E' sempre l'ora...dI dare e ricevere...amicizia!

sabato, giugno 29, 2013

IL CREDITO IN SARDEGNA 4^ PARTE. DALL’ISTITUTO DI CREDITO AGRARIO PER LA SARDEGNA (I.C.A.S.) AL BANCO DI SARDEGNA.


Oristano, 29 Giugno 2013
cari amici,
la lunga storia del credito in Sardegna continua. In questa quarta parte partiamo dall’I.C.A.S., l’Istituto di Credito Agrario per la Sardegna, voluto dal Governo Nazionale, per intraprendere una efficace azione creditizia in favore dell’agricoltura sarda.

L’EVOLUZIONE DALLE CASSE COMUNALI ALL’ISTITUTO DI CREDITO AGRARIO PER LA SARDEGNA.

Pochi anni dopo, nel 1927, una legge nazionale sul credito agrario istituì una nuova struttura unificata per il credito agrario nell’Isola. Nacque, con questa legge, l’Istituto di Credito Agrario per la Sardegna, ICAS, frutto della fusione delle due Casse provinciali di Cagliari e Sassari. Compito del nuovo Ente, che nacque con un capitale di 22 milioni di lire, era quello di:  “..coordinare, indirizzare ed integrare l’azione creditizia degli enti ed istituti locali a favore dell’agricoltura...”.
L’ICAS, come comunemente venne chiamato, iniziò ad operare nel 1928, quando si riunì per la prima volta il collegio commissariale appena nominato dal ministro dell’Economia nazionale. Il 6 novembre il Consiglio di Amministrazione deliberò la pianta organica, strutturata in più livelli alla cui base erano, oltre le sedi di Cagliari e Sassari, le sette filiali di Oristano, Sanluri, Ozieri, Thiesi, Bosa, Isili e Lanusei, che governavano territorialmente le Casse Comunali di Credito Agrario. Il contributo dell’ICAS alla maturazione del sistema creditizio sardo fu determinante. Il compito principale fu quello di organizzare tecnicamente la rete capillare della Casse Agrarie. Fra i compiti più importanti la preparazione del personale, una gestione meno approssimativa del credito, e la creazione di una mentalità “bancaria”, prima inesistente. La crescita dell’ICAS non tardò a venire. Nel 1945 il personale era costituito da 185 unità che diventarono 260 nel 1952. Nell’allegato, riprodotto da un “Regolamento” dell’epoca, viene evidenziata la situazione e la distribuzione del personale negli anni 1945 e 1952.

Negli anni Venti la popolazione della Sardegna era cresciuta di soli 6.ooo abitanti, rispetto agli 853.ooo censiti nel 1911. Questo fatto non era solo da addebitarsi al diminuito tasso di natalità, ma anche ai grandi vuoti creati prima dalla Grande guerra e dopo dalla epidemia di “spagnola”. Inoltre, in quegli anni, la mortalità per malaria raggiunse una media del 97,5 per mille, contro una media nazionale del 12 per mille. L’agricoltura, che aveva conosciuto un periodo di artificiale floridezza durante la guerra, pagava il prezzo della limitatezza delle zone coltivate, aggravata da una frammentazione della proprietà fondiaria. Le leggi Serpieri del 1924 e la successiva del 1933 sulla bonifica integrale sembravano il mezzo più adatto a risolvere, in parte,  una deficienza strutturale. Vennero avviati, con questa legge, interventi di bonifica importanti. La Società Bonifiche Sarde a Terralba bonificò a prezzo di grandi sacrifici una superficie di oltre 18.ooo ettari; l’Ente Colonizzazione Ferrarese nella Nurra algherese bonificò nel 1934 circa 12.ooo ettari; infine una superficie più modesta fu bonificata a Sanluri  dall’Opera Nazionale Combattenti.  Di queste opere, realizzate dal regime fascista nel periodo di massima autarchia per trovare soluzione alle sanzioni che continuavano ad affamare la popolazione, quella che raggiunse appieno lo scopo e anzi superò le previsioni iniziali fu la bonifica del terralbese. La nuova città di Arborea (battezzata originariamente “Villaggio Mussolinia”) che sorse a fianco dell’antica Terralba, sulla grande pianura fertile appena bonificata, popolata dalle laboriose popolazioni venete immigrate, raggiunse in breve tempo livelli di eccellenza.  Anche oggi il suo territorio con colture, allevamenti e industrie di trasformazione di prim’ordine, è  uno dei pochi esempi in Sardegna di agricoltura/allevamento di livello europeo.


Nel 1944 con l’istituzione dell’Alto Commissariato per la  Sardegna, iniziò un percorso che  porterà l’Isola sulla strada per l’attuazione dell’autonomia. Il successivo provvedimento legislativo stanziò a favore dell’economia sarda 150 milioni di lire per la creazione di un Banco di Sardegna (non quello attuale che nascerà, invece, dieci anni dopo). Negli anni dal 1947 al 1950 l’Ente regionale per la lotta antianofelica (ERLAS), utilizzando un consistente contributo finanziario e scientifico della Rockfeller Foundation, con l’impiego di oltre 35.ooo operai portò a compimento un’opera straordinaria: quella di debellare la malaria da tutto il territorio dell’Isola. La vittoria sulla malaria, che aveva afflitto l’isola per millenni, fu certamente uno degli eventi più importanti del secolo scorso. I futuri investimenti sia agricoli che imprenditoriali successivi, furono possibili solo in una Sardegna liberata da simile flagello.
Nel 1946 il passaggio dalla Monarchia alla  Repubblica  portò alla Sardegna non solo la nuova Costituzione repubblicana, che entrò in vigore il primo gennaio del 1948, ma anche, all’interno dell’organizzazione dello Stato, un  nuovo status giuridico: quello di Regione autonoma. La nostra autonomia, sancita dall’art.116 della Costituzione e dalla legge costituzionale del 26 febbraio del 1948 che approvò lo Statuto speciale, nacque  in maniera abbastanza travagliata.  A differenza degli Statuti delle altre Regioni autonome quello sardo risentì, però, della nostra immaturità politica. Mentre quello siciliano fu concepito, strutturato e studiato dai siciliani per i siciliani, quello sardo, complice la nostra proverbiale litigiosità e diffidenza, venne preparato “per i sardi” dal Parlamento nazionale.
Nell’autonomia delegata dallo Statuto diverse furono le competenze legislative riservate alla Regione, tra cui quella sul Credito Agrario. La “delega” sul credito agrario pur semplice nell’apparenza si rivelò di difficile applicazione e armonizzazione con le leggi nazionali. Fiumi di inchiostro sono stati già versati sulla diversa interpretazione delle competenze delegate. Fra i tanti che scrissero ( e ancora scrivono..)  mi limito a ricordare le dotte disquisizioni di  Francesco Cossiga, che negli anni Cinquanta (era allora assistente di Diritto Costituzionale nell’Università di Sassari) scrisse numerose “Osservazioni”, e le altrettanto puntigliose precisazioni di Giuseppe Guarino, che sull’argomento, spesso, arrivava a conclusioni molto diverse da quelle del nostro Presidente emerito.

In questi primi anni di vita repubblicana le forze politiche sarde, con l’intento di mettere al passo la Sardegna con il resto dell’Italia, iniziarono a rivendicare un “Piano di Rinascita “ economica e sociale, previsto, tra l’altro, dall’art.13 dello Statuto.
Nel 1962, con la legge n.588 dell’11 giugno, denominata “ Piano straordinario per favorire la rinascita economica e sociale della Sardegna”, venivano stanziati 400 miliardi da spendersi in 10 anni. Qualche anno prima, nel 1953, con la legge n. 298 dell’11 aprile,  era stato  istituito il Credito Industriale Sardo, CIS, e riformati e riordinati l’Isveimer e l’Irfis; la stessa legge stabiliva la costituzione del Banco di Sardegna, Istituto di Credito di Diritto Pubblico, attraverso la fusione per incorporazione dell’Istituto di Credito Agrario per la Sardegna, ICAS (di cui ereditava il patrimonio e l’organizzazione) e dell’omonimo Banco di Sardegna di Cagliari, prima menzionato, istituito nel 1944 e mai diventato operativo per mancanza di dotazione di capitale. 
Con il nuovo Banco di Sardegna iniziò per il sistema creditizio sardo, come vedremo nella prossima puntata, una trasformazione epocale.
Grazie a tutti Voi dell’attenzione!
Mario

venerdì, giugno 21, 2013

IL CREDITO IN SARDEGNA, 3^ PARTE. L’INGLORIOSA FINE DEI “MONTI DI SOCCORSO” E LA TUMULTUOSA NASCITA DI NUOVI INTERMEDIARI CREDITIZI: BANCHE, CASSE COMUNALI E ISTITUTI DI CREDITO AGRARIO E FONDIARIO.


Oristano 21 Giugno 2013
Cari amici,
la storia del credito in Sardegna continua, facendo qualche passo avanti e anche qualche passo indietro! Considerato che i Monti apparivano non più adeguati allo svolgimento del compito creditizio per cui erano sorti si tentò, con poco successo, prima la ristrutturazione a cui seguì con la Legge del 1862 la chiusura. Altri importanti soggetti si affacciavano all’orizzonte! Ecco a Voi un nuovo capitolo.

 
DAI MONTI ALLE CASSE COMUNALI DI CREDITO AGRARIO.
In relazione alla discussa ristrutturazione dei Monti, in previsione di una epocale ristrutturazione delle norme sul credito (a cui in effetti seguì la chiusura, sancita con la Legge sulle Opere Pie del 1862), scrive G. Toniolo ne “La storia del Banco di Sardegna”:
“..Il nuovo ordinamento sopprimeva la struttura piramidale congiunta di laici ed ecclesiastici (Amministrazione locale-Giunta diocesana-Censorato generale) e la sostituiva unicamente con Commissioni locali, presiedute da Sindaco e nominate dal Prefetto, , in base a una lista, comprendente il triplo dei nominativi, formata dal Consiglio comunale….”.
Il contributo portato dalle modifiche non apportò miglioramenti sostanziali. L’ammontare della produzione cerealicola dell’Isola, che già alla fine del Settecento era attestata in circa un milione di quintali, fu di fatto superata solo negli anni Settanta del nuovo secolo, principalmente grazie all’uso dei concimi chimici, come sostiene lo stesso Toniolo che,  nel libro citato, cosi continua:
“.. Il processo di annullamento della funzione economica svolta dai Monti venne accelerato nel corso della seconda metà del XIX secolo dalla sovrapposizione di fenomeni diversi: la volontà politica di  favorire una  riallocazione del patrimonio immobiliare su cui i Comuni esercitavano diritto di usi civici (ci si riferisce ai progetti di abolizione degli ademprivii discussi nel 1857-59 e nel 1863-65), l’affermarsi, nel corso dei primi anni Settanta, di nuovi intermediari creditizi, che esercitavano credito agrario e fondiario, il riordino giuridico degli istituti di assistenza, cui i Monti vennero spesso assimilati, sebbene in modo non giuridicamente fondato...”.
La chiusura ufficiale dei Monti fu stabilita con la Legge sulle Opere Pie del 1862. Questa norma, che riordinava il comparto degli Istituti di assistenza, autorizzava le amministrazioni comunali a dichiarare lo scioglimento dei Monti, destinandone i patrimoni ad opere di pubblica utilità. La mano pubblica calò, come una mannaia, sui Monti. La verifica, effettuata nel 1861 prima e nel 1875 poi, accertò che solo nella provincia di Sassari furono chiusi 78 Monti nel 1861 e 84 nel 1875. Nel sud dell’Isola, invece, complice la convinzione che essi potessero svolgere ancora una funzione di migliore tutela della popolazione rurale, tardarono ad estinguersi. Nel 1897 erano attivi in provincia di Cagliari 167 Monti contro uno solo in provincia di Sassari. La capacità dei Monti di assicurare un intervento di credito in natura, stante i nuovi tempi, si era ormai esaurita.
Gli ultimi anni del secolo furono caratterizzati, in Sardegna, dalla radicale trasformazione del sistema economico fino ad allora ancora allo stato primordiale e basato sull’uso collettivo della terra. La società isolana abbandonava una delle sue più antiche consuetudini, il possesso comune del territorio, per uniformarsi ai nuovi canoni giuridici e produttivi propri della società civile contemporanea, fondata sulla tutela e valorizzazione della proprietà individuale. 
Nell’isola questo processo di trasformazione (già avviato nella penisola fin dal 1819) fu avviato lentamente e conobbe una certa accelerazione solo dopo l’unificazione. La rottura dei vecchi meccanismi del passato non fu ne facile ne indolore. Il risultato fu l’alienazione dei beni ademprivili, la costruzione delle reti di comunicazione e le fondamentali opere di bonifica.  Questi importanti  miglioramenti necessitavano, però,  di strumenti finanziari e creditizi diversi dai Monti, stante anche il miglioramento degli scambi commerciali non solo con la penisola ma anche con l’estero.
Il ventennio che va dalla metà degli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta risultò caratterizzato dalla crescita della produzione agraria e del miglioramento delle esportazioni di bestiame bovino e di alimenti e manufatti pre-industriali (farina, berretti di lana, pellame), principalmente verso i mercati francesi. Nel successivo quindicennio , dalla metà degli anni Ottanta alla fine del secolo, si ebbe, invece, un crollo delle tradizionali attività produttive e un aumento, invece, della pastorizia: la consistenza del bestiame ovino passò da 800 mila a 2 milioni di capi.
Per venire incontro alle nuove necessità creditizie e grazie alla legge nazionale che autorizzava la formazione di società ed istituti di credito agrario (in Sardegna la legge era diventata operativa solo nel 1869), la Cassa di Risparmio di Cagliari costituì l’apposita sezione di credito agrario. Era solo il primo passo. La febbre del cambiamento fece nascere, anche nell’Isola, una miriade di istituti bancari, che troppo numerosi per le esigenze della fragile economia del territorio ebbero vita breve.
Nacquero il Banco di Cagliari, il Banco di Sassari, la Banca Agricola Sarda, la Banca Agricola Industriale Arborense, il Credito Agricolo Industriale Sardo,  la Banca Agricola di Gallura. In pochi anni (il massimo sviluppo fu nel 1883), la gran parte delle nuove strutture creditizie,  fragili e poco capaci, vennero  travolte da una crisi bancaria che iniziò nel 1887.
E’ utile segnalare che il credito all’agricoltura non fu, in Sardegna, appannaggio solo delle banche sarde ma anche di diversi Istituti a caratura nazionale. Tra i più attivi la Cassa di Risparmio del Banco di Napoli (autorizzata all’esercizio del credito agrario dalla legge n. 334 del 7.7.1901). Questo istituto esercitò il credito agrario in Sardegna tramite le Casse Rurali. Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni venti del Novecento l’Isola acquisì un sistema sufficientemente organico e stabile di istituzioni mirate a concedere credito all’agricoltura. Vennero istituite, in primo luogo, le due Casse Ademprivili di Cagliari e Sassari, attraverso la trasformazione delle due sezioni della Cassa Ademprivile della Sardegna. Questa Cassa non era nata come struttura creditizia. Il suo compito istituzionale era quello di gestire ed amministrare i terreni di origine feudale degli “Ademprivi”, ovvero di proprietà pubblica. Compito originario della Cassa era quello dell’appoderamento delle terre e della successiva concessione in enfiteusi. I terreni non adatti alla coltivazione venivano rimboschiti tramite l’amministrazione forestale. La trasformazione in Enti finanziari diede nuova veste e soprattutto nuove funzioni alla vecchia struttura. Il nuovo compito creditizio si esplicò attraverso intermediari ben noti: i Monti di Soccorso. Era questa la riscoperta di una struttura consolidata che riprendeva vigore attraverso la nuova linfa dei finanziamenti accordati alle Casse Ademprivili di Cagliari e Sassari. Il 1924 fu il momento più importante del nuovo corso. Fu questo, infatti,  l’anno che vide la trasformazione dei Monti di Soccorso in Casse Comunali di Credito Agrario. Le strutture, cosi rinnovate, avranno vita lunga: resteranno vitali ed operative fino agli anni Novanta del secolo appena trascorso, fuse per incorporazione nel Banco di Sardegna.
Il passaggio, però, dalle Casse Comunali ad una vera e propria Banca sarda (il Banco di Sardegna, appunto) sarà ancora lungo. Nella prossima puntata (la quarta), esamineremo la struttura che governerà le numerose Casse Comunali di Credito Agrario: l’Istituto di Credito Agrario per la Sardegna, istituito con apposita Legge Nazionale, nel 1927.

Grazie, cari amici, della Vostra attenzione! A presto!

Mario

lunedì, giugno 10, 2013

PER SMETTERE DI FUMARE C’E’ UNA SOLA STRADA DA PRENDERE, UNA MEDICINA UNICA AL MONDO: T U ! LA STORIA DE “SA MEXINA SESI TUI”.

Oristano 10 Giugno 2013
Cari amici,
è proprio di questi giorni la notizia che anche il cosi detto “fumo elettronico” sta per essere messo al bando, dai locali pubblici, anche in Italia. Non è la prima nazione a farlo e non sarà l’ultima. Il problema fumo, che mette in crisi due volte, il portafoglio e la salute, si risolve solo con una soluzione: quella di smettere di fumare, senza sotterfugi o palliativi.
Gli amici che mi conoscono sanno che ho fumato per oltre vent’anni ma che, dopo un episodio che voglio raccontarvi, smisi di colpo, senza nessun antidoto e senza medicine. Ho smesso nell’inverno del 1981, sono passati quindi ben 32 anni e posso garantirvi che mi sembra ancora oggi un successo meraviglioso. Proprio per questo ho deciso di raccontare a tutti Voi il modo con cui sono riuscito a liberarmi di un vizio che mi stava distruggendo. Ecco la mia storia.
Ero un grande fumatore. Avevo iniziato prima dei 16 anni e, man mano, avevo aumentato la dose fino a superare il pacchetto al giorno: ben oltre le venti sigarette. Negli anni della mia vita lavorativa uscivo presto di casa la mattina e anche il mettere in bocca la prima sigaretta cominciava presto.  Nel 1979 dovetti, sempre per ragioni di lavoro, raggiungere Fonni da Ales, dove ero stato trasferito. Non ero mai stato in montagna: Fonni è a oltre mille metri d’altezza e certamente li si respira aria diversa. A quell’altitudine, tra l’altro mi sembrava di respirare meglio e, considerati gli impegni di lavoro, non smisi certo ne diminuii la mia solita razione di tabacco. Andai via da Fonni alla fine del 1981 e rientrai ad Oristano.
Il rientro, dopo una permanenza di tre anni in montagna mi creò dei problemi fin dai primi giorni. Pur non in modo continuativo in certo momenti, anche con temperature non alte, il mio corpo subiva delle sudorazioni fastidiose che non solo mi imperlavano la fronte ma erano cosi abbondanti da bagnarmi la canottiera e la camicia, trasmettendo il bagnato anche alla giacca. In alcune circostanze fui costretto addirittura ad andare velocemente a casa per cambiarmi completamente d’abito. Pensai ad un fatto passeggero ma le sudorazioni anziché diminuire d’intensità aumentavano. Alle sudorazioni spesso si accompagnavano delle fitte alla radice dei bronchi che mi facevano presumere che la causa fosse legata alle sigarette.


Anche mia moglie, preoccupata, mi consigliò di andare a farmi vedere dal medico e, considerato che conoscevo bene il dottor Giuseppe Toriggia, pneumologo che mi aveva conosciuto fin da bambino, in quanto con i miei genitori avevo frequentato non solo il suo ma anche lo studio del padre dottor Raffaele, decisi di consultarlo, e gli chiesi una visita. In quegli anni utilizzava ancora lo studio che era stato in precedenza del padre, dove andai e mi ricevette. Dopo una breve anamnesi del mio stato mi chiese di dettagliargli con precisione sintomi e malesseri che accusavo. Gli spiegai per bene anche il fatto, compreso quello di essere stato in montagna per tre anni e del difficile acclimatamento del ritorno.
Dopo avermi auscultato con attenzione mi fece una radiografia ai polmoni (allora erano in auge quelle antiche macchine che ti facevano mettere in piedi e, appoggiando il petto ad una lastra, consentivano anche al medico di osservare nel corso della visita i polmoni del paziente) e dopo alcune battute sui miei “polmoni ben asfaltati”, mi fece rivestire e sedere nuovamente di fronte alla sua scrivania. Gli chiesi con ansia qual era il male di cui soffrivo e lui mi rispose che tutto derivava dalla precaria mia respirazione, in quanto molti alveoli polmonari erano irrimediabilmente chiusi dal catrame delle sigarette. Aggiunse anche che lo shock della differenza di altitudine, tra Oristano e Fonni aveva accentuato i sintomi del mio malessere. Gli chiesi cosa potevo prendere per migliorare il mio stato, e Lui, guardandomi seriamente mi rispose che non poteva darmi nessuna medicina, in quanto medicine per quei mali non ne esistevano. L’unica cosa che potevo fare era smettere di fumare. Spaventato (credo di essere diventato cereo) gli risposi se scherzava o parlava sul serio.
Lui alzandosi dalla sedia e osservandomi come un padre, mi disse in modo forte e perentorio: pensaci, la vita è la tua, l’unica medicina per il tuo male sei tu. Me lo ribadì in sardo: “Bai, sa mexina sesi tui”. Uscii dal suo ufficio come ubriaco. Le sue parole mi martellavano in testa, facendomi quasi scoppiare il cervello. Una paura terribile mi assalì: pensavo che, forse, non mi aveva voluto dire tutta la verità, che magari avevo un male incurabile e che ormai fosse arrivata la mia ora. Arrivato a casa mia moglie si accorse della mia agitazione e parlammo a lungo. Lei cercò di rasserenarmi, consigliandomi, comunque di seguire il suo consiglio e smettere di fumare.
Impiegai qualche giorno a prendere la decisione ma fu una sola: smettere di fumare. Fu un percorso non semplice: passai in tutte le fasi della disintossicazione, dalle crisi di astinenza a quella del fastidio che solo un filo di fumo mi creava; dai sogni notturni, nei quali immaginavo con gli amici di aver ripreso a fumare (mi svegliavo di soprassalto, madido di sudore), alla assoluta indifferenza a vedere altri fumare o sentire il profumo del tabacco. Sono passati 32 anni e credo che ormai l’opera di disintossicazione sia proprio compiuta!
Non ho più ripreso in bocca una sigaretta. La mia respirazione è tornata di buon livello e anche i sapori ed i profumi, in particolare del cibo, sono tornati ottimali. Con questa mia riflessione voglio solo suggerire agli amici che non ci sono strade intermedie: non ci sono marchingegni elettronici capaci di sostituire, in modo sano, la dipendenza da nicotina; c’è un’unica cosa da fare per salvaguardare la tua salute e quella degli altri: smettere di fumare!
Come ho fatto io.
Grazie della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario

venerdì, giugno 07, 2013

IL CLUB BILDERBERG: UNA CONFRATERNITA D’INFLUENZA PLANETARIA O IL CONSIGLIO MONDIALE DEL PROSSIMO “GRANDE FRATELLO”?

Oristano 7 Giugno 2013
Cari amici,
è cominciata ieri la 61esima riunione segreta del “GRUPPO BILDERBERG”, la segretissima tavola rotonda comprendente esponenti di altissimo livello di tutto il mondo (politici, banchieri, economisti, magnati ed imprenditori) tenutasi quest’anno in Inghilterra, a Watford. Dal 6 al 9 giugno i 140 partecipanti a questa edizione resteranno riuniti, tra imponenti misure di sicurezza, per la loro conferenza annuale, in un riservatissimo albergo non lontano da Londra.
Ma chi sono questi potenti e misteriosi signori che si riuniscono segretamente?, Ma, soprattutto,
il Club Bilderberg in sostanza cos’è? Un gruppo di potere o una confraternita d’influenza planetaria? Come funziona questo gruppo, del quale solo da tre anni viene resa nota la lista dei suoi membri? Ha, davvero, il grande potere che gli viene attribuito? Per capirlo meglio, proviamo a ripercorrere la sua storia.


            David Rockefeller
Il principe Bernhard dei Paesi Bassi e David Rockefeller lo fondarono nel 1954 con un preciso scopo: la lotta al comunismo. La prima riunione si svolse dal 29 al 31 maggio a Oosterbeek, nei Paesi Bassi, in un hotel chiamato Bilderberg, da cui prese il nome. “All’epoca lo scopo era convincere i dirigenti europei e americani a stringere i loro legami di fronte alla potente Unione sovietica – ha spiegato alla stampa l’ex ministro francese degli Affari esteri Hubert Védrine. Il club, per espressa decisione dei suoi fondatori, nacque “riservato” (discreto e transatlantico). Per anni non si conobbero né gli argomenti trattati né i partecipanti. Il Club Bilderberg uscì forzatamente dall’ombra nel 1976, in occasione di un grande scandalo che ne corruppe la sua immagine. Si scoprì che il principe Bernhard, uno dei soci fondatori, faceva valere il suo titolo per favorire il gruppo di armamenti Lockheed presso l’esercito olandese e, soprattutto, che i contatti per l’affare avvenivano a margine della conferenza del Bilderberg. Lo scandalo fece quasi fallire il Club, che si salvò togliendo la presidenza al principe e sostituendolo con l’ex primo ministro britannico, Lord Home. L’immagine del Bilderberg, però, ne rimase oscurata.
Oggi il Club Bilderberg non lotta più contro il comunismo ma si occupa di mondializzazione e delle sfide connesse. Al suo apice si trova un cenacolo ristretto, il comitato direttore, composto da 30 personalità del mondo della finanza e della geopolitica.
I 30 membri del direttorio si riuniscono due volte l’anno – generalmente in una capitale europea – per parlare della situazione del Club e del pianeta. Lo scorso febbraio erano a Roma, attorno all’allora presidente del Consiglio italiano Mario Monti, un fedele del Bilderberg da decenni. Nel novembre 2009 il comitato direttivo si trovava a Bruxelles. Al loro incontro avevano invitato l’allora capo del governo belga, Herman Van Rompuy. “Nessuno lo conosceva. Era un ometto discreto che parlava quattro lingue – racconta Etienne Davignon (esponente del direttorio) – Ci aveva fatto un esposto molto chiaro, con forza e entusiasmo aveva difeso l’euro, di fronte agli increduli americani.” Qualche giorno dopo l’incontro, a sorpresa “l’ometto discreto” Van Rompuy veniva designato alla presidenza dell’Unione europea. Forse non era un caso!
Alle loro segrete riunioni si esaminano i problemi più importanti che assillano il mondo, anche se non vengono prese decisioni di alcun tipo. Nel recente incontro di Chantilly, negli Stati Uniti, si discusse di austerità e crescita, del rapporto tra Occidente e Iran e ancora della geopolitica dell’energia. Quest’anno i membri del Club dovrebbero discutere dell’accelerazione della crescita negli Stati Uniti e in Europa, del nazionalismo e del populismo, della ricerca medica, e di altri problemi non meno importanti (non tutti gli argomenti vengono resi pubblici).
Centoquaranta saranno quest’anno i VIP partecipanti, provenienti da 21 Paesi del mondo. Tra i maggiori il Presidente della Commissione Europea Manuel Barroso, il direttore editoriale dell’”Economist” John Mickletwait, l’ex generale americano David Petraeus,  il capo di Google Eric Schmidt, oltre ad Henry Kissinger e alla direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde. Sei gli italiani partecipanti. Della delegazione italiana farà parte l’Amministratore Delegato di Telecom Italia Franco Bernabè, unico italiano a far parte della Steering Committee, la commissione permanente del Club, l’ex premier e preside della “Bocconi” Mario Monti (per lui è la decima partecipazione), la giornalista di La7 ed ex parlamentare europea del centrosinistra Lilli Gruber (ha partecipato per la prima volta lo scorso anno),.il CEO di Intesa San Paolo Enrico Tommaso Cucchiani (bocconiano, membro dell’Aspen Institute e della Commissione Trilaterale), il CEO di Mediobanca ed ex vicepresidente di Assicurazioni Generali Alberto Nagel (altro bocconiano) e il presidente di Techint Gianfelice Rocca (secondo Forbes l’8° uomo più ricco d’Italia).
Quale, si chiedono in tanti, lo scopo reale di questi annuali incontri segreti? Dove c’è mistero, segretezza, si pensa che si nasconda qualcosa di non pulito. Facile, quindi, accostare questo club ad un club della Massoneria Universale. Ufficialmente al Bilderberg si è sempre parlato tra amici di politica economica e sociale, relazioni internazionali, energia, democrazia e, ai giorni nostri, anche di austerity e di cyber sicurezza. Ufficiosamente, per chi ha sempre dipinto il vertice come il più grande inganno dal dopo guerra ad oggi (teorizzando questa sorta di golpe silenzioso una specie di ‘Nuovo ordine Mondiale’), in quelle riunioni, con cadenza annuale, si teorizza e si decide la futura sorte del pianeta. Insomma, una manciata di burattinai, decisi a tirare le fila del mondo. Nel bel mezzo della faccenda, tra ufficiale e ufficioso, si è sempre ripresentato un elemento che, a fianco dei nomi di indiscusso peso specifico, ha alimentato più di un sospetto: la massima segretezza. Non si è mai saputo cosa sia venuto fuori da questi colloqui visto che gli incontri da sempre si sono svolti in luoghi letteralmente blindati e preclusi al resto dei comuni mortali.
Sorprende certamente nel vedere tra 1 140 convocati la giornalista de La 7 (dall’anno scorso tra i partecipanti) Lilli Gruber. Il pensiero corre immediatamente al 20 gennaio del 2012. Lilli Gruber, quel giorno, dal suo salotto di ‘Otto e mezzo’, su La7: intervistando Mario Monti gli pose una domanda certamente difficile: “Posso chiederle se lei è un massone?” Dall’altra parte del tavolo, l’allora presidente del consiglio, il professor Mario Monti rispose: “Confesso di non sapere bene cosa sia la massoneria. So certamente di non essere massone e non saprei neanche come valutare o come accorgermi di un massone. E’ una cosa che per una persona abbastanza banale e concreta risulta un po’ evanescente”. Risposta machiavellica, oserei dire!
Tutto bene se non fosse che tre mesi dopo quell’intervista, nell’aprile del 2012, la stessa Gruber, per la prima volta è stata invitata a partecipare al Bilderberg 2012 a Chantilly in Virginia, USA. ‘Tagliando’ che ha strappato anche quest’anno. Casualità direte Voi? Io penso di no! Peccato che non ho il potere di intervistarla, altrimenti oggi sarei io a fare a Lei la domanda posta nell’Aprile del 2012 da Lei a Mario Monti, chiedendole se nel frattempo, magari, è diventata “massone”!
Bando agli scherzi. Ho voluto riportare questa riflessione sul club Bildeberg per saperne io qualcosa di più, ma anche per informare tutti Voi che mi leggete sempre volentieri. Vedete, cari amici, io sono un fautore dell’associazionismo, a tutti i livelli. Son convinto che tutti i problemi, esaminati insieme, discussi da varie menti tutte diverse, possono portare più facilmente alla soluzione, anche quando questa è particolarmente difficile. Una cosa, però, mi angustia e mi angustierà sempre: la segretezza, il buio delle segrete stanze. Amo troppo la luce del sole per non avere paura del buio!
Chiudo questa riflessione con Voi, riportandovi la dichiarazione fatta nel 2001 dal parlamentare laburista britannico Denis Healey, a proposito del club Bilderberg (di cui era partecipe) e dei suoi scopi: “Dire che ci sforziamo di arrivare ad un unico governo mondiale è esagerato, ma non del tutto ingiusto. Nel Bilderberg abbiamo avvertito che non potevamo andare avanti per sempre combattendo l’uno contro l’altro per niente e uccidendo persone e rendendone povere milioni. Così abbiamo ritenuto che una singola comunità che attraversa il mondo sarebbe stata una buona cosa”.
Cos’è, secondo Voi, se non un sogno da “Grande fratello” ?

Grazie della Vostra attenzione!
Mario

martedì, giugno 04, 2013

IL CREDITO IN SARDEGNA, 2^ PARTE. LE ORIGINI DEI MONTI (FRUMENTARI O GRANATICI E SUCCESSIVAMENTE NUMMARI), STRUTTURE CON LA FUNZIONE DI VERI E PROPRI MONTI DI PIETA’.


Oristano 4 Giugno 2013
Cari amici,
dopo una prima parte sulla tormentata storia del credito in Sardegna, apparso in questo blog in data 27 Maggio 2013, ecco ora una seconda parte, che, proseguendo nel percorso di evoluzione, esamina la natura creditizia dei “Monti di soccorso”, prima  frumentari e poi nummari, veri e propri “Monti di Pietà”, che portarono alla successiva evoluzione in vere e proprie aziende di credito.

LE ORIGINI DEI MONTI

L’idea di modernizzare il settore agricolo con l’istituzione del “Padre Censore”, di marca spagnola, non fu l’unica via tentata per cercare di dare ordine ad un’agricoltura primordiale. Se sugli effetti derivanti dall’azione di miglioramento intrapresa dalla Corona di Spagna non si hanno riscontri certi,  ( la richiesta di istituzione del Padre Censore fu accolta dal sovrano, a titolo sperimentale, per dieci anni), meglio documentata risulta, invece, l’azione già intrapresa dalla Chiesa nella stessa direzione.

Il Pontefice Leone X fin dal  1515 con la bolla “Inter multiplices” cercò di regolamentare il funzionamento dei  “Montes Pietatis”.  In Sardegna assai ben documentata è l’azione intrapresa dai vescovi di Ales.  All’atto della nomina, infatti, il Papa  invitava i Vescovi ad attivarsi fortemente per la costituzione, anche in Sardegna, dei Monti di Pietà ( procurandi erectionem Montis Pietatis). Nella diocesi di Ales uno dei primi che si impegnò in questo senso fu il vescovo Michele Beltran (1638-1641). Il problema più grave che dovette affrontare fu quello dell’usura. I contadini dovevano necessariamente ricorrere alle anticipazioni nel periodo della semina, quando pur di procurarsi le sementi dovevano ipotecare gran parte del futuro raccolto, rischiando quasi sempre la miseria. Fu promossa, perciò,  la fondazione in ogni villaggio, da parte del parroco, di un Monte di Pietà. Il Monte prevedeva il prestito, senza interesse, delle sementi. Il patrimonio granario del Monte era alimentato da una parte col grano versato dai membri della Comunità e dall’altra con il lavoro gratuito prestato  in alcune occasioni dell’anno.

La cattedrale di Ales
L’azione benefica intrapresa dal vescovo Beltran, che non aveva potuto completare il suo lavoro a causa della prematura morte, fu proseguita dai successori, soprattutto dal vescovo Francesco Masones y Nin (1693-1704), il quale divenuto poi arcivescovo di Oristano la applicò anche nella nuova Sede. Ma la figura di vescovo di Ales più legata alla diffusione dei Monti di Pietà fu quella del sassarese Giuseppe Maria Pilo (1760-1786) che si adoperò con passione ed energia al miglioramento delle miserevoli condizioni dei contadini. Il suo episcopato fu contemporaneo alla riforma avviata dal governo sabaudo sotto la guida del Ministro Giovanni Battista Lorenzo Bogino. Pilo offrì la sua collaborazione al ministro ricevendone in cambio attestazioni di grandissima stima. Il vescovo Pilo oltre che curare, in modo particolare, l’elevazione morale e culturale del clero diocesano, si prodigò con estrema dedizione nei confronti di tutto il popolo della sua diocesi. In una Sardegna piegata dalla carestia e dalla moria di bestiame, nell’inverno del 1779, non esitò ad aprire le porte dell’episcopio per accogliere le turbe degli affamati e a vendere persino l’argenteria del palazzo, diventando povero tra i poveri.

Scrive Manlio Brigaglia nel recente libro, edito dal Banco di Sardegna, “ La terra, il lavoro, il grano”:
“ Nella lunga storia dei Monti frumentari in Sardegna c’è anche la data di nascita. E’ il 4 settembre 1767: un pregone del viceré des Haydes dà una nuova organizzazione, più  razionale e più rigorosa, a una istituzione destinata a coprire l’isola con una struttura efficiente e capillare al servizio dell’agricoltura. Una istituzione come quella dei Monti, in realtà, esisteva già dal periodo spagnolo. Un documento inedito, esposto nella mostra che il Banco di Sardegna ha dedicato, nel corso del 2001 e del 2002 al tema della terra, del lavoro e del grano in Sardegna, individua in Terralba e nel 1651 il luogo e la data di nascita del primo pòsito sardo. Dai pòsitos del Seicento nascono, con un rinnovato slancio, i Monti frumentari del Settecento...”.

La felice alleanza tra il vescovo Pilo e il ministro Bogino riuscì, in una regione ad economia quasi esclusivamente agricola, ad avviare quel processo di sviluppo e modernizzazione ormai indifferibile. La garanzia di buon funzionamento la garantì la Chiesa: il Monte era amministrato da una Giunta diocesana presieduta dal Vescovo; a sua volta il Monte faceva capo a una Giunta generale con a capo un Censore generale. Uno dei più famosi Censori generali fu Giuseppe Cossu, sassarese, che intelligentemente scrisse una serie di piccoli “catechismi agrari” in sardo, proprio per aiutare i contadini dei villaggi ad essere cittadini attivi della Comunità, sposando il grande progetto del Bogino.
In pochi anni i Monti si moltiplicarono. Accanto a loro nacquero, nell’agosto del 1780, i Monti nummari (dal latino nummus, moneta), il cui compito principale era quello di prestare non sementi ma denaro, necessario per l’acquisto del bestiame da lavoro e dei mezzi agricoli. La preziosissima funzione dei Monti si svolse in crescendo fino agli inizi dell’Ottocento. Fra il 1800 e il 1812, invece,  i fondi dei Monti vennero, in gran parte, rastrellati dal governo per pagare i prestiti accesi dallo Stato. Nonostante le difficoltà create da questi espropri, che sottrassero la necessaria liquidità, che andavano di pari passo con amministrazioni poco trasparenti, la funzione dei Monti proseguì, tra alti e bassi,  fino al 1845. L’agricoltura non poteva farne a meno essendo questi gli unici istituti che praticavano in Sardegna il credito agrario.
Gli anni successivi al 1845, complice la legge del 1851 emanata per riorganizzare l’intero sistema dei Monti,  segnarono la fine di questo importante strumento. La legge in parola, nata per riorganizzare l’intero sistema dei Monti, abolì il Censorato generale e le Giunte, smontando il complesso sistema che per un secolo aveva svolto un ruolo centrale nelle comunità rurali sarde. Altre strutture creditizie si apprestavano ad entrare in lizza. Le prime ad entrare in funzione in Sardegna furono le Casse di risparmio di Cagliari e di Alghero,  che accelerarono il processo di disfacimento delle vecchie strutture.
            Il sistema creditizio sardo stava cambiando pelle e si accingeva a percorrere  vie nuove, come vedremo nella prossima terza parte, che riepiloga un percorso lungo e tormentato.
Grazie dell’attenzione!

Mario