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venerdì, gennaio 31, 2014

GENNAIO ED I SUOI ULTIMI TRE GIORNI, PIU’ NOTI COME “ I GIORNI DELLA MERLA”.



Oristano, 31 Gennaio 2014
Cari amici,
Tanti anni fa chiesi a mia nonna, come facevo sempre quando non sapevo qualcosa: perché questi ultimi giorni freddi di Gennaio si chiamano “I giorni della merla? Mi fu raccontata una bella favola che oggi  voglio riportare anche a Voi che, credo, sempre piacevolmente mi seguite. Ecco come ricordo quella favola antica.
Tanti anni fa il mese di gennaio aveva solo 28 giorni e i merli erano bianchi. L’inverno era freddo e la merla, che aveva patito molto sia la rigida temperatura che la fame, passava il tempo accovacciata nel suo nido per proteggere se stessa e i suoi piccoli dal pericolo di morire assiderati. Anche il merlo maschio poco poteva contro quel gelo. La famigliola, al freddo, viveva di stenti, cercando con qualche rapido volo intorno al nido di trovare qualche briciola di pane per sfamarsi, perché le poche briciole che cadevano in terra dalle tavole degli uomini venivano subito ricoperte dalla neve che scendeva dal cielo.

Mentre il merlo maschio cercava anch’esso di proteggere i piccoli, la  povera madre malnutrita, intirizzita e sfinita dai patimenti, volando insieme ad altre merle affamate come lei, sentì dire che ormai si era al 28, l’ultimo giorno di gennaio, e che dall’indomani, terminato il periodo più freddo e impietoso dell'anno, con l'inizio di febbraio, sarebbero tornate le speranze di una vita più facile, perché si sarebbe andati incontro ad una tiepida e profumata primavera. In preda ad una incontenibile gioia, aiutata anche da qualche raggio di sole, la merla raccolse le ultime forze rimaste e si librò nel cielo  gridando tutta la sua contentezza per la fine di quel mese ingeneroso che finalmente lasciava il posto a nuove speranze e nuova vita. Resa ardita dalle felicità, la merla prese a sbeffeggiare senza ritegno il mese di gennaio che si apprestava a lasciare il posto a Febbraio. Il mese di gennaio, furibondo e disturbato nei suoi preparativi di partenza dalle grida acute della merla, sempre più irritato per gli insulti che la merla gli lanciava, andò dal mese di Febbraio e gli chiese in prestito 3 giorni, che ottenne, allungando il mese con 29, 30 e 31. In quei tre giorni scatenò il freddo più pazzesco di tutto l'inverno, impegnandosi più che poteva, facendo in modo che non mancassero neanche la neve, il ghiaccio e il freddo vento di tramontana! Tutto intorno scese un gelo terribile, e tutti furono costretti,  per la morsa del freddo, a rinchiudersi in casa intorno ai camini accesi.

La povera merla, che aveva per casa solo un nido di sterpi su di un pino, fu costretta a lasciare il suo posto e con l’aiuto del merlo che la aiutò a trasferire i piccoli, si rifugiò nei pressi di un grosso comignolo  che, però, se è vero che dava calore emanava anche un denso fumo nero.  Al tepore si aggiunse ben presto una densa coltre nera di fuliggine, che in poco tempo si depositò sul nido e sui suoi abitanti, tingendoli tutti di nero. La famiglia si salvò, però il suo piumaggio da bianco diventò tutto nero!
Ed è per questo che da quel giorno tutti i merli nascono con le piume nere, per ricordare la famigliola di merli bianchi divenuti neri, proprio negli ultimi tre giorni (presi in prestito) del mese di gennaio. Febbraio, poi, si dimenticò di richiedere indietro i giorni prestati a Gennaio e rimase con soli 28 giorni. I tre giorni acquisiti da Gennaio  rimasero di sua proprietà e anche oggi sono ancora detti  “I tre giorni della merla”.



Per gli amanti della poesia, invece, mi piace riportare la bella poesia di  Trilussa, dedicata al merlo. Eccola!

 POESIA DI TRILUSSA AL MERLO.

Appena se ne va l'urtima stella e diventa più pallida la luna, c'è un Merlo che me becca una per una tutte le rose de la finestrella: s'agguatta fra li rami de la pianta, sgrulla la guazza, s'arinfresca e canta. L'antra matina scesi giù dar letto co' l'idea de vedello da vicino, e er Merlo furbo che capì el latino spalancò l'ale e se n'annò  sur tetto.- Scemo! - je dissi - Nun t'acchiappo mica...-E je buttai du' pezzi de mollica.- Nun è - rispose er Merlo - che nun ciabbia fiducia in te, ché invece me ne fido: l o so che nu m'infili in uno spido, lo so che nun me chiudi in una gabbia: ma sei poeta, e la paura mia è che me schiaffi in una poesia. È un pezzo che ce scocci co' li trilli! Per te, l'ucelli, fanno solo questo: chiucchiù, ciccì, pipì... Te pare onesto de facce fa la parte d'imbecilli senza capì nemmanco una parola de quello che ce sorte da la gola? Nove vorte su dieci er cinguettio che te consola e t'arillegra er core nun è pe' gnente er canto de l'amore o l'inno ar sole, o la preghiera a Dio: ma solamente la soddisfazzione d'avè fatto una bona diggestione.
(Trilussa)
Grazie, amici, della Vostra attenzione, sperando che Febbraio sia più clemente, anche se sarebbe meglio dubitarne: un antico detto sardo, riferendosi a Febbraio sosteneva che “ Friarzu aìat mortu sa mamma a frittu” (Febbraio aveva ucciso la madre con il freddo).
Mario

giovedì, gennaio 30, 2014

LE NUOVE TECNICHE DI COMUNICAZIONE: CONTA PIU’ IL PRODOTTO O IL SUO MARCHIO? AZIENDE E ASSOCIAZIONI STABILISCONO IL CONTATTO CON IL PUBBLICO ATTRAVERSO IL “BRAND”, UNA CARTA D’IDENTITA’ CHE LE IDENTIFICA IN MODO INEQUIVOCABILE.



Oristano 30 Gennaio 2014
Cari amici,
che le nuove tecniche di comunicazione avessero modificato in modo totale la maniera di farsi conoscere ed apprezzare sul mercato, è certamente una realtà che a pochi, ormai, sfugge. Qualche esempio banale, per chiarire il problema, è sufficiente: la scritta in rosso della coca cola non ha bisogno di ulteriori commenti per stabilire cos’è, così come la M stilizzata di Mc Donald. 
Ormai la comunicazione è fatta più di immagini che di parole e tutti, dico tutti, per restare “presenti” e visibili nel mondo della globalizzazione debbono pensare di comunicare per immagini. Lo ha fatto anche l’Associazione di servizio a cui appartengo, il Rotary, che ha commissionato ad una delle più note Agenzie americane di Comunicazione, il suo nuovo “Brand”, il suo nuovo logo che lo indentifica ancora meglio in tutto il mondo.

Il Rotary ha oltre un secolo di vita e il suo primo marchio, il suo primo segno di appartenenza fu la ruota dei pionieri, quella della grande conquista del West. Questa “ruota” identificativa ha subìto diverse modifiche nel suo primo secolo di vita, subendo l’ultima trasformazione alla fine dello scorso 2013, semplificando ancora di più la sua ruota, che, pur mantenendo la forma precedente, risulta ora più semplice, con un solo colore, quello giallo oro, perdendo il blu cobalto, l’altro colore che da tempo conviveva con il giallo.

In un’economia sempre più globale, dove non solo nel mondo commerciale ma anche in quello dell’associazionismo,  si è moltiplicata l'offerta di prodotti o di attività con caratteristiche piuttosto simili, l’identificazione, o “brand”, come meglio si definisce, assume un'importanza strategica. Ma cos'è in definitiva questo “marchio”, questo identificativo o brand ? Una definizione calzante è quella che assegna al Brand l’identificazione del prodotto o dell’attività: un qualcosa che, in un flash, ti riporta tutto quello che dietro il brand si muove e opera; in sintesi un istantaneo veicolo di conoscenza, capace di suscitare delle positive reazioni emotive in chi lo osserva. Il Brand è dunque qualcosa di intangibile, una “costruzione immateriale”, e come tale può essere realizzata, definita e influenzata in modo determinante, attraverso valide strategie e strumenti di comunicazione. Si potrebbe dire, ancora meglio, che “Il potere di un brand sta nella sua capacità di influenzare il comportamento dei potenziali clienti (inteso sia in senso commerciale che  di relazione)”, come sostiene Al Ries, il gurù del Marketing e della Comunicazione,  aggiungendo che il brand, per il titolare,  è di grande valore strategico, che deve essere protetto e valorizzato nel tempo.

Il Brand, cari amici, è una vera e propria carta d’identità, che identifica, qualifica, e da fiducia!


Ecco il nuovo brand del Rotary.
Grazie della Vostra attenzione.
Mario

mercoledì, gennaio 29, 2014

LA SARDEGNA E IL SUO FUTURO: UN’ISOLA SENZA SARDI? IL RECENTE STUDIO SULLO SPOPOLAMENTO DEI PICCOLI CENTRI, EVIDENZIA LA PROBABILE ESTINZIONE DI OLTRE 30 PICCOLI PAESI ENTRO 60 ANNI!



Oristano 29 Gennaio2014
Cari amici,
debbo dirvi, in tutta franchezza, che la recente presentazione a Cagliari dello studio che annuncia la ormai certa estinzione di ben 33 Comuni sardi entro mezzo secolo, mi ha davvero preoccupato. Non che non mi fossi già reso conto che il lento ma costante spopolamento dei centri dell’interno fosse ormai un fatto certo e ineluttabile, ma la conferma ufficiale, per quanto attesa, crea sempre una maggiore consapevolezza e una tristezza che crea malessere, anche fisico.
Conosco, per il lavoro che ho svolto in 37 anni di vita bancaria, molti dei paesi che corrono questi seri rischi di estinzione. Nella Planargia Tresnuraghes, Tinnura, Sagama e Magomadas assommano una popolazione complessiva di 2.377 abitanti: quanto un popoloso rione di Bosa. Secondo i dati dell’ultimo censimento, a Magomadas ci sono 596 abitanti, 213 a Sagama, 272 a Tinnura, 1.296 a Tresnuraghes. La popolazione di questi centri è in continuo calo, l’età media avanzata e i giovani, praticamente assenti o con la valigia in mano, emigrano in cerca un destino meno povero da trascorrere in minore solitudine. Se la Planargia piange il Meilogu non ride: entro il 2025 rischia di perdere Semestene, il paese più a rischio, e anche Padria, Giave, Borutta, Mara e Cheremule, corrono gli stessi rischi. Semestene, come accennato, dovrebbe sparire tra il 2023 e il 2025, Padria tra il 2034 e il 2036, Giave tra il 2036 e il 2038, Borutta tra il 2054 e il 2056, Mara tra il 2072 e il 2074. Cheremule, infine, diverrebbe un villaggio fantasma tra il 2084 e il 2086. Altre zone dell’Isola paventano la stessa identica sorte.

È uno scenario inquietante quello che emerge  dallo studio "Comuni in estinzione", effettuato dal Centro Regionale di Programmazione, condotto in collaborazione con l'Università di Cagliari e riferito a tutti i centri dell’Isola; studio che afferma, in modo statisticamente concreto, che l’ipotesi spopolamento diventerebbe certezza se poco o nulla fosse messo in atto per contrastarne le cause. "Il contrasto allo spopolamento che affligge i comuni sardi in una percentuale allarmante – sottolinea l'assessore della Programmazione, Alessandra Zedda - è una delle sfide più complesse per la politica regionale perché questo fenomeno non ha una causa, ne ha molte, sedimentate nel tempo, nel corso dei decenni scanditi dai censimenti della popolazione. Alcuni comuni sardi, prima di altri, paiono destinati a divenire dei paesi fantasma pressoché privi di abitanti, una prospettiva intollerabile nelle dimensioni prospettate che ci pone di fronte a scelte decise e decisive…”.
A ben riflettere la “bomba” annunciata dallo studio statistico può essere considerata una deflagrazione annunciata. Tutti sapevano che lentamente ma inesorabilmente questi paesi si spopolavano: nessuno è disposto a vivere in condizioni di vita inaccettabili! Le cause sono molteplici: molte le carenze che contribuiscono a creare prima ed a rafforzare poi, le ragioni di questa fuga dai piccoli centri verso i tre grandi agglomerati sardi (Cagliari, Olbia e Sassari), o addirittura verso altri lidi, fuori dall’Isola, come dimostra l’aumentata emigrazione giovanile all’estero per la ricerca di un lavoro e di una più dignitosa vita sociale. Che interesse può avere oggi un giovane a restare in un centro inferiore al migliaio di abitanti, non solo privo di lavoro ma anche delle minime strutture sociali che danno dignità ad ogni Comunità? Senza un centro di aggregazione sociale, senza una scuola, un medico, una farmacia, un ufficio postale, una banca, un cinema, una trattoria per ritrovarsi con gli amici, che senso ha la vita? Restare significherebbe solo sopravvivere, non vivere una vita “normale”! 
E’ da tanto che non passo a Baradili, che conta oggi circa 90 abitanti: immagino la tristezza e la solitudine dei pochissimi giovani che vi abitano. Ma immagino anche la vita triste dei giovani di Ardauli che di abitanti ne conta 977, o  di Soddi, a un tiro di schioppo del lago Omodeo che ne conta 135, o di Boroneddu con 173 abitanti o di Tadasuni che ne assomma 184.
I parametri utilizzati dallo studio della Regione e dell’Università sono stati molto rigorosi: hanno cercato di "leggere" il futuro scientificamente, guardando al passato; si è osservato, ad esempio, che fra il 1951 e il 2011 in 33 comuni si è registrato un decremento di popolazione del 40%. La ripartizione geografica evidenzia quattro paesi a rischio estinzione nella provincia di Cagliari, uno in Ogliastra e Olbia-Tempio, 10 a Sassari e 15 a Oristano. La nostra Provincia, cari amici, nonostante la sua modesta superficie, presenta il maggior numero di comuni a rischio!
Si potrà cambiare quanto rilevato in ipotesi? La "speranza" è che vengano messe in atto, se indugio, azioni di contrasto, altrimenti le ipotesi formulate si trasformeranno in realtà. Lo studio mette in luce che il dato ricavato è valido a “bocce ferme”, come si legge nelle relazioni: "non essendo una previsione, può verificarsi ove nel corso del tempo non si presentino o non vengano posti in essere fatti, azioni, interventi, comportamenti sia in ambito locale che provenienti dall'esterno, tali da poter invertire le tendenze riscontrate sulla base delle conoscenze attuali".
La ripartizione statistica “temporale”  della probabile estinzione dei Comuni in via di spopolamento vede nel primo gruppo due centri la cui “desertificazione demografica” è calcolata in meno di 20 anni: Semestene nel 2023-2025 e Monteleone Rocca Doria nel 2029-2031. Nel secondo gruppo in pericolo di “estinzione” ci sono 10 comuni: Padria, Giave, Montresta, Sorradile, Nughedu San Nicolò, Baradili, Soddi, Ula Tirso, Martis, e Armungia, il paese di Emilio Lussu. Per loro c'è più tempo, ma non troppo: tra i 21 e i 40 anni. Nella terza fascia ci sono 14 paesi che potrebbero rimanere senza gente nelle case e sulle strade fra i 41 e 60 anni, sono: Borutta, Villa Verde, Anela, Esterzili, Aidomaggiore, Bortigiadas, Ruinas, Simala, Ardauli, Seulo, Villa S. Antonio, Asuni, Mara e Morgongiori. Nel quarto gruppo, quello dei paesi che possono contare ancora su oltre 60 anni di vita, ne troviamo 5: Ballao, Sini, Ussassai, Nughedu Santa Vittoria e Cheremule.
La Sardegna, ormai è un dato di fatto, continua inesorabilmente a spopolarsi anche nei centri con minori pericoli di estinzione. Di anno in anno le statistiche impietose evidenziano cali di popolazione anche nelle città più grandi. La causa principale è da addebitare senz’altro alla crisi economica che ha privato le pubbliche amministrazioni anche delle risorse indispensabili a mantenere, almeno in parte, i servizi di base (guardia medica, ufficio postale, farmacia, banca, scuola elementare, media e superiore). Senza parlare dei collegamenti con i centri maggiori che scarseggiano o sono addirittura assenti, o degli spazi culturali che nei centri minori sono praticamente inesistenti.
Lo spopolamento è un fenomeno che a monte ha un complesso di ragioni che quantificare non è spesso facile. Il gradimento a vivere in un posto anziché in un altro comprende un paniere di “prodotti” che non si limitano solo ai cosi detti servizi di base. La principale ragione dell’abbandono è principalmente la mancanza del lavoro, in particolare quello giovanile, che spinge a ricercarlo in altri lidi. Una delle operazioni di contrasto dovrebbe partire proprio dall’incentivare il lavoro in loco: partendo dalla riscoperta da parte dei giovani dell’agricoltura, dell’artigianato e delle tradizioni locali, con l’aggiunta di una nuova valorizzazione del territorio sotto il profilo naturalistico, archeologico e turistico. 

Per fare questo sarà necessario il coinvolgimento non solo della politica regionale ma anche di quella nazionale ed europea. Finanziare la ricostituzione economica delle zone interne è interesse di tutti, Europa compresa, perché il degrado che ormai è manifesto sarebbe un danno forse irreversibile, non solo in campo regionale.

Cari amici, credo che i candidati al prossimo governo della Sardegna dovrebbero partire, nei loro programmi, proprio da queste considerazioni, dicendo chiaramente ai sardi cosa intendono fare per evitare la morte certa non solo dei piccoli centri ma anche dell’intera economia della nostra Isola. Solo costruendo nuove opportunità per i giovani (la zona franca, se mai la si otterrà, sarà solo la locomotiva trainante), solo riscoprendo le grandi bontà del nostro territorio (le zone interne ne sono piene), potremo ridare vigore non solo a centri che in passato sono stati di grande importanza, ma dare a tutta l’Isola un volto nuovamente dignitoso, dove vivere non sia solo un sopravvivere. Un’Isola dove ritornino i giovani già emigrati, dove la natalità riprenda fiato, dove rinasca la nostra vocazione agricola, artigianale, culturale e turistica; un’Isola dove i nostri giovani possano competere, ad armi pari, con i loro coetanei europei e, orgogliosi, possano dire che la Sardegna, per viverci, è il posto migliore del mondo!
La Sardegna potrà risollevarsi solo se saremo tutti uniti….tutti insieme!
Mario

martedì, gennaio 28, 2014

GLI OCCHIALI, DA RIMEDIO PER LA VISTA A STATUS SIMBOL. LA LUNGA STORIA DI UN PRESIDIO MEDICO DIVENTATO SUCCESSIVAMENTE ACCESSORIO MODAIOLO.



Oristano 28 Gennaio 2014
Cari amici,
c’è chi come me, forse un po’ per vezzo, si ostina a non usare gli occhiali se non per leggere o  digitare al computer e chi, invece, per mille ragioni li indossa fin dalla più tenera età. Gli occhiali hanno una lunga storia, anche se fino al Milleduecento non si può parlare di correzione della vista con occhiali.
Le grandi civiltà Egizie, Cinesi, Greche e Romane, pur avendo conosciuto e utilizzato il vetro non riuscirono mai a immaginare che si trovavano tra le mani un facile rimedio alla caduta della vista, in particolare in età avanzata. Era per l’epoca, quello della correzione della vista, un rebus che  anche i più grandi studiosi si trovarono  impotenti a risolvere. Eppure gli antichi greci conoscevano già il potere di amplificazione delle sfere di vetro riempite di acqua, al punto tale da riuscire a diagnosticare molti disturbi legati alla vista e in alcuni casi, come quello della cataratta, persino curarli intervenendo chirurgicamente. Tuttavia mai ipotizzarono che in quelle sfere, colpite dalla luce che creava la capacità di ingrandimento,  si celasse il segreto, scoperto successivamente, della refrazione. Anche il filosofo greco Tolomeo (intorno al 150 d.C.) pur conoscendo  le prime leggi della refrazione della luce, mai immaginò le sue possibili applicazioni in campo ottico: si dovettero aspettare oltre 1000 anni, prima che i matematici arabi e l’astronomo Alhazen  formulassero la legge sulla refrazione che fu essenziale per i successivi successi in campo ottico. Nella Roma imperiale il grande oratore Cicerone si lamentava di quanto fosse fastidioso per lui dover utilizzare degli schiavi per leggergli ad alta voce i testi di cui aveva bisogno. Anche l’imperatore Nerone, che chissà quanto avrebbe pagato per un paio di occhiali, si doveva accontentare, in mancanza d’altro,  di guardare le sue amate battaglie gladiatorie attraverso uno smeraldo.
Fu intorno al X secolo che nel mondo islamico si condussero i primi esperimenti sull’amplificazione visiva, effettuati con segmenti di sfere in vetro; il primo resoconto scritto del potere di applicazione di una lente appare nel sec. XI, proprio ad opera dello scienziato-astronomo  arabo Alhazen. Lo scienziato, abile fisico, studiò a fondo l'ottica, e nel Suo trattato 'Opticae Thesaurus', per la prima volta venivano evidenziati gli studi fatti sulla rifrazione e sull'angolo di incidenza e di riflessione. Con la traduzione in latino della sua opera, i monaci cominciarono a progettare e costruire lenti convesse che venivano poste sui manoscritti da copiare. Ruggero Bacone nel 1268 fu il primo ad utilizzare delle lenti per scopi ottici, ma fu solo più tardi che la lente cominciò ad essere usata più vicino all'occhio anziché all'oggetto. Fu a Venezia, patria delle fusione del vetro, che si adoperò per la prima volta il vetro trasparente come lente: i due vetri per gli occhi venivano tenuti insieme da un chiodino. Gli abili artigiani veneziani erano riuniti nelle Congregazioni di Arti e mestieri: ogni arte possedeva il proprio statuto e quello dell'Arte dei cristalleri (artigiani del Quarzo o cristallo di rocca) era del 1284;  a questi artigiani era fatto obbligo di giurare sul Vangelo il rispetto dello statuto, che prevedeva la proibizione di vendere il “vetro” dichiarandolo “cristallo. 
Nei primi tempi era proibito svelare il segreto della fabbricazione degli occhiali, per la cui violazione era prevista la pena di morte. Tale proibizione frenava la commercializzazione e la diffusione delle lenti avvenne ufficialmente solo quando le Arti permisero agli artigiani di esercitarne la libera vendita. Bisognerà attendere l’arrivo del XIII secolo per vedere la pratica applicazione del vetro come lente correttiva della vista perduta. Solo a partire da quel secolo, infatti, le persone poterono migliorare davvero la loro vista con l’assistenza dei supporti visivi.
L’invenzione degli occhiali nacque dunque proprio nell’Italia del 1300. Fino ad allora le persone anziane o nate con un difetto di vista non avevano alcuna speranza di riuscire a distinguere perfettamente forme ed oggetti. 
Dalle testimonianze dello scrittore italiano Sandro di Popozo (uno dei primi a portare un paio di occhiali) e da una predica pronunciata nel febbraio del 1306 dal frate fiorentino Giordano di Rivalto, sembra che i «dischi per gli occhi», come furono chiamati i primi esemplari di occhiali, siano apparsi a Firenze ed a Pisa, quasi certamente realizzati da soffiatori del vetro di Venezia. Considerata l’estrema utilità di questo nuovo rimedio per gli occhi, gli occhiali si diffusero rapidamente nelle classi agiate. Essi non tardarono addirittura a diventare un segno distintivo di nobiltà e di istruzione. Erano oggetti estremamente preziosi, anche perché le montature erano spesso in materiali pregiati e preziosi, come oro, argento, corno e avorio. La richiesta di queste lenti divenne molto più forte dopo l'invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg e, dopo il 1400, la diffusione degli occhiali si estese a tutta l'Europa. La prima testimonianza dell’uso di questi oggetti ci viene dal mondo della pittura: li troviamo nell’opera di Tommaso da Modena “Ritratto del Cardinal Hugh de Provence”, immortalato nell’atto di leggere qualcosa da uno scriptorium, quadro che risale al 1352. Anche in un’atra opera, datata 1403, (si tratta di una pala d’altare della chiesa di Bad Wildungen, in Germania), troviamo la raffigurazione di un paio di occhiali.

I diversi tipi di montatura furono creati con lo scopo di rendere più agevole l'uso degli occhiali. Così, da un semplice sostegno di cuoio attorno alla fronte si passò agli occhiali a forbici o alla cosiddetta lorgnette (la montatura con il manico) o al famosissimo pince-nez (montatura a pinza che si regge direttamente sul naso), finché furono inventate le odierne stanghette. Intorno alla fine del 18°secolo, gli occhiali con una singola lente chiamati monocoli divennero molto alla moda. Il monocolo era indossato dalle signore e dai signori dell’alta società in Germania e in Inghilterra. I francesi preferivano gli occhiali “pince-nez” (pinza-naso). Anche gli occhiali con una sola lente spesso non erano solo portati sul naso, ma erano anche sostenuti dai muscoli intorno all’occhio. La versione francese aveva il vantaggio che potevano essere tolti velocemente qualora si fosse in compagnia di altri, perché i vicini abitanti della Germania occidentale si imbarazzavano ancora a essere scoperti ad indossare i loro “pinza-naso”.

Le stanghette per agganciale gli occhiali alle orecchie furono adottate nel 1727, prodotte dall’ottico londinese Edward Scarlett che riuscì così a risolvere il problema di come sostenere gli occhiali tenendoli a posto sul naso, permettendo quindi a chi li portava di respirare senza troppa fatica. Purtroppo però la stabilità non si coniugava con la leggerezza: le stanghette in osso o in avorio poggiavano con tale decisione sul naso e si aggrappavano con tanta tenacia alle orecchie che risolvere un difetto di vista spesso significava contrarre, in cambio, un mal di testa permanente. Data la loro forma i dischi di vetro vennero in seguito chiamati «lenti» proprio per la somiglianza con i piccoli semi biconvessi della pianta della lenticchia.

Inizialmente gli occhiali erano venduti dagli artigiani nello loro botteghe e per acquistarne un paio non serviva un attento esame oculistico (come oggi), ma semplicemente un po’ di tempo e di pazienza per trovare la giusta correzione provando e riprovando i vari modelli diversamente graduati. Questa consuetudine si protrasse a lungo nel tempo e non esageriamo nel dire che probabilmente molte delle nostre nonne hanno portato occhiali acquistati in questo modo, risolvendo magari i loro problemi di vista. Più sfortunati dei presbiti, i miopi dovettero aspettare sino al quindicesimo secolo perché il loro difetto venisse risolto con l’introduzione delle lenti concave. In un’era in cui gli occhiali servivano quasi esclusivamente per leggere e per scrivere, pretendere una lente che consentisse di vedere bene anche da lontano sembrava un lusso, lusso che comunque poté permettersi il secondo figlio di Lorenzo il Magnifico, Giovanni de’ Medici, ritratto da Raffaello con un paio di lenti correttive concave comprate solo per migliorare la vista nel tiro alla selvaggina. Se l’invenzione della stampa, come ha scritto Didot, ha «separato il mondo moderno da quello antico, aprendo un nuovo orizzonte al genio umano», l’avvento degli occhiali ha permesso che tutti potessero osservare questo orizzonte: da vicino e da lontano.

Un'altra svolta la diede Benjamin Franklin scoprendo le lenti bifocali nel 1785. Nel 1825 lo scozzese George Biddell Airy mostrò la prima lente per pazienti astigmatici e costruì perfino lenti tri-focali. La prima industrializzazione dell'occhiale, in Italia, avvenne nel 1878 per opera di Angelo Frescura che aprì la fabbrica a Calalzo di Cadore, dando inizio a quello che è diventato il distretto industriale dell'occhiale. Negli anni Trenta del XX secolo si sentiva l'esigenza di creare delle lenti che proteggessero gli occhi dai raggi solari: nacque così la lente abbrunata (più comunemente detta "filtro"), e l’accessorio venne chiamato "occhiale da sole". Un capitolo a parte andrebbe dedicato alle montature: le lenti vennero abbinate alle montature più diverse, da quelle semplici alle più costose, per forma, dimensione e materiale utilizzato. Le montature degli occhiali divennero qualcosa di “personalizzato”, non più semplice rimedio per la vista ma accessorio legato ai dettami della moda. Ancora oggi, personaggi famosi prestano il loro volto a questa o a quella marca di occhiali da vista o da sole perché gli occhiali sono ormai diventati un vero accessorio di moda, come i vestiti, le scarpe e le borse.

Cari amici, anche gli occhiali, come vedete, hanno la loro bella storia da raccontare. Questa mi è sembrata interessante e, considerata la mia curiosità, ho voluto approfondirla e riportarla anche Voi, fedeli lettori di questo blog.
Ciao!

Mario