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sabato, maggio 31, 2014

PASQUALE FALQUI, IL FARMACISTA DI SAMASSI CHE, DA BUON SARDO, CONQUISTÒ L’ITALIA CON UNA SOLA PAROLA... “F A L Q U I”!



Oristano 31 maggio 2014
Cari amici,
è proprio vero che il sardo non usa mai molte parole per definire le cose. Difficilmente logorroico, sa che anche negli affari essere coincisi è senz’altro un bel vantaggio.  Chi ha la mia età ricorda bene gli inizi della pubblicità televisiva, quando Carosello radunava intorno al monumentale televisore tutta la famiglia. Erano, quegli anni ’50, l’inizio di una nuova era, dove il messaggio pubblicitario trasmesso dalla TV mai più si sarebbe interrotto, anzi sarebbe andato sempre in crescendo. Ebbene, cari amici, una delle pubblicità più amate di quel periodo (parlo del 1957) fu proprio quella riservata al “Confetto Falqui”, la straordinaria novità digestiva inventata dal farmacista Sardo Pasquale Falqui, nativo di Samassi. L’ingegnosa storia di questo confetto purgante, ancora oggi in auge, merita senz’altro di essere ricordata, se non altro per onorare un sardo intelligente e lungimirante, che riuscì a conquistare con questo prodotto innovativo l’Italia intera.
Pasquale Falqui, classe 1902, era nato a Samassi in provincia di Cagliari da genitori della media borghesia campidanese. Dopo gli studi superiori si laureò in farmacia, aprendo bottega ad Iglesias. Il piccolo centro però non lo entusiasmava: era attratto dalle luci della grande città e pochi anni dopo si trasferì a Milano. Aveva intanto già messo su famiglia: la moglie sarda, Nice Cucca di Muravera, gli aveva già dato tre figli, Anna, Salvatore e Paolo. Nel 1943 nacque anche il 4 figlio, Delia, venuta al mondo a Como, dove la famiglia era sfollata per la guerra. Esauritosi il periodo bellico il geniale farmacista aprì una Farmacia a Milano in Viale Zara (tuttora esistente). I farmacisti dell’epoca non erano come quelli di adesso, semplici “bottegai”, ma veri e propri chimici farmaceutici, “preparatori” di rimedi contro le malattie. Mentre nella sua officina farmaceutica mischiava i vari componenti medicinali, la sua fervida mente cercava un rimedio pratico per alleviare un male che tormentava milioni di italiani: la stitichezza. La sua idea era trovare un preparato pratico, che non creasse le problematiche fino ad allora esistenti. I lassativi dell’epoca erano a base di estratto di prugna, ma così poco pratici che per mandarli giù era necessario accompagnarli con un bel bicchiere d’acqua.
Nel 1938 Pasquale mise in commercio la sua prima invenzione: un nuovo preparato che non era da deglutire con l’acqua ma da masticare o succhiare; lo battezzò con il nome di “Prunol”. La naturale diffidenza iniziale verso il nuovo preparato presto cadde, considerata la semplicità di ingestione rispetto ai precedenti preparati: era come succhiare una caramella. Poco più di un anno dopo i confetti di Prunol venduti avevano già toccato i 100 mila pezzi. Finita la guerra e iniziata la ricostruzione, il geniale farmacista riprese in pieno l’attività. Vista la buona riuscita del confetto Prunol, ne avvia la fabbricazione industriale, mettendo su una piccola fabbrica/laboratorio alla periferia di Milano. Falqui ormai è un nome ben noto e già famoso e le nuove confezioni perdono il nome Prunol per diventare semplicemente Confetto Falqui. Il successo arriva impetuoso come una tempesta: in pochissimo tempo la piccola industria sforna 4 milioni di confetti. E pensare che questo era solo l’inizio!
Gli anni tra il ’50 ed il ’60 del secolo scorso vedono avanzare un nuovo grande mostro: la pubblicità, che, iniziata con la radio, prosegue ancora meglio con l’avvento della televisione. Con l’arrivo nelle case degli italiani della TV (la RAI, allora EIAR aveva iniziato le trasmissioni nel 1954) il sardo Pasquale Falqui intuisce che questo nuovo mezzo, il televisore, entrando in tutte le case, è il miglior consigliere delle famiglie italiane. Decide quindi di lanciare il suo già noto prodotto in tutta Italia attraverso la televisione. Trova anche, con l’intelligente furbizia dei sardi, i personaggi che lo lanceranno in modo perfetto: Marcello Marchesi, che conia la frase che diventerà famosa nel mondo “Falqui, basta la parola”, e un testimonial d’eccezione: Tino Scotti. Il pomeriggio televisivo, che in quegli anni si apriva con Carosello per reclamizzare i prodotti alle famiglie italiane, lo faceva utilizzando piccole e divertenti scenette comiche. In quella della Falqui Tino Scotti (che iniziò questo spot nel 1957) chiudeva le divertenti scenette sempre con la famosa frase “Falqui, basta la parola”. Il successo della réclame andò oltre ogni più rosea previsione: nel 1958 vennero venduti, per alleviare in modo nuovo il pigro intestino delle famiglie italiane, ben 22 milioni di confetti!

Da quel momento è un crescendo continuo di successi; al confetto Falqui si aggiungono altri preparati, tra cui le famose caramelle “Zigulì”. Nel 1985 Pasquale Falqui, ormai ultra ottantenne, decide di passare la mano. L’azienda, ormai un colosso, viene acquistata da una finanziaria del settore farmaceutico. La sua crescita, comunque, continuò senza sosta. Oggi la Falqui è più che mai sul mercato con prodotti rinnovati e innovativi.
Anche la famosa caramella Zigulì si è arricchita di una linea vitaminica e multivitaminica, alla quale si sono affiancati altri prodotti, creati sempre per il benessere delle persone. L’industria Falqui oggi prosegue l’antica storia di un intelligente farmacista che, fin dall’origine, aveva a cuore l’idea di creare prodotti affidabili, nel rispetto e al servizio del consumatore; nonostante l’avvento di numerose industrie farmaceutiche straniere, i consumatori continuano a riporre la loro fiducia nel famoso marchio e nella sua sicurezza.
Nel frattempo Pasquale Falqui, l’inventore sardo di tanta affidabile “dolcezza”, dopo il  ritiro dagli affari, aveva acquistato per il suo riposo da Cincinnato un antico casale in provincia di Lecco. Contrariamente ai moderni palazzinari non volle speculare ne edificare cose nuove, ma solo ristrutturarlo esattamente com’era all’origine. E’ li che passò il resto della sua lunga vita. Pasquale Falqui muore il 3 dicembre del 1999 all’età di ben 97 anni. Samassi, per rispettare la buona regola che deve sempre garantire il “nemo profeta in patria”, poco lo ricorda: credo che non gli abbia dedicato neanche una strada o un vicolo!
Grazie amici, non dimentichiamolo mai: la vita è sempre fatta di egoismi e gelosie….
....BASTA   LA PAROLA!
Mario
 

venerdì, maggio 30, 2014

CARLOFORTE: L’ISOLA DEL TONNO ROSSO. COLONIA LIGURE IN TERRA SARDA.



Oristano 30 Maggio 2014
Cari amici,
oggi per Carloforte è giornata di gran festa: inizia ufficialmente l’edizione 2014 del “GIROTONNO”, manifestazione che attrae turisti da ogni dove e che festeggia la pesca di un pregiatissimo tonno, quello definito “rosso”, il tonno di corsa, il migliore! Per molti anni questa pesca è stata un grande business per la colonia ligure che da secoli è presente nell’isola di S. Pietro, da loro colonizzata. Prima di parlarvi di tonno e dell’economia di questa particolare isola sarda, vediamo insieme la sua storia.
Carloforte è una “Colonia” ligure in terra di Sardegna. U Paise, come i nativi chiamano Carloforte, ha poco meno di 300 anni di storia. Fu fondata nel 1738 da genovesi provenienti da Tabarka, isolotto della costa tunisina, dove a metà del XVI secolo una colonia di pescatori provenienti da Pegli (Liguria) venne autorizzata a pescare il corallo e gestire traffici commerciali nel Mediterraneo occidentale. Esauriti i banchi di corallo i pegliesi si trovarono in difficoltà economiche e chiesero al re Carlo Emanuele III, re di Savoia, di poter colonizzare l’isola di San Pietro, la seconda isola per grandezza dell’arcipelago sardo-sulcitano. Guidati da Agostino Tagliafico, capo della colonia, ottenuta l’autorizzazione, si trasferirono nell’Isola di S. Pietro, fino ad allora disabitata. Estesa circa 50 kmq, “l’isola degli sparvieri” (Accipitrum Insula), come la definivano i romani, con lo straordinario lavoro e la tenacia dei liguri, fu lentamente colonizzata: prima venne messo su un modesto nucleo di abitazioni, e pian piano le case che oggi, a dispetto della localizzazione sarda, sono molto più simili ai borghi marinari della Liguria, come Portofino o Lerici. Oggi quest’isola, più ligure che sarda, è popolata da poco più di seimila abitanti e Carloforte è definito uno dei borghi più belli d’Italia.
Chi per visitare l’Isola sale sul traghetto, ascoltando le conversazioni a bordo ne ha un impatto particolare. Una miscela di parole sarde, con la “esse” rafforzata, unite ad altre in antico genovese con commistioni di napoletano, danno vita ad un linguaggio particolare, il tabarkino, il dialetto di Carloforte. La “genovesità” dell’isola di San Pietro è la risultante di anni d’isolamento, rotto solo in passato dall’andirivieni delle barche; tutto in quest’isola parla di Liguria: i nomi delle strade, chiamate “carruggi”, la cucina dove il pesto, insieme al pesce, predomina su tutto, senza dimenticare a fainò (la farinata), una sorta di focaccia sottile, fatta con la farina di ceci, tipica della Liguria (la ritroviamo per altre ragioni anche a Sassari) e le gallette, focacce non lievitate che ben conservate venivano utilizzate dai marinai, che per giorni lontani da casa non potevano avere il pane. Anche il lungo soggiorno a Tabarka ha lasciato ricordi arabeggianti, come “u cashcà”, la variante tabarkina del cuscus fatto con verdure e carne lesse.
Il connubio più classico, però, parlando di Carloforte, è quello che lega l’isola al tonno. Tonno d’eccellenza quello pescato, il migliore, quello rosso, il più pregiato. Le sue tonnare stanziali, quelle che già i fenici disponevano ogni anno al passaggio dei grandi pesci pelagici, sono ancora attive, anche se oggi si trovano in seria difficoltà, per il discutibile meccanismo delle quote assegnate a livello europeo e che limita le catture. Così facendo una tradizione millenaria rischia di scomparire. Le due società operanti nel Sulcis, nell’ultimo biennio, hanno continuato a catturare i tonni portandoli, però, a “ingrassare” in grosse gabbie a Malta, dove i compratori esteri, per lo più giapponesi, pagano a peso d’oro il tonno, venduto quasi fresco nel Sol Levante. A ricordare gli antichi fasti di questa pesca, a Carloforte da dieci anni si celebra “Il Girotonno”, manifestazione gastronomico-culturale con al centro il tonno in tutte le sue varianti. La prestigiosa tonnara di Carloforte cattura i tonni da maggio a giugno, periodo in cui tonni costeggiano la Sardegna per andare a deporre le uova. Da questi tonni rossi blufin, i più pregiati al mondo, si ottengono prelibati tagli che vengono confezionati sott'Olio d'Oliva al fine di conservarli a lungo. Del tonno, come il maiale, non si butta nulla: tre i diversi "tagli": quello classico, che corrisponde alla parte dorsale dell'animale, che è la parte più magra; quello ventrale (nota come ventresca), più ricca di grassi e più morbida e, infine il filetto (o tarantello), a metà tra Tonno e Ventresca, molto saporita anche se più magra rispetto alla Ventresca.
Il tonno cosi detto “rosso” (thunnus thynnus, Linneo), definito il re dei tonni, vive nell’Oceano Atlantico ed entra nel Mediterraneo dallo stretto di Gibilterra in primavera per riprodursi in mari più caldi e meno profondi. Azzurro scuro sul dorso, bianco argento i fianchi e il ventre, pinne maggiori scure e minori gialle, può arrivare a 3 metri di lunghezza per 700 chili di peso, anche se quelli pescati abitualmente superano raramente i 200 kg; è longevo, fino a 50 anni di età. La sua velocità di crociera è di circa 30 km/h, con punte, in fase di attacco o di fuga, di 70 km/h. Il tonno è un instancabile nuotatore: nel mese di maggio i tonni si raggruppano in grossi banchi, risalendo verso la superficie e avvicinandosi alle coste per riprodursi. Il periodo scelto per la cattura è certamente il più indicato: i tonni sono pronti per la deposizione delle uova e quindi ricchi di più sostanze nutritive, cosa che rende le loro carni particolarmente saporite. Questa pesca a Carloforte continua ancora oggi nonostante tutto, e nel suo mare il rito della cattura si svolge come secoli fa, con la differenza che l’80% del pescato parte direttamente per il Giappone, dove viene usato per preparare sushi e sashimi e raggiunge prezzi ragguardevoli, fino a 800 euro al kg. Senza andare fino in Giappone, al ristorante del Tonnara Camping anche noi possiamo gustare il tonno in una varietà di modi, tutti saporiti!
Il lavoro in tonnara è rimasto quasi immutato nel tempo. Il lavoro della “gente di tonnara” non è semplice e decisamente faticoso. La “flotta” di pesca prendeva anticamente il nome di barcareccio: si trattava di una quindicina di imbarcazioni, dai nomi caratteristici: il vascello, un grosso barcone, in legno massiccio, lungo anche 25 metri, dove prendevano posto i tonnarotti e dove veniva issato il pescato; il capo-rais, simile al vascello, soltanto un po’ più corto; la bastarda, lunga 10 metri, che serviva per controllare reti e tonni durante i giorni della pesca; lo schifetto, che assolveva alle stesse funzioni della bastarda, nelle notti; il palischermotto, di circa16 metri di lunghezza, che serviva per il trasporto di reti, ancore, cavi e per calare e salpare le reti; la musciara, di medie dimensioni, era l’ammiraglia dove saliva il rais, il capo dei tonnarotti; nel barbariccio, più piccolo, 4/5 metri, prendeva posto il rais durante la mattanza; indispensabile era infine il rimorchiatore, che oggi va a motore, ma anticamente funzionava con motore … umano: venti e più vogatori! Il capo indiscusso, il rais, guidava e guida tutte le operazioni (svolte oggi da meno personale, circa 20 tonnarotti in tutto) ed è un ruolo che si tramanda spesso di padre in figlio. La ciurma di terra, costituita da una decina di persone, lavora, invece nello stabilimento per la pulitura e la preparazione dei tonni.
E’ ovviamente il rais a impartire gli ordini: “in nome di Dio, molla” è il segnale per l’accesso alla camera della morte, “leva” è il comando per sollevare la rete mobile di fondo che costringe i tonni a salire in superficie. Scaramanzia vuole che le cerate usate dai tonnarotti siano vecchie, il più possibile sempre le stesse, consumate dalle molte battaglie. La “morte”, la speciale rete in canapa che viene usata per la “camera della morte” nella tonnara di Carloforte ha quasi cent’anni, e per tradizione, nessuno può toccarla di martedì e venerdì, e comunque mai prima dell’avvistamento dei primi tonni. Si racconta che l’idea del complesso sistema di reti necessarie per la cattura dei tonni sia venuta a un pastorello sardo, che, dall’alto, pascolando il suo gregge, abbia osservato i loro movimenti e, osservando una tela di ragno, abbia avuto la folgorazione. Prima dell’inizio della pesca si recitano preghiere beneauguranti a Sant’Antonio, a san Pietro perché la pesca sia abbondante, a San Giorgio perché allontani gli squali, a San Liberto per proteggere i tonnarotti dagli infortuni, a San Gaetano e alle anime del Purgatorio. Quando i primi pesci sono stati catturati, la chiesa di Portoscuso suona le campane a stormo.
Anche quest’anno, cari amici, il “Girotonno” ha preso il via. Carloforte con le sue antiche tradizioni continua caparbiamente a resistere nel tempo, e spera che la sua cultura, le sue tradizioni ed il suo fascino possano ancora continuare ad esistere per lunghi anni. E’ una speranza che tutti noi condividiamo.
Grazie amici della Vostra attenzione
Mario




giovedì, maggio 29, 2014

QUESTO FARMACO NON ..S’HA DA PRODURRE…NE DOMANI…NE MAI! ABERRAZIONI DELLA SANITÀ: SCOPERTO UN FARMACO PER LA CURA DI UNA MALATTIA RARA NEI BAMBINI (LA CCM), MA NESSUNO LO VUOLE PRODURRE PERCHÈ POCO REMUNERATIVO!



Oristano 29 Maggio 2014
Cari amici,
credo che la notizia, possa sembrare, ai più, incredibile, ma è assolutamente vera! Un gruppo di ricercatori di Milano ha scoperto un farmaco per la cura di una grave malattia che colpisce prevalentemente i bambini, ma nessuno vuole produrlo. Si tratta della CCM (abbreviazione di Malformazioni Cerebrali Cavernose), una malattia genetica che rappresenta anche la prima causa di emorragia cerebrale nei bambini sotto ai dieci anni. Dopo anni di studi, i ricercatori dell'IFOM di Milano (Istituto Firc di Oncologia Molecolare), hanno identificato e descritto la causa di questa gravissima malattia che, solo in Italia, riguarda circa 300 mila persone. I ricercatori hanno anche scoperto che un vecchio farmaco, ormai fuori brevetto, era in grado di curarla. A questo punto, però, la cosa incredibile è che nessuna delle tante case farmaceutiche esistenti al mondo vuole produrre più questo farmaco, già in uso in passato per altre patologie, in quanto poco remunerativo! A leggere notizie come queste, credo che in tanti ci siamo interrogati sulle tristissime motivazioni che hanno portato a decisioni di questo tipo. Vediamo insieme la storia di questa malattia. per cercare di capire meglio.
La CCM, spiega la Dott.ssa Elisabetta Dejana, responsabile dell'Unità di Biologia vascolare dell'IFOM, è una malattia molto grave, caratterizzata da malformazioni vascolari a forma di lampone che tendono a sanguinare causando crisi epilettiche, forti mal di testa, progressive paralisi e spesso anche emorragia cerebrale. Pur essendo considerata una malattia genetica rara, (colpisce i bambini ma anche gli adulti), i casi rilevati in Italia sono considerati modesti: un caso ogni 200. In totale si stima ci siano circa 300 mila casi di CCM. Statisticamente colpisce nel 25-30% dei casi i bambini e i ragazzi sotto i 20 anni, nel 60% gli adulti tra 20 e 40 anni, e per il 10-15% gli ultra-quarantenni. Ad oggi l'unica terapia possibile è la chirurgia che però spesso è impraticabile perché pericolosa, in quanto il bisturi può facilmente danneggiare le parti sane del cervello.
Nel portare avanti la ricerca gli scienziati dell'IFOM si sono accorti che le lesioni a forma di lampone della CCM hanno molte caratteristiche simili a quelle di un tumore delle pareti dei vasi. A questo proposito, proprio testando un gruppo di farmaci antitumorali su topi di laboratorio, cui era stata fatta riprodurre la stessa malattia umana, i ricercatori hanno scoperto che un vecchio farmaco, da anni in uso ed ormai fuori brevetto, era in grado di ridurre le lesioni. Questo prodotto, un derivato del “sulindac”, riusciva a raggiungere le lesioni, superando la barriera emato-encefalica, riducendo di molto il danno. A questo punto, però, ecco il paradosso.
Il fatto che il farmaco fosse ormai “fuori brevetto”, quindi incapace di fornire i lauti guadagni di cui prima era titolare la casa farmaceutica produttrice, ha fatto si che la sua produzione fosse ritenuta poco conveniente dalle case farmaceutiche. Nemmeno la casa farmaceutica che prima lo aveva brevettato e prodotto era disposta a rimetterlo in commercio, perché anch’essa lo ha giudicato poco remunerativo! La dottoressa Dejana ed i suoi colleghi, anche sulla spinta emotiva trasmessa loro dai genitori dei piccoli malati, sono da tempo alla ricerca di una soluzione, senza poterla trovare! 
“E' un peccato - commenta sconsolata la Dejana - perché, una volta tanto, eravamo riusciti a trovare un farmaco in gran parte già sperimentato, quasi pronto per l'utilizzo, ma nessuno vuole produrlo, bloccando ogni possibilità di trattamento dei pazienti colpiti da questa gravissima malattia”.
Cari amici, la produzione farmaceutica, non solo in Italia, presenta molti e complessi problemi, tra i quali il più importante è quello legato alla “redditività”, non certo alle capacità di risoluzione dei problemi per cui i farmaci vengono prodotti. Un farmaco non è tanto importante per le sue capacità di curare le malattie, ma, invece, per i molti denari che fa guadagnare a chi lo fabbrica! Credo che casi come quello segnalato prima, siano non solo la dimostrazione di atteggiamenti di stampo egoistico ma addirittura criminale! È accettabile, secondo Voi, un comportamento di questo genere? 
Credo che possa capitare a ciascuno di noi di avere bisogno di farmaci non facilmente reperibili o poco remunerativi per chi li fabbrica, ma qualcuno credo debba assolutamente provvedere! Pensate che si debba morire solo perché non è conveniente fabbricarli? Allora potremo anche pensare cosa ci stanno a fare il Ministero della Sanità, il Sistema Sanitario Nazionale, l’Agenzia Italiana del Farmaco, anch’esso organismo di diritto pubblico, e tutti gli altri apparati statali che sorvegliano e autorizzano le aziende produttrici, se non a gestire le problematiche sulla salute?
Quello che colpisce le famiglie, quando un minore si ritrova colpito dalla CCM, è un dramma umano terrificante, ma lo diventa ancora di più quado si è consci che la malattia avrebbe potuto essere curata con farmaci che, per egoismo, non vengono prodotti. Cari amici, che tutta la sanità vada riformata è, ormai, una certezza. Spesso dalle strutture pubbliche vengono autorizzate medicine costosissime che, più che per l’effetto terapeutico, sono “spinte” per i lauti guadagni che consentono alle case produttrici. Sarebbe ora che, soprattutto alle grandi lobby farmaceutiche, fosse imposto di produrre i farmaci necessari ancorché poco remunerativi, considerati i lauti guadagni provenienti da certi farmaci messi in commercio a prezzo proibitivi. La via giusta è sempre quella che sta nel mezzo! Ma tra il dire e il fare…lo sappiamo, comanda sempre il denaro, non la salute. Meditate, gente, meditate!
Grazie amici della Vostra attenzione.
Mario 

mercoledì, maggio 28, 2014

ISOLARE LA CASA UTILIZZANDO I VECCHI GIORNALI ED IL CARTONE: LA BRILLANTE IDEA DI UN RICERCATORE MESSICANO DELL’UNIVERSITÀ TECNOLOGICA DI MONTERREY.



Oristano 28 Maggio 2014
Cari amici,
la necessità di creare un buon isolamento termico alla propria casa d’abitazione è un’esigenza prioritaria, sentita da tutte le fasce della popolazione in tutto il mondo, considerati i costi sempre più alti dell’energia. A risentirne di più sono certamente le fasce più deboli, non economicamente capienti, impossibilitate spesso a dotare la propria abitazione di buoni ma costosi materiali solanti. 
A venire incontro alle esigenze delle classi meno abbienti ci ha pensato un team di giovani ricercatori dell’Università Tecnologica di Monterrey (SIDCA), in Messico, che ha messo a punto un sistema innovativo di isolamento termico che utilizza, come materiale, quello che noi oggi consideriamo un rifiuto: la carta da macero, i vecchi giornali, il cartone dei vecchi imballaggi e gli scarti della lavorazione della cellulosa. Materiali questi che normalmente finiscono in discarica e che invece, con una modesta lavorazione, possono essere trasformati in un efficiente ed economico isolante termico da impiegare nel “social housing”, ossia nella costruzione di case destinate alle fasce più povere della popolazione.
Il team dei giovani ricercatori dell’Università è guidato da uno studente, Luis Alejandro Arcos, un ambizioso giovane che inizialmente mirava, in primis, a risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti che ogni giorno finiscono nelle discariche del Paese. Dalla sua mente vulcanica è nata l’idea di riutilizzare la carta dei giornali e il  cartone degli imballaggi, trasformando questo “rifiuto” in qualcosa di ancora produttivo, economico e utile. Dalla sua idea innovativa sono nati i pannelli di cellulosa che consentono, con poca spesa, alle famiglie meno abbienti di migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione; gli interventi di coibentazione a basso costo sono semplici e non necessitano, per la posa in opera, di una manodopera specializzata.
“L’idea è stata quella di creare un prodotto poco costoso, dedicato ad un segmento di popolazione che è alla base della piramide sociale”, ha affermato nelle interviste Luis Alejandro Arcos, “nella fase di studio, discutendo sui possibili materiali da impiegare per il progetto, la scelta è ricaduta inevitabilmente sui quotidiani, una materia prima facile da intercettare, prima che raggiunga la discarica e molto più semplice di altre da lavorare”, ha concluso.
Grazie ad un processo produttivo estremamente semplificato, il pannello isolante in cellulosa riciclata può essere realizzato da chiunque con il minimo spreco di risorse, il minimo costo economico ed un’ottima resa termica. L’obiettivo concreto del progetto è anche quello di interrompere il “ciclo produttivo lineare”, attualmente impiegato nel settore delle costruzioni, che passa dall’estrazione della materia prima, alla sua lavorazione finale ed installazione, per poi essere distrutta e demolita al termine del suo ciclo di vita, ma molto spesso senza un vero e proprio percorso di riciclo.
Con il nostro pannello isolante l’utente finale può eseguire da sé il lavoro, evitando di pagare manodopera specializzata per l’installazione, - afferma il giovane Luis Alejandro - inoltre il prodotto può essere usato indefinitamente e, se necessario, dopo un’eventuale demolizione, può essere riciclato per produrre un nuovo pannello con le stesse prestazioni”.
Cari amici, il team di ricerca Messicano che ha messo a punto questo nuovo e poco dispendioso sistema per riciclare i vecchi quotidiani e trasformarli in un buon isolante termico, economico ma ad alte prestazioni isolanti, credo che costituirà per le fasce deboli della popolazione una buona risorsa per il social housing. Mi piace che questa brillante idea venga da un giovane e brillante studente, e non da un navigato ed esperto ricercatore. I giovani, non dimentichiamolo, sono potenziali grandi inventori che nulla hanno da invidiare alle generazioni precedenti.
Con giovani come Luis Alejandro, cari amici, il futuro delle nuove generazioni sarà nel mondo certamente più roseo.
Grazie dell’attenzione.
Mario
CARTA,
NON 
RIFIUTO
MA
RISORSA!