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martedì, settembre 30, 2014

FORTI VENTI DI GUERRA: È INIZIATO IL TERZO CONFLITTO MONDIALE? L’ATTUALE MILLENNIO APPARE GONFIO DI GRANDI PREOCCUPAZIONI E CON POCHE RESIDUE SPERANZE DI PACE.



Oristano 30 Settembre 2014
Cari amici,
l’escalation dei vari conflitti, sempre più cruenti, disseminati in varie parti del globo alimentano tensioni sempre meno controllabili, creando i presupposti per far dire a personaggi di sicura statura sociale e politica, (in primis Papa Francesco), che, pur molto diversa sotto l’aspetto formale, è iniziata una terza guerra mondiale. Affermazioni certo di non poco conto, se a pronunciare parole tanto pesanti sono capi di Stato e di Governo e persino il Papa.
In effetti i mai cessati conflitti religiosi sono quel lievito che alimenta e fomenta anche gli scontri di oggi, che, come in passato le vecchie guerre di religione, divide il mondo in due parti: quello occidentale  e quello orientale, con una intolleranza cresciuta a dismisura. Tra l’occidente, fortemente industrializzato e globalizzato, e il mondo arabo-musulmano, che invece caparbiamente rifiuta lo stile di vita occidentale, si è creato un divario incolmabile, con scontri tra le parti sempre più aspri e feroci..
Analizzando gli ultimi avvenimenti, partendo da una data certa come quella dell’11 Settembre 2001, possiamo dire che da allora nulla è tornato ad essere come prima. 
Il mondo, che in precedenza sotto certi aspetti continuava a confrontarsi attraverso le sue diversità, non aveva mai raggiunto livelli di aggressione tali da comprometterne la convivenza. Da quella data invece, pur avendo superato l’iniziale intenzione di rispondere con un grosso conflitto armato tra le opposte fazioni, sullo stile dell’ultima grande guerra, si sono sviluppati diversi nuovi conflitti locali, alimentati sempre dalla diversità ideologica e dagli stili di vita (in particolare quello occidentale), assolutamente non condivisibili dalle parti in lotta. L’eterna rivalità fra il mondo ebraico-cristiano e quello islamico, credo sia destinata a non finire mai, se non con una guerra fratricida che annienterà il mondo.
Se proviamo a tornare indietro nel tempo, riportandoci storicamente al periodo delle Crociate, potremo addirittura trovare non poche similitudini con i conflitti attuali! 
La recente nascita e veloce diffusione dell’ISIS, che teorizza un unico immenso stato islamico a caratura mondiale, portatore di una inaudita e feroce violenza a largo spettro, non fa che confermare che fra Islam e Occidente non vi sarà mai una pace duratura. Insomma, oggi come ieri, il punto cruciale dell'eterno conflitto è la lotta di religione, la supremazia dell'una sull'altra. Sono sempre Gerusalemme e la Palestina, terra di nascita sia della Cristianità che dell’Islamismo, i centri nevralgici del conflitto. I fatti recenti accreditano sempre di più l’ipotesi che il mondo si trovi, come ha detto a gran voce Papa Francesco, all’inizio di una vera e propria terza guerra mondiale.
Papa Francesco, nel Suo recente viaggio in Corea, in uno dei Suoi discorsi ha detto: "Siamo entrati nella Terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli". Siamo di fronte a un nuovo conflitto globale, ma a pezzetti. Nel mondo c'è un livello di crudeltà spaventosa, la tortura è diventata ordinaria. Sì, un aggressore 'ingiusto' deve essere fermato, ma senza bombardare o fare la guerra". Parole forti, pesanti come macigni, ma che indicano una realtà concreta. Riguardo all’annosa e mai risolta guerra tra Israele e Palestina, Papa Francesco ha ribadito che "la Pace tra Israele e palestinesi è ancora possibile". La sua recente preghiera a Roma con il presidente israeliano Shimon Peres e quello palestinese Abu Mazen "non è stata assolutamente un fallimento”, ha ribadito.
Il conflitto arabo-israeliano è solo quello di più lunga data. Altri nel frattempo sono esplosi con grande fragore. Dall’Egitto alla Siria, dall’Iraq a Kiev, le diverse guerre in atto hanno tutte alle spalle una matrice non tanto socio-economica ma soprattutto religiosa; il fondamentalismo islamico ha contagiato e continua a contagiare popolazioni sempre più vaste: l’Isis, organizzazione sempre più potente, ne è l’esempio più eclatante. Gli odierni conflitti, infatti, non sono gestiti da Stati sovrani ma da signori della guerra, terroristi e mercenari che puntano alla conquista del potere ed alla trasformazione dei vari Paesi del mondo in Stati Islamici. Per ora tutti i fronti di guerra aperti hanno un comune denominatore: l'impoverimento delle popolazioni, che cercano scampo con bibliche emigrazioni. Sia in Africa che in Medio Oriente (come pure in Ucraina) i morti si contano già a migliaia.
Personalmente non credo che l’Occidente si lascerà conquistare, “islamizzare”, ma le conseguenze saranno certamente  terribili:  un vero e proprio scontro tra due mondi che non riescono più a convivere. L’acuirsi del conflitto religioso (di matrice fondamentalista) è alimentato anche dai perversi effetti economici della globalizzazione, che ha portato benessere in alcune regioni del mondo, come la Cina o il Brasile, e povertà in tante altre, in particolare in Medio Oriente e Africa. La crisi alimentare ha contribuito ad acuire il malessere e l’insicurezza, fomentando i conflitti armati a carattere religioso ed etnico. Nel Mali separatisti Tuareg e varie fazioni islamiche lottano tra di loro e contro il governo; nella Repubblica Centrale Africana milizie cristiane e mussulmane sono coinvolte in una guerra sanguinaria, che rischia di diventare un genocidio; nel Maghreb al Qaeda è attiva in quasi tutti gli Stati, per citare solo i conflitti più importanti.
In una situazione così caotica è anche vero che l’intervento degli Occidentali a difesa degli oppressi, il più delle volte si è rivelata una cura più grave della malattia, trasformandosi in mera occasione di speculazione e mantenimento forzoso di regimi fantocci. Certo è che le cause dello scatenarsi di quella che piano piaqno sta diventando “la terza guerra mondiale”, sono gli errori di gestione quotidiana all’interno delle amministrazioni dei singoli Stati, che, di fatto, portano sempre, o quasi sempre, a discriminare pesantemente le minoranze, come nel caso dell’Iraq, dove i sunniti sono appunto minoranza, dando agio agli estremisti di innescare la miccia del risentimento nella gente, che altrimenti vivrebbe pacificamente, portando le folle a compiere atrocità senza fine o a solidarizzare con chi le commette.
Cari amici, forse ha proprio ragione il Papa a convincersi che stiamo già vivendo la terza guerra mondiale. Sarà che Lui conosce meglio di noi “i segreti di Fatima”, ma il comportamento che ha messo in atto in questi ultimi tempi non fa presagire niente di buono. I ripetuti appelli rivolti per la pace nel mondo, i lunghi e defatiganti viaggi da un capo all’altro della terra, denotano una Sua grande preoccupazione interiore. Anche certe Sue parole sibilline ci hanno turbato non poco. Franca Giansoldati del Messaggero ha riportato nel suo quotidiano queste parole: “Sono consapevole che tutto questo durerà poco tempo, due o tre anni, e poi andrò anch’io alla Casa del Padre”. Che voleva dire Papa Francesco? Che sa di dover lasciare questo mondo tra non molto o che cosa? Parole sibilline, che però riportano a Fatima ed ai suoi diversi segreti. A dar retta alle profezie, tra l’altro, Francesco potrebbe essere l’ultimo Papa. Ma l’ultimo perché? Perché l’Islam conquisterà il mondo o perché il mondo è arrivato al capolinea? Chissà!
Credo che la risposta, per ora, nessuno ce l’abbia!
Grazie a tutti dell’attenzione.
Mario

lunedì, settembre 29, 2014

PARTIRE O RESTARE…L’ANGOSCIOSO DILEMMA DI TANTI GIOVANI SARDI. L’ODIERNA EMIGRAZIONE INTELLETTUALE, PEGGIORE DI QUELLA OPERAIA DEL SECOLO SCORSO.



Oristano 29 Settembre 2014
Cari amici,
oggi sono tanti i giovani che in Sardegna sono in attesa di uscire dal limbo del “lavoro che non c’è”! Sono ormai cresciuti, ampiamente acculturati, con tanta voglia di “fare”, ma  privati della possibilità di esprimere le loro capacità, i progetti e le idee, per costruire il loro futuro e quello della nostra Isola, perché manca la materia prima più importante: il lavoro. 
Restano così parcheggiati in casa, mantenuti dai propri genitori, definiti anche “bamboccioni”, nella stressante attesa che “qualcosa cambi”. Il loro dilemma quotidiano è “restare...o partire”, continuare a vivere parcheggiati o tagliare i ponti e lasciare l’Isola, come fecero in passato, nei secoli scorsi, i loro antenati. L’aver raggiunto, spesso con grande sacrificio, una o più lauree, l’aver conseguito importanti specializzazioni, master, o perfezionamenti linguistici, a poco è servito, magari solo per racimolare qualche modesto lavoretto estivo sottopagato, durato pochi mesi.
Personalmente, considerato che dopo aver terminato la mia attività lavorativa ho voluto riprendere gli studi all’Università, ho potuto toccare con mano questo “mondo giovanile” abbandonato a se stesso, capace ma insoddisfatto, che rimprovera alla nostra generazione l'aver costruito un mondo che li esclude, un mondo a nostro uso e consumo, ma che a loro ha “rubato la speranza”, ha tarpato le ali, impedendo di volare. La loro rabbia al momento è solo una rivoluzione silenziosa, anche se, ne sono certo, il fuoco cova sotto la cenere. Alcuni hanno già smesso di resistere: hanno lasciato l’Isola e provato a mettere a frutto la loro esperienza all’estero; Inghilterra, Svizzera, Germania, le mete più ricercate, senza escludere gli USA, da sempre nel cuore e nei sogni dei nostri giovani.
Scelte dolorose,simili a quelle fatte nel passato dai loro padri e nonni: lasciare l’Isola per un sardo è quasi un sacrilegio! Andare via dalla propria terra, lasciarla abbandonata al proprio destino, oggi fa ancora più male che in passato. Nel DNA dei sardi c’è una componente specifica tutta isolana, sempre esistita ma che si è acuita negli ultimi anni. Ebbene questo componente rende l’esperienza dell’emigrazione di oggi, intellettuale o meno, ancora più frustrante di quella del passato. Ieri abbiamo riempito il Nord Italia con i nostri giovani braccianti senza lavoro che si sono riciclati, giocoforza, operai in fabbrica; oggi, salvo eccezioni, gli scenari sia culturali che occupazionali risultano ulteriormente allargati: scappare al Nord non basta più, bisogna scappare molto più lontano, percorrere altre rotte, altri lidi. Oppure restare e piegarsi alle peggiori logiche, smaltendo la rabbia e l’inoperosità in modo improprio. Nascere in Sardegna per la nostra gioventù continua a rimanere una condanna.
Nell’economia globalizzata del Terzo Millennio, l’emigrazione risulta avere – rispetto al passato -  un sapore ancora più amaro. Nei secoli scorsi, chi lasciava la Sardegna era il meno acculturato, colui che, per le più svariate ragioni, era senza speranza. A partire, di volta in volta, erano i più poveri, i più deboli, quello meno capaci, quelli che mancavano di inventiva per costruirsi qui, il loro futuro. I giovani migliori trovavano il modo di restare. Oggi,  viceversa, succede il contrario. Quelli che restano sono quelli meno pronti a rischiare, meno fantasiosi e creativi, quelli che si piegano e che si accontentano. A partire, invece, sono i giovani migliori, quelli che saprebbero, davvero, con forza e determinazione cambiare, una volta per tutte, la nostra Sardegna.
La riflessione di oggi, cari amici, ha un sapore molto amaro. Sono rimasto in buona relazione con un “gruppo” di giovani molto validi con i quali ho ripreso a studiare, “da grande”, all’Università e che si sono laureati a pieni voti. Qualcuno di essi, dopo la laurea, ha utilizzato il progetto regionale “Master and Back” e, al termine del lavoro svolto nel Nord Italia, ha messo li le sue radici, lasciando l’Isola. Altri, dopo aver atteso invano, stanno per lasciare il “parcheggio” in casa,  prendere la valigia e andare via.
Il futuro della nostra amata Sardegna, privata dei suoi giovani validi che la lasciano, appare segnato: continuerà a restare senza speranza, come è, ormai, da molti secoli.
Ciao.
Mario

domenica, settembre 28, 2014

ABBELLIRE LE NOSTRE CITTÀ: QUANDO IL “BENE COMUNE” È IL BENE DI TUTTI, NON QUELLO DI NESSUNO! È COMPITO DI TUTTI RENDERE GLI SPAZI COMUNI PIÙ VIVIBILI.



Oristano 28 Settembre 2014
Cari amici,
ieri, nelle mie quotidiane scorribande su Internet, sono incappato in due notizie che mi hanno dato un grande piacere: una che parlava degli attacchi urbani dei “Guerrilla Gardeners” e l’altra relativa al “The water tank project”, progetto quest’ultimo messo in atto a New York. Ora metto al corrente anche Voi, di queste due belle notizie, partendo dalla più interessante, quella sui Guerrilla Gardeners.
Questi “Guerriglieri Urbani” altro non sono che un gruppo di persone appassionate del verde, che hanno a cuore l’ordine e la bellezza degli spazi cittadini appartenenti a tutta la Comunità, e che, con un pizzico di follia, oltre che di grande impegno, riescono a rendere particolarmente decorosi. Nottetempo, mettendo in atto dei veri e propri blitz chiamati “attacchi verdi”, come guerriglieri della notte, essi decorano spazi urbani,  piccoli o grandi che siano. Individuato il “campo di battaglia” nella città soffocata dal cemento, i Guerrilla Gardeners, indossati i guanti e armati di vanghe, rastrelli e zappe, oltre che di piante di fiori, iniziano il loro silenzioso lavoro. L’indomani mattina il nuovo aspetto dello spazio “trattato” è addirittura shoccante! 
Il loro motto è “trasformiamo il cemento in fiori”. Diverse le città dove hanno già messo in esecuzione, anche di recente, non pochi “attacchi”. Le iniziative messe in atto sono state contagiose, coinvolgendo altri guerriglieri. Ma come si ritrovano e si mettono in comunicazione tra loro? Attraverso la Rete, dove si scambiano idee e suggerimenti.
Ma come funzionano, in pratica, questi “attacchi” portati avanti nelle aree degradate delle città? Ecco come. Una volta adocchiata magari un’aiuola spartitraffico, da sempre sporca, piena di cartacce e di erbacce, in una notte (si potrebbe dire dalla sera alla mattina) questa viene trasformata in un piccolo capolavoro! Il gruppo, armato di attrezzatura “fai da te”, in squadra, aggredisce lo spazio trascurato, lo ripulisce lo zappetta e lo innaffia, mettendo a dimora diversi tipi di fiori. Insomma in una notte questo “spazio ranocchio” viene totalmente trasformato, diventando uno "spazio principe"! E dire che nessuno li ricompenserà per aver creato questo capolavoro, sapete perché? Perché ciò che fanno è ritenuto illegale, e, se scoperti, rischiano addirittura di essere multati! Ecco perché vengono definiti “Guerriglieri”.
La legge, certo, è legge, ma qual è la risposta dei cittadini a questi “attacchi verdi”? La popolazione cittadina risponde bene, gradisce, anzi alcune aziende di giardinaggio aiutano questi gruppi con consigli e suggerimenti, donando delle piante e i materiali per realizzarli. Ogni giorno nuovi "guerriglieri" si aggiungono nelle diverse città per ricreare, negli spazi comuni trascurati, oasi vivibili, capaci, anche nelle città più aride e caotiche, di restituire un minimo di decoro.
Esistono anche “varianti” più semplici e meno rischiose, per migliorare gli spazi incolti delle città: sono le così dette “Bombe di semi”. E’ questa una tipologia di “attacco verde” ad effetto meno immediato, in quanto il risultato comparirà solo dopo qualche tempo. L’operazione consiste nel preparare, con un giornale, del terriccio misto a fertilizzante e una manciata di semi, una specie di “pacco-bomba” che, ben imbevuto d’acqua viene lanciato o posato strategicamente nell’aiuola da riqualificare. Dopo qualche giorno o qualche settimana si osserveranno (se tutto va bene) le fioriture. In un caso o nell’altro sono interventi interessantissimi, capaci di trasformare il volto delle nostre città! Passiamo ora all’altra notizia, quella dei “The water tank project”.

A New York cento serbatoi d’acqua hanno preso ufficialmente parte al “The water tank project”, un progetto che trasforma i contenitori per l’acqua, posizionati in cima a palazzi e grattacieli, in opere d’arte: paludati e avvolti in coloratissime tele circolari, predisposte da vari artisti e grafici di fama mondiale. I primi serbatoi ad essere trasformati si trovano al centro di Manhattan, nell’area  degli skyline centrali. Ma non sono i soli: altri sono in corso di trasformazione nella stessa zona, che conta ben 17 mila serbatoi d’acqua a torre. Così sulle tipiche pareti dei vari water tank sono comparsi dipinti e foto di artisti e noti grafici come Jeff Koons, Ed Ruscha, Cerrie Mae Weems, e l’italiano Lorenzo Petrantoni. L’obiettivo del progetto è duplice: in primis quello di suscitare maggiore attenzione e consapevolezza nell’opinione pubblica e nelle Istituzioni, nei confronti della risorsa più preziosa del pianeta, cioè l’acqua e in secondo luogo quello di dare un volto più colorato e solare, all’anonimo e grigio panorama delle città.
Come ha sottolineato la portavoce degli artisti Mary Jordan, Direttore del progetto e Film-maker: “Il nostro scopo è quello di produrre arte come intervento sociale, quindi di educare, modificare atteggiamenti e abitudini, per realizzare concretamente un cambiamento significativo e duraturo nel tempo”. Il progetto prevede nelle varie aree coinvolte, incontri con studenti e cittadini, seminari, attività di social media e dibattiti sulle questioni idriche mondiali e sulla vivibilità cittadina. Grazie a questa iniziativa social-artistica, insieme al classico skyline newyorkese, i serbatoi d’acqua saranno d’ora in poi fra le immagini più rappresentative della Grande Mela.
Cari amici, come ho detto all’inizio è compito di tutti noi  rendere la vita comunitaria delle città più vivibile, più decorosa e accogliente. Gli spazi comuni debbono essere vissuti come “Patrimonio di Tutti”, quindi da rispettare anche di più del patrimonio personale di ciascuno di noi, e non come “Res Nullius”, ovvero proprietà di nessuno, quindi anche da maltrattare e distruggere. Le nostre città, col concorso di tutti, diventerebbero molto più pulite, colorate, e degne di essere vissute, se le amassimo e rispettassimo. La vita comunitaria richiede grande rispetto reciproco, per le persone e le cose, perché il rispetto che diamo lo riavremo indietro da parte degli altri.
I due esempi che ho riportato sono certamente encomiabili e da imitare: perché vivere insieme in armonia è sicuramente la cosa più bella del mondo!
Cia a tutti.
Mario 

sabato, settembre 27, 2014

METÀ DEL T.F.R. IN BUSTA PAGA? IL GOVERNO STUDIA COME INCENTIVARE I CONSUMI.



Oristano 27 Settembre 2014
Cari amici,
che le famiglie, in particolare quelle dei lavoratori dipendenti e pensionati, abbiano diminuito i consumi è ormai cosa accertata. Le pressioni sul Governo per diminuire il carico fiscale sono tante, ma le possibilità poche, visto che anche gli 80,00 euro aggiunti in busta paga non hanno sortito il risultato atteso se non in minima parte. Che fare allora? Pensa e ripensa, ecco saltare fuori dal cilindro del grande prestigiatore un’idea che, poi, così banale non è: mettere – almeno in parte - in busta paga l’accantonamento del T.F.R. spettante ad ogni lavoratore. Mah! Intanto vediamo ‘meglio’ che cos’è il T.F.R., questo “tesoretto” custodito dalle aziende ma di proprietà di ogni lavoratore.
Il Trattamento di Fine Rapporto (da incassare, quindi, alla fine dell'attività lavorativa) spetta a tutti i lavoratori subordinati, ed e' pari alla retribuzione annuale divisa per 13,5. In pratica ogni anno viene accantonato (e trattenuto) dall'azienda circa un mese di retribuzione. Le norme attuali prevedono però che dopo 8 anni di servizio presso lo stesso datore di lavoro il dipendente possa chiedere all’Azienda un'anticipazione fino al 70% del TFR maturato alla data della richiesta, ma solo per determinati scopi: spese sanitarie straordinarie, per la formazione o per l'acquisto della prima casa per sé o per i figli. L'anticipazione può essere ottenuta una sola volta nel corso del rapporto di lavoro.
Questo “accantonamento” di proprietà del lavoratore, da qualche anno può essere utilizzato per alimentare la propria Previdenza Integrativa, versandolo a un apposito fondo. 
Dal 2007 è anche cambiata la normativa sulla previdenza, con l'introduzione del silenzio assenso. Chi non dice esplicitamente come vuole utilizzarlo avrà il proprio TFR versato al fondo previdenziale di categoria. Si può anche, con una comunicazione all'azienda, lasciare il proprio TFR nella disponibilità dell’Azienda stessa. Per quelle con oltre 50 dipendenti il Trattamento di fine rapporto maturando viene obbligatoriamente versato in un fondo presso l'INPS, gestito dal Ministero dell'Economia (attualmente vengono versati circa sei miliardi l'anno). Al momento in cui si riceve il TFR l'importo viene decurtato della relativa tassazione: viene applicata l'aliquota relativa alla media del proprio stipendio degli ultimi cinque anni. Viene inoltre tassato il rendimento del TFR (che viene remunerato all'1,5% annuo, più il 75% dell'inflazione) all'11%.
Fatta questa doverosa premessa, ci domandiamo: come si potrebbe conciliare l’idea di mettere a disposizione in busta paga al lavoratore parte del TFR maturato? Se l’idea può apparire buona, metterla in atto però, non è ne semplice ne facile. Sia il rappresentante di Confindustria Squinzi (che dice: “È un caso complesso”) che i rappresentanti sindacali, ammettono le difficoltà operative (Proietti, Segr. Conf. della Uil afferma: "Si può fare, ma non è un regalo e dev'essere il lavoratore a scegliere"). In effetti, se mettere dentro la busta paga dei lavoratori il 50% del Tfr maturato annualmente potrebbe essere una buona mossa per alimentare i consumi e dare fiato alle economie asfittiche di tante famiglie, dall’altra sottrarre quelle somme destinate alla previdenza degli anni a venire, utilizzandole per i consumi degli anni del lavoro, significherebbe mangiarsi l’uovo oggi anziché la gallina domani.
Allora resta il dubbio: l’ipotesi sul tappeto, di utilizzare il trattamento di fine rapporto per aumentare i consumi, appare una proposta sensata o sarebbe meglio non modificare lo stato attuale? Come dice Squinzi, la concretizzazione dell’idea è di grande complessità. A parte che il privarsi di una risorsa futura (le ipotesi di utilizzo anticipato del TFR ci sono già) priverebbe il lavoratore di un “salvadanaio” importante, bisogna pensare anche che l’erogazione in busta paga metterebbe in crisi anche la liquidità delle piccole aziende sotto i 50 dipendenti, per le quali il TFR accantonato per i dipendenti costituisce un “tesoretto” liquido a cui attingere per autofinanziarsi senza ricorrere al credito bancario. Proprio per questa ragione, se andasse avanti l’ipotesi ventilata, le piccole aziende hanno subito chiesto al Governo delle contropartite per tamponare la mancata liquidità derivante dalla devoluzione immediata dei TFR accantonati.
Ma a piangere non sarebbero solo le aziende sotto i 50 dipendenti. In caso di applicazione del nuovo sistema non solo nel settore privato ma anche in quello pubblico (altrimenti rappresenterebbe una discriminazione) le casse dello Stato subirebbero un'emorragia di non poco conto! Senza contare che per le aziende sopra i 50 dipendenti, il TFR maturando viene versato, come detto prima, in un fondo presso l’INPS gestito dal Ministero dell’Economia. Poiché stiamo parlando di circa 6 miliardi l’anno, mancando alle casse pubbliche la disponibilità di tale somma, si creerebbe certamente qualche problema di bilancio.

Cari amici, ipotizzare di rendere immediatamente liquido il TFR in effetti non è proprio una ‘pensata’ nuova di zecca. L'idea di trasferire parte del TFR in busta paga, fu ventilata durante il governo Berlusconi da Giulio Tremonti. Successivamente nel 2011 fu  la Lega Nord a provarci, mentre nel Marzo dello scorso anno la proposta fu avanzata, direttamente a Renzi, dal sindacalista della FIOM Maurizio Landini. Come detto prima il problema è di grande complessità. Se è pur vero che monetizzare con lo stipendio parte del TFR si configurerebbe come una sorta di "nuova quattordicesima", non dimentichiamo che la coperta non è sufficientemente grande e se si copre la testa si scoprono i piedi. L'obiettivo di far aumentare consumi e potere d'acquisto delle famiglie è sicuramente nobile e conseguibile, ma senza dimenticarsi che continuiamo a parlare degli stessi soldi: non li abbiamo mica moltiplicati: ne avremo solo anticipato la spendita!
Amici, l’Italia deve trovare soluzioni reali e non fittizie per migliorare il potere d'acquisto delle famiglie, creando le condizioni per aumentare le possibilità di lavoro, non cercare di moltiplicare il “paniere attuale”, come fece Gesù nella parabola della moltiplicazione dei pani  e dei pesci. Il nostro Paese ha necessità di una politica di vera crescita e di occupazione, di riduzione delle tasse e di nuovi investimenti, sia da parte degli investitori italiani che di quelli stranieri. Due giorni fa ho fatto con Voi una riflessione sul piano della riforma del lavoro, il “Jobs Act”, messo in atto da Renzi, e delle non poche difficoltà per realizzarlo. Uno dei punti critici è proprio la possibile abolizione dell’articolo 18 dello Statuto del lavoratori. Non voglio tornare sull’argomento. Domando solo a quelli che per mantenere lo “Status Quo” si chiudono a riccio a qualsiasi innovazione: è meglio morire di fame, preservando orgogliosamente le ferree norme, oppure mangiare, con maggiore precarietà, correndo il rischio di saltare qualche pasto?
La risposta, cari amici…datevela da soli.
Ciao
Mario