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lunedì, marzo 31, 2014

I SARDI E LE LORO COLORITE IMPRECAZIONI (FRASTIMOS O IRROCCOS). UNO SFOGO AUTENTICO, RICCO E COLORITO, CONTRO I NUMEROSI NEMICI, REALI O IMMAGINARI.



Oristano 31 Marzo 2014
Cari amici,
la condizione di un popolo sottomesso, incapace di ribellarsi contro il dominatore, è sempre riuscita a creare, però, coloriti modi di reazione verbale, intensificando in questo modo la capacità di lanciare acute frecciate, almeno a parole, sia contro il tiranno che contro una miriade di altri mali. Queste reazioni popolari si concretizzavano soprattutto attraverso l’uso di forti imprecazioni, arrivando finanche alla bestemmia. Il popolo sardo nelle sue colorite espressioni, a differenza di molti altri popoli, non è però mai stato blasfemo: a differenza degli spagnoli o dei fiorentini con le loro “colorite” Madonne,  il sardo si è limitato ad imprecare, evitando quasi sempre la bestemmia.
Questo sfogo contro i nemici o le avversità, queste imprecazioni, sono note nell’Isola come Frastimos o Irroccos, a seconda delle zone,  e l’ampia varietà riscontrata in queste invocazioni, denota non solo arguzia e ironia, ma anche grande capacità letteraria e poetica. I sardi anche in tempi recenti, in cui ormai la lingua sarda non era più normalmente parlata, se per una ragione o per l’altra ritenevano di ricorrere ai “Frastimos”, lo facevano solo ed esclusivamente in sardo. Non avrebbe avuto senso, infatti, lanciare una imprecazione precisa, arguta e fulminea, usando un'altra lingua: avrebbe perso tutto il suo magico effetto! Il sardo nei momenti più intensi chiede sempre aiuto alla sua lingua madre, dove continua a trovare la sua essenza, il suo essere, le sue radici incontaminate.
L’animus dei sardi nel pronunciare le nostre maledizioni lo fa in modo spontaneo, quasi conscio della sua condizione di dominato; le sue sono autentiche staffilate, violente e feroci, rivolte sempre contro un nemico, reale o immaginario. Nemica per il sardo era la malaria, arrivata nell’Isola forse con i Cartaginesi, nemici erano i cani mastini importati dai Romani, nemici tutti gli altri conquistatori che per secoli tennero i sardi dominati e sottoposti. Non è facile decifrare il percorso di questo suo sentimento di ribellione, spiegare l'etnos e l'etos del sardo, del suo essere così com'è, forgiato da millenni di oppressione.
Le angosce della sua condizione di sudditanza, di quel suo destino implacabile di “colonizzato”, lo hanno portato sempre ad inveire con forza, a lanciare strali virtuali contro i nemici, veri o presunti, utilizzando "sos frastimos" appunto, e - come scriveva Francesco Alziator nel libro "La città del sole" - "agendo attraverso stati d'animo nei quali le inibizioni e i controlli sono praticamente annullati, rimuovendo sovrastrutture sociali e morali, riporta a stati di civiltà primordiali e scopre la fisionomia di un popolo nelle linee più segrete ed elementari."
Il sardo, però, non ha mai osato alzare il tiro della sua rabbia contro Dio, costruttore dell’Universo. Egli non mai osato trascendere, ribellarsi contro il Creatore con la bestemmia, antica come l'uomo, come la sua superbia, la sua irriconoscenza, ma al tempo stesso come la sua fede in un Essere supremo. 
La grande Grazia Deledda, che scrisse anche sulla Rivista delle Tradizioni popolari Italiane, diretta da A. De Gubernatis, tra il dicembre del 1893 e il maggio del 1895, fu tra le prime ad affermare che la bestemmia era un vero “linguaggio di rottura”, “attraverso il quale si ha la liberazione di strati profondi e incontrollati della psiche e l'iterazione di antiche formule deprecatorie (…) Le bestemmie e le oscenità, secondo un'interpretazione psicoanalitica, rappresenterebbero il soddisfacimento di un desiderio represso”.
Maledizioni, quelle covate dai sardi, che, avviliti dalla “mala sorte”, cercavano ogni occasione utile per lanciarle gli strali verbali verso i loro nemici, reali o immaginari. 
Ecco un primo campionario di frastimos , tra quelli più conosciuti. La prima in rima così recita:
Frastimo ma no isco frastimare
Ca Deus no ma dadu su talentu
Ancu si peset unu fogu lentu
Chi no l'istudet s’abba de su mare
Su palatu si potzat bortulare
E ponzat sa crabetura a fundamentu
Si potzat bortulare su palatu
Cun sa rughe in donanti e tue in fatu.
La libera traduzione può essere questa: Non bestemmio perché non so bestemmiare, in quanto Dio non mi ha dato il talento; che si alzi un fuoco lento e inestinguibile che non lo spenga tutta l’acqua del mare. La (tua) casa si possa rovesciare e avere il tetto come fondamenta. Che la tua casa si possa rovesciare e tu (morire), con la croce davanti (al funerale) e tu dietro.
Ho scritto in altra parte di questo blog che la memoria dei sardi si rafforzava “al camino” (sa ziminera), dove d’inverno avveniva la conversazione tra generazioni, gestita dagli anziani. In questi racconti si parlava di annate buone e cattive, di sorte e di malasorte, di giustizia e di ingiustizie. La giustizia ufficiale (quella italiana) per i sardi è sempre stata “mala giustizia”, di cui non bisogna mai fidarsi, fin dai tempi del Bogino. Tipica maledizione quella a lui riferita, che si concretizzava in «ancu ti crùxat su buginu» («possa tu essere inseguito dal Bogino»), riferito al conte Bogino, Ministro per gli affari di Sardegna dal 1759 al 1773, in quanto il termine buginu era sinonimo di boia o carnefice.
Sono i vecchi che, conoscendo bene l'importanza del tempo e delle stagioni, dell'acqua e dell'asciutto, fatalità meteorologiche di una Natura spesso non Madre, ma Matrigna, perfida e imprevedibile, dominatrice del ciclo agrario, cercano di ammonire i giovani preparandoli al rischio ed al pericolo. Le imprecazioni dei sardi verso il nemico, riferendosi agli eventi naturali, sono ugualmente forti e fulminanti: Non ti frastimo, limba malaita, ca ieo no bi so abituau, Arrore ti calet in domo, in sartu e in sa perra e sa jenna” (non ti voglio fare malaugurio, lingua maledetta, perché non ci sono abituato, .che ti scenda un accidente in casa, in campagna, o mentre esci di casa). Al detto comune di “Rajios chi ti calene” (ti colpiscano gli strali o i fulmini della malasorte) erano associati numerosi diversi appellativi:
Da cantos pisches at su regnu marinu, a cantos puzones bolant in s'aera, a cantas untzas pesat su terrinu; da cantos frores bessint in primavera, a cantos coros palpitant in sinu, ancu non bias mura ne cota né froria; da cantu in mill'annos b'at minutos, gai ti calent lampos e tronos allutos…”(trad.libera: -sii colpito dalla malasorte – tante volte quanti pesci ci sono nel mare, quanti uccelli volano nell’aria, quanti fiori sbocciano in primavera, quanti cuori palpitano in seno, così tante volte tu non possa vedere le more ne mature ne fiorite; tante volte quanti minuti vi sono in mille anni, cosi scendano su di te lampi e tuoni accesi…).
Le maledizioni invocate dai vecchi sardi spesso  non erano dirette a desiderare la fine del nemico (non sempre) ma ad augurargli la lesione di una parte specifica:
Sas manos che a su Milesu, chi contaiat s 'aranzu cun sos pes, Chi ti ch'oghent sos ogos sos crobos, Ancu ti trunches sa mola 'e su tzugu,  Unfrìches e crepes! (che tu possa avere le mani come il milese che contava le arance con i piedi, che ti cavino gli occhi i corvi, che ti possa rompere l’osso del collo, che possa gonfiarti e crepare!). Sono ancora loro, i vecchi, a ricordare, nelle maledizioni, le vecchie scomparse professioni, le ricorrenze dell'anno, la futilità della ricchezza: Sos ogos ti ch'oghent a puntorzu, Su risu 'e sos crabitos de Pasca,  Bae, e chi non s'intendat prus mamentu de tè,  Ancu ti crichent e no t'agatent,  Oliau sias,  Ancu andes che su fumu (che ti possano cavare gli occhi col punteruolo,  che la tua risata sia uguale a quella del capretto di Pasqua, vai e che di te non resti neanche il ricordo, che ti cerchino e che non ti trovino, che tu possa avere l’olio dell’estrema unzione, che tu possa scomparire come il fumo…).
I giovani invece hanno perso il gusto della satira verbale, spesso anche malefica, ma satirica e graffiante, così in auge nel passato e con i forti riferimenti all’antica cultura dei sardi; essi hanno sostituito la satira con le male parole, col turpiloquio, con la parlata sporca, fine a se stessa. Diluvi di parolacce, senza alcun riferimento culturale, senza connotazioni, come invece, l’imprecazione in limba aveva sempre avuto. 
La triste considerazione è che i giovani di oggi stanno perdendo il gusto e l’identità, il senso di essere Sardi. A questo ha contribuito anche il fatto che la gioventù di oggi poco ha dovuto combattere contro le avversità della natura nella quotidiana lotta per l'esistenza. Forse la colpa non è solo la loro ma è anche la nostra, perché non abbiamo lottato abbastanza per salvaguardare la nostra lingua e la nostra cultura, cancellate dalla scuola, dalla vita pubblica e alla fine anche da quella familiare.
Oggi certe “chicche”, certi modi di dire, certe battute, certe imprecazioni taglienti come spade, sono solo un ricordo o, rare volte, in bocca ai pochi anziani che, caparbiamente, hanno resistito all’imposizione della cancellazione del sardo. Solo questi “sopravvissuti” sono oggi i depositari di un sapere antico che sarebbe un vero peccato se andasse definitivamente perduto!
Grazie dell’attenzione.
Mario

domenica, marzo 30, 2014

GIOVANI IMPRENDITORI E PROFESSIONISTI DI ORISTANO LANCIANO LA SFIDA: CONFRONTIAMOCI E TROVIAMO INSIEME SOLUZIONI E OPPORTUNITA’ PER IL TERRITORIO. “ORIENTIAMO LO SVILUPPO”!



Oristano 30 Marzo 2014
Cari amici,
la battaglia per trovare soluzioni alla crisi che attanaglia la nostra Provincia, colpita più di altre, è ripresa con forza. Promosso dalla Conferenza Permanente dei Giovani Imprenditori e Professionisti di Oristano (GIP) in collaborazione con Apply Consulting e l’associazione YOUSardinia, è nato il progetto “ORientiamo lo Sviluppo”, che intende, coinvolgendo le forze presenti sul territorio, individuare una strategia di sviluppo per la Provincia oristanese, capace di consentire la ripresa socio-economica attraverso l’individuazione di nuove prospettive di crescita e di sviluppo. 
“Basta parlare di difficoltà, come spesso accade durante gli incontri partecipati”, ha detto  Alessandro Vagnozzi, Presidente del GIP, “con questo progetto noi vogliamo andare a scovare possibilità per il nostro territorio”.
L’interessante iniziativa ha programmato due giornate di incontri, stabilite per sabato 29 marzo e sabato 5 Aprile, dalle 9.30 alle 13.30. La prima giornata è dedicata all’informazione ed alla formazione, rivolta all’intero tessuto sociale e economico della provincia di Oristano e organizzata per tavoli tematici. “L’obiettivo di questa prima giornata è uno solo”,  ha  spiegato Alessandro Orgiana, cofondatore della società Apply Consulting e vicepresidente di YOUSardinia, “coinvolgere le persone presenti ai tavoli e motivarle a partecipare attivamente alla costruzione di scenari condivisi e obiettivi comuni, in grado di determinare impatti positivi nell’economia locale”. La seconda giornata invece, in calendario per Sabato 5 aprile, focalizzerà l’attenzione sulla partecipazione attiva degli stakeholder (o portatori di interesse):  gli stessi attori del processo di sviluppo locale diventeranno, infatti, protagonisti di un momento di progettazione partecipata, volto a definire in maniera condivisa gli scenari di sviluppo futuri per il territorio, favorendo così una crescita economica e sociale inclusiva e durevole.

Gli organizzatori hanno cercato di coinvolgere il maggior numero possibile di “Attori principali” del settore profit e del no profit, per mettere in campo le rispettive esperienze e professionalità, in un percorso di crescita comune. Gli attori del processo di sviluppo locale sono stati individuati in base alle attività svolte e identificati in 5 gruppi di interesse, ai quali saranno dedicati i 5 diversi tavoli tematici. Cinque, quindi, i “Gruppi di lavoro”, attivati nei locali del centro storico della Città e messi a disposizione dal Comune e dalla Provincia di Oristano, tavoli dove gli scottanti argomenti, inerenti le problematiche riscontrate e da affrontare, verranno trattati separatamente; le tavole rotonde sulla scuola, ubicate nei locali dell’ex E.P.T., al Teatro San Martino gli incontri tra cittadini e associazioni, nella sala Giunta di palazzo Campus Colonna, gli argomenti inerenti le Pubbliche Amministrazioni, mentre alle Imprese ed ai professionisti è stata riservata l’aula del Consiglio comunale di Palazzo degli Scolopi. Per le due tavole rotonde sul tema cruciale dei giovani e il lavoro, è stato invece assegnato l’Ospitalis Sancti Antoni.

In tanti hanno voluto aderire al progetto che metterà assieme realtà profit e no profit, imprenditori, professionisti e comuni cittadini: Confapi, Confartigianato, Confagricoltura, Cia, Confindustria, Confcooperative e Legacoop (per il mondo dell’imprenditoria), mentre, per gli Ordini professionali, hanno aderito gli Ordini dei dottori commercialisti ed esperti contabili, degli architetti, degli agronomi e dottori forestali, degli ingegneri, dei consulenti del lavoro e il collegio dei periti industriali. Numerose le adesioni anche di privati cittadini; per tutti un confronto per parlare di bisogni e obiettivi, soluzioni e progetti.
Personalmente, sia come cittadino che come esponente di un’Associazione di servizio, ho partecipato al tavolo del Teatro San Martino. La nutrita partecipazione mi ha dato la certezza che l’idea portata avanti dai giovani imprenditori oristanesi era quella giusta: in una provincia dove non siamo abituati a fare ma ad aspettare che gli altri faccianoconfrontarsi, dialogare, proporre, ascoltare, credo sia già un grande risultato. 
Cercare di trasformare un cittadino passivo in “cittadino attivo” non è certo facile, però bisogna provarci e insistere nel convincerlo a farlo. Interessanti le slide proiettate e che hanno dato spunto ad un interessante dibattito. Si è partiti proprio dal significato di “Cittadinanza attiva”. Il cittadino attivo è quello che desidera stare insieme agli altri, senza isolarsi ma in modo partecipativo, ha voglia di occuparsi della realtà che lo circonda senza subirla, è animato da desiderio di giustizia, è solidale, ha interesse a cambiare in meglio la realtà ed ha voglia di contare e di essere anch’egli protagonista. La positiva reazione della sala ed il successivo dibattito hanno messo in luce un proficuo confronto, che si concretizzerà nella seconda giornata.
Incontro, quello del 5 Aprile, che focalizzerà l’attenzione sulla partecipazione attiva degli attori del processo di sviluppo locale che, dopo aver messo in campo le idee sviluppate nel primo incontro, diventeranno protagonisti di un momento di progettazione partecipata, capace di definire, in maniera condivisa, gli scenari di sviluppo futuri per il territorio, favorendo in questo modo una crescita economica e sociale inclusiva e durevole. 
“Questo secondo incontro”,  ha detto Pamela Baccoli, presidente di YOUSardinia, “sarà la vera espressione della "Cittadinanza Attiva”, attività cardine dell’Associazione che guido, nata dalla volontà di un gruppo di giovani con una lunga esperienza nel mondo della promozione, dello sviluppo e dell’organizzazione di progetti ed eventi internazionali”.

Che dire, cari amici, credo che finalmente i giovani oristanese stiano dimostrando di “sapersi rimboccare le maniche” e affrontare con coraggio e determinazione le sfide per il proprio futuro. La nostra generazione, forse, è stata troppo tiepida e poco determinata, creando situazioni di stallo che oggi solo loro, con il loro entusiasmo e la loro capacità e fantasia sono capaci di rimuovere. Auguri di cuore!
Mario

sabato, marzo 29, 2014

DIOCESI SARDE: L’ANTICA SEDE DI OTTANA, (POI CONFLUITA IN QUELLA DI ALGHERO), OGGI DIOCESI SOPPRESSA, SOPRAVVIVE COME SEDE VESCOVILE TITOLARE, AFFIDATA A PIOTR SAWCZUK, VESCOVO AUSILIARE DI SIEDICE.



Oristano 29 marzo 2014
Cari amici,
la Diocesi di Ottana (in latino: Dioecesis Othanensis), dai documenti rinvenuti, dovrebbe essere stata costituita verso la fine dell'XI secolo o agli inizi del XII, come suffraganea della sede di Torres. Essa è documentata per la prima volta nel 1112. La sua cattedrale vescovile, intitolata a san Nicola di Mira, venne consacrata nel 1160 dal vescovo Zaccaria, come attesta la pergamena originale, ritrovata sotto l'altare maggiore nel 1912, che recita:
« ANNO AB INCARNATIONE DOMINI MCLX INDICTIONE OCTAVA EGO ZACHARIAS EPISCOPUS CONSECRAVI HANC ECCLESIAM AD ONOREM BEATI NICOLAI CONFESSORIS ET BEATAE VIRGINIS ET SANCTORUM FABIANI ET SEBASTIANI RELIQUIAS INCLUSI.»
Ciò non toglie, però,  che l'istituzione della Diocesi di Ottana potrebbe essere addirittura antecedente al 964 se, come riferito dal Baroni, il vescovo Giacomo Giorgio di Ottana, che andò al Concilio Lateranense e sottoscrisse la Costituzione di Leone VIII, fosse un vescovo sardo. Sembrerebbe, pur mancando le conferme, che la primitiva chiesa vescovile di Ottana, fosse dedicata alla Vergine (Santa Maria Maggiore): ancora oggi gli ottanesi indicano il luogo dove essa fu eretta, all'estremità nord-ovest del paese. Dopo il suo crollo, mancando nel centro una valida alternativa, pare che alcuni vescovi abbiano risieduto ad Orani e Orotelli. Successivamente, dopo la costruzione della nuova Cattedrale di San Nicolò, che, come scrissero il Casalis e l'Angius si impianta su un'altra preesistente costruita ad opera dei Benedettini e risalente all’anno 1000, e la consacrazione avvenuta nel 1160 ad opera del Vescovo Zaccaria, la sede residenziale fu riportata ad Ottana. Il territorio affidato alla Diocesi di Ottana comprendeva sia il Marghine che una parte del Nuorese.
L’ipotesi che vescovi di Ottana possano aver risieduto a Orani e Orotelli può trovare conferma anche nello studio dei “toponimi” ancora oggi presenti in queste località. Piscopío è il nome di un vecchio rione di Orani: evidentemente esso deriva dal greco bizantino episkopíon «episcopio, vescovado». A mio giudizio, questo toponimo dice chiaramente che il vescovo dell’antica diocesi di Ottana, della quale faceva parte anche Orani, aveva con buona probabilità casa in quel rione. Che il motivo fosse la mancanza della chiesa di Ottana (crollata) o altro si possono solo fare delle ipotesi. Qualcuno ipotizza anche che, secondo una comune usanza della Sardegna antica, nel periodo estivo, al fine si sfuggire al caldo e soprattutto al pericolo della malaria o, come si diceva allora, della “intemperie”, imperante nella piana di Ottana, il Vescovo si rifugiasse in una sua sede estiva ad Orani o Orotelli. Anche in questo centro, infatti, alcuni “toponimi” lo fanno supporre. Località orotellesi hanno denominazioni come “Píscapu” «Vescovo» e “Campu ‘e Preíderos”, ovvero «Campo dei Preti».

Secondo la tradizione popolare in quel periodo ad Ottana pare fossero presenti circa 27 chiese; di queste, oltre alla cattedrale di San Nicola, è rimasta la chiesa gotico-catalana di Santa Maria Assunta (1350-1400) ed i ruderi della chiesa di Santa Margherita, nonché il ricordo, come si è già detto, della primitiva sede della chiesa vescovile dedicata alla Vergine. Nel periodo in cui Ottana fu Diocesi, si alternarono alla sua guida diversi vescovi; fra questi si ricorda Giorgio, un certo Giovanni che nel 1116 assistette alla consacrazione della chiesa di Saccargia, nonché Ugo che risiedette ad Orotelli. Il più noto, comunque, fu il Vescovo Zaccaria che consacrò la cattedrale di San Nicola. Altro Vescovo importante fu Nicolò di Ottana, zio ed educatore di un tale Pietro Messalenis, grande figura di uomo e di Santo, nato ad Ottana nel 1375, consacrato sacerdote il 29 Marzo 1400 e morto il 20 Dicembre 1453, ricordato dai Camaldolesi, la cui storia fu scritta da Mauro Lapi che ne esaltò le lodi di santità, avendo il Messalenis operato dei miracoli. Il Beato Pietro Messalenis è tutt’ora venerato ad Ottana, ed in suo onore è stata eretta una chiesa campestre.
Tra il 1340 ed il 1344 fu Vescovo Silvestro il cui nome è legato al polittico, presente all'interno della chiesa, opera di scuola senese del ‘300, dove è raffigurato ai piedi della Madonna in trono. Il 3 giugno del 1475, nella chiesa di Ottana si celebrò un Sinodo Diocesano tenuto dal vescovo Alcalà e, nei 36 capitoli scritti per l'occasione in lingua sarda, oltre agli ordinamenti, si menziona anche la festa di S. Nicolò, come reggente dell'episcopato. L'ultimo vescovo residente ad Ottana fu Pietro Parente, nell’anno 1503. L’'8 dicembre di quell’anno, infatti, Papa Giulio II, con la bolla Aequum reputamus, dando attuazione ad una disposizione del suo predecessore Alessandro VI, soppresse le sedi vescovili di Castro e di Bisarcio accorpandole a quella di Ottana, trasferendo, però, nel contempo la sede della Diocesi ad Alghero. Sostanzialmente questo atto era una “trasformazione”: una soppressione di tre Diocesi, quindi anche Ottana, con l’erezione di una nuova Diocesi, quella di Alghero. L'ecclesiastico andaluso Pietro Parente, eletto vescovo di Ottana nel dicembre del 1503, fu il primo a sedere sulla cattedra che avrebbe preso il nome di "Alghero e Diocesi riunite".
Le motivazioni alla base del disposto provvedimento pontificio, erano di natura squisitamente politica: la corona spagnola assegnava ad Alghero, scalo mercantile e rilevante piazzaforte, un ruolo politico di primo piano. Non a caso, solo qualche anno prima, nel 1501, essa era stata elevata al rango di città regia. La nuova circoscrizione diocesana algherese  era diventata una tra le più vaste dell'isola, abbracciando un territorio che comprendeva parte del Logudoro, del Goceano, del Monteacuto, del Marghine e della Barbagia; regioni lontane ed impervie, difficilmente raggiungibili da Alghero, città peraltro isolata all'interno della diocesi di Sassari. A queste difficoltà si aggiungeva l'estraneità di molte delle popolazioni in carico, soprattutto quelle della Sardegna più interna, profondamente legate al mondo agro-pastorale, e estranee alla realtà sociale, economica e culturale di Alghero, città fortemente differenziata sotto il profilo etnico e linguistico. Tutto questo spiega le resistenze che puntualmente si ebbero da parte del clero delle Diocesi soppresse, che tuttavia non riuscirono a cambiare il corso degli eventi. 
Qualcosa cambiò dopo il 1779, quando parte del Nuorese fu smembrato e assegnato alla ricostituita diocesi di Galtellì. Nel 1803, per volontà del papa Pio VII, fu la volta dell'Ozierese, aggregato alla nuova sede episcopale di Bisarcio. Fu in questa circostanza che furono annesse alla diocesi di Alghero alcuni centri della diocesi di Bosa. Altre parrocchie passarono alla diocesi di Nuoro nel 1930. Nel 1938, con decreto della Sacra Congregazione Concistoriale, anche il comune di Ottana, sede della vecchia Diocesi, fu scorporato dalla Diocesi di Alghero e annesso alla giurisdizione della diocesi di Nuoro.
Il percorso della nuova Diocesi di Alghero, alla fine del secolo scorso, incrociò il suo percorso con quello della Diocesi di Bosa. Come era avvenuto in passato con Castro, Bisarcio e Ottana, anche nel 1986, nell'ambito di un più ampio riordino delle sedi vescovili italiane, la Santa Sede decretò la fusione delle
Diocesi di Alghero e di Bosa (atto del 30 Settembre del 1986). Diocesi antica, quest’ultima, ben più di quella di Ottana, della quale si hanno notizie certe a partire dal 1073, quando il vescovo Costantino de Castra ne edificò la celebre cattedrale romanica dedicata ai SS. Pietro e Paolo. Non è documentata la tradizione secondo la quale la chiesa bosana affonderebbe le sue radici fino all'anno 66, durante il mandato episcopale di S. Emilio.
Bene, cari amici, le antiche Diocesi sarde hanno storie interessantissime che, almeno per me, è un piacere riportare su queste pagine. Certamente anche la Diocesi di Bosa ha una sua storia luminosa che non escludo di voler riportare su queste pagine. Per ora ci basti aver ripercorso la storia di quella di Ottana, che ai passanti mostra ancora, orgogliosamente, la sua bella cattedrale intitolata a San Nicola. Grazie, amici, della Vostra sempre gradita attenzione.
Mario