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lunedì, febbraio 29, 2016

UN VERME ALIENO MINACCIA LA NOSTRA BIODIVERSITÀ. IL DIVERSIBIPALIUM MULTILINEATUM, ORIGINARIO DEL GIAPPONE, È UNO DEI TANTI MALI DELLA GLOBALIZZAZIONE SELVAGGIA.



Oristano 29 Febbraio 2016
Cari amici,

chiudo i post di questo Febbraio bisestile con una notizia non certo molto gradita: la comparsa anche in Italia (fra le prime Nazioni in Europa) di un verme velenoso: una planaria, per noi aliena, presente in Giappone e in Corea del Sud, ora arrivata sui nostri suoli, mettendo a rischio il nostro ecosistema. Il verme, che per sue impressionanti capacità di rigenerazione è stato definito ‘immortale’, è il Diversibipalium multilineatum specie di “planaria terrestre” che appartiene alla sottofamiglia delle Bipaliinae, una specie tristemente nota perché capace di divorare tutto ciò che incontra lungo il suo cammino (lombrichi, molluschi e altri invertebrati).
Questi vermi, grazie ai loro recettori, percepiscono le tracce chimiche lasciate da chiocciole, lumache e lombrichi per poi lanciarsi in un “lento inseguimento” che si conclude quasi sempre con l’uccisione della preda. In Europa, per ora, sono stati segnalati in Italia e in Francia. Da noi il verme ha fatto la sua prima comparsa a Bologna. Poco tempo fa in un cortile privato a due passi dai giardini Margherita è avvenuto il primo avvistamento: «Era una colonia di circa una settantina di esemplari», racconta Mattia Menchetti, ricercatore dell’Università di Firenze che fa parte del team internazionale che ha pubblicato il primo studio sull’argomento su ‘Zootaxa’. «Di solito – spiega – vivono in Giappone, ma si trovano anche in Corea del Sud e in Francia».
Ora, è arrivato anche da noi. Il ricercatore nell’intervista ha detto: «Il padrone di casa l’ha segnalato, perché non aveva mai visto nulla del genere e si è incuriosito». Ha fatto benissimo, ha aggiunto, perché questa ‘planaria aliena’ è un pericolo reale per la biodiversità del suolo, essendo vorace e capace di sterminare le nostre specie autoctone. Ma come è potuto avvenire questo lungo viaggio? È, senza ombra di dubbio, uno dei cattivi risultati della Globalizzazione! «Queste planarie riescono anche ad attraversare gli oceani viaggiando nel terriccio e nei vasi da giardinaggio, dicono gli esperti. «Ammazzarle non basta, perché si autorigenerano». Insomma, se vengono tagliate in più pezzi, si moltiplicano, peggio dei cinesi! Schiacciarle è inutile e toccarle potrebbe essere pericoloso anche per l’uomo.
L’unica possibilità di sterminio è quella di gettarle in un bidone, in mezzo a terra molto umida, a loro non congeniale. Il consiglio è quello di controllare sempre il terriccio che si acquista nei negozi specializzati e, nel caso di avvistamenti sospetti, avvisare subito un esperto. Questi vermi sono pericolosi non solo per l’equilibrio dell’ecosistema (l’arrivo di questi “inquilini” alieni è spesso causa di distruzione degli habitat), ma anche per la salute umana; esistono dei cugini del Diversibipalium multilineatum potenzialmente letali anche per l’uomo. Alcune specie, spiegano gli esperti, sono in grado di riprodursi sessualmente e di deporre uova. Sono proprio queste, come anche il corpo degli adulti, a contenere tetrodotossina (TTX), una "sostanza letale", presente anche nei pesci palla. Questo veleno, evidenziano i ricercatori, può bloccare la trasmissione nervosa nei muscoli scheletrici.
Cari amici, ci mancava solo il verme migrante! Un vero e proprio killer a piede libero, implacabile e pericoloso, anche se lungo appena una quindicina di centimetri, piatto e viscido, ma capace con la sua voracità di causare danni molto grandi. Il suolo infatti rappresenta uno degli ambienti terrestri più ricchi di specie ed è la sua biodiversità a garantire il mantenimento degli ecosistemi, come il ciclo dei nutrienti e la fertilità del suolo. L’introduzione ad opera dell’uomo di planarie terrestri, al di fuori dell’area in cui sono naturalmente presenti, può mettere a repentaglio il precedente equilibrio, composto anche da lombrichi, molluschi e altri invertebrati, che venendo divorati dal verme impoveriscono di conseguenza il suolo.
Ci mancava pure questa tegola, dicono alcuni! Purtroppo, ai già numerosi primati negativi del nostro Belpaese, si va ora ad aggiungere la presenza di questa pericolosa specie di planaria. Lo studio “First report of the land planarian Diversibipalium multilineatum (Makino & Shirasawa, 1983) (Platyhelminthes, Tricladida, Continenticola) in Europe”, pubblicato su Zootaxa da un team internazionale che comprende gli italiani Giuseppe Mazza, Mattia Menchetti ed Elena Tricarico (Università di Firenze), Luca Cavigioli (Società di Scienze Naturali del Verbano Cusio Ossola) e Emiliano Mori (Università di Torino) oltre a ricercatori olandesi, spagnoli e francesi,  ha documentato in maniera inequivocabile la presenza in Italia della prima popolazione di planarie terrestri aliene, ossia non native, ma provenienti da altri territori.
I ricercatori italiani spiegano che «La biologia di questa planaria, originaria del Giappone ma introdotta anche in Corea del Sud, è quasi del tutto sconosciuta in Europa, anche se probabilmente è simile a quella di Bipalium kewense, una specie introdotta in varie parti del mondo e intercettata sporadicamente anche in Italia.
Che dire, amici miei, anche questa ‘contaminazione’ è frutto della ormai sempre più presente globalizzazione, che continua ad imperversare in tutti i campi. Se è pur vero che dal “mettere insieme in modo globale" finanza ed economia può derivarne qualche vantaggio, le esagerazioni non hanno mai pagato, anzi si sono rivelate peggiori del male che cercavano di combattere. Senza essere tacciato di retorica, voglio dirvi che la globalizzazione, all’origine strombazzata come un grande progetto mondiale capace di migliorare la vita della gran parte degli abitanti del pianeta, ha ottenuto invece il risultato di fare diventare molto più ricco un piccolo “gruppo”, e di impoverire ulteriormente le precedenti schiere di poveri, addirittura aumentandole di numero!
Chi ha orecchie da intendere…intenda!
A domani.
Mario

domenica, febbraio 28, 2016

DOMOTICA, LA SCIENZA CHE MIGLIORA LA QUALITÀ DELLA VITA: IL FUTURO HA CAMBIATO CASA!

Oristano 28 Febbraio 2016
Cari amici,
la prima volta che ho sentito il termine “Domotica”, l’ho immediatamente associato a ‘Robotica’, cioè a qualcosa di meccanico (Robot) che, sostituendosi all’uomo, lo agevolasse nei faticosi impegni della vita domestica. Non mi sbagliavo: perché effettivamente, in linea di massima, questo era ed è il concetto di fondo. In tempi brevissimi questa nuova scienza, più conosciuta con il termine “home automation”, è avanzata prepotentemente introducendo tecnologie sempre più avanzate, atte a migliorare la qualità della vita nelle case e, più in generale, in tutti i luoghi abitati.
La Domotica si avvale in modo particolare dei moderni sistemi elettronici che, grazie all’informatica, consentono di automatizzare e tenere sotto controllo diverse mansioni ripetitive svolte quotidianamente dall’uomo, con l’obbiettivo di sostituirlo e agevolarlo. Compito della Domotica è quindi quello di migliorare la qualità della vita, alleggerendo in primo luogo il tran tran “quotidiano”, in modo che, liberatosi da certe incombenze, esso possa dedicarsi più proficuamente ad altro. Sbaglia, però, chi pensa che l’home automation consenta solo un risparmio di tempo e fatica: la Domotica può anche far risparmiare sui costi dell’energia, oltre che migliorare la sicurezza della casa e dei suoi abitanti.
Costruire un moderno ambiente così tecnologico, cari amici, non è più un privilegio di pochi: non pensiamo che sia qualcosa che possono permettersi solo i super ricchi! Intanto, per avere determinati impianti, non è necessario realizzare un costruzione ex novo, di sana pianta: possiamo dotarci di una casa super automatizzata anche decidendo di rinnovare un vecchio ambiente, dove collocare delle moderne apparecchiature tecnologiche senza sopportare impegni economici troppo gravosi. Ma, direte Voi, cosa tutto può essere automatizzato nelle nostre case, liberandoci dalla schiavitù di operazioni ripetitive e a volte pesanti, spesso facili anche da dimenticare? Moltissime, non immaginate nemmeno quante! Eccome alcune.
Partendo dal presupposto che la casa è abitata da persone di ogni fascia di età, l’automazione da applicare deve innanzitutto essere della massima semplicità, adatta anche a bambini e anziani. La Domotica è stata inventata per semplificare la vita, non per complicarla! Stante questo, l’automazione deve rispondere a 3 importanti requisiti: il primo, come base di partenza, deve essere la semplicità d’uso; il secondo per importanza è la sicurezza: un buon impianto domotico deve essere sicuro e non deve presentare insidie o pericoli per chi lo utilizza abitualmente; infine deve risultare affidabile, riducendo al minimo la possibilità di guasti e malfunzionamenti e garantendo anche in questi casi una funzionalità minima.
Ai principali vantaggi prima esposti possiamo, anzi dobbiamo, aggiungerne degli altri, sicuramente importanti, anche se non come i primi. Gli altri 4 requisiti sono: Costi contenuti, risparmio energetico, comodità e risparmio di tempo. Costi contenuti, in quanto la maggiore spesa necessaria sarà affrontabile solo se il risparmio derivante dai minori consumi potrà essere ammortizzato in tempi medi; il risparmio energetico è inteso come eliminazione degli sprechi di energia, ottimizzando i consumi degli apparecchi in dotazione nelle diverse fasce orarie; infine la comodità è intesa come semplificazione della vita, mentre il risparmio di tempo è quello che l’automazione ci fa risparmiare e che possiamo dedicare ai nostri interessi prima trascurati.
Altro elemento essenziale, che ci può convincere a installare un impianto domotico è la sicurezza. L’elettronica è in grado di garantirci una sicurezza a 360 gradi, che possiamo così riepilogare: sicurezza contro intrusioni o rapine, sicurezza contro incendi, fughe di gas o altri eventi accidentali, sicurezza a supporto di persone sole o disabili. In tutti questi casi, l'impianto interviene sia con azioni locali di segnalazione e allarme, sia contattando direttamente gli organi di pronto intervento (polizia, pompieri, ambulanza, ecc.) Se poi si dispone di telecamere a circuito chiuso, sarà possibile visualizzare le immagini riprese in diversi punti dell'abitazione e del giardino. Le riprese video saranno visibili anche da remoto via internet alle persone autorizzate, oppure, in caso di allarme, saranno inviate, in automatico, come immagini a indirizzi e-mail o, come MMS, a numeri di cellulare prestabiliti. Ma se la sicurezza è importante, altrettanto lo è la comodità!
Un sistema domotico è in grado di attivare, monitorare e, se necessario, disattivare tutti gli elettrodomestici e le apparecchiature presenti nella casa: Scaldabagno, Forno, Frigorifero, Congelatore, Lavatrice, Asciugatrice e Lavastoviglie; molti elettrodomestici di nuova concezione rendono infatti possibile la tele-gestione e la tele-diagnostica per la manutenzione. Altro grande vantaggio lo si ottiene con la comunicazione. Un sistema domotico integrato permette la completa gestione delle comunicazioni in entrata e in uscita dall’abitazione: dal telefono alla segreteria, dal citofono alle comunicazioni internet, dal fax all'utilizzo di apparecchiature audio/video, dalla motorizzazione del passo carrabile all’illuminazione esterna, dall’attivazione delle lampade di emergenza al rivelatore del gas.
Insomma, cari amici, nulla sfugge al nuovo metodo di gestione dell’abitazione. Per chiudere, una curiosità: la domotica ci regala anche il bagno intelligente! Pensate ad un bagno dove, oltre al ripristino della carta igienica, è possibile avere automaticamente, mediante appositi strumenti, l’erogazione automatica di asciugamani, sapone, deodorante per ambienti e così via. Senza parlare del comodo WC che, una volta rilevata la nostra presenza, si apre e ci accoglie, poi al termine si chiude da se e si auto-pulisce in maniera automatica! Bello vero? E chissà la tecnologia cosa ci sta approntando ancora!
Insomma, la nostra casa sarà sempre più robotizzata…e magari un domani, in caso d’insonnia, il nostro fedele robot casalingo potrà anche cullarci e cantare la ninna nanna, oppure trasmettere una dolce musica, mostrarci un gregge e un sorridente pastore che conta le pecore…
A domani.

Mario


sabato, febbraio 27, 2016

CHIMERA “LAVORO”. LE COMPETENZE DIGITALI, UNO STRUMENTO PASSPARTOUT PER VINCERE LA SFIDA.

Oristano 27 Febbraio 2016    
Cari amici,
Che la disoccupazione sia uno dei problemi principali delle economie moderne è un dato di fatto: nell’Area Euro, quella in cui siamo immersi, essa si attesta intorno all’11%, con variazioni però molto variegate, alquanto disomogenee. La Germania per esempio vanta un tasso di inoccupati del 4,5%, in Francia i disoccupati sono il 10,9% e in Italia poco meno del 12% (11,9%), confortati però dal dato della Spagna che addirittura tocca punte del 22,3%.
Le analisi sul fenomeno certo non mancano: il dato più interessante però non è solo la carenza di posti di lavoro da occupare, ma il fatto che spesso mancano sul mercato determinate “competenze professionali”, ovvero che scarseggiano determinate figure che le Aziende cercano ma non trovano. In parole povere abbondano i lavoratori con qualifiche che poco servono e mancano quelli che, invece, sono in possesso di Competenze particolari, quelle così dette Digitali, la cui carenza è ormai abbastanza nota. Questo divario tecnologico, tecnicamente definito con un termine inglese skill mismatch, è un ostacolo assolutamente da superare, se si vuole più facilmente incrociare domanda e offerta di lavoro.
Da anni gli economisti studiano il fenomeno della disoccupazione che, pur con i molteplici tentativi fatti, non accenna a diminuire. Tra le cause più accreditate figurano la rigidità del nostro mercato, a partire dai salari, più elevati rispetto a quelli dei Paesi emergenti, dove risulta più conveniente produrre; ma a questo ‘macigno’ del costo si aggiunge anche, come prima accennato, il fenomeno dello skill mismatch. Trascurato per un lungo periodo questo "moderno possesso di competenza tecnologica" sembra ora essere pervenuto all'attenzione dei policy makers europei, che hanno raggiunto la consapevolezza che lo skill mismatch, ovvero il disallineamento tra la domanda e l’offerta di lavoro, è qualcosa di veramente serio e che necessita di adeguati interventi per essere eliminato.
I dati dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) al riguardo sono crudi, espliciti: a partire dal 2000 gli skills mismatches, misurati come differenza nel livello di istruzione tra gli occupati e i disoccupati, sono peggiorati considerevolmente in quasi tutto il Continente. L’aumento del fenomeno risulta in gran parte determinato dalla continua innovazione, in particolare dalla diffusione delle tecnologie digitali, che stanno costantemente cambiando i processi economici produttivi, scartando i lavoratori inadeguati.
Lo studio portato avanti dall’ILO, ha messo in luce che in Europa una percentuale che va dal 25 al 45 per cento dei lavoratori sono sovra o sotto qualificati per il tipo di lavoro svolto, evidenziando quel sostanziale disallineamento (mismatch) tra offerta e domanda di lavoro. Lo studio ha riguardato 24 Paesi europei: nei Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Svizzera, i lavoratori inadeguati sono meno del 6 per cento, mentre, per esempio in Paesi come Cipro e Russia supera il 20 per cento. Lo studio ha evidenziato anche la punta dell’iceberg: in Portogallo, la percentuale supera addirittura il 50 per cento. Il fenomeno col passare del tempo continua a crescere: nel 2012, la percentuale di lavoratori fuori ruolo si aggirava intorno al 10-20 per cento nella maggioranza dei Paesi esaminati.
Anche la Sardegna ha cercato di prendere atto del pericoloso fenomeno e nell’Ottobre scorso a Cagliari si è tenuto un Convegno interamente dedicato alle competenze digitali. La domanda principale posta era “Cosa fare per affrontare il problema? Nell’incontro, tenuto presso l’Auditorium del Campus di Tiscali, la riflessione collettiva aveva per titolo “Competenze digitali: una priorità per lo sviluppo della Sardegna”, e faceva parte delle iniziative previste per la Sardinia Code Week 2015.  Il convegno ha coinvolto molti operatori del territorio interessati ai processi di digitalizzazione: istituzioni pubbliche, scuole, università e mondo delle imprese. Tra i presenti anche il Presidente della Regione Sardegna Francesco Pigliaru.
Cari amici, dallo studio se ne ricava un dato importante: che l'acculturamento generico fornito a scuola o formativo non è sufficiente, se questo non corrisponde a quello che il mercato del lavoro richiede. «Fornire ai lavoratori le competenze non è sufficiente se queste non corrispondono a quelle richieste dai datori di lavoro. Lo studio invita i governi e le parti sociali a creare servizi di collocamento efficienti e opportunità di formazione, nonché a rafforzare le relazioni tra scuola e formazione da un lato e mondo del lavoro dall’altro», ha concluso, Theo Sparreboom, autore dello studio dell’ILO.
Sono convinto che quanto messo in evidenza dallo studio debba essere quanto prima messo in pratica; secondo l’esperto dell’ILO, sistemi di apprendistato di qualità per i giovani, che colleghino la scuola e la formazione sul posto di lavoro, sono parte della soluzione. Questi sistemi innovativi richiedono un efficace dialogo sociale tra governi e parti sociali, condivisione dei costi tra pubblico e privato e servizi per l’impiego efficienti. Credo che anche in Italia il progetto in atto sulla “Buona Scuola” proceda in questa direzione.
Si perché se è vero che alti livelli di istruzione sono importanti, è anche vero che alla formazione teorica va aggiunta quella pratica. La formazione, sia quella iniziale che quella successiva (ormai la formazione permanente sta diventando indispensabile), è l’unica che rende possibile un accesso più facile al moderno mercato del lavoro. Ecco perché sarà necessario riformare, in molti Paesi, gli attuali sistemi di istruzione e di formazione professionale per rendere possibile la giusta preparazione per tutti.
A domani.
Mario



venerdì, febbraio 26, 2016

LE TASSE SONO COME L’ARABA FENICE: SI RIGENERANO SEMPRE. DOPO LA “SPARIZIONE” DELLA TASI SULLA PRIMA CASA, ARRIVA LA TASSA SUGLI ASCENSORI.

Oristano 26 Febbraio 2016
Cari amici,
Quand’ero piccolo mi affascinavano molto i prestigiatori (Silvan, in particolare): nelle loro magiche mani apparivano e sparivano le cose più impensabili, dalle monete alle carte da gioco, così come dal loro capello… uscivano conigli o fazzoletti che non finivano mai! Come le nostre tasse: né elimini una e ne nascono due. Perché oggi inizio il post partendo dai prestigiatori? Semplice, perché mi dà l’impressione che anche per le tasse sia tutto un gioco di prestigio.
Se, dopo l’abolizione della TASI sulla prima casa, ci eravamo convinti che il balzello fosse solo un brutto ricordo, dobbiamo ricrederci: è in arrivo un altro salasso, pronto ad alleggerire presto le nostre tasche. E' la 'tassa' sull'ascensore, che, secondo quanto afferma Confedilizia, potrebbe costare anche il doppio della Tasi. Dichiarata come necessaria, per adempiere alla Direttiva Comunitaria 2014/33/UE sulla sicurezza degli ascensori, il balzello è già approdato sul tavolo del Ministero dello Sviluppo economico, che lo dovrebbe presto trasmettere al Consigli dei Ministri per la messa in esecuzione. Ma vediamo in dettaglio di cosa esattamente si tratta.
Il Ministero dello Sviluppo Economico, richiamandosi alla Direttiva UE, ha fatto approdare sul tavolo del Consiglio dei Ministri uno schema di Decreto del Presidente della Repubblica che impone una verifica straordinaria degli ascensori esistenti, attribuendo ai soggetti incaricati della verifica la facoltà di prescrivere una serie di interventi (certamente costosi) a carico dei proprietari di casa. Un obbligo che – come riconosciuto lo stesso Ministero – non è espressamente previsto dalla Direttiva Europea (di cui il provvedimento costituisce attuazione), emanata «per l’armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative agli ascensori e ai componenti di sicurezza per ascensori».
La norma predisposta dal nostro Ministero viene motivata con l’esigenza di aumentare il livello di sicurezza degli impianti di ascensore esistenti in Italia, in particolare per quelli messi in uso prima del 1999. Eppure da più parti si mormora che le ragioni siano ben altre. L’attuale normativa sul mantenimento dello stato di efficienza degli ascensori è già di per se abbastanza severa. Basti pensare che ogni sei mesi, per legge, gli ascensori sono sottoposti obbligatoriamente a manutenzione da parte di persona munita di certificato di abilitazione, con verifica di: paracadute, limitatore di velocità, dispositivi di sicurezza, funi, catene, isolamento impianto elettrico e collegamenti con la terra e quant’altro; ogni due anni, sempre per legge, gli ascensori sono sottoposti obbligatoriamente a verifica da parte della Asl o dell’Arpa ovvero di un organismo di certificazione autorizzato dal Ministero dello sviluppo economico e notificato alla Commissione europea; infine, un’altra disposizione – il comma 7 dell'articolo 15 del D.P.R. n. 162/’99, prevede: «Nel caso in cui il manutentore rilevi un pericolo in atto, deve fermare l'impianto, fino a quando esso non sia stato riparato informandone, tempestivamente, il proprietario o il suo legale rappresentante e il soggetto incaricato delle verifiche periodiche, nonché il Comune per l'adozione degli eventuali provvedimenti di competenza».
Eppure, nonostante i livelli di sicurezza in atto appaiano abbastanza efficaci, spunta ora questa nuova tassa, non espressamente prevista dalla normativa UE. Insomma, togliere la Tasi e aggiungere la tassa sull'ascensore sembra proprio quel gioco di prestigio di cui parlavo in premessa. Quando gli italiani pensavano di poter tirare un sospiro di sollievo, ecco dunque che arriva un altro escamotage per far aprire i portafogli! “Introdurre una nuova tassa sugli ascensori, annullando gli effetti dell’abolizione della tassa sulla prima casa, dopo aver tolto la Tasi, sembra davvero singolare”, sostiene infatti la Fiaip, la Federazione Italiana Agenti Immobiliari Professionali, che in una nota stampa ha ribadito come la scure delle imposte non risparmia proprio più nulla. Fiaip ha quindi sottoscritto l’appello lanciato da Confedilizia al premier Renzi per eliminare la tassa sull’ascensore.
Cari amici, la gente non riesce più a comprendere come mai l’esecutivo Renzi, che a parole ha sempre sostenuto di voler abbassare le tasse sugli immobili, intenda invece porre un ulteriore balzello su milioni di famiglie già provate dalla crisi economica in atto. Sarebbe davvero paradossale il carico di una nuova spesa che annullerebbe in un colpo solo gli effetti dell’abolizione della Tasi sull’abitazione principale, obbligando i proprietari di immobili ad esborsi pari anche al doppio della Tasi abolita.
Qualcuno, maliziosamente, sostiene che forse l’iniziativa nasce con l’intento di ri-animare il mercato delle imprese del settore (che langue) che, a seguito del provvedimento, potrebbero ricavare non poco ossigeno. La realtà dell’economia però, come ben sappiamo, non si anima creando per legge il lavoro dove non c’è, ma riducendo la spesa pubblica, diminuendo le tasse e liberando imprese e cittadini dai vincoli che tarpano loro le ali. Senza provvedimenti di lungo respiro, senza programmazione seria ed anti spreco, non ci sarà futuro né per le imprese né per la Nazione. Prenda atto Renzi che i vecchi limoni spremuti e avvizziti non hanno più succo da dare.
A domani.

Mario

giovedì, febbraio 25, 2016

BONTÀ DI SARDEGNA: MAIALETTO SARDO AL SEDANO. UN SECONDO SPECIALE, SANO E DIGERIBILE.

Oristano 25 Febbraio 2016
Cari amici,
la notorietà del maialetto sardo è stata ben amplificata anche di recente, quando dopo mille difficoltà si è superato lo scoglio della sua commercializzazione anche fuori dall’Isola (pur a determinate condizioni) in occasione dell’EXPO 2015 di Milano. Che la sua bontà sia indiscussa non ha bisogno di conferme, per cui non mi dilungo su questo. Voglio oggi, invece, darvi una ricetta fuori dall’usuale: l’abbinamento di questa ottima carne con una verdura particolarmente profumata e gradevole: il sedano. Ad essere precisi, il sedano è stato sempre usato in abbondanza in Sardegna per accompagnare le carni grasse, tant’è vero che anche al maialetto arrosto o in umido veniva sempre abbinato un vassoio di sedano crudo da mangiare unitamente alla carne cotta (arrosto o in umido).
La ricetta che invece Vi propongo oggi è diversa e anche insolita: cucinare il maialetto in casseruola, rosolato con abbondante sedano e stufato con gli umori di questa profumata verdura. È una ricetta che ho conosciuto da poco tempo, e Vi posso assicurare che il risultato è eccellente, non solo per il sapore gradevolissimo ma anche per un’altra ragione importante: l’alta digeribilità che il sedano gli fornisce. Ma, bando alle chiacchiere: ecco per Voi la ricetta, che mi auguro stimoli e appaghi la Vostra curiosità e il Vostro gusto.

 RICETTA DEL MAIALETTO SARDO AL SEDANO

Ingredienti per 4 persone: 2 chili abbondanti di maialetto sardo, un bel mazzo di sedano fresco, olio extra vergine d’oliva, sale qb, vernaccia d’annata.  
Dopo aver acquistato dal macellaio di fiducia il maialetto, tagliarlo a pezzi (taglio da spezzatino) e distribuirli in una padella alta; pulire per bene il sedano, privandolo delle foglie, e tagliandolo a pezzi grossi (di circa 2 cm circa) tenendoli pronti per un momento sul tagliere. Dopo aver aggiunto l’olio extra vergine di oliva ai tocchi di maialetto nella padella, rosolare rimestando di continuo fino a completa doratura, sfumando alla fine con vernaccia profumata. È ora il momento di aggiungere il sedano e, a fiamma alta, rimestare in continuazione. Il vapore di cottura farà uscire la gran parte del succo del sedano che si amalgamerà con la carne e con l’olio, man mano che procede la cottura; dopo aver abbassato la fiamma rimestare ancora fino a che tutta l’acqua rilasciata dal sedano non si è consumata. 
A questo punto potete dire che il piatto da Voi cucinato è pronto per essere servito a tavola! Vi accorgerete che la carne, con il suo denso sughetto in bianco, soddisferà senza dubbio il Vostro palato, ma soprattutto sarà la digestione a beneficiarne: digerirete questo piatto in poco tempo! I prodotti sardi, cari amici, sono davvero straordinari. Buon appetito!
Un consiglio per il vino? Accompagnate con un “Sartiglia”, vino cannonau dell’Azienda Contini di Cabras.

A domani.


Mario


mercoledì, febbraio 24, 2016

ASSOCIAZIONISMO E RAPPRESENTANZA. LA LOGICA (IL VALORE) DELL’ALTERNANZA NEL CONTESTO DELLA VITA SOCIALE.

Oristano 24 Febbraio 2016
Cari amici,
L’associazionismo, quello che noi oggi chiamiamo terzo settore, ha le sue vere radici negli Stati Uniti d’America. Figlio di quella “nuova società”, che si era evoluta in un contesto multietnico e multirazziale, era frutto della straordinaria immigrazione proveniente da tutte le parti del ‘vecchio mondo’, che in quel contesto creò una società libera, senza gli orpelli di regnanti e nobili, che invece continuavano a connotare l’Europa alla fine del ‘900. Fu però uno studioso europeo, Alexis de Tocqueville, francese di nascita e pure nobile, ad analizzare la nascita e l’evoluzione dell’Associazionismo, mettendo a confronto in modo preciso l’enorme differenza che caratterizzava il contesto sociale del nuovo mondo se rapportato al vecchio.
Questo studio, divenuto un libro-diario che al rientro di Tocqueville in Europa circolò con il titolo di “La democrazia in America”, contribuì sicuramente a far attecchire il seme del volontariato anche in Europa.  Oggi il settore dell’associazionismo No-Profit, definito Terzo settore, è sicuramente una colonna importante del welfare. È definito terzo settore in quanto si differenzia dal Primo, lo Stato, che eroga beni e servizi pubblici, e dal Secondo, il mercato o settore profit, che produce beni privati, andando a completare e sostenere quei campi “scoperti” che sfuggono sia al primo che al secondo, venendo incontro ai bisogni personali ed alle esigenze delle categorie deboli, impossibilitate ad accedere agli strumenti del mercato, e neppure usufruire della mano pubblica.
Questa mia riflessione, amici, non vuole certo affrontare con Voi oggi la storia e l’evoluzione delle strutture socio-assistenziali e di volontariato in genere, ma analizzarne solo alcune problematiche, comuni alla gran parte delle Associazioni, e riferite sia alla loro struttura organizzativa che al loro funzionamento. Lo faccio da ‘appartenente’ ad alcune associazioni, e quindi dopo essermi reso conto di persona delle ragioni e dei motivi che sono alla base di determinate regole della loro vita sociale. Il problema, certamente il più importante per la conduzione di una associazione, è la sua rappresentanza, ovvero la struttura di gestione e comando, che deve far in modo che essa duri e si perpetui nel tempo.
Partendo dal presupposto che la gran parte degli appartenenti alle associazioni è costituita da persone entrate a farne parte volontariamente, e che conseguentemente non ci sono né traguardi personali da raggiungere, carriere o retribuzioni, vediamo come viene strutturato – in linea di massima – l’organigramma che deve governarle. Se gli appartenenti al gruppo sono tutti uguali, allora l’unica ipotesi gestionale possibile e la rotazione negli incarichi. Ci sarà chi, per un determinato periodo farà il Presidente, chi il Vice, chi il Segretario, il Tesoriere e così via. La durata dell’incarico può essere varia, da un anno a più anni, ma certamente con il fondamento basilare della regolare rotazione.
Una delle associazioni a cui appartengo da lunga data (sono socio di un club del Rotary International) prevede la rotazione Annuale negli incarichi. L’elezione, pur prevedendo un eventuale rinnovo, è fatta per un anno e, alla scadenza, il socio torna nel gruppo riprendendo a svolgere il compito di rotariano, come al momento dell’ingresso nel club. L’altra associazione a cui appartengo (è l’Ordine Equestre del S. S. di Gerusalemme) prevede incarichi di durata quadriennale, rinnovabili una sola volta, dopo di che si ritorna in campo con la stessa voglia e con lo stesso entusiasmo di prima.
Io non so a quanti, questo sistema di parità ed uguaglianza, possa calzare a pennello: io lo condivido e sottoscrivo senza se e senza ma, perché ritengo che sia la formula più giusta possibile. Cerco di chiarire i motivi di questo mia convincimento. Per farlo parto da un concetto che, esulando dalla logica profit, entra proprio nel suo contrario: il no-profit. No-profit che, nella mia visione di servizio, significa proprio operare senza trarne benefici o vantaggi personali; quindi, il fatto che il gruppo mi abbia scelto per fare temporaneamente il Segretario, il tesoriere o il Presidente, significa che mi ha considerato capace di farlo (e per me questo dovrebbe costituire un grande motivo di orgoglio), ma anche che – alla scadenza del mandato – devo rientrare nei ranghi e riprendere, come prima e più di prima, il mio ruolo di servizio per cui sono entrato a farne parte.
Cari amici, chi entra nel Rotary sa che il suo motto operativo è “Servire al di sopra dell’interesse personale”, che dice, in modo chiaro, che chi entra a farne parte deve farlo non per avere vantaggi o servigi, ma per dare, per offrire la sua competenza e la sua professionalità agli altri, senza nulla chiedere in cambio. Faccio parte di questa associazione dagli anni novanta del secolo scorso. In questo non breve periodo, nel mio club di appartenenza (Oristano) ho svolto praticamente tutte le mansioni: tesoriere, segretario, Presidente (3 volte), Vice Presidente, Prefetto cerimoniere, consigliere. Nella struttura superiore (il Distretto) sono stato cooptato come componente di Commissioni, come Presidente delle stesse, come Assistente del Governatore (6 volte), come componente del Comitato di redazione del periodico dell’associazione.
Credetemi, al termine di ogni incarico, non ho mai avuto problemi a riprendere a fare il socio del club. Pensate che questa mia logica sia difficile da accettare? Non è difficile, basta pensare sempre che siamo tutti utili ma nessuno è indispensabile, e che, se siamo coerenti, accettando di far parte di una libera associazione di servizio, dovremmo entrare per servire, non per servircene.
Grazie, amici, a domani.

Mario