passaggio di corona tra un re ed un altro.
La sera del 23, la vigilia della festa, si aprono i festeggiamenti con il trasporto della Bandiera dalla casa de S’Oberaiu Majore (a cui è affidata la custodia, nell’anno) alla Chiesa di San Giovanni. La Bandiera lascia la sala principale della casa dove ha troneggiato durante l’anno di presidenza, adornata da due nuovi nastri legati sotto la corona di spighe di grano che circonda l’immagine di San Giovanni bambino. Nei nastri spiccano i nomi de S’Oberaiu Majore e de Sa Priorissa e l’anno del mandato appena concluso. La Bandiera viene posta su un carro a buoi mentre i componenti del Gremio si sistemano sul decorato carrello di un trattore che segue il carro. Un corteo di trattori addobbati e di cavalieri a cavallo accompagna la Bandiera verso la Chiesa. Arrivati alla Chiesa si celebra la Messa della Vigilia, conclusa la quale, si cantano is Goccius in onore di San Giovanni (canti sacri popolari); segue il tradizionale invito di amaretti e vernaccia a tutti i presenti. Il 24, giorno della festa, la prima messa all’alba annuncia una giornata densa ma gioiosa, che trascorrerà scandita dalla celebrazione delle Messe e dai banchetti fino a tarda notte. Il 25, nella mattina, si tiene la Messa in suffragio dei soci defunti; nella serata i componenti del Gremio, durante una riunione a porte chiuse, che si tiene nei locali attigui alla Chiesa, nominano ufficialmente i nuovi Oberaius Majoris. Finita la riunione le porte della Chiesa si aprono e la Bandiera viene portata fuori e tra manciate di grano e fiori viene posta sul carro a buoi. I componenti del Gremio prendono posto sul carrello di trattore, e il corteo si dirige verso la casa del nuovo Presidente (a cui è affidata la custodia della Bandiera). E’ la Bandiera, intronizzata nella nuova casa, che darà inizio al nuovo mandato di presidenza mentre tutti i convenuti festeggeranno durante un fastoso banchetto offerto da s’Oberaju neo eletto che dà, così, inizio al suo mandato. È importante ricordare che fino alla prima metà di questo secolo il Gremio organizzava in occasione del 24 giugno il Palio di San Giovanni, una corsa a cavallo che partendo dal borgo contadino raggiungeva la Chiesa gotico-aragonese di San Martino e si concludeva davanti al sagrato della Chiesa di San Giovanni. Al vincitore veniva offerto in premio “Su Pannu”, panno di broccato che precedentemente veniva portato dai Contadini nella Processione di Corpus Domini. Il 29 agosto si celebra il Martirio di San Giovanni; la sobria festa, rispetto ai fasti di giugno, prevede la celebrazione della Messa, al termine della quale si tiene un rinfresco per i presenti. Altra festa consuetudinaria, era quella che si celebrava nella prima metà di maggio in onore di Sant’Isidoro Agricoltore, Patrono e protettore dei contadini. La festa, scomparsa per un lungo periodo, è stata ripristinata nel maggio del 1997 grazie all’interessamento della Commissione Cultura del Gremio.

Bella ed antica tradizione quella portata avanti nei secoli dal Gremio degli agricoltori di San Giovanni! Festa dell’agricoltura, matrice prima delle necessità alimentari dell’uomo. Festa per esorcizzare le grandi forze della natura spesso benevole ma anche catastrofiche, che incutevano ed incutono sempre una paura ancestrale. Sacro e profano insieme, fede e magia. L’uomo è sempre timoroso e la paura, a partire da quella del buio, mai lo abbandonerà.
Grazie, amici, per ora accontentatevi della storia del Gremio di San Giovanni…chissà se riuscirò a parlarvi anche degli altri due Gremi!
Ciao

Mario

venerdì, maggio 17, 2013

IL GREMIO DEI CONTADINI FESTEGGIA DOMANI 18 MAGGIO IL SUO PATRONO: SANT’ISIDORO.

Oristano 17 Maggio 2013
Cari amici,
Il Gremio dei Contadini festeggia domani il Suo Patrono, Sant’Isidoro. Pur senza offuscare il suo primo riferimento, San Giovanni, a cui da sempre il Gremio è devoto e che porta il Suo nome, Sant’Isidoro, patrono della categoria dei contadini, è stato da sempre tenuto in alta considerazione. Festeggiato consuetudinariamente a metà Maggio, la festa si è consolidata e tramandata per secoli. Anticamente alla festa religiosa era abbinata la festa civile che si celebrava con delle corse di cavalli berberi, che si svolgevano nei vasti spazi intorno alla Chiesa di San Giovanni. La festa fu poi dimenticata per anni, e ripristinata nel maggio del 1997, grazie all’interessamento della Commissione Cultura del Gremio. Domani, quindi, il Gremio al gran completo, al termine della funzione religiosa, intratterrà i numerosi partecipanti al sacro rito, offrendo Loro il tradizionale rinfresco in onore del Santo.
Ho ritenuto opportuno, per evitare che i giovani ne perdano la memoria, ricordare questo umile Santo, Isidoro, contadino spagnolo salito, pur povero e analfabeta, agli onori degli altari. Questo Santo nacque a Madrid intorno al 1070 e lasciò giovanissimo la casa paterna per essere impiegato come contadino. Grazie al suo impegno i campi, che fino allora rendevano poco, diedero molto frutto. Nonostante lavorasse duramente la terra, partecipava ogni giorno all'Eucaristia e dedicava molto spazio alla preghiera, tanto che alcuni colleghi invidiosi lo accusarono, peraltro ingiustamente, di togliere ore al lavoro. Quando Madrid fu conquistata dagli Almoravidi si rifugiò a Torrelaguna dove sposò la giovane Maria. Un matrimonio che fu sempre contraddistinto dalla grande attenzione verso i più poveri, con cui condividevano il poco che possedevano (anche lei diventerà Santa). Nessuno si allontanava da Isidoro senza aver ricevuto qualcosa. Entrambi, sostenendosi a vicenda, continuarono la loro opera di carità, chiamati dal Signore anche a sopportare i grandi dolori della vita, come quello cocente della morte in tenerissima età del loro unico figlio. Isidoro muore il 15 Maggio del 1130 e seppellito, senza particolari onori, nel cimitero madrileno di Sant’Andrea. Isidoro, però, anche dalla nuda terra di quel campo continua a “fare la carità”, dispensando grazie e favori a chi lo invocava, al punto che, quarant’anni dopo, a furor di popolo, il suo corpo incorrotto venne riesumato e portato nella chiesa di S. Andrea. A canonizzarlo, però, nessuno ci pensava. Cinque secoli dopo un grosso miracolo a Lui attribuito ed in favore del re Filippo II, sbloccò la situazione. Il 12 marzo del 1622 papa Gregorio XV gli concesse la gloria degli altari insieme a quattro “grossi” santi (Filippo Neri, Teresa d’Avila, Ignazio di Loyola e Francesco Saverio). Una comunanza con i grandi della Chiesa, tra i quali, qui in terra, l’illetterato contadino si sarebbe sentito un po’ a disagio! La sua canonizzazione, come recita l’enciclopedia dei santi, portò Isidoro a diventare il “patrono del mondo agricolo.




 Due quindi, cari amici, i grandi protettori del Gremio di San Giovanni, uno dei pochi sopravvissuti ad Oristano, che fino alla prima metà del XIX secolo, contava ben sette Gremi: Muratori, Scarpari, Ferrari, Falegnami, Figoli, Sarti e Contadini. Di queste antiche Corporazioni ne sono arrivate ai nostri giorni solo tre, che continuano a mantenere la stessa denominazione di “Gremi”. Sono ora operativi: la Società dei Muratori di Santa Lucia, la Società dei Falegnami di San Giuseppe e la Società dei Contadini di San Giovanni Battista. Di quest’ultima si ricorda che uno dei suoi compiti principali è quello di organizzare la “Sartiglia” dell’ultima domenica di carnevale, oltre che celebrare tutte le tradizionali feste religiose tradizionali: a Maggio quella di Sant’Isidoro, a Giugno quella della natività di San Giovanni Battista, onorare con la bandiera la partecipazione al Corpus Domini a Giugno, oltre che custodire la Chiesa di San Giovanni dei fiori, sede ufficiale del Gremio.
Cari amici, sarebbe troppo lungo proseguire, ora, con le notizie storiche inerenti le origini di questo Gremio, sui suoi simboli (la bandiera), sulle sue tradizioni e sulla sua Chiesa di San Giovanni, il cui impianto originario risale all’epoca giudicale: la prima fonte storica certa è del 1301. Lo farò nella prossima chiacchierata, cosi da completare il discorso odierno.
A presto!
Mario

                          

martedì, maggio 14, 2013

RIPETUTA VIOLENZA, ANCHE ESTREMA, SULLE DONNE: FENOMENO IN CRESCITA, PER QUALE MOTIVO?


Oristano 14 Maggio 2013
Cari amici,
non passa giorno, ormai, che nuovi fatti di violenza sulle donne non vengano portati a conoscenza dell’opinione pubblica, allertata da giornali, radio, televisione, internet e altri mezzi di comunicazione di massa. Un’escalation che continua, nonostante i provvedimenti anche recenti, che si cerca di mettere in atto. Ci si domanda il perché di tanta violenza, espressa nei modi più diversi: dalle molestie verbali a quelle telefoniche, dalle aggressioni per strada alla violenza fisica in famiglia, fino all’atto più terribile: la morte. Il fenomeno non è riservato, come spesso si immagina, a fasce deboli della popolazione, in ambienti dove il degrado è  più evidente, ma riguarda tutte le classi sociali, anche le più elevate. E’ interessante notare come, anche ai livelli più alti di istruzione, i condizionamenti e le discriminazioni tradizionali verso le donne, tornino a far sentire il loro peso proprio là dove più esplicita è l’intenzione di sradicarli. Il recente caso che ha riguardato Oscar Pistorius, che a Pretoria avrebbe ucciso la sua bella fidanzata Reeva, in un raptus dovuto alla gelosia, è solo l' ultimo degli ormai numerosissimi casi di cronaca che riguardano quello che ormai è chiamato dai media, con un brutto termine,  “Femminicidio”.
Quali le ragioni di un’esplosione di violenza cosi forte e apparentemente ingiustificata ci domandiamo! Ormai tale inquietante fenomeno di donne sempre più spesso aggredite, vilipese e massacrate dai loro mariti, compagni, fidanzati o anche stretti familiari, per i motivi più futili, quali gelosie e rancori, sembra quasi evidenziare che ogni scusa sia buona per ammazzare una donna!
In Italia solo nell'ultimo anno, si calcola che ci sia stata una vittima ogni due giorni. Questo fenomeno è davvero allarmante e i dati dovrebbero far riflettere sull' esigenza di tornare ai tempi in cui le donne e i bambini erano intoccabili. Nessun motivo giustifica questo barbaro comportamento maschile. Il movente più attribuito è la gelosia. Per gli uomini le donne “troppo indipendenti” sono un problema, perché considerate oggetto del desiderio di altri uomini e perché difficili da controllare, e questo può far perdere la testa ad un uomo ossessivamente geloso.

Le donne, però, non sono oggetti, sono persone esattamente come noi uomini, e non c'è alcun motivo per picchiare, violentare o stuprare una donna privandola per sempre non solo della sua dignità di donna, ma anche e soprattutto del suo amore verso gli uomini, che dopo episodi simili non potrà mai essere lo stesso di prima. “Ma come si fa a uccidere una ragazza per un litigio?”, si è chiesto il padre di Vanessa Scialfa, la giovane di Enna vittima del fidanzato con cui era andata a convivere da pochi mesi. Perché tale bieca violenza che inspiegabilmente esplode all’interno dei legami più intimi? Qual è il  mistero del perverso legame tra opposti, tra odio e amore, tra rabbia e tenerezza, presente da sempre nei legami di coppia e nelle relazioni familiari, sentimento che spesso sfocia in esplosioni incontrollabili, e delle sue cause così misteriose e così insondabili? Difficile da scoprire, perché altrimenti sarebbe facile trovare la giusta soluzione!
“Il femminicidio si può fermare”, sostengono quelli che ritengono che la facile soluzione del problema sia l’inasprimento delle pene. Ma la soluzione non è cosi a portata di mano. E’ necessario partire da lontano, smorzare la millenaria pulsione aggressiva della cultura maschilista, così diffusa, e da sempre portata a considerare la donna un naturale possesso dell'uomo. Ciò significa che, se scartiamo l’ipotesi di una connaturata malvagità del sesso maschile, possiamo ragionevolmente pensare che solo un radicale cambiamento culturale può essere la soluzione. Solo una sostanziale evoluzione dello stile relazionale tra i due sessi, con l'adozione di “relazioni più umane” tra uomini e donne, derivate più dalla cultura e dall’educazione che dalle leggi, può portare a quel cambiamento epocale che cerchiamo. In sintesi una cultura fatta di rispetto paritario, di conoscenza reciproca, pur nella diversità dei ruoli: solo cosi il fenomeno del cosiddetto “femminicidio” potrà prima  sgonfiarsi e poi estinguersi.
Non c’è dubbio che, da alcuni anni a questa parte, le iniziative volte a prevenire la violenza contro le donne si sono moltiplicate, riuscendo, anche nel migliore dei casi, a coinvolgere le Istituzioni. E’ anche vero che anche a livello istituzionale nuove normative sono state messe in atto. L’ultima proposta del ministro Anna Maria Cancellieri di dotare di  un "Braccialetto elettronico” lo stalker sottoposto a provvedimento di interdizione, per evitare che possa nuovamente avvicinarsi alla propria vittima, può rappresentare una delle misure  aggiuntive alla normativa in vigore. Resta prioritario, però, il fattore culturale. Solo partendo dall’educazione sin dai primi anni dalla scuola, dalla collaborazione di tutti, singoli ed istituzioni, una atavica cultura maschilista, potrà essere debellata. Cultura arcaica, ancora convinta di avere il diritto alla supremazia maschile sulla donna! Solo una nuova forma culturale paritaria potrà riuscire a far abbandonare e cancellare, poi, definitivamente il brutale concetto di “possesso” sulla donna. Le donne sono persone, non cose!

Cari amici, solo quando un uomo ed una donna potranno, sorridendo, prendersi per mano, guardarsi negli occhi e dirsi entrambi: “io ho bisogno di te, come Tu hai bisogno di me”, solo allora, ad armi pari, potremo dire che, insieme, potrà essere vinta la grande sfida: quella dell’amore, della parità, dell’uguaglianza, valori che porteranno alla pace in tutto il mondo.
Non aspettiamo che siano gli altri a fare! Cominciamo da noi, dai gesti più semplici. Tutti possiamo e dobbiamo lanciare e accogliere la sfida, cominciando a sorridere di più, ad essere più gentili, affettuosi, comprensivi. A partire da casa nostra.
Grazie della Vostra cortese attenzione.
Mario


venerdì, maggio 10, 2013

PIANETA GIOVANI. IL SESSO? 1 GIOVANE SU 3 E’ INSODDISFATTO!

Oristano 10 Maggio 2013
Cari amici,
le statistiche spesso, mettendo il dito nella piaga, accertano realtà che in superficie poco appaiono, o che, comunque, non raggiungono livelli a volte ben più profondi. In questa quarta riflessione sul mondo dei giovani, quel “pianeta giovani”, che tanto teoricamente affascina noi adulti, per la libertà ed il permessivismo che nella nostra generazione assolutamente non c’era, si scoprono “cose” che mai avremo immaginato. Innegabilmente il periodo storico che stiamo vivendo è un periodo difficile e naturalmente i giovani ne fanno le spese. Questi risultano essere sempre più sfiduciati e fragili, come abbiamo visto anche nelle precedenti analisi su questo blog: insoddisfatti sia nell’adozione dell’abbigliamento che in quello dell’accettazione del proprio corpo, ma anche (chi l’avrebbe mai detto?) insoddisfatti a livello sessuale!
E’ un quadro non certo roseo, quello che emerge dall’ultimo sondaggio nazionale promosso dal progetto Scegli tu, effettuato dalla Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) e condotto, a Gennaio 2011, su 600 under 35. I risultati non sono proprio incoraggianti: un giovane su 3 dichiara infatti di non essere soddisfatto dalla propria vita sessuale. L’insoddisfazione sessuale, dall’analisi, non è più un problema solamente femminile, coinvolgendo il 29% dei giovani maschi contro il 35% delle femmine. Tra i problemi maggiormente lamentati dalla donne ci sono: calo del desiderio (26%), dolore durante i rapporti (21%) e ansia da prestazione (9%). Quest’ultimo problema è un fenomeno nuovo per le donne, probabilmente dovuto alle maggiori pressioni in campo sia fisico che prestazionale che ora pesano anche sulle donne, ed ad una aumentata paura di intraprendere una gravidanza indesiderata. Il sesso non è più visto come una fonte di piacere e gratificazione ma come una prestazione da affrontare e verso cui non ci sente naturalmente portati, come in realtà dovrebbe essere. Il 32% dei maschi ammette di soffrire talvolta di eiaculazione precoce, il 27% di difficoltà di erezione.
“I problemi sessuali nascono spesso da stili di vita sbagliati – spiega la prof.ssa Alessandra Graziottin, direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia del San Raffaele Resnati di Milano -, comportamenti sottovalutati o addirittura erroneamente scambiati come ‘amici’ dell’eros. È il caso dell’alcol: per il 63% dei maschi e il 51% delle femmine rappresenta un aiuto efficace. Invece, quando se ne abusa, causa impotenza e calo della libido, oltre ad aumentare soprattutto nelle donne il rischio di rapporti precoci, non protetti e subiti”.


L’analisi rileva anche che è ancora scarsa la considerazione verso l’uso del preservativo, che è invece indispensabile per difendersi dalle malattie sessualmente trasmissibili. Solo il 15% gli attribuisce un valore positivo, mentre risulta che un 42% di ragazze dichiarano di aver contratto almeno una volta una malattia a trasmissione sessuale. Anche la conoscenza in campo sessuale dei nostri giovani è piuttosto scarsa per loro stessa ammissione: fra i maschi, il 16% si dichiara poco o per nulla competente, percentuale che sale al 20% fra le femmine.
Spiegare i corretti comportamenti in chiave legata alla felicità di coppia, sostiene la Graziottin, è importante per toccare nel vivo i giovani e convincerli davvero a cambiare abitudini. La priorità è senz’altro cambiare i comportamenti contraccettivi, insufficienti per entrambi. Anche perché esistono nuove formulazioni di pillola estremamente ben tollerate e in grado di dare benefici aggiuntivi. Lo scarso uso del preservativo ha aumentato la contrazione di malattie sessualmente trasmissibili: fra i maschi le più diffuse sono i condilomi, l’herpes e la clamidia, fra le femmine la candida e la vaginosi batterica.

“Questi dati riflettono la scarsa attenzione che nel nostro Paese viene dedicata all’educazione sessuale, in famiglia e a scuola – afferma la Graziottin -, una materia che è direttamente legata ad altre, come quella alimentare o fisica. 4 uomini su 10 dicono di mangiare abitualmente cibi non sani e solo il 31% pratica sport con continuità. Fra le donne questo dato è ancora peggiore, appena una su 4. Spiegare i corretti comportamenti in chiave legata alla felicità di coppia è importante per toccare nel vivo i giovani e convincerli davvero a cambiare abitudini.” Dovremo dare più importanza e peso all’educazione alla sessualità, perché farlo è il primo passo per permettere ai giovani di godere di una sessualità felicemente consapevole e scevra da dubbi, paure e sensi di colpa.
Sono almeno dieci i comportamenti sbagliati portati avanti dai giovani, sostiene la Graziottin. “Dieci comportamenti sbagliati che minacciano la coppia, ma i ragazzi non lo sanno e spesso li confondono per amici”, avverte la professoressa Alessandra Graziottin, che al San Raffaele di Milano tocca con mano tutti i giorni queste problematiche. Non è solo l’alcol, usato come detto prima dal 63% dei maschi e dal 51% delle femmine, a rappresentare un falso aiuto per superare le défaillances tra le lenzuola. ricorda l’esperta: a questo bisogna aggiungere il fumo, le droghe, il sesso non protetto (che causa ansia in entrambi i partner), la dieta scorretta, la sedentarietà, lo stress, il dolore, la mancanza di sonno e l’abuso di tecnologia, tutti veri e propri “nemici da combattere”.
Per le giovani coppie, sul portale www.sceglitu.it è possibile ampliare la conoscenza (la campagna conoscitiva di educazione sessuale è stata lanciata per San Valentino) e gli approfondimenti relativi ai 10 nemici del sesso e come difendersi dai falsi aiuti; è possibile anche partecipare a un gioco online per testare l’intesa di coppia ma soprattutto capire quanto si deve essere consapevoli dell’importanza di prendersi cura del proprio corpo e ricevere gratis le due guide dedicate a lui e lei per esplorare la sessualità dal punto di vista del partner, con una parte dedicata alla fisiologia, le domande che non si osano fare e un focus sulla contraccezione.
Cari amici, come avete potuto constatare i “dolori del sesso” cominciano già in gioventù, sfatando il mito che l’insoddisfazione sessuale fosse riservata solo alla senilità! I tempi cambiano: noi che giovani non siamo più, lo sappiamo bene, se pensiamo alle grandi differenze comportamentali in campo sessuale tra gli anni ’60 del secolo scorso e quelli odierni, ma al “cambiare dei tempi” deve corrispondere un altrettanto “cambiamento ed aggiornamento dei comportamenti”, se vogliamo che, come in altre cose che con Voi abbiamo esaminato, quello che era “un sommo desiderio”, un piacere agognato e desiderato, diventi, invece, dolore e triste insoddisfazione.
Grazie, cari amici,  della Vostra attenzione che mi conforta e mi spinge a continuare il dialogo con Voi su questo spazio.
Esaurito il “Pianeta Giovani”, altre riflessioni, a Dio piacendo, continueremo a fare “insieme”.
Ciao!
Mario


giovedì, maggio 09, 2013

PIANETA GIOVANI. IL MIO CORPO NON MI PIACE! MI RIFACCIO O NON MI RIFACCIO?

Oristano 8 maggio 2013
Cari amici,
siamo arrivati alla terza puntata delle riflessioni sul pianeta giovani. L’argomento, che sono convinto rivesta un’importanza anche superiore agli altri due già esaminati, è quello della “Chirurgia estetica” e della crescente richiesta di interventi chirurgici estetici, fatta, in particolare,  dai giovanissimi di entrambi i sessi. Un dato eclatante: una ragazza su due è disposta a ricorrere alla chirurgia estetica, che tradotto in pratica significa che circa il 50% degli adolescenti, giovani tra 16 e 21 anni, non disdegna l'idea di un intervento chirurgico per diventare più gradevoli e accettabili! Sono cifre, cari amici, da capogiro!
Si osserva costantemente una cura del proprio corpo talmente ossessiva da ritenersi patologica. “Corpo, corpo delle mie brame…”, è la prima cosa che ogni giovane controlla ogni mattina appena si alza.  E’ lo specchio il nostro giudice più severo! Appena ci svegliamo, lo andiamo a salutare, entrando in bagno. È lui che fa inorridire, le nostre teen ager, che le condanna mostrando loro quanto sono “brutte”, “grasse”, “mostruose”, “sgraziate”, “deformi”, se paragonate alle belle forme esibite dalle ragazze di copertina dei settimanali, che esse sfogliano con avidità, o allo snello corpo delle veline televisive, esposte in tutti i modi come delle Escort in vetrina. Oramai la moda e lo stile di vita a cui ci hanno abituati i bombardamenti mediatici, costanti e irrefrenabili, vogliono, esigono, pretendono e impongono che il proprio aspetto fisico, diventi, in qualsiasi modo,  esteticamente perfetto.
Ecco, allora, che sottoponiamo il nostro corpo a ogni sorta di “tortura” fisica pur di renderlo bello, armonioso, snello, abbronzato, proporzionato, in una parola… invidiabile. Ma le cure ordinarie, spesso, non bastano. Ecco, allora, scattare l’imperativo della chirurgia estetica, che adesca clienti anche giovanissime, insoddisfatte del proprio seno, del proprio naso, del proprio mento, ecc., promettendo Loro di acquisirne uno nuovo di zecca, il più appropriato e attraente che ci sia!


Il ritocco fisico, cari amici, è diventato, insomma, lo stratagemma idoneo a sopperire alle insoddisfazioni che derivano dal mancato apprezzamento del nostro corpo e dall’insoddisfazione del nostro aspetto fisico, difetti che tormentano nel profondo uomini e donne, siano essi o esse giovanissime o più mature. Eppure lo sappiamo bene che le foto delle ragazze o modelle, che compaiono sulle pagine di giornali e riviste sono ritoccate al computer per apparire al top. La loro bellezza è fittizia, ideale, falsata e pertanto artefatta e ingannevole. Nulla di quello che notiamo, stupiti, sulle copertine è reale! Eppure ci rodiamo l’anima pur di assomigliare a quell’attore o attrice del piccolo o grande schermo, che, per mestiere, devono essere belli e attraenti. E’ una specie di corsa patologica a migliorarsi,  una moda assillante, una tendenza irrinunciabile, un imperativo assoluto: rifarsi il seno o il naso o la bocca, perché, se no, non siamo “in”, ma certamente “out” !

L’industria, il marketing e la pubblicità hanno fatto del corpo una gallina dalle uova d’oro. Per i chirurghi che si occupano dei ritocchi fisici è una pacchia: in America il guadagno annuo per gli interventi specialistici di questo genere ammonta ad oltre 15 milioni di dollari. Certamente l’Italia non è in secondo piano. Questa tendenza a modificare le proprie fattezze ha messo piede anche in Oriente, dove sono sempre più numerose le adolescenti che si fanno rifare gli occhi e le palpebre all’occidentale, oppure si fanno addirittura allungare le gambe con particolari strumenti ortopedici di trazione. La chirurgia estetica, dunque, alimenta un giro d’affari globale da capogiro, approfittando delle idiosincrasie sull’aspetto fisico, degli adolescenti in particolare. Senza ignorare, per questi ultimi, un altro fenomeno, strettamente legato e ugualmente preoccupante: quello dell’anoressia e della bulimia, in cui cadono tantissime adolescenti, che si abituano in modo anomalo a rimettere il cibo ingurgitato pur di apparire più sexy, più snelle possibile, per fare colpo.
Preoccupa seriamente il numero crescente di giovani che ricorrono alla chirurgia plastica. La statistica ufficiale è impietosa: sono quasi 90mila le adolescenti, questo il dato che emerge dal Rapporto Eurispes sull’infanzia del 2010, che vi hanno fatto ricorso; erano 45mila nel 2002. Questo dato è specchio, spiegano i sociologi, di un disagio esistenziale che oscilla tra insicurezza e difficoltà di rapporti. Pietro Lorenzetti, chirurgo plastico, afferma che sempre più teenagers chiedono l'aumento del volume delle labbra. L'intervento al seno adesso è vietato per le minorenni se non per motivi medici e allora si punta alla liposuzione: addome, cosce, fianchi, glutei. Come già ricordato prima, al 50 per cento delle giovani donne di età compresa tra i 16 e i 21 anni non dispiace affatto l'idea di un intervento di chirurgia estetica che le faccia diventare più magre o semplicemente più carine. Una possibilità, questa, presa in considerazione anche dal 46 per cento delle giovanissime, ossia le ragazze tra gli 11 e i 16 anni. Grande popolarità hanno, inoltre, le diete dimagranti, assai diffuse già nel gruppo delle giovanissime (42 per cento) e praticamente “la norma” tra quelle più grandi (66 per cento). In pratica, le nuove generazioni considerano i ritocchi o modifiche al proprio corpo come qualcosa di semplice, come fosse bere un bicchier d’acqua!
Cari amici, è una gioventù, quella delle nuove generazioni, molto insicura e ansiosa. Il benessere, vissuto fin dai primi giorni della loro esistenza, ha fatto di loro dei personaggi fragili, insicuri, e soprattutto amanti dell’immagine più che dell’essere. Ci sono valori ben più alti di quello dell’immagine del proprio corpo. L’aspetto fisico ha le sue priorità, certo! Il corpo deve apparire bello e armonioso, giusto! Ben vengano, quindi, la ginnastica e la cosmesi, e, se necessario, anche l’intervento chirurgico, ma senza esagerare! Del resto, giustamente, gli antichi romani usavano dire: “Mens sana in Corpore sano”. Per l’appunto, come la mettiamo, cari giovani,  con la mente e con l’anima? Alla loro bellezza non ci pensiamo proprio?
Meditate, ragazzi, meditate….
Grazie della Vostra sempre gradita attenzione, ricordandovi che manca ancora un tassello per chiudere le riflessioni sul “Pianeta Giovani”: quello relativo al sesso.
A presto!
Mario