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venerdì, marzo 31, 2017

“SA PARADURA”, L’ANTICO STRUMENTO SARDO DI MUTUO SOCCORSO, SBARCA IN UMBRIA. LA NOSTRA SOLIDARIETÀ NON HA CONFINI.



Oristano 31 Marzo 2017
Cari amici,
Oggi 31 Marzo 2017, salpa dalla Sardegna per il Continente (come noi sardi chiamiamo l’Italia) un traghetto che trasporta più di mille pecore, donate dai pastori sardi ai colleghi dell'Umbria duramente colpiti dal recente terremo, e che Domenica 2 Aprile a Cascia verranno consegnate ufficialmente. Il "nuovo gregge", costituito dalle donazioni spontanee dei nostri allevatori, aiuterà i colleghi umbri a riprendere le loro attività, interrotte dalle avversità piovute loro addosso con il sisma. Il nobile gesto, antico di millenni, è chiamato Sa Paradura, ed è un Istituto mutualistico di solidarietà in vigore da sempre nella tradizione agro pastorale della Sardegna.
Ho già avuto modo di parlare di questa antica e nobile usanza su questo blog con un apposito post che, per la sicura curiosità di alcuni di Voi - che sicuramente vorranno andare a leggerlo - ripropongo: http://amicomario.blogspot.it/2014/10/sa-paradura-il-rito-agro-pastorale.html
Questa consuetudine, in effetti, non fa altro che concretizzare la forte solidarietà esistente da sempre tra i pastori della Sardegna, che si concretizza con la donazione di una pecora a testa come aiuto dovuto ad un allevatore colpito da una disgrazia. Sa paradura è conosciuta anche con il nome di Ponidura (dipende un po’ dalle zone della Sardegna), il primo termine significa creare, formare, ovviamente nel senso della creazione di un nuovo gregge con il contributo di tutti, mentre Ponidura deriva dal verbo ponere che in lingua sarda (in limba) significa mettere a disposizione.
Gli usi e le consuetudini del popolo sardo sono ancora oggi di grande validità sociale, e incorporano un principio etico fondamentale in una Società che fa della convivenza civile e pacifica un fine da raggiungere e mantenere sempre. Mettere a disposizione una piccola parte delle risorse di ogni singolo appartenente alla Comunità, in particolare nei momenti tristi di difficoltà di un suo esponente, è un atto generoso che significa ‘condivisione’: in sostanza una piccola ridistribuzione del surplus non proprio necessario da parte di ciascuno, in modo equo ed a favore di colui che si trova in difficoltà.
Regola aurea, quella della condivisione, in auge fin dai tempi della nostra civiltà nuragica, contenuta in quei codici comportamentali delle società primitive, come dimostrano gli studi socio-antropologici fatti sulle antiche comunità rurali e tribali esistenti in ogni angolo della terra (comportamenti simili si ritrovano nei nativi americani, indiani, ecc.). Popoli che, seppur “primitivi” (non certo in senso dispregiativo), avevano con la natura circostante un rapporto ottimale, un rapporto di convivenza simbiotica, che li portava a condividere spontaneamente con gli altri quanto ricevuto ‘in dono’ da Madre Natura.
Ecco dunque che anche oggi i pastori sardi, memori dei loro antenati, continuano a mantenere questa antica e bella tradizione sociale, senza pretendere nulla in cambio, ma con la consapevolezza che, se un giorno essi avessero bisogno di aiuto, i colleghi sardi o umbri in questo caso, sarebbero i primi a tendere loro una mano d’aiuto. Sa Paradura, o Ponidura, quell’antico Istituto solidale risulta valido anche oggi ai tempi della Globalizzazione, ed è da considerarsi un modello di grande positività, in un'epoca sempre più individualista ed egoista, anche se afflitta nuovamente da cristi paragonabili a quelle antiche.
In Sardegna da secoli un pastore in difficoltà non è mai stato lasciato solo: era necessario aiutarlo col contributo di tutti per poter riprendere l'attività. Un’usanza che questa volta non è stata applicata solo tra pastori sardi: è stata ritenuta valida anche (forse anche di più) esportandola nel resto d’Italia. 
Il bel gesto di solidarietà è partito su iniziativa di Coldiretti Sardegna e del gruppo musicale di Nuoro, Istentales; a loro si è aggiunta la collaborazione della Protezione Civile, del Casiss (Corpo ausiliario di soccorso internazionale san Silvestro), dell’azienda Carni Sarde, della Coldiretti Umbria, oltre al Patrocinio del Consiglio Regionale e di tante altre associazioni.
La consegna delle pecore avverrà a margine della Fiera del Capo Lanuto, che si svolgerà a Cascia dall’1 al 9 Aprile. Il clou del gemellaggio tra gli allevatori si avrà il 2 Aprile quando i pastori della Sardegna tenderanno ufficialmente (e concretamente) la mano a quelli della cittadina umbra. Non mancheranno i momenti di gioia: ci sarà l’esibizione musicale degli Istentales in compagnia di Roberto Vecchioni e Tullio De Piscopo, che canteranno il nuovo brano del gruppo sardo, intitolato “A mani nude”. Si esibiranno anche i Mamutzones Antigos di Samugheo e verrà offerto un pranzo sociale a base dei prodotti agroalimentari sardi.
Cari amici, la Sardegna con quest’atto dimostra al resto d’Italia la sua grande e generosa solidarietà. Battista Cualbu, Presidente della Coldiretti Sardegna ha detto: «Nonostante le gravi difficoltà che attraversa il mondo della pastorizia nella nostra isola, con il costo del latte sceso a 55 centesimi sotto il costo di produzione, siamo consapevoli che c’è chi sta peggio di noi e questi sono i nostri colleghi umbri che hanno subìto il terremoto e perso case, stalle e bestiame; il 2 Aprile consegneremo oltre mille pecore nel comune di Cascia. Ma non solo bestiame: daremo loro anche mangime per gli animali».
«Il messaggio che vogliamo dare ai colleghi umbri con questa iniziativa è che la speranza deve rimanere viva e che si può ricominciare daccapo sapendo che non si è soli», ha concluso Cualbu.  Da parte sua, il primo cittadino di Cascia, Gino Emili, esprimendo profonda gratitudine, ha detto: «Non ci sono parole per ringraziare. È una tradizione straordinaria, diversi pastori mi stanno già contattando sia dalla Sardegna che qui da noi, per aderire a questa bellissima iniziativa. Il sisma ha colpito il 90 per cento delle aziende agricole. Quelli che hanno subito più danni hanno perso proprio tutto e non sanno neppure dove portare gli animali che gli sono rimasti».
Non aggiungo altro, amici. Il popolo sardo è così da sempre!
A domani.
Mario



giovedì, marzo 30, 2017

LAVORO E RAPPORTI SOCIALI. IL LAVORO CHE SVOLGIAMO CI ASSORBE TOTALMENTE “SCHIAVIZZANDOCI”, OPPURE È SOLO UNA PARTE DELLA NOSTRA GIORNATA? RIUSCIAMO A COLTIVARE IL RAPPORTO UMANO ANCHE DURANTE IL LAVORO?



Oristano 30 Marzo 2017
Cari amici,
Zygmunt Bauman, filosofo e sociologo del lavoro, nel suo libro “Vita liquida” analizzando il comportamento umano moderno sostiene che esso si è alquanto modificato, rispetto al rigido e predeterminato sistema precedente che ha contraddistinto gran parte della storia umana fino al secolo scorso. I rapporti umani si sono secondo il filosofo liquefatti, non nel senso che siano improvvisamente “spariti”, anzi: hanno invece subito una sorta di dilatazione e allentamento che paiono, in un primo momento, in opposizione alla concreta frenesia della vita liquida.
Per Bauman, gran parte dell’incertezza da cui si sente attanagliato l’uomo postmoderno deriva dalla sua trasformazione, in negativo, nei confronti della socialità. Insomma, sostiene il filosofo, l'uomo ha rarefatto la sua 'comunicazione sociale' richiudendosi in se stesso e creando dei frame sempre più spessi tra se stesso e gli altri. Questo concetto è valido anche in campo affettivo: la liquefazione e la rarefazione dello scambio dei sentimenti amicali toccano tanto la forma quanto i contenuti delle relazioni, che diventano sempre più aride e discontinue. L’essere umano, in sintesi, è sempre più stordito e disorientato, e la sua realizzazione sociale sempre più precaria. Concetti apparentemente complessi quelli espressi, anche di difficile interpretazione, che però ci dicono che in effetti l’uomo nel tempo è riuscito a trasformare i rapporti umani in modo sicuramente molto negativo.
Ho voluto usare il pensiero filosofico di Bauman per introdurre la mia riflessione di oggi che intende analizzare con Voi la crescente aridità dei rapporti umani, evidenziati in particolare durante le lunghe ore di lavoro. Nei diversi contesti la gran parte di noi vive la quotidianità lavorativa quasi sempre in 'isolamento empatico' rispetto al contesto che lo circonda; tra i vari occupanti le scrivanie o le postazioni di lavoro, tra una pratica o una fatturazione, tra il montaggio di un manufatto e una riunione col Capo, quasi mai c'è del dialogo con gli altri lavoratori che operano al nostro fianco; spesso ci dimentichiamo (sarebbe meglio dire ignoriamo) di coltivare delle buone relazioni sociali. Spesso una telefonata fatta con un collega lontano, in una giornata densa di impegni, si svolge in maniera così asetica da sembrara frutto di un'operazione computerizzata, anzichè essere motivo di scambio anche relazionale con il nostro interlocutore, risultando anche, di conseguenza, anche più fruttuosa e appagante.
Eppure, cari amici, basterebbe poco per creare maggiore socialità nella conduzione della nostra routine lavorativa quotidiana. In teoria nel nostro comportamento, privo di stimoli di socialità, ci comportiamo sempre di più come automi: si, certo, vogliamo bene alle tante persone di cui abbiamo stima e che certamente questa è ricambiata, ma riserviamo loro solo gli spicchi del nostro tempo libero, perchè la gran parte del tempo la dedichiamo al nostro impegno di lavoro. 
Comportamento questo poco condivisibile, in quanto dovremmo impegnarci attivamente, invece, a relazionarci anche durante il ciclo lavorativo, tenendo in questo modo sempre viva la nostra rete sociale. Una conversazione più lunga del necessario, anche con un collega di lavoro e su argomenti non strettamente legati all’ufficio, non sottrae risorse preziose ai nostri obiettivi da raggiungere, ma è capace invece di allargare il nostro orizzonte sia umano che professionale, con indiscutibili vantaggi anche sul piano del lavoro.
Tornando al nostra grande Bauman ed alla sua ‘società liquida’, il ragionamento fatto prima nei confronti dei colleghi può essere validamente applicato anche in campo affettivo familiare: quello di coppia. La liquefazione e la rarefazione delle relazioni, sostiene il filosofo, toccano tutte le forme ed i contenuti delle relazioni; quale può essere il senso di una relazione stabile di coppia se questa non viene costantemente coltivata, dedicandogli tempo e attenzione anche durante il lavoro? Come definire il senso del “per sempre”, del “finché morte non ci separi”, se poi mancano i presupposti per coltivare con continuità e costanza la relazione affettiva sottostante?
Come ho detto in premessa la nostra giornata lavorativa può essere vissuta in due modi: utilizzando il lavoro come veicolo, come strumento, per essere presenti e utili nella società, come mezzo per realizzarci ed essere utili a noi stessi ed agli altri, oppure, al contrario, diventandone succubi, schiavi; nel secondo caso non saremo altro che un semplice strumento produttivo, senza gioia ne anima: solo dei fuchi o delle semplici api operaie dedite esclusivamente alla produzione, praticamente dei soggetti-robot, capaci ed esperti nel lavoro come in futuro i meccanici robot di nuova concezione.
Cari amici, nella mia visione del mondo il lavoro è certamente uno strumento importante per condurre al meglio la propria esistenza, attraverso il quale esprimere le nostre capacità e apportare il giusto contributo di valore, ma allo stesso tempo deve essere un mezzo per la realizzazione dell’uomo, non un fine a cui totalmente votarsi, corpo e anima, sacrificando la nostra parte migliore: quella delle relazioni sociali e affettive. Un vecchio detto asseriva che “il lavoro nobilita l’uomo”, ma i buontemponi aggiunsero subito dopo, invece, che esso “lo rende schiavo come una bestia”. Da soma, ovviamente!
Grazie, amici, a domani.
Mario