venerdì, novembre 06, 2015

CAMERE DI COMMERCIO: MA ABOLENDO L’OBBLIGO PER LE IMPRESE DI ISCRIZIONE ALLE CCIAA, LA SITUAZIONE CAMBIERÀ DAVVERO IN MEGLIO? QUANDO LE RIFORME POSSONO ESSERE UN SALTO NEL BUIO.



ORISTANO 6 NOVEMBRE 2015
Cari amici,
ieri nel mio post “L’Italia del gambero, che fa un passo avanti e due indietro”, ho voluto esprimere la mia opinione su quanto sta avvenendo a proposito delle forti “restrizioni”, e/o accorpamenti, in corso o ipotizzati, sulle attuali strutture decentrate (periferiche) dello Stato (Regioni, Province, Prefetture, Tribunali, Camere di Commercio, etc.), con un ritorno al precedente centralismo di ottocentesca memoria. Poiché ieri avrei voluto trattare in modo più approfondito il caso della ristrutturazione prevista delle Camere di Commercio (sulle Regioni da accorpare ho già detto la mia e sulle Province, ormai ‘il dado è tratto’), ma la lunghezza della trattazione non me lo ha consentito, oggi voglio focalizzare la Vostra attenzione proprio su questa antica struttura, esistente da lungo tempo e oggi ritenuta dal Governo, invece, obsoleta e da riconvertire: una specie di carrozzone superato. Vediamo insieme la storia di questo Ente.
Gli Organismi associativi degli operatori delle arti e dei mestieri esistono da migliaia di anni. Anche nell’antica Roma erano presenti dei sodalizi che raggruppavano gli esponenti delle varie categorie artigiane, e si presume addirittura che i romani li avessero mutuati dai popoli preesistenti, in pratica tramandati dagli etruschi. Ai tempi di Numa Pompilio le associazioni corporative contavano e rappresentavano almeno otto “mestieri nobili”: calderai, calzolai, conciatori, falegnami, flautisti, orefici, tintori e vasai. I Collegia Artificum, come erano denominate queste associazioni, possono essere considerate, dunque, le primordiali organizzazioni delle categorie artigiane.
Con l’andare del tempo, l’accresciuto volume degli scambi, con la creazione di mercati ben più vasti, condusse alla formazione di Organismi corporativi ancora più definiti. Il notevole incremento demografico e i grandi bisogni di una Roma ormai commercialmente avanzata, facilitò il rafforzamento ed il potere delle esistenti Corporazioni che ottennero il pubblico riconoscimento di “Collegia Pubblica”, assimilabile potremmo dire alla funzione oggi svolta dalle CCIAA. L’importanza di queste strutture si consolidò durante l’impero di Alessandro Severo, periodo nel quale il numero delle Corporazioni riconosciute salì a 32; con apposito Editto fu introdotto il principio che, per svolgere qualsiasi industria o professione, vigeva l’obbligo dell’appartenenza ad una di esse.
Questa struttura di rappresentanza e governo delle arti e dei mestieri venne ulteriormente rafforzata nel Medioevo, che, con la creazione delle “Corporazioni”, stabiliva dettagliatamente gli obblighi a cui gli appartenenti dovevano sottoporsi. Corporazioni forti e con alto potere, che impedivano anche a chi non era iscritto di esercitarne abusivamente la professione; nei rigidi “Statuti” erano previste pene salate per i trasgressori, e addirittura il carcere nei casi più gravi. Col passare del tempo questi Organismi, variamente strutturati e diversamente definiti nelle diverse città e nei successivi periodi storici, si trasformarono, in “Libere Associazioni” per la tutela degli interessi commerciali, regolate sempre da dettagliati “Statuti”, con funzioni giurisdizionali e politiche di controllo e di regolazione del mercato.
Cari amici, se per curiosità dovessimo prendere in mano la copia di uno di questi Statuti, ci renderemmo conto con quanta pignoleria essi stabilivano, come un vero e proprio ‘codice interno’, le funzioni attribuite alle Corporazioni, che venivano esercitate attraverso i Consoli. Essi regolavano: la tutela della dignità della Corporazione, la protezione dei mercanti da ogni offesa reale e personale, la cooperazione con i magistrati civili per la sicurezza delle strade commerciali; regolavano, inoltre, l’amministrazione del patrimonio della corporazione, la vigilanza sui prezzi e sulle misure, la tutela dei marchi di fabbrica o di commercio e degli usi mercantili; stabilivano infine anche le forme idonee a regolare le controversie sorte tra mercanti e l’attribuzione e l’esecuzione delle pene da far scontare ai trasgressori. Gli Statuti prevedevano anche per gli associati diverse forme di assistenza creditizia, e altri obblighi di natura assistenziale fra gli associati, oltre che regolare i rapporti tra gli artigiani e gli apprendisti.
Perché ho voluto riportare la storia di queste antiche strutture che regolavano l’attività commerciale? In primo luogo per ribadire l’enorme importanza che esse rivestivano e ancora oggi rivestono! Per questi motivi, penso, che la riforma, se riforma ci deve essere, debba essere ponderata, concordata e non imposta dall'alto! Autore della bella “pensata” di sburocratizzare la struttura (senza valutare molte cose, ma solo in ossequio all’applicazione di una “spending review” di dubbia efficacia), è stato proprio il Presidente del Consiglio Matteo Renzi che, quando era ancora “Premier in pectore”, tra i numerosi punti dell’agenda di riforme sul lavoro aveva incluso anche l’eliminazione dell’obbligo, per le aziende, di iscrizione alle Camere di Commercio. «Un piccolo risparmio per le aziende» – spiegava Renzi – ma anche un «segnale contro ogni Corporazione». C’è anche di più: Renzi andava oltre, ipotizzando di attribuire le funzioni ora assegnate alle Camere a degli Enti territoriali pubblici. Mai ci fu una pensata più azzardata di questa!
Dalle parole ovviamente si è passati presto ai fatti: col decreto-legge del 24 giugno 2014, n. 90 coordinato con la legge di conversione 11 agosto 2014, n. 114 sono state stabilite le «misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l'efficienza degli uffici giudiziari.». (c.d. ddl Madia). A questo punto il Countdown per la riforma delle Camere di commercio è partito: si inizia dal taglio del numero degli Enti, che passerebbero dalle attuali 105 sedi camerali a 60 (mediante l'accorpamento di due o più camere di commercio, rispettando la soglia minima delle 75 mila aziende iscritte nei registri), per passare poi a stabilire i “nuovi compiti” da assegnare alle CCIAA a cominciare dal «supporto all'internazionalizzazione delle imprese per la promozione del sistema italiano delle imprese all'estero, nei mercati esteri e la tutela del Made in Italy». Belle parole ma molto vuote di contenuto.
Cari amici, anche la Sardegna delle attuali 4 Camere di Commercio potrebbe passare a due. A parte quella di Cagliari, che ha i numeri per evitare la soppressione o l'accorpamento, quella di Sassari potrebbe inglobare sia Nuoro che Oristano. Per le “zone interne” questo sarebbe l’ennesimo scippo: Oristano, ad esempio, dopo aver perso negli anni scorsi la Banca d’Italia, la Tesoreria Provinciale dello Stato, la Provincia, ora ha in sospeso, ennesima spada di Damocle, l’abolizione della Prefettura, della Questura, dei vari Comandi Provinciali delle FF.OO, del Tribunale e, ultima in ordine di tempo, la Camera di Commercio.
Torno alla mia riflessone di ieri: pensa davvero lo Stato di risolvere in questo modo i problemi che attanagliano il Paese? Pensa che continuando a tagliare in questo modo i pochi servizi esistenti in periferia (risparmiando"tagli" e sprechi ben più importanti ma ubicati al “centro” e non in periferia), portando alla fame chi abita nelle zone interne, facendo stringere la cinghia a chi già non ce la fa più, di riuscire a far quadrare i conti? Io penso di no.
Nessuno deve dimenticare che il passato ci ha insegnato che tirare troppo la corda, spesso, ne causa la rottura: con le conseguenze che, spesso, sono difficili da prevedere…
Ciao, amici, a domani.
Mario

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